CAPITOLO IV.
ROMA E L’EGITTO DURANTE LA GUERRA CIVILE FRA TOLOMEO FILOMETORE E TOLOMEO EVERGETE IIº. (168-151).
I.
Discordie fra i due re egizi. Ambasceria romana in Oriente (164). Tolomeo Evergete a Roma.
La raccomandazione di Popilio nel lasciare i due Tolomei sul trono di Alessandria non fu certo di buon augurio. Anzi, se la narrazione di Livio non pecca di imprecisione, l’ultima ambasceria alessandrina venuta in Roma, a nome di uno solo dei due re[237], deve tradire discordie latenti nel seno della famiglia reale.
Dei due fratelli l’uno, il minore, Tolomeo Evergete, amministrava la Libia e la Cirenaica, l’altro l’Egitto propriamente detto insieme coi rimanenti possessi dei Lagidi[238]. Già al 164 pare che il senato abbia avuto sentore di discordie in Egitto. Infatti gli ambasciatori, spediti in Siria a porre sul trono Antioco Eupatore, figlio ed erede di Antioco Epifane, furono al tempo stesso incaricati di conciliare i due re di Alessandria[239]. Ma pare che i loro tentativi siano riusciti vani, giacchè poco dopo giungeva a Roma Tolomeo Evergete in persona (163-2)[240]. Diodoro narra diffusamente le tristi condizioni del viaggio del principe. In vesti misere, indegne della sua condizione, egli vi perveniva senza altra scorta che quella di tre servitori. Qui giunto, venne a lui incontro Demetrio, figlio di Seleuco IVº, il quale aspirava al trono di Siria, in luogo di Antioco Eupatore, figlio di Epifane[241]. Siffatta circostanza basta a definirci la data del viaggio. Poichè infatti Demetrio successe ad Antioco, salito al trono nel 164, diciotto mesi dopo, e precisamente alla fine del 162[242], la data della venuta di Evergete non può essere posteriore alla fine di codesto anno in discorso, ultimo limite del soggiorno di Demetrio a Roma, anzi deve fissarsene come parecchio anteriore, dappoichè la venuta di Evergete coincise, come vedremo, con quella di un ambasciatore di Filometore, che fu complice della fuga del principe siriaco da Roma[243].
II.
La querela di Evergete in senato. Decisioni senatorie.
Pochi giorni dopo Evergete si presentava direttamente al senato. Questo si affrettò a chiedergli scusa per non avere inviato, come era consuetudine, un questore per i dovuti ricevimenti, nè di averlo ospitato come si conveniva a un principe alleato. E a tali mancanze esso rimediò, offrendogli tosto una residenza degna della sua condizione, pregandolo di mutare i miseri abiti che indossava e coi quali Evergete mirava a toccare l’animo del senato, invitandolo a domandare tosto un’udienza e colmandolo quotidianamente di doni per mezzo dei questori[244]. Evergete chiese infatti un’udienza. Colà egli espose le ragioni della sua venuta. Chiedeva che il senato annullasse la divisione dell’impero egizio, avvenuta sotto la pressione di eventi superiori, quali l’imminenza della duplice invasione siriaca, e che quindi il senato gli assegnasse Cipro, giacchè, anche in tal guisa, i dominii del fratello sarebbero rimasti di gran lunga più estesi dei propri.
Alla seduta assisteva un emissario di Filometore, il quale, subito dopo il discorso di Evergete, si levò per confutarne le ragioni. Disse che questi, tutt’altro che sporgere nuove querele, avrebbe potuto rammentare come egli dovesse la vita al fratello. L’accenno era probabilmente riferito a quegli anni, in cui Antioco Epifane aveva invaso l’Egitto in nome di Filometore, e questi, anzichè punire Evergete della già avvenuta usurpazione, aveva diviso con lui il potere, affidandogli il governo della Cirenaica. Le parole dell’ambasciatore furono confermate dalla testimonianza di due cittadini romani, i quali o avevano per caso assistito agli atti del governo egiziano, cui s’era riferito l’ambasciatore del re, o avevano frattanto, incaricati dal senato, attinto informazioni sui fatti in discorso. Tale difesa e testimonianza resero l’opinione pubblica avversa alle pretese di Evergete. Non così il senato, il quale capì come dalla richiesta d’ingerenza negli affari interni d’Egitto, che lo spingeva ad attizzare sempre più la discordia negli animi dei due re, tutto era da guadagnare e nulla da perdere. Decretò quindi la spedizione di un’ambasceria[245] con l’incarico: 1) di rimettere pacificamente Evergete al governo di Cipro; 2) di dichiarare a Filometore come tale occupazione fosse già stata riconosciuta dal governo romano; 3) di conciliare i due fratelli. L’ambasceria partì contemporaneamente ad Evergete[246].
III.
L’ambasceria romana ed Evergete alla volta d’Egitto.
Sembra però che nè questi, nè gli ambasciatori, e forse neanco il senato, abbiano sul serio creduto alla raccomandazione di non usare delle armi, ma di procedere soltanto per vie diplomatiche. Il principe infatti, pervenuto in Grecia in compagnia degli ambasciatori, si affrettò ad arrolare soldati; indi, dopo una breve sosta nell’Asia Minore, a Perea, navigò alla volta di Cipro. Qui soltanto gli ambasciatori si risovvennero dell’ingiunzione senatoria, e, oppostisi al trasporto delle milizie, cercarono altresì di persuaderlo a rinunciare pel momento ad un approdo in Cipro. Essi promettevano di recarsi direttamente da Filometore per patrocinare la di lui causa e tornare quindi a ricondurlo dai confini della sua Cirenaica alle spiagge di Cipro. Evergete, convinto, annuì e gli ambasciatori ripartirono alla volta di Alessandria, lasciando presso il principe uno dei loro, Gneo Merula. Insieme con questo Evergete si recò a Creta, donde tornò di nuovo ad arrolare mercenari. Di là, passato in Libia, ancorò nel porto di Api, in attesa del ritorno dell’ambasceria romana[247].
IV.
Gli ambasciatori romani alla corte di Filometore. Insurrezione della Libia e della Cirenaica contro Evergete. La condotta dell’Egitto.
Ad Alessandria, intanto T. Torquato, uno degli ambasciatori recatisi colà, aveva esposto a Filometore le ragioni della sua venuta, cercando di persuaderlo a rilasciare Cipro al fratello e a rappaciarsi col medesimo. Filometore, seguendo una politica, che per allora parve inintelligibile, cercò a sua volta di tirare in lungo le trattative, in parte mostrando di promettere ed in parte di ascoltare.
Da Api Evergete attendeva con grande ansietà i risultati dell’ambasceria; ma, poichè i giorni passavano inutilmente, egli si decise a spedire l’ambasciatore rimastogli, Gneo Merula. Al pari del primo, anche costui fu trattenuto alla corte di Alessandria, cercando Filometore, tra l’altro, di conciliarsene con ogni mezzo l’animo e la testimonianza, il che gli sarebbe stato di grande utilità nel rapporto, che della loro missione essi avrebbero fatto al senato.
Scorsi più di quaranta giorni, Evergete seppe che Girene ed altre città gli si erano ribellate o si apparecchiavano a ribellarsi al governatore lasciatovi nella sua assenza. Gli occulti motivi della politica di Filometore si facevano palesi. Evergete, temendo di perdere anche Cirene, vi si recò precipitosamente. Si trovava appena alla dimane di una grave sconfitta subita dalle milizie insurrezionali, quando, poichè ormai nessun motivo imponeva al Tolomeo d’Alessandria di trattenere gli ambasciatori romani, giungeva ad Evergete Gneo Merula per informarlo come nulla era stato possibile ottenere dal re d’Egitto, ma che questi era ancora pronto ad attenersi ai patti originari[248].
Era la prima volta che l’Egitto osava tenere verso il senato romano un contegno energico e dignitoso, e ne avea ben mille ragioni di fronte ad uno stato, che, senza diritto alcuno, pretendeva ingerirsi nei suoi affari interni col regolare la spartizione dell’eredità di Tolomeo Epifane. Nè si trattava soltanto di ragioni legali, ma della più alta opportunità politica. «Cipro non era semplicemente fornita di un’importanza commerciale, sibbene di un più alto valore strategico. Alessandro il grande l’avea definita la chiave dell’Egitto, affermando così che dal possesso della medesima dipendeva la dominazione del Mediterraneo. Ciò conosceva Filometore e ciò, tra l’altro, lo sospinse ad opporsi con ogni fermezza alle pretese del senato in favore di suo fratello»[249].
Non era però tale contegno capace di soddisfare Evergete, il quale, udita la risposta di Merula, tornò a spedire a Roma due nuovi ambasciatori, affinchè, insieme coll’emissario romano, ch’egli aveva seco, attestassero l’iniquità del re d’Alessandria ed il disprezzo, in cui questi teneva gli ordini del senato. Contemporaneamente Filometore tornava del pari a spedire un’altra ambasceria, la quale pervenne a Roma insieme con la precedente.
V.
Nuova discussione in senato. Il senato contro Filometore. Guerra civile in Egitto. Evergete di nuovo a Roma (154).
Introdotti alla presenza del senato, gli ambasciatori cominciarono a discutere vivacemente le loro ragioni. T. Torquato e Cn. Merula, per motivi non completamente altruistici, difesero a spada tratta i diritti di Evergete. Il senato allora decreta che gli ambasciatori di Filometore, entro cinque giorni, abbandonino la capitale e cassa l’alleanza stipulata. Era il colmo della prepotenza, dappoichè nei trattati romano-egiziaci non si conteneva di certo, da parte della corte di Alessandria, l’obbligo di ottemperare a tutti i decreti, che al senato fosse piaciuto emettere sulle questioni interne dell’Egitto, nè al governo romano il diritto di intimarne. Questo frattanto inviava un’ambasceria a Tolomeo Evergete, allora residente in Cirene allo scopo di notificargli le decisioni assunte sul proposito.
Gli ambasciatori di Filometore lasciarono tosto la città, ed i nuovi spediti informarono minutamente Evergete di tutto quanto erano stati incaricati, mentre questi, infiammato di novella speranza, si volgeva alla conquista di Cipro[250].
La guerra, che ne seguì, fu per lui lunga e naturalmente disastrosa, tanto più che il governo romano, desiderando che i due fratelli si straziassero a vicenda non gli fu largo che di platonici sorrisi. Al 154 le ostilità continuavano ancora, e al senato, che non poco avea contribuito a suscitarle, la sorte maturava quei frutti, di cui essa era stata avara ad Antioco Epifane, allorchè, lasciando l’Egitto, aveva ardito sperare che le milizie dei due fratelli si sarebbero dilacerate in una guerra civile. In quell’anno stesso, Evergete tornava a Roma a richiedere un nuovo, decisivo intervento.
VI.
Nuovo decreto del senato. Suo platonismo.
Concessaglisi un’udienza, egli accusò il fratello di avere attentato alla propria vita ed offerse la testimonianza delle proprie cicatrici. Anche questa volta assistevano ambasciatori di Filometore, recatisi a Roma allo scopo di confutare le esagerazioni di Evergete, ma il senato vietò loro la parola e spedì subito una nuova ambasceria di cinque membri, fra cui il solito Gneo Merula e un tal L. Minucio Termo, che noi avremo occasione d’incontrare più tardi, fornendo ciascuno di quinquiremi per riporre definitivamente Evergete sul suolo di Cipro ed in tal guisa tagliar corto alla vertenza. Al tempo stesso invitava gli alleati di Grecia e di Asia a porgere aiuti al monarca protetto[251].
Questa lesineria delle proprie legioni, questa simulata neutralità, che adesso, come negli anni precedenti, il senato volle serbare rispetto alla questione d’Egitto, non fu però frutto esclusivo di deliberato proposito calcolatore, ma altresì conseguenza della contemporanea situazione estera dello stato romano.
VII.
Ragioni del fatto. Vicende estere di Roma dal 161 al 164.
Già al 161 s’era disegnata all’orizzonte la grave probabilità di un terzo conflitto con Cartagine, che era stata appunto Roma a provocare. Continuando la politica, iniziata dopo la guerra annibalica, di contrapporre a Cartagine la Numidia, essa aveva allora risoluto in favore di quest’ultima la lunga contesa fra i due stati circa il possesso di Emporia sulla piccola Sirti, nè una seconda ambasceria romana, comparsa al 157 per ripigliare in esame la vertenza, era approdata a conclusione alcuna. Ma, a parte tale impreveduto accidente, il palese rifiorire economico di Cartagine risuscitava nei due rami dell’aristocrazia romana, gli agrari, i conservatori gretti alla catoniana, ed i grossi speculatori, i cavalieri, che aspiravano a raccoglierne l’eredità di ricchezze, il desiderio e l’urgenza della distruzione dell’infelice metropoli. Contemporaneamente le romane ostilità, palesi od occulte, avevano sospinto al governo cartaginese i vecchi, odiati patriotti, i quali s’erano tosto accinti ad assoldare un esercito contro la Numidia. Questa, dal canto suo, aveva cercato di lavorare l’opinione del senato per indurlo a persuadersi che quei preparativi erano in realtà diretti contro Roma, cosicchè, in questo stesso anno, 154, ambasciatori romani, recatisi a Cartagine per imporvi il disarmo, avevano corso pericolo della vita[252].
Non meno grave era quello, che contemporaneamente accadeva in Spagna.
Anche prima d’allora Roma era stata in armi contro i Celtiberi e i Lusitani. Ma, nel 154, questi ultimi avevano invaso il territorio romano, battuto i governatori, ed esteso le loro scorrerie fino a Cartagena. Ciò, scrive il Mommsen, avea sollevato in Roma tale panico da costringere il senato ad inviare sul luogo un console, «il che non era accaduto dal 195 in poi, e, onde accelerare l’arrivo dei soccorsi, si dispose che i nuovi consoli entrassero in carica due mesi e mezzo prima del tempo legale»[253]. A tutto ciò aggiungi, nel 156-55, due spedizioni, in parte infelici, contro i Dalmati, nello stesso 154, una verso le Alpi Marittime contro alcune ribelli popolazioni liguri di quella regione, e sarà palese come, in vista di tali frangenti, le cose d’Egitto si dovevano abbandonare alle risorse della politica più egoista ed ipocrita.
VIII.
Esito della guerra civile d’Egitto. Sua cronologia.
Tolomeo Filometore con forze di gran lunga superiori chiuse il fratello nella cipria città di Lapeto sì che questi fu costretto a capitolare ed a rendersi prigioniero. Filometore però non volle abusare nè della sua buona fortuna, nè della pazienza del governo romano, e concesse ad Evergete forse più di quello, che questi aveva sempre richiesto. Oltre a promettergli la figlia in isposa[254], lo rimise al governo della Cirenaica, con il diritto di un reddito annuo di una data quantità di frumento[255], assegnandogli inoltre l’amministrazione di parecchie città cipriote[256].
Quale potè essere la data di siffatto accomodamento? L’Engel[257] opina per gli anni 152-151, durante i quali noi vediamo Filometore appoggiare Alessandro Bala contro Demetrio Sotero in Siria ed inviare a tale uopo un esercito in di lui aiuto[258]. «Difficilmente, egli osserva, Filometore si sarebbe impegnato in una guerra estera, se avesse avuto da temere così lunga guerra all’interno». Se non che la forza di tale argomentazione cade subito, quando si pensa che Alessandro Bala era, come vedremo, il favorito del senato romano contro Demetrio, di quel senato, che, oltre ad aizzare Evergete contro il fratello, avrebbe, un giorno o l’altro potuto accorrere in favore del medesimo. A scongiurare la gravità di un tale pericolo, Filometore poteva, anzi doveva, seguendo l’usata abilità diplomatica della corte alessandrina, compiere un atto, che avesse esplicitamente dimostrato come quel Filometore, contro cui Roma drizzava i suoi odi, non faceva in Oriente se non i voleri e gli interessi di Roma medesima. In tal caso la nuova guerra colla Siria, tutt’altro che un nuovo imbarazzo, nel quale fosse imprudente immischiarsi, si tramutava in un’abile mossa difensiva contro la lontana, oscura nemica d’oltre mare. Certo però le susseguenti imprese estere del Lagida, prima in favore del succitato Alessandro (152), poi contro Demetrio IIº di Siria (147) e infine contro lo stesso Alessandro in favore del Demetrio in discorso (147)[259], dimostrano come l’era dei pericoli interni fosse oramai felicemente chiusa. Questo stesso anno 147 segna inoltre la morte di Filometore; ma, poichè le fonti ci dànno come anteriore, sia pure di un numero indefinito di anni, la conciliazione col fratello, ne segue che essa dovette, e di parecchio, precederlo.
IX.
Nuova astensione del senato e ragioni del fatto. Nuove vicende estere di Roma.
Tale cronologia ci spiega d’altro canto come Roma, per quelle stesse ragioni, per cui si astenne dal partecipare alle vicende della guerra civile, non potè fare a meno di astenersi del pari da qualsiasi ingerenza o ratifica dell’accomodamento medesimo, con quella stessa forzata remissività, con cui, in tutto quel non breve periodo di tempo, essa preferì non ingerirsi efficacemente negli affari orientali.
Erano allora cominciati i preparativi per la spedizione delle navi e degli armati, necessari alla terza guerra cartaginese, i cui primi anni (149-7) non dovevano riescire molto lieti per le armi romane[260]. Infierivano contemporaneamente in Spagna feroci ribellioni dei Celtiberi e dei Lusitani (154-39), preparando direttamente e indirettamente nuovi e più gravi turbamenti in quella penisola[261]. Al 149 era parso altresì prossimo il divampare di una quarta guerra macedonica per opera di un falso pretendente, e, mentre essa sarebbe terminata con una definitiva vittoria del console Q. Cecilio Metello, la prima battaglia campale del 149 e gli scontri del 148 erano riesciti molto più gravi che non quelli delle tre precedenti guerre macedoniche[262]. A tante preoccupazioni, tutta la buona o cattiva volontà dei Romani doveva cedere, e, come avevano consentito che il loro protetto rimanesse di fatto isolato durante le vicende della guerra, così ora concludevano coll’astenersi del pari dal mettere bocca nei trattati ch’ebbero a ratificarne l’esito infelice. Questa fu la fine della decenne guerra civile.
X.
Ragioni della simpatia del senato verso Evergete.
Quali erano stati intanto i motivi della strana simpatia del senato verso Evergete, anche a costo di mettersi, in mezzo a tanti frangenti, in aperta rottura con la corte alessandrina? «La guerra civile legava sempre più l’Egitto a Roma, che veniva così dispensata dalla necessità di vigilare su quella regione o di tentarvi la sorte delle armi. Perciò la condotta di quest’ultima è completamente determinata dal carattere dei due fratelli. Era nell’interesse di Roma di sostenervi il più dispregiabile contro il più fornito di abilità politiche»[263], e, come tale, la scelta non poteva essere dubbia. A troppo chiare note avea Roma dovuto sperimentare i pregi diplomatici di Filometore al confronto dell’egoismo ignorante del fratello, che in altre condizioni sarebbe potuto riescire fatale all’Egitto, per non propendere verso il secondo. Quest’ultimo non faceva che iniziare una politica, i cui frutti avrebbero a loro agio maturato nell’avvenire, forse sino condurre Roma al punto di tentare, con mani non sue, l’agognata e definitiva conquista dell’Egitto, e, in così rosea speranza, non era male eccitare con tutti i mezzi, di cui si poteva disporre, chi altro non avrebbe fatto se non disimpegnarne le prime operazioni[264]. Ma, se tale fu la politica del senato, la corte alessandrina, dopo l’unico succitato atto di resistenza, non avendo potuto scongiurare l’odio di Roma, cercò, come vedremo, d’interpetrare ed esaudire i minimi ed i più taciti fra i suoi voleri.