CAPITOLO II.
ROMA E L’EGITTO DURANTE LA 2ª GUERRA MACEDONICA e la 1ª siriaca (200-189).
I.
Roma, l’Egitto, la Macedonia e la Siria.
La politica internazionale dei vari stati, guardata attraverso le teoriche della nostra morale privata, apparisce come un tessuto di finissima ipocrisia, una rete di azioni ispirate soltanto al conseguimento della propria supremazia, a raggiungere la quale non v’è finzione, non prepotenza, non tranello, non menzogna che valga a suscitare il rossore.
Tale generica impressione può da pochi esempi ricevere illustrazione pari a quella, che di essa ci offrono le relazioni politiche di Roma con l’Egitto nel IIIº secolo, e, peggio ancora, nel IIº.
Sin’ora noi abbiamo potuto notare come reciproco sia stato per le due nazioni il bisogno dell’amicizia e dell’alleanza. Se la corte di Alessandria aveva avuto interesse di possedere un alleato, che pel momento molestasse Cartagine e ne abbassasse la supremazia marittima, militare e commerciale, un alleato, che, in evenienze prossime a prevedere, avesse saputo fare le sue veci contro le eterne rivali dell’Egitto, la Siria e la Macedonia, il senato romano non aveva, dal canto suo, trascurato di tenersi amico il fiorente regno dei Lagidi, sia contro i presenti nemici dell’Africa, sia contro i futuri di Grecia e d’Oriente.
Così i Tolomei hanno favorito ed aiutato Roma, non ostante la loro parentela col re d’Epiro ed i recenti trattati con Cartagine, come Roma senza mai scomodarsi, ha esibito a sua volta il suo ausilio e i suoi ringraziamenti, e le ambascerie egizio-romane si sono incrociate cortesemente a vicenda. Adesso però che Roma avea le mani libere da Cartagine, più che mai poteva considerare giunta l’ora di tirare le somme delle sue platoniche dimostrazioni di amicizia, e l’enormità di ciò che il senato romano preparava era tale da farlo, insieme con la posteriore storiografia, ricorrere ad una pietosa menzogna, la quale non sarà vergine di eredità.
II.
Critica della pretesa tutela romana su Tolomeo Vº.
Giustino, nei primi capitoli del libro XXXº della sua storia universale, dopo avere schizzato colle tinte più fosche il regno del IVº Tolomeo, tutto in mano di favoriti e di cortigiane, screditato all’estero ed all’interno, narra come il popolo di Alessandria, appena ebbe appreso la morte del re, tenuta per alcuni giorni nascosta da coloro che spadroneggiavano a corte, levatosi a tumulto, impiccati costoro, inviasse un’ambasceria a Roma, pregando il senato di provvedere di tutori il giovane erede e difenderlo da Antioco, re di Siria, e da Filippo, re di Macedonia, già collegati ai suoi danni. A tale richiesta, il governo romano, non potendo negare il suo cavalleresco appoggio, avrebbe immediatamente risposto con un’ambasceria delegando M. Emilio Lepido tutore del giovane re, Tolomeo Vº Epifane, e dichiarandosi pronto — anche contro le proprie intenzioni — ad ulteriori sacrifizi.
Tale racconto suscita dei sospetti, e per vari motivi:
1). Esso viene attinto a fonti poco attendibili, e, oltre ad enunciare un giudizio probabilmente inesatto sull’amministrazione del IVº Tolomeo, dà, senza tener conto di quelle che consideriamo in particolare, attestazioni arbitrarie di fatti realmente inesistiti. Così è a dirsi, per esempio, dell’imputazione di parricidio e di assassinio contro Tolomeo Filopatore[99].
2). Se, a detta di Giustino, uno dei capi di accusa degli insorti era costituito dalle vergogne della politica estera del regno di Filopatore, non era naturale che il popolo di Alessandria reagisse alla politica, dominante a corte, inaugurandone una non dissimile rispetto ai Romani[100].
3). Ma i sospetti si fanno più incalzanti quando si passa ad ulteriori considerazioni. L’informazione di Giustino viene anzitutto smentita da due altre, l’una proveniente da Giustino medesimo, secondo cui sarebbe stato il padre stesso moribondo ad affidare il figlio alla tutela del popolo romano[101], l’altra, proveniente da Polibio[102], secondo cui la tutela di Tolomeo Epifane venne per contro tenuta da Sosibio, ex-ministro del padre[103], da quell’Agatocle, fratello dell’amante del medesimo, la cortigiana Agatoclia[104], e, più tardi, da un giovane ministro per nome Tlepolemo[105]. Nè l’oblio, sotto cui Polibio passa la tutela romana, può giustificarsi colle lacrimevoli condizioni, in cui noi ne possediamo le opere. Livio stesso, che in questa narrazione si fonda su Polibio, ne tace con mirabile accordo[106]. Ma ciò, che più contrasta alla narrazione di Giustino, come all’ipotesi di qualsiasi tutela, sono le narrazioni di Appiano[107], di Livio[108] e di Polibio medesimo.
Appiano racconta che, nei primi anni del regno di Tolomeo Vº[109], i succitati Antioco e Filippo, che si era anche alleato con i Cartaginesi, avevano stabilito di aiutarsi reciprocamente in una spedizione, che il secondo avrebbe tentato contro la Cirenaica, Samo, le Cicladi, la Caria e la Ionia, ed il primo contro Cipro, la Celesiria, la Fenicia e l’Egitto[110]. I Romani, informati delle prime mosse dell’esercito di Filippo da ambasciatori Rodii, Ateniesi ed Etoli[111], avevano spedito un’ambasceria in Oriente col mandato di intimare ai due re la cessazione delle ostilità o dichiarar loro la guerra (200).
L’ambasceria si abboccò dapprima col generale di Filippo, Nicanore, il quale appunto allora devastava l’Attica, e, da parte del popolo romano, lo incaricò di trasmettere al suo re l’ingiunzione di nulla tentare contro i Greci, ma di sottomettersi ad un tribunale arbitrario per tutto ciò che quegli aveva osato contro il re di Pergamo. Se il re non avesse obbedito, il governo romano si sarebbe dichiarato pronto a muovergli guerra. Uguale discorso essa tenne con gli Epiroti, con Aminandro, re dell’Atamania, con gli Etoli di Naupacto e gli Achei di Egio. Indi si era recata da Antioco[112] e poscia da Tolomeo, nella persona dei tre citati da Livio, per conferire col Lagida e interrogarlo, come vedemmo[113], circa il suo atteggiamento nel caso di un’eventuale conflagrazione romano-macedone (200).
Or bene, se la presunta tutela e le presunte invocazioni di aiuto dell’Egitto fossero state reali, nè Roma avrebbe appreso da informazioni indirette i movimenti dell’armata e dell’esercito dei due re, nè avrebbe avuto ragione di umiliarsi a interrogare la corte alessandrina circa il suo atteggiamento nel caso di guerra contro la Macedonia, nè, tanto meno, il preteso tutore avrebbe, come appare dal trovarlo fra gli ambasciatori romani, che adesso si recavano in Egitto, abbandonato, sin dal 201, quando cioè Tolomeo Epifane era ancora minorenne, il governo del suo pupillo[114].
Ma, come se ciò non bastasse, poco dopo, in seguito a nuove sollecitazioni ateniesi[115], un’ambasceria egizia, tutt’altro che a chiedere, giungeva in Roma per offrire aiuto in favore degli Ateniesi[116] (200).
Così cade la famosa leggenda filo-egiziaca, con la quale, in quegli anni, si cercò di captare l’opinione pubblica per trascinare Roma ad una guerra in Oriente, e che, un secolo e mezzo più tardi, godeva ancora tanto credito presso il buon pubblico romano da farla raccattare da uno dei discendenti di Lepido perchè, incisa nel metallo, ingannasse a sua volta la buona fede degli storici futuri[117]. Ben altri erano i motivi delle guerre che si apparecchiavano, motivi, che, data la loro importanza e gl’intimi legami, ch’essi vantano con le relazioni romano egiziache, non è qui il caso di tacere.
III.
La politica estera e le classi sociali romane.
La serie delle guerre romane era stata aperta dal bisogno inscongiurabile di difesa di fronte al tumultuare dei popoli Italici alla soglia del Lazio violentemente agitato da quel moto continuo di emigrazione e di immigrazione, di cui tutta in quel tempo fremeva la penisola. I primi secoli della storia di Roma, che noi conosciamo a mala pena, avvolti come ci appariscono, fra la più fitta oscurità, non sono che l’ultimo atto di quel grande dramma del primo periodo della storia d’Italia, la cui serie di eventi è in maggior parte da congetturare più che da rintracciare.
Alla fine di questo primo periodo, la cui data estrema può all’ingrosso segnarsi alla guerra gallica del 225 a. C., chi avesse avuto voglia di tirare le somme degli utili e dei danni si sarebbe accorto come tanto sangue e fatiche erano andate soltanto in minima parte a giovamento di tutta la collettività romana, e che, a centuplicare i propri interessi, era stata solo la classe patrizia.
I piccoli e medii possessori di proprietà terriere, ne avevano ricavato una più o meno grande rovina.
Incapaci, per la lontananza imposta loro dalla guerra, a coltivare i loro campi, flagellati dai saccheggi e dagli incendi nemici, essi si erano trovati ineluttabilmente costretti a ricorrere alla croce dei debiti e allo strozzinaggio delle usure, incamminandosi così per una via, che, giusta i disposti della legislazione romana, li precipitava dalla libertà nella schiavitù[118].
Da questa sorte, inevitabile all’enorme maggioranza della plebe e della società romana, avevano però i patrizi, i trascorsi conquistatori, i dominatori politici odierni, i grandi possessori del suolo, facile il mezzo di emanciparsi, sia delegando ad altri la cura della coltivazione, durante la loro presenza alla guerra; sia, dopo la medesima, vessando con alti interessi e con espropriazioni i debitori morosi, sia ripartendo fra i membri del proprio ordine i demanii conquistati, privilegio sommo, che, per legge e per consuetudine, essi avevano avuto l’accortezza di riserbarsi con geloso esclusivismo[119].
Comincia da questo momento la catastrofe dell’economia agricola romana, che avrà un crescendo spaventoso nei secoli che seguiranno, nonchè quella lotta a mezza spada, prima dei plebei contro i patrizi, poi del novello proletariato contro patrizi e ricchi plebei, che sembrerà conseguire una conciliazione ai piedi dell’impero, ma i cui echi non si sperderanno se non sotto i travolgimenti, che le invasioni barbariche saranno per arrecare al suolo dell’antica republica. E, con la lotta, comincia una reazione contro la politica di conquista, cui il senato romano si appigliò sin d’ora come all’espediente più economico, che valeva da solo a creare la ricchezza della classe sociale, da cui esso emanava, e al sopperimento delle cui spese bastavano il sangue e le fortune dei dominati.
Sarebbe interessante segnare volta per volta questa reazione del popolo minuto[120] contro la grande politica estera del senato, ma è compito, che sorpassa i confini del nostro argomento. È bene però rammentare come quel popolo, che gli storici superficiali si fingono mosso alla conquista del mondo dalla brama di una patria grande e gloriosa, era tutt’altro che concorde nell’attuazione di codesto sedicente proposito. Persino, durante la patriottica guerra annibalica, l’assemblea centuriata aveva a malincuore condisceso a parecchie spedizioni nelle province[121]; e, adesso, a guerra finita, l’opposizione tornava implacabile a non voler dare ascolto al più lontano proposito di guerre orientali.
Correva il 200; la proposta del console P. Sulpicio, invitante le centurie ad una dichiarazione di guerra contro la Macedonia, era stata respinta a grandissima maggioranza, ed un tribuno della plebe, Q. Bebio, era, per esprimerci con Livio, tornato all’«_antico metodo_» di accuse contro i patrizi, incolpandoli, nè a torto, di suscitare, in grazia del proprio utile, guerre da guerre[122].
Contro una così preoccupante ostinazione nessun’arme fu intentata, e le ingiurie in senato, e gli eccitamenti a una nuova convocazione di comizi, e la proposta di punire l’insolenza di quel popolo, che avea l’ardire di chiedere un’ora di tregua e di respiro, e l’abile lavorio dell’opinione pubblica. Tra quest’ultima categoria di maneggi va ascritta la fola della tutela e dell’implorazione egiziana, verso la quale cavalleria obbligava a non turarsi le orecchie. E quella buona plebe rovinata, così inesperta di politica e ignara della nozione dei propri interessi, come in ogni tempo ci appariscono le classi inferiori della cittadinanza romana[123], ebbe l’ingenuità di dare ascolto a quel capolavoro di abbindolazione, (quale altrimenti riesce impossibile definire il discorso, che di lì a poco tenne alle centurie[124] il solito P. Sulpicio), e terminò per votare, non certo nel proprio interesse, la voluta guerra contro la Macedonia[125].
IV.
L’ambasceria egizia in aiuto di Roma contro la Macedonia.
La recente, succitata ambasceria egizia possiede un’importanza singolare, in quanto segna un rivolgimento nei rapporti di Roma con l’Egitto.
Essa, dicemmo, era stata motivata dal fatto che ambasciatori ateniesi si erano a lor volta recati alla corte di Alessandria, chiedendo aiuto contro Filippo. L’Egitto era allora alleato di Atene, e avrebbe, senza esitazione, potuto immischiarsi negli affari della Grecia. Ma la corte di Alessandria fu di diverso parere. Mandò a Roma a chiederne il permesso con l’esplicita dichiarazione che essa era pronta ad astenersene, qualora ciò fosse spiaciuto al senato.
Per quanto l’ambasceria fosse formulata in termini molto abili ed avesse dichiarato, cercando di porlo in evidenza, che, qualora Roma non avesse avuto nulla in contrario, il re sarebbe stato pronto a incaricarsi egli stesso dell’impresa, tutto dava ad intendere che l’Egitto, la prima delle potenze orientali, non aveva voglia di cacciarsi in un conflitto di preminenza con Roma in quelle acque dove pur ne aveva diritto, e che la republica del Lazio, ora sovrana dell’Occidente, era venuta ad intorbidare.
Era altresì palese come la corte Alessandrina tendeva ad escludere da quella spedizione così pericolosi alleati[126]. E il senato replicò con la sorridente prepotenza, che ispirano tutti gli atti di umiltà. Dichiarandosi pronto ad aiutare gli Ateniesi, esso ringraziava il re d’Egitto del gentile pensiero, aggiungendo che il popolo romano sapeva bene di poter contare su di lui come su fedele alleato. Così, dietro il velo di una galanteria, la corte alessandrina subiva tacitamente il divieto di ingerirsi negli affari d’Oriente. Era quella la prima umiliazione, ma di essa, fra breve, se ne sarebbero scorte le conseguenze.
V.
Possessi egizi in Asia e in Asia Minore. Conquista macedone dei medesimi.
La nuova ambasceria egizia avea preceduto il ritorno dell’altra romana, più volte accennata[127], e di cui faceva parte M. Emilio Lepido, da Giustino presunto tutore del re d’Egitto. Mentre questa, intanto, lasciata la corte del Tolomeo, soggiornava a Rodi, apprendeva la non lieta novella che Filippo avea posto l’assedio ad Abido (200).
Tale fatto era l’episodio principale di una serie di operazioni militari, che il re di Macedonia aveva iniziato e s’apparecchiava a continuare sui territori egiziani dell’Europa, dell’Africa e dell’Asia Minore, mentre Antioco di Siria si sarebbe occupato di quelli asiatici propriamente detti per venire, con un’abile mossa, ad attaccare l’Egitto da due parti.
L’impero dei Lagidi era allora pressochè tale quale l’aveva reso Tolomeo Evergete Iº, al colmo cioè della sua materiale grandezza.
In Europa comprendeva la costa sud della Tracia, dal fiume Nesto al Chersoneso[128], l’Ellesponto[129], probabilmente Lesbo[130], Samo, ove stavano ancorati presidii navali egiziani[131], le Cicladi, Cipro[132] e parecchie città cretesi, su cui aveva diritto al protettorato[133].
Nell’Asia Minore i Lagidi possedevano della Ionia continentale, Mileto, Priene ed Efeso, ove tenevano acquartierate delle guarnigioni[134], città costiere e città interne della Caria[135], quasi tutta la Licia[136], parte forse della Pamfilia e della Cilicia[137]. In Africa, la Libia[138], Cirene e le città adiacenti[139]; nell’Asia propriamente detta, tutta la Celesiria e la Fenicia sino all’Eleutero[140], la Siria sud[141] e, tra l’altro, in Palestina[142], Samaria[143] e Galilea[144].
Nè erano state delle voglie ideali di supremazia politica a sospingere l’Egitto in quelle regioni. Frequentissimo, come abbiamo veduto[145], era il suo commercio con le città greche e le isole dell’Egeo; nè altrimenti poteva dirsi dei rapporti del medesimo col litorale del Mar Nero e dell’Asia Minore[146], dove la corte Alessandrina si trovava a fronte di partiti e pretensioni macedoni, accese da uno stato, che, incapace dei sogni grandiosi di Alessandro Magno, schiacciava sotto la sua greve clientela la Grecia insulare e peninsulare.
Così, mentre la Celesiria e la Fenicia offrivano colle selve del Libano il materiale necessario alla costruzione delle flotte, e, insieme coi porti sicuri, una schiatta vigorosa e sperimentata di marinai, la Giudea e la Siria erano per l’Egitto florido mercato di vini, di frumento, di pesca, di tessuti e d’altre suppellettili[147]. Là sul golfo Persico giacevano inoltre le grandi strade commerciali fra l’Egitto, l’Asia, e l’Europa[148]; là Tolomeo Filadelfo aveva edificato una pleiade di stazioni e di città, mentre Epifane avea coperto di ponti i fiumi irrigatori della contrada[149].
Necessaria quindi, come una funzione vitale, era stata ed era, nei luoghi surriferiti, la presenza di guarnigioni e di possessi egiziani, e, più che proficuo, qualsiasi tentativo di ricacciare la Macedonia e la Siria nei loro limiti naturali, anzi nei più ristretti confini possibili. Questo sogno perenne della politica dei Lagidi li spingeva sin d’adesso a careggiare l’alleanza di quella Roma, che, valicate le estreme prode d’Italia, minacciava, superba, gl’immacolati lidi orientali; nè ad alcuno era dato prevedere come fosse appunto a lei riserbato il condannare tante speranze alla più dolorosa delle infecondie.
Su codeste possessioni egizie d’Europa e d’Asia si gettavano i due monarchi dell’Oriente.
Filippo, sin dal 204, avea percorso la Tracia fino all’Ebro[150]. Poscia era tornato ad ampliarvi i recenti possessi, favorito dall’acquiescenza, che il pericolo imminente del re di Siria e le interne condizioni imponevano all’Egitto[151]. Era infatti piombato sulle Cicladi, di cui Paro e Cidno erano cadute in suo potere[152]; avea sull’Ellesponto, messo le mani addosso a Lisimachia[153], Sesto, Perinto, per terminare con Calchedonte, all’opposta riva asiatica[154].
Al 201 s’era impossessato di Samo[155], mentre Mileto si affrettava ad onorarlo e ad assicurarsi della di lui benevolenza[156]. Indi era disceso in Caria, ove Prinasso[157], Iasso, Bargilia, Euromo e Stratonichea[158] erano cadute in suo potere. Tornata la stagione propizia, si era gettato di nuovo sulla Tracia e, occupate Maronea, Eno, Cipsela, Dorisco, Serreo, e nel Chersoneso, Eleunte, Alopoconneso, Gallipoli, Madito,[159] avea finalmente sulla riva opposta stretto d’assedio Abido[160].
VI.
_Ultimatum_ di Roma a Filippo di Macedonia. I primi due anni della seconda guerra macedonica. Trattative di pace. Ripresa della guerra. Pace definitiva (196). Trascuranza degli interessi egizi da parte di Roma.
A tale notizia, gli ambasciatori, di comune accordo, stabilirono, che il più giovane di loro, M. Emilio Lepido, si recasse al campo di Filippo per fare a costui le medesime ingiunzioni che a Nicanore. Ad Abido, Lepido si abboccò con Filippo e gli significò come il senato avesse decretato, vietando al re qualsiasi azione, sia contro i Greci, sia, (e questa fu una nuova postilla), contro Tolomeo, imponendo anzi, che, per quanto avea operato contro Attalo e i rodiani, si sottomettesse al giudizio di un tribunale arbitrale. Nel caso di inosservanza di un simile _ultimatum_, il popolo romano, in luogo della pace offerta[161], gli avrebbe dichiarato guerra[162] (200).
Ma le risposte di Filippo furono semplicemente ambigue, ed il senato, che nulla attendeva di meglio, iniziò a sua volta l’offensiva.
Le vicende della guerra sono note[163]. Il primo e il secondo anno (200-199) passarono senza gravi ed importanti fatti d’armi, sicchè, quando il console P. Villio, che sin’ora aveva diretto le operazioni militari, dovette cedere il posto al proprio successore, T. Quinzio Flaminio, il nemico era più che mai cresciuto di baldanza e d’audacia.
Flaminio pensò subito ad abboccarsi col re, e l’abboccamento ebbe luogo nell’Illiria presso il fiume Aoo, lungo il quale stavano accampati i due eserciti romano e macedone.
Per un avversario, il quale non avea ancora subito perdite significanti, le pretese dei Romani furono inaccettabili, e può dirsi che sia stato il filoellenismo del console la causa diretta della prosecuzione delle ostilità. Egli infatti chiese, senz’altro, lo sgombero di tutte le città della Grecia peninsulare, da Filippo ereditate o conquistate[164].
Tra queste ultime non rientravano i numerosi possedimenti egizi d’Europa. Ai torti di Filippo verso l’Egitto i Romani venivano così ad aggiungerne dei nuovi. Non solo i Tolomei non ricuperavano i loro possessi, ma questi passavano legalmente e definitivamente nelle mani del re della Macedonia.
Le condizioni proposte da Flaminio furono, com’era naturale, rifiutate, ma la campagna ch’ebbe a seguirne riescì per Filippo più che disastrosa. Tradito dagli Epiroti, dovette ritirarsi sino ai confini del suo regno, mentre la Grecia tutta passava in potere dei Romani. Così, nell’inverno del 197-198, il re della Macedonia era costretto a riproporre delle trattative di pace.
L’abboccamento col generale romano ebbe luogo in Nicea presso il _sinus Maliacum_. Questa volta Flaminio si rammentò dei diritti dell’Egitto, e, dopo aver messo come condizione _sine qua non_ lo sgombero di tutta la Grecia, impose la restituzione all’Egitto di tutte le terre usurpate sin dalla morte di Tolomeo IVº. Dopo Flaminio ebbero la parola gli alleati di Roma. Tra questi, gli Etoli tornarono ad insistere sullo sgombero della Grecia, come Rodi su quello dell’Asia Minore, specie delle città carie, Iasso, Bargilia ed Euromo. Furono queste appunto le clausole, cui Filippo credette di non addivenire[165]; e, giacchè nè Flaminio, nè gli alleati potevano rimanere soddisfatti delle sue estreme concessioni, il diritto dell’ultima parola fu rimesso al senato.
Ma anche questo scordò di bel nuovo gli interessi dell’Egitto, tornando unicamente ad insistere sullo sgombero della Grecia peninsulare, mentre la dichiarazione degli ambasciatori, spediti all’uopo da Filippo, di non rivestire dritto alcuno a decidere su ciò, segnava la fine della conferenza e la nuova ripresa delle ostilità[166]. (196).]
La pace definitiva seguì a circa un anno di distanza, e, nella primavera del 196, dodici ambasciatori romani giungevano in Grecia a curarne l’esecuzione. Tutte le città greche di Asia e d’Europa erano dichiarate libere ed autonome, e da esse il governo macedone dovea affrettarsi a ritirare le sue guarnigioni prima dei giuochi istmici. Tali condizioni erano ripetute in particolare per Pedasa, Bargilia, Iasso in Caria, Abido in Asia Minore, Perinto in Tracia, Taso e Mirina su Lemno[167].
Degl’interessi dell’Egitto non una sola parola. Il senato romano, che avea dichiarato di sostituirsi alla corte di Alessandria nel sostenere i dritti della medesima contro Filippo, risolse la controversia nella maniera la più disonesta. Lo stato, che avea soccorso Roma nei gravi frangenti della guerra annibalica, perdeva tutte le isole dell’Egeo, le Cicladi, Lesbo, Cipro, il protettorato su Creta, la Ionia, salvo Efeso[168]; in Tracia tutte le città greche, come Maronea, Dorisco e Perinto, mentre Eno e Cipselo rimanevano a Filippo; nel Chersoneso tracico, Eleunte, Alopoconneso, Sesto, Madito e Gallipoli; in Caria Pedaso, Bargilia ed Iasso[169], che venivano rese autonome insieme con Stratonichea, che rimaneva a Filippo: in una parola, tutti i possedimenti d’Europa e due terzi di quelli dell’Asia Minore. E tutto ciò per opera di Roma, la quale, tutt’altro che tutelare gli interessi dell’Egitto, dimostrava così di lederli deliberatamente. Qualche altro mese ancora, e degli ambasciatori romani, abboccantisi col re di Siria, l’antico complice di Filippo, il quale avea invaso alcuni di codesti ex possedimenti egizi, ora restituiti a libertà, dichiareranno di non permettere l’invasione di ciò che oramai il loro popolo possedeva per diritto di conquista[170].
VII.
Contemporanee devastazioni di Antioco di Siria sui territori egiziani nell’Asia e nell’Asia Minore.
Mentre Roma era occupata con Filippo, l’Egitto veniva ridotto a mal partito dalle armi di Antioco IIIº di Siria. Secondo i patti stabiliti col re di Macedonia nell’alleanza del 201 egli avrebbe dovuto aiutarlo nell’ideata conquista dell’Egitto.
Così infatti era avvenuto.
Al 201 Antioco aveva invaso ed occupato, quasi senza resistenza, la Celesiria[171], la quale era caduta definitivamente in suo potere dopo la disfatta del Panius subita dal generale egizio Scopa[172], mentre contemporaneamente egli invadeva i possessi egizi della Siria, della Fenicia e della Palestina[173] (199). Tolomeo Epifane, temendo di peggio, chiese subito la pace, ed il suo avversario gliela concesse a patti onorevoli, fidanzando, tra l’altro, al medesimo la figlia Cleopatra, cui prometteva in dote tutte le recenti conquiste (198)[174].
Se non che, nella primavera del 197, il re siro, dopo un inverno passato in Antiochia, avea marciato verso l’Asia Minore. Quali fossero i suoi progetti è ben difficile affermare. Probabilmente però egli, che già avea riconquistato i territori dei suoi antenati nell’Asia propriamente detta, mirava a rioccupare quelli che i medesimi avevano già dominato nell’Asia Minore fino a che l’Egitto l’avea consentito.
Conquistò innanzi tutto le città della Cilicia: Afrodisia, Soli, Zefirio, Mallo, Selinunte, Coracesio, Corico etc.[175]. Indi, varcata la Pamfilia, era penetrato in Licia, conquistando Andriace, Limira, Patara, Xanto[176]. Allora il re della Macedonia era stato battuto a Cinocefale, e l’occasione era più che mai propizia per muovere su quegli antichi territori egiziani, o caduti in mano di Filippo o destinati ad essere dichiarati autonomi.
Dalla Licia egli s’era quindi avviato verso la Caria. Stratonichea, occupata dai Macedoni, la donò ai Rodiani, coi quali adesso, per non avere impacci, si trovava in tacita concordia, mentre questi riscattavano i possessi egizi di Cauno, Mindo e Alicarnasso[177]. Iasso aveva riconosciuto il suo alto patronato[178]; indi, penetrato nella Ionia, si era installato in Efeso, il più importante degli antichi possessi egiziani[179]. Di là avea marciato verso l’Ellesponto: Abido gli aveva aperto le porte[180], Madito era caduta l’anno appresso, (196), dopo breve e debole resistenza. Indi, occupata Sesto e le rimanenti città del Chersoneso, egli le aveva fortificate insieme con Lisimachia, da recente devastata dai Traci[181].
In quel frattempo (197), giungeva a Roma una nuova ambasceria egiziana allo scopo di rammaricarsi presso il senato della condotta del re di Siria nell’Asia Minore[182].
VIII.
Nuova umiliante ambasceria egiziana a Roma.
Pare che le recenti lezioni, che alla corte di Alessandria erano derivate dalla pace di Roma con Filippo, non fossero state sufficienti ad illuminarla sul valore e la natura dell’alleanza coi Romani. Se non che l’atteggiamento della corte medesima non mancava di astuzia.
In vista di una prevedibile conflagrazione romano-siriaca, l’Egitto, pel caso più che probabile di una prevalenza romana, tornava a mettere gli occhi addosso alla bramata porzione di bottino. A tale intento, nella completa assenza di migliori speranze, la sorte toccata dopo la guerra macedone non dovea riescire di scoraggiamento. Poichè il prossimo congiunto del re di Egitto aveva alla prova esibito un così ostile contegno, era pur sempre preferibile piegare verso chi s’era mostrato semplicemente noncurante; ma nuovi eventi sospingevano per la via, che interessava alla corte alessandrina.
IX.
I Romani ed Antioco.
Ma, se così attentamente l’Egitto vegliava sugli affari d’Oriente, Roma non si palesava da meno.
Dopochè, in seguito alla pace con la Macedonia, i giuochi istmici del 196 videro bandita l’autonomia della Grecia, il proconsole Flaminio e i dieci ambasciatori, incaricati di riordinarla, si decisero ad occuparsi seriamente del nuovo avversario, Antioco IIIº di Siria. Infatti, proprio in quel momento, T. Quinzio Flaminio e i decemviri ricevevano due ambasciatori siri, Egesianace e Lisia, e proponevano ai medesimi l’_ultimatum_ da riferire al loro re[183].
Questi doveva obbligarsi: 1) a non molestare le città testè rese autonome dell’Asia Minore; 2) a sgomberare dalle altre possessioni di Tolomeo o di Filippo già occupate; 3) a smettere dalle sue operazioni in Tracia e nel Chersoneso, che, per giunta, pareva accennassero ad un piano di invasione in Europa[184].
Quest’ultima clausola dell’_ultimatum_ era la sola che stesse a cuore dei Romani, e, poichè le intenzioni di Antioco potevano facilmente essere dissimulate, così il senato mostrava di apporgli come colpa, e motivo di prossima e sicura guerra, ciò che quegli era stato in suo dritto di fare: le conquiste sulla Macedonia e su l’Egitto. Il primo capo e, in parte, il secondo dell’ingiunzione di Flaminio e dei decemviri ci stavano quindi in grazia dell’ultimo.
Egesianace e Lisia, udito l’_ultimatum_ trasmesso loro dal senato, si congedarono, dirigendosi alla volta di Antioco. Ma, prima che avessero potuto incontrarlo, il senato aveva spedito un nuovo ambasciatore, L. Cornelio, perchè si occupasse _ex professo_ della vertenza e si abboccasse direttamente col re[185] (196).
A Lisimachia si riunirono Antioco, i suoi due ambasciatori, L. Cornelio e tre dei decemviri, P. Lentulo, L. Terenzio e P. Villio, insieme con due ambasciatori di Lampsaco e uno di Smirne[186], due città ora autonome dell’Asia Minore, al cui assoggettamento pareva tendessero nuovi preparativi di Antioco. Dopo un privato abboccamento, si venne ad una pubblica adunanza. L. Cornelio, capo dell’ambasceria romana, tornò a sostenere con grande calore quanto già avea sostenuto Flaminio, che cioè il re: 1) lasciasse indisturbate le città asiatiche autonome; 2) cedesse a Tolomeo i territori conquistati; 3) sgomberasse da quelli usurpati a Filippo; 4) desistesse dai suoi preparativi di passaggio in Europa[187].
Antioco rispose dignitosamente: non aver egli leso gl’interessi delle città asiatiche autonome, nè quelli di Tolomeo o di Filippo e tanto meno aver pensato a muovere contro Roma. Il suo tragitto in Europa doversi al suo diritto inoppugnabile di riconquistare le città della Tracia, che erano state a lor volta usurpate dagli scorsi re d’Egitto ai propri antenati, che ne erano i naturali possessori, e, quindi, da Filippo ai Tolomei. Quanto a quest’ultimi, egli, già imparentato con Epifane, lo sarebbe tra breve stato ancora di più[188]. Meravigliarsi infine come Roma ardisse ingerirsi negli affari dell’Asia, cosa che egli non aveva mai osato per quelli d’Italia[189].
Mancava una esplicita risposta al primo comma dell’_ultimatum_, ma di ciò il re si era curato a più riprese, trattando con quelle città (Smirne e Lampsaco), cui i Romani si riferivano nella loro generica indicazione di città autonome dell’Asia Minore, e il cui assoggettamento egli aveva francamente dichiarato di non pretendere[190]. Ma gli ambasciatori avevano bensì avuto lo incarico di proporre con alterigia, non già di ascoltare risposte fiere e dignitose, e dalle violenti repliche degli ambasciatori di Lampsaco, insinuate e sostenute dai Romani, Antioco fu costretto a chiudere bruscamente la conferenza, che già si era tramutata in uno scambio indecoroso di minacce[191].
Così ebbero fine le nuove trattative. Probabilmente però l’ardire del re di Siria e l’arroganza dei Romani erano rinfocolate dall’improvvisa, tacita notizia della morte di Tolomeo Epifane. Il primo aveva interesse a non frapporre indugi e ad accorrere in Egitto, ove tutto, sperava, sarebbe andato conforme ai suoi voleri; e, dei secondi, L. Cornelio, che pare portasse seco l’incarico di recarsi anche in Egitto[192], avea fretta di imitarlo prima che innovazione alcuna fosse stata colà per succedere.
Antioco infatti partì immediatamente alla volta di Alessandria. Ma, giunto in Licia, ricevette l’infausta notizia che Epifane viveva ancora, e, abbandonati i suoi piani circa l’Egitto, si rivolse alla conquista di Cipro, che per ben altre ragioni gli fallì del pari[193].
X.
T. Quinzio Flaminio e gli ambasciatori di Antioco (194-3).
Le trattative per un accomodamento furono riprese al 194-3. Questa volta il senato romano fu meno accorto nel simulare i taciti intendimenti della propria politica. T. Quinzio Flaminio, a cui esso aveva rimandato gli ambasciatori di Siria, pose loro il dilemma: o Antioco desistesse dall’immischiarsi negli affari d’Europa, ed i Romani avrebbero rinunziato a immischiarsi in quelli asiatici, o, in caso contrario, concedesse ai Romani il diritto di conservare e tutelare le alleanze fatte o da farvi[194].
Com’è palese, Roma non si curava più nè delle usurpazioni di Antioco sui possessi di Tolomeo, nè dell’intangibilità delle città autonome dell’Asia Minore, rinunziando così a rivendicare i dritti dell’uno o delle altre, nel caso in cui Antioco si fosse astenuto dal porre piede in Europa.
Era quanto di peggio poteva prevedersi.
Ma neanche questa conferenza approdò a risultato alcuno. Tutto fu rimandato a un nuovo abboccamento, che nuovi ambasciatori romani, dietro incarico ufficiale, si ripromettevano di ottenere col re stesso in persona, e gli ambasciatori della Siria furono nuovamente congedati.
XI.
Nuove pratiche.
La novella ambasceria romana era destinata a peripezie maggiori delle precedenti. Dapprima P. Villio, uno dei suoi componenti, dovette attendere a lungo ad Efeso, mentre Antioco era diretto a guerreggiare contro i Pisidi. Essendosi quindi affrettato a raggiungerlo presso le fonti del Meandro, le trattative furono tosto interrotte sotto il pretesto che la corte era in lutto a cagione della morte di un membro della famiglia reale, e Villio si trovò costretto a tornarsene a Pergamo. Più tardi, quando Antioco fu tornato ad Efeso, Villio e i suoi compagni si affrettarono a seguirlo. Ma agli ambasciatori romani, tutt’altro che concedersi un abboccamento col re, fu giocoforza accontentarsi di una conferenza con Minio, uno dei suoi ministri.
Questi cominciò coll’osservare con fine ironia come i Romani, che in questa, come nella precedente vertenza con Filippo, l’aveano posato a cavalieri dell’ellenismo, tenevano, ciò non ostante, soggette e tributarie Napoli, Reggio, Taranto etc., città non meno greche di Smirne e di Lampsaco. Continuò quindi col dichiarare che il suo re non si sentiva da tanto da rinunziare alle città eolie ed ioniche dell’Asia Minore, compreso Smirne, Lampsaco e Alessandria della Troade, tutti antichi possedimenti dei suoi antenati. Che però, ove i Romani avessero voluto stringere alleanza con Antioco, questi era pronto a riconoscere come autonome Rodi, Bisanzio e Cizico, la concessione più grande che potevano attendersi dal re[195].
Gli ambasciatori romani risposero al solito altezzosamente, ma senza pervenire a nascondere la fragilità delle proprie ragioni. Le città greche, possedute da Roma, non le avevano mai negato codesto diritto, nè l’esercizio del medesimo aveva subito interruzioni sia pure in grazia di interventi stranieri. Non così le città asiatiche, di cui alcune, dopo la conquista dei re di Siria, erano passate a Filippo o a Tolomeo, altre aveano goduto di una libertà incondizionata. Del resto la causa della loro libertà non poteva essere difesa da altri meglio che dagli ambasciatori delle medesime, per cui si richiese venissero introdotti. Ma, come quattro anni prima a Lisimachia, tale atto decise della fine della conferenza (192).
Essa non avea contenuto una sola parola dei dritti della corte alessandrina, non una sola imposizione che a questa venissero restituiti i territori recentemente usurpati.
XII.
Ragioni della trascuranza degli interessi egizi da parte dei Romani durante codeste trattative.
Ma Roma non ebbe forse torto.
Al 193 Antioco avea cominciato ad ottemperare alle clausole del trattato egizio-siriaco di circa sei anni prima. Allora infatti si era celebrato il matrimonio di Tolomeo Epifane con Cleopatra, ed erano state assegnate alla medesima, a titolo di dote, le province asiatiche conquistate dal padre negli anni 201-199[196].
Tirare ancora in ballo l’Egitto equivaleva a scoprire puerilmente la propria doppiezza, e il senato non poteva prestarcisi. Comunque però si fosse, ogni tentativo di pace era andato a vuoto e s’imponeva il cominciamento delle ostilità. Ma se fin’ora noi abbiamo accusato i Romani di doppiezza e d’ipocrisia, più severo giudizio dobbiamo pronunziare contro la corte d’Alessandria, che, nel suo sottile istinto di previdenza, quando le ostilità furono aperte, tornò a preferire al congiunto il vecchio e ripetutamente infedele alleato.
XIII.
Nuova ambasceria egiziana (191).
Nell’anno 191 giungevano infatti in Italia nuovi ambasciatori egiziani, recanti al senato oro ed argento e dichiaranti il loro re pronto a far muovere tutto l’esercito verso l’Etolia per congiungerlo alle truppe romane.
L’atto era vile e disonesto, ma, come sempre, tutt’altro che ingenuo. Giacchè era stato inscongiurabile che i Romani penetrassero nelle acque e nelle terre orientali, occorreva all’Egitto non rinunziare facilmente al prossimo bottino. Ma il senato rese la pariglia a tanta fine abilità diplomatica. Come già nella scorsa guerra macedone, esso tornò placidamente a ringraziare ed a rifiutare[197].
XIV.
Guerra romano-siriaca. Ultima ambasceria egiziana.
La sorte delle armi riescì sfavorevole ad Antioco, e la battaglia delle Termopili (191) inaugurò la serie delle sue disfatte.
Poco dopo, nuovi ambasciatori tornavano a Roma dalla corte di Alessandria. Questa volta, a nome del re e della regina, la figliuola stessa di Antioco, essi si congratulavano della vittoria delle armi romane, aggiungendo la preghiera e la raccomandazione, che si pensasse subito a tragittare in Asia un esercito. Tutto lo stato di Antioco si trovava, a sentir loro, invaso da terrore, e i re d’Egitto si profferivano pronti a tutto ciò che il senato avesse potuto richiedere[198] (190).
La vecchia astuzia della corte alessandrina riappariva questa volta parecchio sciupata in seguito alla sorte delle due precedenti ambascerie, di cui l’odierna non era che un triplicato. La risposta di Roma non aveva quindi a subire variazione alcuna, e, per la terza volta, esso tornò a ringraziare, a rifiutare e a donare sontuosamente gli ambasciatori egiziani.
XV.
Nuove trattative di pace (190).
Alla disfatta terrestre delle Termopili seguiva, a un anno di distanza, la non meno decisiva disfatta marittima di Mionneso (190), e Antioco, smarrito, tornava a proporre nuove condizioni di pace.
Il suo ambasciatore fu ricevuto in una numerosissima assemblea senatoria. Riferì da parte del re che oramai questi aveva abbandonato tutte le città occupate in Europa, che era inoltre pronto a cedere quelle di Eolia e Ionia, che ancora accoglievano i suoi presidii, più le altre, che i Romani avessero voluto premiare per la loro fedeltà[199].
Ma al senato questa volta non soddisfaceva più il dilemma di tre anni innanzi. Tutt’altro che cedere ad Antioco pieni poteri sugli affari d’Asia, qualora questi avesse desistito dall’immischiarsi in quelli d’Europa, essi tornarono a pretendere che tutte le città greche dell’Asia Minore fossero riconosciute autonome, il che poteva aver luogo, solo nel caso che Antioco si fosse rassegnato a ritirarsi dall’Asia Minore[200].
Le trattative di pace tornarono quindi ad abortire per essere ripigliate dopo la prossima totale disfatta siriaca di Magnesia (189) che decise stabilmente delle sorti dell’Asia Minore.
XVI.
Pace definitiva (189). Fine dei possedimenti egiziani asiatici.
Antioco si ritirava al di là del Tauro e del fiume Halis[201], sgomberando quasi tutta l’Asia Minore[202], mentre le regioni della medesima, nelle quali i Tolomei avevano vantato dei possedimenti, venivano così distribuite: la Cilicia al di là del Tauro rimaneva ad Antioco, le città Ionie, salvo quelle, come Mileto, già autonome prima della battaglia di Magnesia, passavano ad Eumene re di Pergamo, al quale veniva altresì a toccare la Caria a nord-est del Meandro e la licia Telmesso con le sue dipendenze. La Caria a sud del Meandro fino ai confini della Pisidia con le rimanenti città licie passava ai Rodiani. Il territorio di Tolomeo Telmesso, un congiunto della casa regnante in Egitto, fu lasciato al suo possessore[203]. La Pamfilia, di cui s’era taciuto nel _senatusconsultum_, che avea fissato i particolari della pace, più tardi, nel riordinamento dell’Asia Minore, toccò, sebbene a torto, ad Eumene[204]. Così avvenne del Chersoneso tracico, di Lisimachia, delle recenti conquiste di Antioco in quella regione, e di Efeso in Ionia, mentre Milasa in Caria veniva dichiarata autonoma[205].
Tolomeo Epifane rimaneva così a denti asciutti, senza avere un solo istante goduto delle preoccupazioni del governo romano, ripagato della stessa moneta, di cui forse era degna la sua condotta verso il re di Siria. E nel breve giro di sette anni quei suoi amici d’oltre mare, per cui egli non aveva risparmiato umiliazioni, gli avevano dato agio di registrare sul passivo della propria politica estera la perdita definitiva di tutti i possedimenti d’Europa e dell’Asia Minore.
XVII.
Ragioni del contegno egoistico di Roma.
Quali poterono essere le ragioni, che in quel tempo fecero i Romani, tanto prodighi verso i minuscoli loro alleati della guerra siriaca, quanto indelicati e non curanti verso l’Egitto?
Il giorno, in cui Roma si era immischiata negli affari d’Oriente, avea dovuto persuadersi come per consolidarvi intera la propria signoria non doveva che comportarsi così come aveva fatto per l’Occidente, disfacendosi di tutti quegli stati, che sin d’allora avevano avuto influenza decisiva nelle contese diplomatiche di quelle regioni. Così aveva fatto dapprima con Filippo, e poi con Antioco. E, quando l’umiliazione della Siria fu un fatto compiuto, il senato dovè constatare come oramai non rimaneva che dare il benservito all’impero dei Lagidi.
A tal uopo non erano occorsi pretesti plausibili, nè, data l’astuta politica dei Tolomei, era previdibile che ne occorressero. Poichè quindi non si poteva adoperare la forza, faceva d’uopo l’assottigliamento tacito e inconsapevole della potenza avversaria. La fortuna vi aveva provveduto con le due recenti guerre di Macedonia e di Siria, ed il senato romano si era ripromesso di non avere nulla a rimproverarsi.