VI.
IL LOTTO.
Il lotto è la più breve strada che dalla miseria conduca alla ricchezza. Ve ne sono di più sicure, ma niuna di più diretta. Ed è perciò che la plebe romana evita le altre e s’accalca su questa. Mi sono dimandato talora ciò che farei per trarmi d’impaccio se fossimo di que’ plebei che vivono di giorno in giorno per le strade della grande città. Ecco dapprima una carriera aperta a tutti, senza distinzione di nascita o di fortuna: la Chiesa. Nulla di più democratico in fondo di questo governo assoluto. Ogni uomo intelligente ha il piede in istaffa dacchè potè varcare la soglia del seminario: è sulla via di salire alle più sublimi cariche. Anzi dico di più: questa è la sola carriera in cui la virtù possa tener luogo di scienza, e dove la capacità viene vantaggiosamente surrogata dall’umiltà. Un uomo dell’infima classe del popolo, e mediocremente versato nelle lettere, può diventare frate, priore, generale, vescovo, cardinale e papa, camminare di pari passo coi grandi sovrani, ed accordare la precedenza ai proprj legati sugli ambasciatori di tutte le potenze.
Ma è necessaria la vocazione, e noi non l’abbiamo. — Passiamo ad altro. Gl’impieghi civili? Sono ancora ambiti da alcuni poveri diavoli, ed ognuno credesi possedere sufficiente talento per occuparli, se trova credito bastante per ottenerli. Ma per gli uomini da poco siccome noi, non vi sono che impieghi subalterni. A forza di protezioni potrei diventare capo d’ufficio; ma se voglio salire più in alto, bisogna cambiar abito. Aspireremmo alle onorificenze militari? Tutti i plebei di Roma proromperebbero in risa se udissero siffatta proposizione. Noi tutti avremo un capitolo su questo proposito. Ora a qual partito appigliarvi? La letteratura? Nulla. La legge? La medicina? Molta dipendenza, e poco avvenire. L’istruzione? Osserva come sei vestito, poverino. Il tuo abito è troppo corto, almeno d’un piede e mezzo. Ma il commercio? Vi si guadagna di che vivere. L’agricoltura? Vi si fa fortuna, a patto che vi s’impieghino de’ capitali. Ora la gran maggioranza de’ plebei romani possiede il capitale dell’Ebreo Errante: cinque soldi in tasca. Tutto ben ponderato, fanno tutti come la vecchia di cui l’altro giorno vi parlava: rinunciano al pranzo, e giuocano il denaro al lotto. Scaglierete loro contro la pietra? Io non avrò mai coraggio di farlo.
Alcuni viaggiatori d’umor malinconico declamarono contro il popolo che giuoca, e sopra tutto contro il governo che porge il mezzo di giuocare; trovando cosa indegna che un’autorità, circondata dal rispetto dell’universo intero, speculi sui vizj de’ suoi sudditi. Permettetemi di confutare cotesti lamenti.
Non è già solamente a Roma, è a Napoli, a Firenze, a Venezia, e sopra tutta l’estensione di questa terra oppressa, che gl’Italiani giuocano al lotto. Se non vi fossero ufficj appositi in Roma, i Romani giuocherebbero altrove, e le diligenze di Siena, di Pisa, di Firenze e di Napoli ritornerebbero cariche di viglietti. Ora, siccome è convenuto che a questo giuoco diseguale il banchiere guadagna sempre, così la soppressione del lotto pontificio manderebbe fuori dello Stato da sette ad otto milioni all’anno; chè tale è approssimativamente l’ammontare lordo de’ beneficj realizzati dallo Stato. Ma le spese di percezione nodriscono tanti piccoli impiegati, sicchè il prodotto netto d’ogni anno non supera il milione e mezzo di franchi. Il lotto è adunque un tenuissimo frutto per lo Stato ed una massima consolazione pel popolo. Si fece bene ad abolirlo a Parigi, perchè in uno Stato ben ordinato, dove il lavoro guida a tutto, il governo deve educare i cittadini a non far conto che sul loro lavoro. Si avrebbe torto di sopprimerlo a Roma, perchè quivi il popolo, stanco e demoralizzato, sorretto nelle sue miserie dalla prospettiva della fortuna, vive specialmente d’imaginazione e di speranza: privarlo del lotto sarebbe uno spogliarlo di quel poco che gli rimane.
Sono ormai più di cento venti anni che Clemente XII ha introdotto questa usanza ne’ suoi Stati, ed il giuoco è sì bene penetrato nel sangue del popolo, che non solamente i plebei, ma principi eziandio, ed anche i principi della Chiesa, prendono un viglietto del lotto, siccome noi prendiamo una tazza di caffè. È da ciò che potrete osservare la natura e l’educazione differenti degl’Italiani e de’ Francesi. Io ero fanciulletto allorchè i progressi dello spirito pubblico fecero cadere il lotto regio, ma mi ricordo che se ne parlava siccome d’un giuoco di fantesche, e che le persone della classe intelligente procuravano di non farsi vedere quando mettevano danaro al lotto. Qui per lo contrario i primi personaggi della nazione trovano naturale di tentare la fortuna e di urtare co’ gomiti i muratori nelle botteghe del lotto. Da noi questo giuoco era un vizio; qui per l’opposto non è riputato cattiva abitudine, e l’approvazione dei Romani è tanto fondata nella ragione, quanto lo era il nostro biasimo di tempo fa.
Forse non sarà discaro ch’io riassuma in poche parole la teoria di questo giuoco che gli archeologhi soli ora conoscono in Francia.
Sabbato a mezzodì, dinanzi al ministero delle finanze, sotto gli occhi del popolo radunato, una commissione, presieduta dal rappresentante del prelato ministro delle finanze, tira a sorte cinque numeri da una ruota che ne contiene 90. Fra i giuocatori premurosi che assistono all’estrazione, taluno ha giuocato il _semplice estratto_, vale a dire ha scommesso contro il governo che un tal numero sortirebbe fra i cinque: se il suo numero è sortito, egli ha guadagnato tredici o quattordici volte il denaro che ha speso. Un altro ha giuocato l’_ambo_, vale a dire ha scelto due numeri e scommesso che ambidue sortirebbero dalla ruota. Altri invece ha giuocato il _terno_ scegliendo tre numeri: ei guadagna più di cinque mila volte la propria messa. Tralascio le altre combinazioni, quali il _primo estratto_, l’_ambo_, e i _terni_ determinati.
Vi basti il sapere questo: un uomo che sapesse indovinare tre de’ cinque numeri che stanno per sortire, potrebbe con un luigi d’oro comprare cento mila franchi. Se non m’inganno è il massimo de’ guadagni possibili. La banca non giuoca somme sì forti; le _quaderne_ e le _quintine_ non lo sono.
Ciò posto, tutti i miei Romani mettono a tortura il cervello per prevedere i numeri che sortiranno.
Fino alla mezza notte del giovedì, si stillano il cervello, esauriscono ogni combinazione cabalistica, dimandano consigli ai loro amici, implorano inspirazioni celesti. Gli uni interrogano le estrazioni degli anni precedenti: questo e quell’altro numero hanno l’abitudine di comparire insieme; sono ormai più di sei mesi che non comparvero, onde staranno per sortire! Gli altri pescano le loro idee sui muri della città, e vi si trovano, ad ogni passo, de’ terni begli e fatti, scritti al carbone da qualche dilettante. Più d’uno ne compone una novena, per trascegliervi poi i numeri da mettere. Chi ebbe la fortuna di sognarsi di cani o di gatti, s’affretta a consultare il Libro dei Sogni, dove tutte le visioni trovano le corrispondenti cifre. La grande, la sola, l’inseparabile idea di tutti i Romani de’ due sessi è la ricerca dei buoni numeri.
E non sono già solamente i sogni ch’essi traducono in cifre, ma bensì tutti gli avvenimenti fortunati o calamitosi perdono il loro significato reale per passare allo stato di presagio. Un tale si è annegato. Bene! 88! Mia figlia fu assalita dalla febbre. Bravo! 18, 28, 48! Un marito rientra in casa senza esservi aspettato, sente una voce d’uomo nella stanza di sua moglie. Dio sia lodato! 90! Discende i gradini della sua scala a quattro a quattro, e va a prendere il suo viglietto.
A Roma il figlio d’un carbonajo cade da un primo piano e si fa male assai. Ora il padre, prima di chiamare il medico, compone un terno coll’età di suo figlio, l’ora dell’accidente ed il numero 56, che corrisponde alle cadute dalla finestra. Ei guadagna, il figlio muore, e più d’un padre ne ha invidia.
Un giovane si asfissia colla sua amante in una casa del Corso; ed il popolo subito invade le botteghe del lotto per giuocare su quel fatto. L’amministrazione è costretta di _chiudere_ ossia interdire certi numeri, sui quali la moltitudine si getta tutta in una volta: l’età di ciascuno degli amanti, il numero della casa, l’ora in cui sono morti.
A Venezia un soldato austriaco si getta giù da un campanile. Il popolaccio si scaglia su di lui, dacchè è piombato a terra; si strappa il numero del suo reggimento, del suo battaglione; si spingono le avide mani nella sua camicia insanguinata per trovarvi il numero di matricola. Non v’è nessuno intorno che non consideri quel cadavere siccome una preda mandata dal cielo.
A Rimini un condannato marcia verso il patibolo frammezzo a due carnefici. Una vecchia lo segue eroicamente tra la folla, gli parla di tempo in tempo, e quando non può accostarglisi più davvicino, gli fa da lontano una smorfia supplichevole. È sua madre? Niente affatto, è una giuocatrice che gli domanda dei numeri.
A Sonnino, quando ancor vigeva l’abitudine di racchiudere le teste mozzate in gabbie di ferro, intorno ad una porta del villaggio, le vecchie lottajuole si portavano a mezzanotte a pregare dinanzi a quelle orribili reliquie. Pregavano, ma con attento orecchio, spiando ogni più lieve romore. Il canto d’un gallo, il miagolio d’un gatto, il latrato d’un cane, il rumore d’una carrozza che passasse di lontano sulla via erano notati da quelle streghe siccome altrettanti avvertimenti del cielo. Così gli antichi aruspici interrogavano la volontà degli Dei, in quell’osservatorio all’aria aperta ch’essi chiamavano un tempio.
Non maravigliatevi di vedere il giuoco e la preghiera confusi insieme, chè la religione si frammischia a tutti gli atti della vita. I Romani, in questo commercio famigliare che mantengono colla Divinità, trovano semplicissimo e naturale di cointeressarla nei loro minuti affari. Un onorevole sacerdote mi ha raccontato che i suoi parrocchiani gli offrivano grosse somme, perchè collocasse tre numeri sotto il santo ciborio durante il sacrificio della messa. Non vale ragionamento a provar loro, che cotesta soperchieria sarebbe un sacrilegio, e nessuno potrebbe levar loro dalla mente, che i numeri così raccomandati a Dio non abbiano a sortire alla prima estrazione.
Mi diverto talora a percorrere le iscrizioni eccitatorie, che tappezzano le botteghe del lotto. L’una accerta che il giuoco si fa lealmente, ciò che è vero; un’altra annuncia che le vincite saranno pagate immediatamente; altra poi, che il vincitore potrà domandare la moneta che più gli piace.
Ecco un distico di buon augurio, che occupa il posto d’onore in mezzo a tutte quelle promesse:
_Piccolo capital fa gran fortuna:_ _La Madonna v’assista, or via giocate._
Nessuno si aspettava di vedere la Madonna pigliar parte in questo affare; ma non dimenticatevi che la Madonna agli occhi degl’Italiani è la più alta potenza del cielo. Essi parlano ben di rado di Dio, e continuamente della Madonna. Quando si rimanda un povero senza dargli un soldo, gli si dice: «La Madonna ti protegga!» ed egli ringrazia. Ho inteso questa conversazione in un’osteria del Transtevere:
«Papà, d’onde vengono gli stranieri?
— Vengono dal paese di _Stranieria_.
— E com’è quel paese?
— V’è gran freddo, case di legno, profonda ignoranza, denaro a mucchi!
— Credono essi in Dio?
— No.
— Ma crederanno almeno nella Madonna?
— No.
— E che! Nemmeno nella Madonna?» Ecco il discorso d’un albergatore di villaggio, che voleva convertire un giovane Inglese: «Ma, asino che sei, non vedi dunque che il cielo, la terra, tu stesso, i tuoi abiti, il pane che mangi, tutto viene dalla Madonna? È dessa che fece il mondo, e bisogna essere più bestia delle bestie per ignorare tal cosa!»
Se lo spirito forte viene a regnare su questa terra, ei negherà forse Dio, ma continuerà ad ardere cerei alla Madonna. Quando un uomo sta per morire, si dice: «Andrà ben presto a veder la Madonna.» Tutti gli ammalati che vengono a morire sono vittime di quell’_asino di medico_; tutti coloro che sopravvivono, ne sono debitori alla Madonna. Stiracchiano sul prezzo delle visite, ma non mercanteggiano la cera alla Madonna di Sant’Agostino, che è la più venerata tra quelle che s’implorano nella città. Tutte le colonne della sua chiesa sono tappezzate d’_ex-voto_ d’oro o d’argento. La sua statua è oppressa sotto il peso di oggetti preziosi, e possiede scrigni di cui sarebbe gelosa anche una regina. Si narra che, avendo una ricca signora offerto alla Madonna tutti i suoi diamanti senza consultarne il marito, questi andò a lamentarsene dal papa. Trattavasi nientemeno che d’una sostanza. Il papa autorizzò il reclamante a riprendere il proprio tesoro, ma a condizione espressa che andrebbe egli stesso a cercarlo, una domenica, dopo la messa. Ora i diamanti vi sono ancora. La Madonna di Sant’Agostino ha un piede di bronzo, letteralmente consunto dai baci della folla, onde bisogna rinnovarlo di tempo in tempo. Migliaia di quadretti sospesi intorno a lei attestano i miracoli ch’essa ha fatto. Ho veduto altre volte, entro cornice assai modesta, madama Ristori, quasi soffocata da un fianco di scenario, e preservata dalla Madonna di Sant’Agostino. Non so dove sia andato a finire quel quadretto; ma non lo trovo più. Se la Madonna protesse una sera madama Ristori mentre rappresentava la commedia, può benissimo arricchire di tempo in tempo un povero giuocatore di lotto.
Consiglio agli stranieri, che hanno del tempo, d’assistere almeno una volta all’estrazione di Roma. Vi si veggono delle belle figure e vi si sentono delle curiose riflessioni. Il giuocatore che stette sul punto di guadagnare ingiuria i numeri che lo rovinano. «Capite voi, o signore, perchè siasi estratto il numero 37? Affè di Dio, che m’importava di cotesto numero! In fede mia, cotesto 37 è un bel numero! E non sarebbe stato cento volte più bello, più giusto e più cristiano di cavare il 42? Avrei fatto la mia fortuna».
Un momento prima dell’estrazione tutti erano contenti. «Camerata, diceva taluno, che bel giorno! — Andiamo a vedere qualche cosa di nuovo,» rispondeva tal’altro. Ma dopo l’estrazione ambidue lacerano i loro viglietti ingiuriando la sorte; si esortano scambievolmente a rinunciare al giuoco, e poi entrano insieme nella bottega più prossima per comprare altri numeri.
Ho trovato sulla piazza il domestico d’uno de’ miei amici, che sul volto mostrava evidentemente di non aver guadagnato. «Signore, mi disse, il mio terno non è sortito; ma non importa, era un bel terno!
— Fammelo vedere.
— Eccolo: 17, 56, 82! Non è egli vero che è un bel terno?»
Io non capiva perchè un terno potesse essere più bello che un altro, e quel giovane rimase attonito della mia ignoranza. «E come, dissemi, voi avete tanto studiato e non sentite ancora che 17, 56 e 82 formano un bel terno?» Credo sul serio, che a forza di rimirare le cifre in faccia, vi veggano, come Pitagora, ogni sorta di cose che non vi sono.
Un uomo del Transtevere disse al mio interlocutore:
«Io non ho mai giuocato altro che d’ambi, poichè so bene che un terno non si prenderà la pena di sortire per un povero diavolo al pari di me. Non desidero altro che guadagnare otto scudi per prender moglie, e la Madonna me gli ha sempre rifiutati. Vedremo sabbato prossimo».
Eranvi intorno a noi varj Ebrei, dal muso lungo malcontento. «Sapete perchè? mi disse uno de’ miei vicini: il perchè si è che non sono sortiti che numeri grossi, e gli Ebrei hanno l’abitudine di giuocare sui piccoli. Quando sortono cinque cifre al di sotto del trenta, v’è festa al Ghetto.» Forse gli Ebrei s’imaginano eziandio che i numeri piccoli siano più propizj alla minuta gente.
I Romani arrischiano piccolissime somme al giuoco, perciò il lotto non ha mai rovinato nessuno. I più grossi giuocatori sono gl’impiegati del lotto, che speculano sui viglietti. Profittano della circostanza che il giuoco si chiude giovedì sera, e talora ventiquattr’ore più presto, quando il giovedì è festivo. Siccome il pubblico difficilmente si rassegnerebbe ad attendere fino al mezzodì del sabbato, a braccia incrocicchiate, senza arrischiare alcuna combinazione, così l’impiegato del lotto prende a proprio rischio alcune centinaja di viglietti, e procura rivenderli con vantaggio. Ed è allora che l’interesse personale, stimolante impareggiabile, s’ingegna d’ornare la bottega e sedurre i passaggeri. Tutta la mostra è ornata di cifre infallibili. È il terno della Fortuna; è un ambo sognato da un malato; è un estratto apparso nelle nubi della sera. Spesso estratto, ambo e terno restano per conto del mercante; spesso ancora ei si rallegra di non averli esitati, poichè guadagna all’estrazione. Se perde due o tre volte di seguito, e si lascia pigliare da dispetto, prenderà il partito di viaggiare, dopo avere onestamente collocata la chiave sotto la porta.
Gli stranieri che vengono a Roma, cominciano dal biasimare severamente il lotto. In capo a qualche tempo lo spirito di tolleranza che spira nell’aria, penetra poco a poco ne’ loro cervelli; scusano quindi un giuoco filantropico, che somministra al povero popolo sei giorni di speranza per cinque soldi. E ben presto, per iniziarsi al meccanismo della lotteria, entrano essi medesimi nella bottega, evitando di farsi vedere. Tre mesi dopo, s’occupano arditamente d’una dotta combinazione, e formano una teoria matematica, che volentieri firmerebbero col loro nome. Danno lezioni ai forestieri sopraggiunti; erigono il giuoco in principio, e giurano che un uomo è imperdonabile, se non lascia aperta una porta alla Fortuna.
Ogni estate poi, senza pregiudizio del lotto corrente, si tiene certo numero di tombole. La tombola è una partita di lotto giuocata all’aria aperta dalla popolazione intera. Ciascuno prende un cartone, vi scrive egli stesso quelle cifre che crede migliori. Chierici e laici, ricchi e poveri, circondano l’ufficio della tombola; e l’estrazione si fa in quell’amena villa, che il principe Borghese presta graziosamente al popolo di Roma per passeggiarvi a piedi ed in carrozza. È un immenso giardino, disseminato di monumenti di tutte sorta, e popolato da numerosi armenti che vivono ne’ prati. Che vi pare d’un giardino privato dove si fanno cinquanta mila fasci di fieno all’anno? Un ippodromo di pietra, due volte più grande che il nostro ippodromo di legno, serve di teatro alla tombola. Tutta la città vi accorre in corpo, lasciando agli storpj ed ai paralitici la cura di custodire le case.
Cotesta festa della Santa Moneta è solenne al pari d’ogni altra, e più popolare che molte altre. Vi si vedono tanti cappuccini quanti mai dietro le processioni più frequentate. Il sole, la musica, la toeletta, l’interesse appassionato degli astanti, tutto vi concorre. Ma, zitti! Si fa silenzio, il primo numero sta per sortire. Eccolo, proclamato da una voce sonora, trasmesso di bocca in bocca, da un’estremità all’altra dell’anfiteatro, mentre su grandi cartelli viene esposto a tutti gli sguardi. Ognuno tiene il proprio cartone e vi segna i numeri estratti. Il primo terno, la prima quaderna, la prima quintina subito si annunciano e vanno a cercare il loro denaro sul palco de’ giudici, al suono delle trombe. Se qualche stordito s’inganna e reclama il premio senza averlo guadagnato, ritorna al suo posto in mezzo ad un uragano di fischi. Il primo cartone tutto riempito guadagna la tombola e mille scudi.
Il guadagno non è sì grosso nelle rustiche tombole che formano l’ornamento immancabile di tutte le sagre di villaggio; ma si può dire che, sia per cento od anche per cinquanta scudi, colui che vince dimostra altrettanta gioja, ed altrettanta invidia colui che perde. Guai a chi s’arrischia di guadagnare, se non è della parrocchia dove si giuoca! Viene accompagnato a casa a sassate, ed il suo danaro gli costa caro.
Non è molto che in un villaggio della Sabina tal sorte accadde ad un contadino che abitava tre leghe lontano. Il vincitore era un uomo d’età matura, dolce, paziente, tranquillo, flemmatico siccome un Normando del paese di Caux. Ei s’intascò il danaro senza dir nulla, e s’accinse a portarselo a casa. Ma la florida gioventù del villaggio si pose ad attraversargli la via, e fu tanto peggio per tutti. Si cominciò con de’ motteggi, poi vennero gl’insulti, poi quell’uomo dabbene venne aggirato siccome palla elastica. Egli consolavasi però, ricevendo qualche pugno, poichè sentiva per la scossa suonare in tasca i suoi scudi. La folla, incoraggita dal suo aspetto impassibile, si fece più audace, a tal segno che colui fu costretto a rifugiarsi in un’osteria, anzichè ritornare a casa sua. Fuvvi seguito e sempre perseguitato da grida e da pugni; ond’egli, quantunque tranquillo e inoffensivo, ne venne al punto che, avendo visto un coltello aguzzo, lo afferrò. Due minuti più tardi v’erano nella parrocchia tre morti e quattordici feriti. Il vincitore si trasse al largo, ed uscì da quella terra un po’ più ricco e molto meno innocente di quello che vi era entrato. La notte appresso ei non dormì colla moglie, ma si diresse dalla banda di Velletri, ed andò a ricoverarsi nella _Pianura Morta_ a vivervi col denaro della tombola.