I.
IL MIO ALBERGO.
Carlomagno era alloggiato nel palazzo de’ Cesari, sul monte Palatino. Questo albergo imperiale, dai barbari rispettato fino all’anno 800, non è più attualmente abitato, anzi non vi rimangono che rovine, entro cui i gufi medesimi trovano difficilmente un comodo nido.
Carlo VIII, nella sua irruzione trionfale, abitava in capo al Corso quel gigantesco palazzo di Venezia, sì deforme e sì nero, dove il conte Colloredo dà le più belle feste di Roma.
Montaigne andò a stanziare all’albergo dell’Orso: ora non vi si trovano più pedanti, essendo ricetto de’ cocchieri.
Il nostro divino Rabelais alloggiava sotto la medesima insegna, ma poco mancò, che non gli venisse accordato gratis il più bell’appartamento del forte Sant-Angelo. Il padre dello spiritoso francese sarebbesi trovato bene colà, per ragionare a suo bell’agio sui costumi e le usanze dell’isola Sonnante.
Nicola Poussin viveva poco lontano, rimpetto alla chiesa della Trinità de’ Monti, a due passi dal bell’affresco di Daniele di Volterra, da lui tanto apprezzato, e cui il governo francese sperò un istante di collocare nel Louvre.
Il presidente De Brosses, a’ tempi ch’era consigliere e che mostrava sì strane figure sulla portiera della sua carrozza, abitava sulla piazza di Spagna. Chateaubriand si era annidato presso l’ambasciatore di Francia, e la Stael nelle nubi.
Ma io meschinello sono meglio alloggiato che non tanti Francesi illustri, e dalle due finestre del mio osservatorio veggo le cose da un punto assai più sublime.
Ho appena rinoverato i gradini che mi sollevano al di sopra della piazza di Spagna, dove gli stranieri si danno convegno. Sono 327, nè più nè meno: mettetene 135 per giungere al livello dell’Accademia di Francia; aggiungetene 77 fino al suolo del giardino, che è al primo piano, siccome nel palazzo di Semiramide. Da ultimo, doveste anche metter fuori la lingua, salirete ancora 115 gradini prima d’entrare nella camera turca, che è la mia.
Non potreste sbagliare l’uscio: siamo in capo alla scala a chiocciola, sul vertice della torricella destra dell’edifizio: i soli inquilini che mi signoreggiano di tempo in tempo sono le cornacchie, annidate sul tetto. Una mezza luna di ferro, tracciata sopra la mia serratura, vi accenna ch’entrate in Turchia, e che questa mia porta è una cugina in terzo grado della Porta Sublime.
Un O ed un V, disegnati sulla chiave, vi chiariscono che l’operajo l’ha fatta per Orazio Vernet.
Poichè anche il mio albergo ha alloggiato ospiti illustri, essendo nientemeno che l’antica villa de’ Medici. Galileo vi fu racchiuso, se la tradizione non erra; e la prigione del grande astronomo è una stanza assai bella e maravigliosamente situata. Auguro siffatto carcere a tutti i martiri della verità.
Nel 1803 l’Accademia di Francia, fondata dalla munificenza di Luigi XIV, erasi trasportata lontano dal tumulto delle vie, nella villa Medici. Dopo quel traslocamento, quasi tutti i grandi artisti del nostro paese hanno abitato quel palazzo e meditato sotto quelle belle pianto. David, Pradier, Delaroche, Ingres e Vernet vi hanno scritto i loro nomi sulle pareti.
Il primo aspetto del palazzo è grande, maestoso, ma senza molti ornamenti. Veggonsi da lontano e sopra la porta gli stemmi e la bandiera di Francia. Il solo lusso dell’entrata consiste in un viale di querce verdi ed in un getto d’acqua cadente in una larga vasca. Si passa fra due colonnette di marmo antico rarissimo e bellissimo, ma assai modesto; non ve n’è là che superi il valore di sei mila franchi.
Il portinaio è degno d’essere rimirato siccome uno de’ più bei tipi della razza romana. Grande, dal torso largo, ben fatto, ha faccia pienotta, con barba a ventaglio, porta maestosamente il bastone di capotamburo e de’ guardaportoni delle case principesche. È un uomo di certa importanza, ed ha proprj domestici; suo figlio gli bacia le mani ogni volta che rientra od esce. Nei dì festivi quando si veste in gran livrea sulla soglia dell’Accademia, i sempliciotti gli fanno cerchio intorno e lo stanno ammirando. Ei li lascia giungere vicini, ma per tratti, per evitare la confusione. Di cinque in cinque minuti, gli allontana dolcemente col suo bastone e loro dice con tuono paterno: «Basta! voi avete già goduto il colpo d’occhio; lasciate che si avvicinino gli altri.»
Il primo piano è occupato dagli appartamenti di ricevimento, vasti, magnifici, ornati de’ capolavori de’ Gobelins, e degni per ogni rispetto della grandezza della Francia. Viene poscia e per dipendenza un vestibolo ammirabile, ornato di colonne antiche e di statue foggiate anch’esse all’antica. Ma il lato più appariscente della casa è la facciata posteriore, la quale può noverarsi tra i capolavori del Rinascimento. Si direbbe che l’architetto ha esaurito una miniera di bassorilievi greci e romani per tappezzarne il suo palazzo. Il giardino è dell’epoca medesima, e data dal tempo in cui l’aristocrazia romana professava il più profondo disprezzo pei fiori. Non vi si veggono che de’ gruppi di verdura, allineati simmetricamente con cura scrupolosa. Sei prati, cinti da siepi all’altezza della mano, si distendono dinanzi la villa, e lasciano correre la vista fino al monte Soratte, che chiude l’orizzonte. A sinistra, quattro volte quattro pezzi quadrati di zolla s’incorniciano entro alte muraglie di lauri, di bossi giganteschi e di verdi querce. Queste mura d’alberi si riuniscono in fascio in cima ai viali e gli avviluppano d’un’ombra fresca e misteriosa. A dritta una terrazza di stile elegante raccoglie un boschetto di querce verdi, contorte e rese cave dal tempo. Mi vi reco talora a scrivere all’ombra; e la merla e l’usignuolo fanno a gara i loro gorgheggi sopra il mio capo, in quel modo che un bel cantore di villaggio può rivaleggiare con Mario o Roger. Un po’ più in là, una rozza vite si estende fino alla porta Pinciana, dove si dice che Belisario abbia mendicato. Vi si vede almeno una pietra ornata del celebre motto: _Date obolum Belisario_. I giardini piccoli e grandi sono sparsi di statue, d’ermeti e di marmi d’ogni specie. L’acqua sgorga nei sarcofagi antichi, ovvero zampilla entro vasche di marmo: marmo ed acqua sono i due oggetti di lusso di Roma; noi, a Parigi, non li conosciamo che per fama.
Questo bel possesso della Francia è appoggiato in tutta la sua lunghezza ai bastioni della città. Confina da un lato col passeggio del Pincio, dall’altro col convento francese della Trinità. Domina tutta Roma, ed ha il vanto di abbracciarla d’un solo colpo d’occhio.
L’Accademia esercita generosamente l’ospitalità. I suoi giardini sono pubblici, le sue gallerie di studio e le sue sedute di modello sono accessibili ai giovani artisti d’ogni paese; le sue sale si aprono una volta alla settimana a tutti i Francesi dì condizione civile; il suo territorio è un asilo inviolabile dove la polizia romana non ha il diritto d’inseguire un accusato.
Gli artisti che al concorso ottengono il diritto di compirvi i loro studj, non hanno tutti il medesimo talento, sebbene tutti abbiano riportato il medesimo premio. Se ognuno d’essi ritornasse in Francia nella condizione d’uomo di genio, la Francia più non saprebbe dove collocarli, e l’eccesso della nostra gloria ci cagionerebbe grave imbarazzo. Ma si può francamente affermare che un soggiorno di alcuni anni in una tale dimora ed in un paese di tal natura, non è mai stato inutile allo sviluppo d’un uomo. Una vita modesta, ma senza il pensiero del pane quotidiano, l’obbligo stretto di lavorare unito all’assoluta libertà del lavoro stesso, lo spettacolo de’ più bei paesaggi, de’ più grandi edifizj e delle popolazioni più pittoriche, la vicinanza di ricche collezioni, il contatto perpetuo colle memorie d’un passato più vivo che il presente, tutto ciò forma dell’Accademia l’abitazione più sana che sia in tutto il mondo. E bisogna ch’io ne sia ben convinto, se vi ritorno a mettermi in pensione.
A tutti i vantaggi enumerati aggiungete la calma insinuante, che emana dalla Città Eterna, certo spirito di pace e d’armonia, d’ordine e dignità, che s’impossessa all’insaputa d’ogni cervello il più disturbato. In questa solitudine abitata che si estende da S. Pietro a S. Giovanni di Laterano, le memorie della vita militante ci appajono da lontano siccome sogni d’una notte procellosa. Chi vede l’agitazione di Parigi senza prendervi parte, prova il medesimo stupore, lo stesso malessere e lo stesso sdegno che s’ei vedesse un vortice di danzanti aggirarglisi intorno in un ballo di carnevale, senza sentire i violini.
I giornali ciarlieri che assordano i Parigini non giungono sino a Roma; i mascalzoni più celebri e più temuti dagli artisti non vi sono nemmeno conosciuti; e gli arzigogoli della stampa minuta non vi sarebbero nemmeno compresi. Vi si lavora in pace, in un onesto raccoglimento, senza curarsi delle dicerie, de’ passaggeri capricci del pubblico, cogli occhi rivolti alternativamente alla natura ed ai maestri.
Roma è forse, dopo Atene, la città dove meno si diverte. Eppure gli stessi giovani confessano che non ve n’è altra di più attraente. Il primo movimento de’ pensionisti dell’Accademia è d’annojarsi come ad un còmpito, e di noverare i giorni che li separano ancora da Parigi; essi se ne vanno poi tutti con rammarico o piuttosto con dolore.
Si può dire di Roma, ciò che un critico diceva del più grande poeta dell’antichità: _C’est avoir profité que de savoir s’y plaire_.
Il piacere elevato che la grande città ci procura non si può già provare in capo ad otto giorni. Mi fu mostrato un esemplare del Guido-Giovanni, arricchito di note manoscritte d’un commesso viaggiatore. Cotesto bell’uccello di passaggio aveva scritto in margine all’articolo S. Pietro di Roma: «Ho veduto qualche cosa di meglio di ciò.» Io non so bene ove potesse aver veduto di meglio; ma scuso i falli d’un viaggiatore di otto giorni.
Papa Gregorio XVI, ch’era un vecchio spiritoso, accordava volentieri udienze ai viaggiatori stranieri. Dimandava a tutti da quanto tempo erano in Roma. Quando gli si rispondeva: «da tre settimane» ei sorrideva maliziosamente, e diceva: «andiamo avanti! Addio.» Ma se il viaggiatore aveva passato tre o quattro mesi in città, il santo padre allora gli diceva: «A rivederci!»
E di fatti, tutti coloro che conobbero Roma per un tempo sufficiente da saperne gustare il bello sentono il bisogno di ritornarvi, come se vi avessero dimenticato qualche cosa loro appartenente. Si riconoscono tra loro, od almeno si ravvisano dopo pochi minuti di conversazione. Si danno una buona stretta di mano, siccome uomini che abbiano amato una medesima persona ad alcuni anni di distanza, e che ne siano stati egualmente ben trattati. E finalmente si danno convegno al Foro, al Vaticano, o sull’eterna piazza di Spagna.
Il direttore attuale dell’Accademia, signor Vittore Schnetz, vi si è recato per la prima volta nel 1816; è quasi mezzo secolo! Aveva fatto il viaggio a piedi, secondo l’eccellente abitudine degli artisti di que’ tempi. Dopo il giorno del suo arrivo, ei non lasciò più la città se non colla speranza di ritornarvi. Vi ha vissuto ventiquattro anni, e crede che sia poco. Ha 72 anni, ma ne dimostra non più di 60. Il clima di Roma è tanto favorevole ai pittori quanto alle pitture. Quell’uomo eccellente ha conservato tutto il vigore del suo corpo e del suo spirito; passeggia con passo sicuro tra le rovine e le memorie della città. Nessun Francese conosce meglio di lui i Romani, e ne è meglio conosciuto. La nobiltà indigena lo considera siccome sua creatura, ed ei gode di considerazione eguale a quella de’ principi e de’ cardinali. La sua vita privata, tranne i giorni di gala, è d’una semplicità affatto romana. Io asciolvo con lui, e pranzo coi pensionisti; la sola differenza tra il suo pranzo e quello degli allievi, è che l’uno viene servito al primo piano e l’altro nel mezzanino.
Forse è tempo di farvi entrare nella mia camera. Non è la più grande della casa, ma posso farvi sette passi in linea retta, ed è quanto mi basta per lavorare. La cupola che v’è in essa, è abbastanza alta, sicchè l’aria non manchi a’ miei polmoni. Orazio Vernet l’ha fatta dipingere in uno stile orientale sopra disegni copiati in Algeria. La tradizione vuole, che gli uccelli d’ogni colore, che svolazzano sopra il lampadario, siano di mano stessa del maestro. Se ciò fosse vero, la rondinella del caffè Foy troverebbe qui una sorella. Le pareti sono coperte di majolica dipinta, la cui freschezza mi reca gran noja. L’ingresso dell’alcova si spartisce alla moresca, fra due enormi mazzi di fiori fantastici. Sonvi poi iscrizioni arabe sopra al letto, sulla porta e sulle finestre. Venite pure a coricarvi, se vi piace, sul tappeto, ad adagiarvi sopra uno de’ miei due divani, od a sprofondarvi entro la sedia a bracciuoli; ma non toccatemi quel mio tavolino: è sopra di esso che compongo la mia prosa, rimpetto a Monte Mario.
Non saprei perchè mi sono accovacciato a questa piuttosto che all’altra finestra: probabilmente perchè il sole vi si mostra più tardi. L’altra è quasi a mezzodì, questa è quasi ad occidente. Veggo i sedici praticelli dell’Accademia entro il loro cerchio d’alberi verdi; poscia viene il Pincio, quindi la verde campagna, il fulvo Tevere ed una serie di collinette. Monte Mario è coperto d’alberi, paragonabili ad ombrelle: la più parte aperte, ed i cipressi ad ombrelle chiuse. A destra veggo parte della villa Borghese, ed a sinistra l’obelisco della piazza del Popolo. Riepilogando, poca parte di Roma e molta della sua campagna. Tuttavia quando il sole si corica entro nubi nerastre screziate di grandi macchie sanguigne, rimpiango che non siano qui con me a vederlo tutti quanti gli amici.
Quando mi affaccio all’altra finestra, veggo quattro quinti della città, numero le sette colline, percorro le strade regolari che si distendono fra il corso e la piazza di Spagna, faccio il novero de’ palazzi, delle chiese, delle cupole e de’ campanili; mi smarrisco entro il Ghetto e nel Transtevere, non veggo rovine più di quel che bramerei: esse stanno ammucchiate là in fondo, nelle vicinanze del Foro. Però veggo presso noi la colonna Antonina e la Mole di Adriano. La prospettiva viene poi gradevolmente chiusa dai pini della villa Pamfili, che riuniscono le loro ampie ombrelle e formano quasi una tavola da mille piedi per un banchetto di giganti. L’orizzonte si perde a sinistra a distanze infinite; la pianura è nuda, ondosa ed azzurra siccome il mare. Ma se vi mettessi in presenza d’uno spettacolo così immenso e diverso, un solo oggetto attirerebbe gli sguardi vostri, uno solo colpirebbe la vostra attenzione: non avreste occhi che per San Pietro. Quel mio commesso viaggiatore aveva veduto alcun che di meglio; ebbene io lo sfido d’aver veduto alcun che di sì grande.
Dal punto più lontano d’onde si scorge Roma, è San Pietro che si disegna all’orizzonte, la sua cupola è parte nella città, parte in cielo. Quando apro la mia finestra, verso le cinque ore del mattino, veggo Roma immersa nelle nebbie della febbre: sola la cupola di San Pietro è vestita della rosea luce del sol nascente. Mi ricordo che, recandomi un giorno da Scira a Malta, vidi la Sicilia alla distanza di quaranta leghe: era un tempo magnifico, al cader del giorno. Tuttavia mi fu mostrata un’ampia ed eccelsa montagna che sembrava spingere le sue radici nel mare. Era l’Etna che sorge sopra il suolo di Sicilia, siccome San Pietro al di sopra di Roma. Noi non distinguevamo la Sicilia, ma vedevamo l’Etna.
Un giorno di grande solennità (credo nella settimana santa), mi sono imbattuto in un uomo assai scandalizzato. Era un dabben Normando, pacifico per indole ed educazione, ed antico consigliere municipale della città d’Avranches. Come lo vidi alzar le spalle, dimandar il sole a testimonio, non potei trattenermi dal dirgli: «Che avete?»
— Che ho? Sono ormai due ore e più, che quivi entra un’onda di gente, eppure nella chiesa non v’è folla. L’edifizio è troppo vasto. Questa gente non ha criterio ed esagera in tutto.
— Ohimè! Signore, gli diss’io, che direste del presbitero? Questo Vaticano, che è un’appendice della chiesa, è stato costrutto colla medesima esagerazione. Non vi si contano meno di dodici mila sale, trenta corti, e tre cento scale.
— Assurdo, davvero! È come quella chiesa, che mi venne mostrata a due o tre chilometri di qua.
— San Paolo fuor delle mura?
— Appunto. Essa è troppo grande e fuor di proporzione coi bisogni della località.
— Lo credo benissimo! difatti la parrocchia si compone d’un albergo e di due trattorie.
— E noi, signore, quando abbiamo fabbricato la nuova chiesa d’Avranches, abbiamo preso sì bene le nostre misure, che non s’è speso un centesimo di più in pura perdita.
— Me ne congratulo con voi. Ma bisogna dire, a giustificazione de’ Romani, che essi hanno costrutto, in San Pietro e San Paolo, non già delle chiese private, come quella d’Avranches, ma le parrocchie centrali di tutto il popolo cattolico.
Per bella che sia Roma, quale la veggo dalla mia finestra, m’imagino ch’essa era ancor più sorprendente or sono tredici secoli. San Pietro non era ancora fabbricato, nè alcuno degli edifizj, che noi ora tanto ammiriamo; ma l’antichità era vivente e florida, malgrado le invasioni de’ barbari ed i saccheggi d’Alarico. Secondo una statistica del secolo VI, scoperta dal cardinal Mai e citata da Ampère, la gran città contava ancora:
380 strade larghe e spaziose;
46603 case;
17097 palazzi;
13052 fontane;
31 teatri;
11 anfiteatri;
2 campidogli;
9025 bagni;
5000 fosse comuni;
2091 carceri;
8 grandi statue dorate;
66 statue d’avorio;
3785 statue di bronzo;
82 statue equestri di bronzo;
2 colossi.
Se v’ha taluno che supponga inverosimili queste cifre, sarà certo perchè non conosce i Romani, nazione eccessiva in tutte le cose, e più esagerata nelle sue azioni, che non fossero i Greci stessi nelle loro parole.
Sonvi de’ giorni in cui, per quanto osservi fuori delle mie finestre, non veggo altro che pioggia e nubi. Il cattivo tempo è qui peggiore che altrove. Quando il vento di sud-ovest, il maledetto scirocco, comincia a soffiare, lunghe nubi grigiastre s’addensano all’occidente, e gli uomini non meno che le bestie vengono assaliti da uno strano malessere. Sulle uniformi superfici del mare e della terra, il vento d’Africa spira tumultuosamente senza trovar ostacoli; Roma è la prima resistenza ch’ei trova per ora, onde s’aggira in vortice intorno ai sette colli, e direbbesi che a quell’urto le case scrollino dalle fondamenta. Le nubi si addensano le une sulle altre, siccome montagne sovraposte da un Titano, fino alla sommità della volta celeste. Ed in breve più non formano che una massa compatta, che oscura la luce del giorno. Quindi si spalancano quelle nubi siccome cataratta, ed ecco un torrente fitto, uniforme, inestinguibile si scatena allora fragorosamente sulla città. Il vento continua a spirare, accumula nuove nubi, e riempie di nuovo i serbatoj atmosferici, prima che siano vuotati. Qualche volta il tuono si fa compagno, e l’acqua, il vento, i lampi, le scosse che fanno traballare la mia stanza, mi rendono perfetta imagine d’una nave sbattuta dalla procella.
Talora l’uragano minaccia, passa e scompare senza lasciar traccia, siccome un re che fosse atteso in una città, e che non vi si fermasse che il tempo di cambiare i cavalli.
Si bussa alla porta del mio osservatorio: è una visita. È persona sensata e spiritosa, sebbene non vada esente da pregiudizj aristocratici. S’installa, forma sigaretti di tabacco turco, fuma una buona mezz’ora senza dir sillaba.
La sua conversazione mi ha recato piacere e paura in pari tempo, offrendosi d’insegnarmi tutto quanto sa intorno all’Italia, ma in pari tempo mi sfida a scrivere un libro che abbia il senso comune.
«Se mi credete, disse egli, consacrerete tre o quattro mesi nello studiare Roma, senza osservare nè quadri, nè rovine, nè nulla di quanto gli stranieri vengono qui a vedere. Voi senza dubbio non avete l’intenzione di ripetere ciò che tutti i viaggiatori hanno scritto; e d’altronde l’Italia contemporanea non ha nulla di comune coll’antichità, col medio evo o col rinascimento. Limitatevi all’esame delle instituzioni, de’ costumi e de’ caratteri; ne avrete per molto tempo, se cercate la verità. Studiatevi di veder tutto da voi; non fate conto nè sui Francesi nè sugl’Italiani per aver notizie, chè i Francesi osservano poco, e la divisione militare occupante, di cui ho l’onore di far parte, non si compone di filosofi. Noi Francesi vi diremo molto bene o molto male degl’Italiani, a norma della casa dove ciascuno di noi è alloggiato. Vi diremo anche qualche sciocchezza. Uno de’ nostri soldati, parlando ad un Italiano, e furibondo per non essere inteso, esclamava mostrandogli il pugno: «E che? poltrone! Sono oramai nove anni che noi siamo qua, e tu non sai ancora il francese?» Noi tutti, di tratto in tratto, ricadiamo nel ragionamento di questo soldato. Parlate cogl’italiani nella loro lingua, quand’anche sapessero esprimersi nella vostra. La nobiltà romana, cominciando dal papa e dal cardinal Antonelli, sa il francese quasi così bene come voi; epperò anche il più dotto Italiano, quando non parla la sua lingua, non è del tutto nel proprio elemento. E d’altronde perchè vorreste privarvi del piacere di ascoltare questa bella lingua armoniosa? Venire in Italia per conversare in francese, è come andare all’opera senza sentir la musica. Passeggiate a piedi per le strade, e badate di non conoscere la strada; il caso vi condurrà nei luoghi migliori.
Se entrate in una chiesa, non osservate solamente ciò che v’è; ma osservate eziandio ciò che vi si dice e ciò che vi si fa. Impegnate la conversazione con tutti coloro che incontrerete. Non siete già in Inghilterra: non istate ad aspettare d’essere presentato ad un muratore per poterlo interrogare. Parlategli, e vi risponderà. Non vi garantisco che vi abbia a dire la verità, nè egli nè altri: chè tutti gl’italiani, ricchi e poveri, sono diffidenti per natura, essendo stati quasi sempre ingannati. Non vi sarà agevole il cavare un sì od un no dai vostri interlocutori. Non istate a scoraggiarvi se vi si guarda con inquietudine, e se vi si dà una risposta evasiva quando dimanderete che ora è.
«La società romana è divisa in tre classi: nobiltà, plebe e ceto medio, che si move fra le due. La nobiltà è ospitaliera, e vi riceverà, se lo bramate: ma v’è poco a dire. I principi della Chiesa ed i principi romani hanno da lungo tempo rinunciato al sistema del nipotismo e del cicisbeismo. I cardinali sono poveri, e le più nobili signore vanno nel mondo senza amante.
«La plebe è più interessante da studiarsi, ma è già nota per gli studj degli artisti. Essi s’abbatterono nel lato pittorico de’ costumi, mentre andavano in traccia del pittorico de’ volti e delle foggie.
Il ceto medio è quello che inspira maggior interesse ed è meno conosciuto. Si stende ben lontano, abbracciando tutto che non è nobile nè mendico, da più modesti mercanti del corso, fino agli antichi ministri del 1848. Tutti gli avvocati, i medici, gl’impiegati e lo stesso ministro, quando per avventura non appartenga alla prelatura, formano parte di questo mondo intermediario, che non ha alcun contatto col grande. È il ceto medio che lavora, progredisce, si agita e minaccia. Esso ha fatto la rivoluzione del 1849, potrebbe far meglio, potrebbe far peggio, essendovi molto a sperare e molto a temere da gente siffatta. Dove li trovereste? Vivono tra loro, in casa loro; buona parte di essi passa metà dell’anno nei campi, e chiamansi mercanti di campagna. Coltivano le terre de’ grandi signori, pagano fitti enormi, e fanno fortuna, senza darsene il vanto. Mi si accerta che parecchi di costoro sono assai intelligenti ed onesti, ma dubito che la loro compagnia vi sia aggradevole, poichè hanno poche idee comuni da scambiare con voi. Supponendo che il vero mondo vi permetta di frequentare quello là; supponendo che il medio mondo consenta a ricevervi, vi sarà più che difficile di frequentarli entrambi alla volta; chè essi non fanno nulla nel medesimo modo, nè nelle ore medesime.
«Nondimeno voglio supporre che abbiate la pazienza, il talento e la felicità necessaria per approfondire la società romana: non avrete ancora fatto grandi passi. Roma è città d’eccezione, che non rassomiglia a verun’altra; nè convien giudicare l’Italia su quello stampo, e nemmanco lo Stato romano. È un saggio magnifico, ma la pezza è d’altra stoffa.»
— Non importa, risposi. Cominciamo dal conoscer Roma. Parmi che se esco di qua a mia gloria, il resto procederà da sè e mi costerà pochi sforzi.»