IX.
LA NOBILTÀ ROMANA.
«Nel mezzo del secolo XVII, disse Ranke, si noveravano in Roma circa 50 famiglie nobili, che contavano 300 anni d’esistenza, 35 che ne avevano 200, e 16 che datavano da 100 anni soltanto. Non si voleva riconoscere quelle che rimontavano più in là, e si attribuiva loro una bassa origine.» In totale, 101 famiglie patrizie.
Attualmente l’Almanacco romano conta 111 famiglie patrizie, di cui 20 principesche, e 11 ducali. L’effettivo della nobiltà non è dunque sensibilmente cambiato da due secoli in qua.
La nobiltà romana si può dividere in tre categorie, se queste si considerano soltanto dalle loro origini.
I. Origine feudale. II. » nipotica. III. » finanziaria.
Ad ogni signore il proprio onore. Cominceremo, se vi piace, dalla nobiltà feudale.
I primi successori di S. Pietro, che non esercitavano alcun potere temporale, non contavano nè nobili nè villani nella loro diocesi.
Fu nel medio evo che il vescovo di Roma si fece accettare siccome sovrano d’un piccolo impero. Ei dovette uniformarsi alle usanze del tempo, e riconoscere de’ fatti politici, che non erano conformi nè alla lettera nè allo spirito de’ libri santi.
In buona logica, era necessario che tutti i sudditi del papa fossero eguali al cospetto del loro Sovrano, siccome tutti gli uomini lo sono dinanzi a Dio.
Il blasone non è scienza evangelica, e se gli apostoli hanno convertito una parte del mondo antico, non è già predicando l’ineguaglianza delle caste.
Ma il poter temporale, fino dalla sua origine, dovette venir a patti coll’elemento feudale. Eranvi de’ signori in Roma e vicinanze, siccome in tutta Europa. Gli uni appoggiarono le pretensioni monarchiche della Santa Sede; gli altri con ogni mezzo vi si opposero, finanche colle armi, siccome i Colonna. Nè fu se non dopo lotte interminabili, che i papi poterono domare l’ultima resistenza ed imporre la loro signoria alla nobiltà indigena.
Non solamente si fece la pace, ma l’aristocrazia locale finì col rendere il papato solidale delle sue pretensioni e de’ suoi privilegi.
L’avvenimento successivo di quasi tutte le grandi famiglie al papato collocò sul trono le idee aristocratiche, e formò tra esso e la nobiltà de’ vincoli stretti. I Savelli, i Conti, gli Orsini, i Colonna, i Gaetani portarono la tiara, e regnarono sui Romani prima della fine del medio evo. I Piccolomini, i Borgia, i Medici, i Della Rovere, i Farnese, i Boncompagni, gli Aldobrandini hanno poscia inaugurato la storia moderna.
Fra le antiche famiglie feudali che al papato diedero più di quanto ne ricevessero, alcune si vantano di risalire ai primi tempi della storia romana. I Muti discendono da Muzio Scevola, i Santa Croce da Valerio Publicola, i Massimo da Fabio Massimo, almeno a quanto dicono. In ogni caso la loro nobiltà è molto antica.
Napoleone interpellò un Massimo con quella ruvidezza che intimidiva tante persone: È egli vero, gli chiese, che voi discendete da Fabio Massimo?
— Non potrei chiarirvelo, rispose il nobile romano, ma è fama che corre già da ben mille anni nella nostra famiglia.
Gli stemmi dei Massimo rappresentano delle tracce di passi incrocicchiati in tutti i sensi. È un’allusione alle marce e contromarce del temporeggiatore. Il motto della casa è: _Cunctando restituit_.
I Gaetani, meno antichi, procedono da un tribuno romano detto Anatolo, che fu creato conte di Gaeta nel 730 da papa Gregorio II.
Si parla d’un Pietro Colonna, spogliato di tutti i suoi beni nel 1100, da papa Pasquale II. È chiaro che la famiglia doveva essere già passabilmente antica, poichè le grandi sostanze non si formano in un giorno.
Gli Orsini, di cui più non rimane che il ramo Orsini-Gravina, discendono da un senatore dell’anno 1200.
La famiglia Orsini, originaria di Firenze, esisteva prima dell’anno 1300. Ma la ricchezza, lo splendore ed il titolo di principi procedono da Clemente XII.
I Doria romani sono un ramo staccato della grande famiglia genovese. I Lante Della Rovere erano consoli a Pisa nel 1190. Un Altieri fu maggiordomo di Ottone II verso la fine del secolo X.
Si legge nell’inimitabile _Viaggio del consigliere De Brosses_:
«Sonvi quattro grandi case a Roma: Orsini, Colonna, Conti, Savelli. Ma i Crescenzi, gli Altieri, i Giustiniani, ed altre famiglie, che non credono esser minori di quelle quattro, non ammetterebbero volentieri questa distinzione.»
Ebbi la curiosità di rintracciare ciò che rimaneva di queste grandi famiglie, un secolo dopo il nostro gentil viaggiatore. Non vi sono più nè Conti, nè Savelli. Gli Orsini hanno cento mila lire di rendita, i Colonna duecento mila, gli Altieri trentamila. I Crescenzi ed i Giustiniani sono estinti, come i Savelli ed i Conti, che avevano dato tanti pontefici alla Chiesa. Sonvene almeno dieci del nome di Conti.
Nel secolo XVII i Savelli esercitavano ancora una giurisdizione feudale, ed il loro tribunale, regolarmente costituito, chiamavasi _Corte Savella_. Avevano essi il diritto di liberare da morte un reo all’anno, diritto di grazia, diritto regale riconosciuto dalla monarchia assoluta dei papi. Le donne di questa illustre famiglia non uscivano punto dai loro palazzi, se non in carrozza ben chiusa.
«Gli Orsini ed i Colonna si vantavano che, per de’ secoli, nessun trattato di pace fosse stato conchiuso fra principi cristiani, in cui essi non fossero stati nominativamente compresi.» Ranke, _Storia del Papato_, sfigurata dall’oltremontano Saint-Cheron.
Ma già Roma vedeva prosperare e crescere una nobiltà novella, sorta dal nipotismo.
Tutti i papi, per umili natali che avessero sortito, si facevano quasi un dovere di fondare una famiglia. Non contenti di creare un Cardinal nipote, che usufruisse per sè tutte le prerogative della Santa Sede, regalavano il titolo di principe ad altro nipote, lo dotavano riccamente a spese di tutta Italia e dell’universo cattolico, lo sposavano a qualche erede di ceppo feudale, e costruivano per esso alcuno di que’ palazzi, di cui ammiriamo ancora l’insolente splendore.
Quest’uso era sì bene stabilito, che il casuista Oliva, gesuita, dichiarò che Alessandro VII commetteva un peccato lasciando i suoi nipoti a Siena, invece d’invitarli alla sua Corte. È noto con quale docilità l’onesto Chigi si sottomise all’obbligo di far germogliare la sua famiglia.
Questo dilapidamento delle pubbliche entrate a profitto d’alcuni privati s’appoggiava, non solamente sui consigli di alcuni cortigiani, ma sugli esempi più augusti.
A non parlare di Alessandro VI, che non trascurò nulla per arricchire ed accrescere la sua famiglia, erasi veduto l’antico pastore Sisto V dare ad uno de’ suoi nipoti un reddito ecclesiastico di 300,000 franchi, assicurare all’altro un principato e fondare sopra solide basi la casa dei Peretti. Clemente VIII non aveva fatto di meno pei suoi: Gian-Francesco Aldobrandini s’arricchì abbastanza rapidamente per dare due milioni di dote alla propria figlia. La fortuna dei Borghese era cresciuta ancor più rapidamente sotto il regno di Paolo V. Essi ricevettero cinque milioni di franchi, acquistarono i più bei possessi dello Stato Romano, ed ottennero de’ privilegi signorili d’un valore incalcolabile. Gregorio XV aveva permesso a suo nipote Ludovisi di ritirare dall’entrate ecclesiastiche un milione all’anno. Questo papa, che regnò due anni e cinque mesi, diede alla sua famiglia quattro milioni di franchi in _luoghi di monte_, che valevano denaro sonante. Urbano VIII aveva fatto più ancora pei Barberini, i cui tre fratelli acquistarono tanti beneficj e proprietà, che la loro entrata annua ascese a 2,500,000 franchi. Se è impossibile il supporre che i Barberini abbiano accumulato 525 milioni sotto il pontificato del loro zio, è già molto che gli scrittori o contemporanei abbiano potuto arrischiare una cifra sì mostruosa.
Sulle traccia di questo esempio, Innocenzo X, fratello di Donna Olimpia, fu costretto, direbbesi quasi, di fondare la casa Panfili. I casuisti ed i giureconsulti lo sollevarono dagli scrupoli, provandogli che il papa era in diritto di economizzare sui redditi della Santa Sede, per consolidare l’avvenire di sua famiglia. Fissarono, con una moderazione che fa ribrezzo, la cifra delle liberalità permesse ad un papa. Secondo essi, il sovrano pontefice poteva, senz’abusare, fondare un maggiorasco di 400,000 franchi di rendita netta, fondare una secondo-genitura in favore di qualche parente meno favorito dalla fortuna, e dare 900,000 franchi di dote a ciascuna delle sue nipoti. Il P. Vitelleschi, generale de’ gesuiti, approvò questa decisione, onde Innocente X s’accinse a formare la fortuna della casa Panfili, a costruire il palazzo Panfili, a creare la villa Panfili, ed a panfilizzare, finchè potè, le finanze della Chiesa e dello Stato.
Clemente IX, che distribuì tre milioni nei primi mesi del suo regno, fu accusato di trascurare la sua famiglia: eppure fondò la sorte dei Rospigliosi. Clemente X non fu già inutile alla grandezza di casa Altieri. L’austero Innocente XI non impedì i progressi della famiglia Odescalchi; Clemente XII ajutò i Corsini a formare quella fortuna, che attualmente è una delle più imponenti di Roma, ed il nipotismo non iscomparve dalle costumanze pontificie se non dopo il regno di Pio VI e de’ Braschi.
I papi del periodo del nipotismo non trascuravano verun mezzo per alleare i loro nipoti alle famiglie più antiche. Ed è perciò che noi vediamo una casa Doria-Panfili, una Borghese-Aldobrandini, una Barberini-Colonna, una Pallavicini-Rospigliosi, una Boncompagni-Ludovisi-Ottoboni.
Il fondatore d’una nuova famiglia procurava d’instituire un maggiorasco, vale a dire un capitale inalienabile, trasmissibile in linea maschile, e destinato a perpetuare indefinitamente lo splendore del suo nome.
Da ciò procede che vedesi qualche casa, ricca in terre, palazzi, ville e gallerie, ma gravata di debiti, portare stentatamente un nome illustre privo di sostanza, ed un enorme capitale privo di rendita. Affinchè tal casa possa liquidare la propria sostanza e soddisfaccia i suoi creditori colla vendita d’alcuni quadri o di qualche immobile, occorre un atto speciale dell’onnipotente volontà del pontefice.
È pure il capriccio de’ sovrani pontefici che intruse nell’aristocrazia romana qualche famiglia plebea dalla sorte arricchita.
Un fornajo di nome Grazioli accumula ricchezze, ed il papa ordina ch’ei venga inscritto sulla lista del patriziato romano. Compra una baronia, ed il papa lo crea barone; poi una ducèa, ed eccolo duca Grazioli. Suo figlio sposa poscia una Lante Della Rovere.
Un antico servitore di piazza, diventato speculatore e banchiere, compra un marchesato, poscia un principato; crea un maggiorasco per suo figlio maggiore, ed una secondo genitura in favore dell’altro. L’uno sposa una Sforza Cesarini, e congiunge i suoi due figli, l’uno ad una Chigi, poi ad un Ruspoli, e l’altro ad una Colonna Doria. Ed è per tal maniera che la famiglia Torlonia, per la potenza del denaro ed il favore del santo padre, si è innalzata quasi d’improvviso all’altezza delle più grandi case nipotiche e feudali.
Un impiegato alla fabbrica de’ tabacchi fa fortuna, e diventa marchese Ferrajuoli; un direttore del Monte di pietà s’arricchisce, ed è creato marchese Campana; così parimenti un mercante di campagna, che viene creato marchese Calabrini. I Macchi di Viterbo erano mugnai prima d’essere gentiluomini. Il padre dei conti Antonelli era contadino, intendente, contabile e monopolista prima d’essere rivestito delle lettere di nobiltà.
I parenti d’un papa sono tutti nobili di pieno diritto. I cardinali ed i semplici prelati si sforzano pure d’elevare i loro parenti alla nobiltà.
Benedetto XIV e Pio IX presero cura di consolidare le barriere che separano la casta nobile dal _mezzo ceto_. «Considerando, dicon essi, che la distinzione delle classi è il più bell’ornamento degli Stati.....»
Sessanta famiglie nobili sono inscritte in Campidoglio. Una congregazione Araldica, instituita da Pio IX, venne applicata alla verificazione de’ titoli.
Se il governo pontificio fosse più solidamente stabilito in Italia, darei un buon consiglio a tutti i nostri favoriti dalla fortuna, sia al commercio, sia alla borsa.
Invece di usurpare de’ titoli e semititoli, che i tribunali francesi hanno talora l’impertinenza di toglier loro, non avrebbero che a trasferirsi negli Stati del papa. In quel piccolo regno sonvi molti castelli da vendere, senza annoverare i dominii più importanti.
La compra d’una torre cadente può sollevare il contadino al titolo di principe, se il santo padre non vi si oppone.
Si legge nell’Almanacco romano:
«La famiglia Montholon de Semonville è una delle più illustri di Francia. Il principe D. Luigi Desiderato, rampollo di questa casa, comprando il castello del Precetto nell’Ombria, è diventato principe romano.»
Sento dire intorno a me che, per ottenere il medesimo onore, non si avrebbe bisogno di discendere da una delle più illustri famiglie di Francia. Basterebbe di recarsi a Roma con alcuni milioni.
La nobiltà indigena, dopo d’essere stata immensamente ricca, è caduta in una sorta di mediocrità fastosa. Si posseggono beni immensi, un magnifico palazzo a Roma, una splendida villa nelle vicinanze, alcuni castelli nelle provincie, una o due gallerie che formano l’ammirazione degli stranieri; ma tutti questi averi formano un maggiorasco inalienabile, cui si è obbligati a mantenere ed anche averne cura. I redditi, che basterebbero a tutto, sono aggravati da molte ipoteche. Nè solamente si deve ai creditori, ma benanche agli antenati, per fondazioni di canonicati, di collegi, di cappelle. Ora la cappella, il collegio, il capitolo sono altrettanti pesi opprimenti che aggravano il povero erede. Onde avviene, che l’entrata disponibile delle più illustri famiglie non è in proporzione coi bisogni del loro grado sociale.
I Corsini hanno 500,000 franchi di rendita netta. I Borghese, 450,000. I Ludovisi, 350,000. I Grazioli, 350,000. I Doria, 325,000. 1 Rospigliosi, 250,000. I Colonna, 200,000. Gli Odescalchi, 200,000. I Massimo, 200,000. I Patrizi, 150,000. Gli Orsini, 100,000. Gli Strozzi, 100,000.
Non vi sono che due famiglie, la cui rendita, per così dire, sia illimitata: la famiglia Torlonia e la famiglia Antonelli. Gli Antonelli sono i più ricchi, se credesi al principe Torlonia, ma non vogliono convenirne, ed anzi se ne schermiscono siccome d’un delitto. Non ho mai potuto conoscerne la causa.
Ricco o povero, un principe romano è costretto a conservare il proprio grado, poichè suo primo dovere è conservare l’apparenza. È quindi necessario che la facciata del palazzo sia riparata, che gli appartamenti di gala mostrino grande lusso, che la galleria non ecciti, per l’incuria in cui sia lasciata, la compassione degli stranieri. Bisogna che i servi siano numerosi, che le livree non manchino di passamani, che le carrozze siano dipinte a nuovo, ed i cavalli ben nodriti, anche a costo che i padroni rinuncino ad un piatto del loro pranzo. È necessario che i clienti della casa siano assistiti in caso di bisogno, e che i mendicanti benedicano la generosità del signore. È necessario che la toeletta del signore e della signora sia non solamente elegante, ma anche ricca: poichè in fin de’ conti la nobiltà non dev’essere confusa col medio ceto. È finalmente necessario, che tutti gli anni si dia qualche festa nojosa e splendida, che consumerà in lumi un quarto dell’entrata di tutto l’anno. Se taluno mancasse ad alcuno di questi obblighi, si cadrebbe nella classe di que’ signori caduti, che si nascondono e si fanno dimenticare.
Per qual miracolo di secreta economia que’ poveri ricchi vengono a capo di bilanciare le loro spese coll’entrate? È una storia complicata e melanconica: è una condanna annuale a sette od otto mesi di villeggiatura, a vivere con una sobrietà italiana, anche in Roma, in quel gran palazzo che ha le proprie enormi cucine. Si fa più ancora: il padrone della casa, l’erede d’una baronia feudale o d’un nipote de’ papi, si fa capo d’amministrazione nella prima casa. Si rinchiude sei ore al giorno con dei commessi; rivede egli stesso i conti dell’entrate e delle spese, ritaglia le locazioni, rilegge i titoli, si lorda le mani nella polve delle pergamene. Per evitare le perdite inevitabili che esauriscono le più grandi sostanze, ei consuma la vita a verificare delle addizioni. Eppure tutti lo derubano, ed i medesimi suoi commessi finiscono per arricchirsi a sue spese, poichè il più delle volte egli non è nè istrutto nè capace.
E come avrebb’egli imparato a difendere la propria sostanza od a farla valere? Fu messo da piccoletto ne’ collegi de’ padri Gesuiti, se forse non fu trovato più nobile di tenerlo in casa propria sotto la sferza d’un abbate. I suoi precettori o professori gli hanno insegnato il latino, le belle lettere, la storia santa, il blasone, il rispetto alle autorità, la sommissione ai voleri della Chiesa, la pratica delle virtù cristiane, l’odio alle rivoluzioni, la gloria degli avi, ed i privilegi che deve ereditare per la grazia di Dio. Ei considera le libertà e le scienze del nostro secolo come invenzioni del demonio. In fine de’ conti egli è buono, dolce, semplice di cuore, più malleabile della cera e più bianco della neve.
Quando lo si vide grandicello, gli fu dato un cavallo, un orologio di Ginevra appeso ad una catenella di Mortimer o di Castellani, un abito nuovo tagliato secondo l’ultimo gusto da Alfredo di Parigi o da Poole di Londra. Prese l’abitudine di far visite, di passeggiare al Corso od al Pincio nell’ora in cui il bel mondo vi fa mostra, di frequentare i teatri e le chiese alla moda. Si è affiliato a due o tre confraternite religiose, di cui segue assiduamente le riunioni. Non ha viaggiato, non ha letto nulla, ha potuto sfuggire alle passioni, ai dubbj ed ai tumulti interni della gioventù. Tra il suo 22.º ed il 23.º anno, la volontà rispettabile di suo padre l’ha ammogliato senz’amore ad una giovane di buona famiglia, che esciva di convento, semplicetta ed ignorante ai pari di lui. Ha molti figli, che educa siccome egli stesso fu educato. Insegna al primogenito che i suoi fratelli gli debbono obbedienza, ed ai cadetti, che debbono essere devotissimi servi del loro primogenito. Mette le proprie figlie nello stesso convento, dove la loro madre ha appreso l’ignoranza, recita il rosario in famiglia, tutti i giorni dell’anno, e dimanda al cielo la continuazione d’un ordine di cose sì felice, sì nobile, sì perfetto.
Nonostante tutti i difetti che l’educazione gli ha dato, ei non manca nè di bontà nè di grandezza. Dona quanto le sue finanze gli permettono, ed anche più; tutte le miserie, anche fittizie, commovono il suo cuore, ed aprono la sua borsa. Non conosce i quadri della sua galleria, ma tiene aperta la sua galleria al pubblico.
Non sa cavar profitto d’un parco o d’una villa che lo ruinano, ma la villa ed il parco sono aperti ai Romani ed agli stranieri. Quando si tratti di rappresentare in un congresso o di festeggiare una ristaurazione de’ poteri legittimi, ei darà 100,000 franchi al suo ambasciatore, siccome il principe di Piombino, ovvero offrirà al popolo di Roma un banchetto di 1,200,000 franchi, siccome il principe Borghese.
Confesso che la nobiltà è un elemento un po’ caduco nella popolazione romana. Le sue doti più notevoli sono negative, come la sommissione e la politezza. Non credo che manchi di coraggio, ma il suo coraggio non ebbe, da gran tempo, occasione da mettersi alla prova. Eppure essa non è nè dispregiabile nè odiosa. La rivoluzione italiana avrebbe torto di fare alcun fondamento sopra una casta stanca e priva di slancio, ma sarebbe imperdonabile se volesse farle alcun male. Una rivoluzione simile alla francese del 1793, che le confiscasse i palazzi aperti ed ospitalieri, meriterebbe il biasimo di tutte le persone oneste dell’Europa. Un Marat che desse in balia del carnefice quelle belle teste sorridenti e leggiere sarebbe il più assurdo degli scellerati.
E le donne della nobiltà? V’è poco a dire pro e contro la loro virtù. Il cicisbeismo, al pari del nipotismo, è passato di moda. La spudorata dissolutezza che fioriva ne’ primi anni del secolo XIX cedette il posto a’ costumi più discreti.
Qui, come dovunque, le donne sono migliori dei loro mariti; e non già perchè leggano di più, nè perchè siano state diversamente educate. Ogni loro superiorità procede dalla natura, che ha favorito il sesso amabile a preferenza del sesso virile.
Quasi ogni giorno faccio un passeggio in carrozza che comincia alla villa Borghese, continua al Pincio e termina sul Corso, dopo il tramonto del sole. È mio compagno inseparabile un ingegnere francese, uomo di spirito e perspicace, che abita Roma da gran tempo e conosce incognito la massima parte dei personaggi della nobiltà. Non ebbe bisogno di farmi osservare quell’aria di nullità oziosa e soddisfatta che distingue una buona metà dell’aristocrazia. Ma quando la nostra attenzione si rivolge verso le donne, noi cambiamo di tuono. Non solamente esse sono belle ed eleganti, ma i loro occhi, le loro attitudini, i loro gesti, tutto indica in esse un non so che d’indomito, ed una secreta ribellione contro il nulla. Povere donne! Allevate nell’ombra fitta d’un convento, maritate senz’amore a qualche bel riproduttore, che le opprime di famiglia, sono esse condannate, per colmo di miseria, ad una vita di parata glaciale, piena di visite, di riverenze e di cerimonie nojose. Tutto è dovere per esse, finanche il passeggio quotidiano. Il mestiere di donna del mondo, quale viene loro imposto, non lascia loro spazio per l’amore e nemmeno per l’amicizia.
Vorrei qui riassumere in poche parole lo spirito delle tre classi che vivono a Roma sotto il dominio del clero.
Questa popolazione non è nè peggio nata, nè peggio dotata, nè meno degna di ricuperare la sua indipendenza, che nol sia il resto della nazione italiana. Ma si ebbe cura di educarla diversamente, e di sradicarvi siccome da campo bene sarchiato tutte le idee liberali, e tutti i sentimenti vigorosi che potevano crescere nelle anime. Questa mala erba rinacque sempre, grazie a Dio, ma sempre più debole e più grama di quanto non converrebbe. La nobiltà romana è più inetta, la plebe romana è più povera e più ignorante, il ceto medio medesimo porge minori mezzi a Roma, che in nessun’altra città d’Italia. Eppure la classe media è quivi il solo elemento sul quale si possa contare.
D’altronde bisogna dire che la popolazione di Roma, presa in blocco, non è positivamente contraria al poter temporale. Attualmente, come sempre, essa ha pel papa un’amicizia ineguale, fantastica, interrotta da lamenti e da collera; ma i vantaggi reali ch’essa ricava dalla presenza del santo padre, dalle spese della Corte e dall’affluenza degli stranieri, controbilanciano spesso a’ suoi occhi lo svantaggio della servitù. Può darsi benissimo che, trascinata dal movimento italiano, essa ricominci a’ suoi rischi e pericoli la rivoluzione del 1849; ma non mi stupirei punto ch’essa rimpiangesse i suoi padroni dopo averli scacciati. Poichè Roma non è solamente la vittima, è anche complice del poter temporale, ed in ciò ben differente di Ancona, di Bologna e di tante altre città, che pagarono le spese del dispotismo senza dividerne i vantaggi. Io penso adunque, che la liberazione di Roma, quantunque possa essere desiderata da alcuni cittadini, è più necessaria alla riorganizzazione dell’Italia di quello che conforme ai voti de’ Romani.
Il suffragio universale ne sa molto più di me su questo dilicato proposito, ed è quello che vorrei consultare.