VII.
IL CETO MEDIO.
Lo si chiami borghesia, terzo Stato o ceto medio, esso è il fondo medesimo de’ popoli moderni.
I plebei e gli uomini che vivono alla giornata col lavoro delle loro braccia, sono in ogni paese una forza cieca, che dalla sua ignoranza e povertà viene esposta a tutte le seduzioni della menzogna ed a tutti gli eccessi dell’invidia. Quasi da per tutto bisogna fare conto di questa plebe, ed io non conosco paese dove si possa contare su di essa. È dovere ed interesse d’un buon governo d’illuminarla coll’istruzione primaria, e d’interessarla alla pace pubblica, incoraggiandola a formarsi un capitale. Da un lato le scuole, dall’altro le instituzioni d’economia e di previdenza, aiutano i plebei a salire di grado ed a farli entrar nella borghesia. Verrà tempo, siatene sicuri, in cui non vi saranno più plebei, perchè ogni uomo avrà con sè un’educazione sufficiente, ed un piccolo avere.
Le nazioni più incivilite sono quelle in cui la plebe più rapidamente s’immedesima nel ceto medio, che deve assorbire ogni classe. Esso già assorbe la casta aristocratica, ed è un processo che andrà a compiersi prima della fine del nostro secolo.
Il feudalismo ha reso eminenti servigi all’Europa, ma ormai ha compito il suo tempo. Dopo la rovina del mondo romano e l’invasione tumultuosa de’ barbari, esso aveva creato un ordine fittizio e brutale, ma regolare.
La monarchia assoluta, ch’era un passo verso il meglio, le diede colpi vigorosi, che non solamente lo domarono, ma benanche lo trasformarono. A datare dal secolo XVI la feudalità cambia nome, e chiamasi nobiltà. Il gentiluomo è ancora superiore al villano, ma resta a cento leghe al disotto del re. Obbedisce anzichè comandare, e compra a costo delle più tristi umiliazioni il diritto di umiliare il popolo. Nel 1793 il popolo, vale a dire il ceto medio, decapita la monarchia e la nobiltà, e proclama il principio della eguaglianza degli uomini, che sarà poscia discusso, controverso, eluso, ma non mai abolito.
Basta dare attualmente un’occhiata all’aristocrazia francese, per convincersi ch’essa si fonde a poco a poco nel ceto medio. Le famiglie nobili che sopravvissero al Terrore erano spogliate d’ogni patrimonio. Le restituzioni di Napoleone I, ed i mille milioni degli emigrati non le hanno rialzate che per poco tempo. Il codice civile, che non ammette diritto di primogenitura, disfà le più colossali sostanze col suddividerle. I privilegi da cui potevasi cavare un po’ di danaro sono aboliti; gl’impieghi pubblici non sono più conferiti alla nascita, ma al merito ed alla protezione, e se un gentiluomo del 1860 avesse la pretensione di vivere senza occupazione, siccome i suoi antenati, condannerebbe la sua posterità a morire di fame. Intanto i bisogni aumentano, il lusso trascende, ciò che chiamavasi ricchezza cento anni fa, basta appena al presente a costituire una decente mediocrità. Ora che rimane all’aristocrazia del nostro paese? Essa si distingue ancora dalla folla per la purezza di alcuni tipi, l’elevatezza di alcuni caratteri, l’ostinazione di alcuni pregiudizj; ma è costretta, anche suo malgrado, a deporre il suo disprezzo ereditario per l’industria, il commercio e la finanza, ed a consacrarsi alle arti del ceto medio.
Cotesta graduale annessione di tutto un popolo alla classe più intelligente e laboriosa è una delle cause meno conosciute della nostra grandezza. Cotesta borghesia, della quale a torto deridiamo le ridicolaggini e gli equivoci, di cui condanniamo l’egoismo e lo spirito esclusivo, è però la forza più vivente della nazione francese. Si è potuto decapitare la nobiltà nel 1793 senza fare gran torto al paese; ma se la rivoluzione del 1848, com’erasi temuto un istante, avesse decapitato la borghesia, noi eravamo spacciati. L’impero romano, così saldamente costituito sotto il dispotismo democratico dei Cesari, non potè sopravvivere alla distruzione del ceto medio: è perito per mancanza di borghesia.
Osservate intorno a noi: la Svizzera ed il Belgio, affrancati ad epoche diverse pel coraggio di alcuni borghesi, formarono due piccole nazioni assai vigorose, perchè la classe media vi prospera e s’ingrandisce. Una borghesia ricca e potente è la gran molla dell’Inghilterra, e move quell’immensa macchina, che colle sue braccia avviluppa il mondo. L’America del Nord, paese eminentemente borghese, divorerà senza posa l’America del Sud, popolata da padroni e da schiavi. La Spagna, degradata all’ultimo segno da’ suoi re e da’ suoi frati, si va rialzando con rapidità maravigliosa dacchè essa ha un ceto medio. La Russia col suo territorio, la sua popolazione, i suoi prodotti di ogni specie, concentrati in una sola mano, sembra minacciar l’Europa, ed inquieta certi politici; ma non sarà a temersi prima d’un mezzo secolo, chè non occorre meno per creare, tra i servi ed i signori, un medio ceto.
In Italia è la classe media che ha preparato la rivoluzione salutare alla quale assistiamo. I capi del movimento nella pace e nella guerra sono due uomini di genio, esciti dal medio ceto: Cavour e Garibaldi. Ciò che ci ha permesso di sperare dal primo giorno che l’Italia ricupererebbe la sua indipendenza, è lo sviluppo che il ceto medio aveva preso, ed i progressi che aveva saputo fare, malgrado tutti gli ostacoli frapposti dall’oppressione.
Se il re Vittorio Emmanuele è il sovrano predestinato della nuova Italia, non è già solamente perchè è il principe più liberale ed audace di tutto il paese; ma è sopratutto perchè il ceto medio è più colto, più preponderante e più forte in Piemonte che altrove. Si trova pure in Lombardia, in Toscana, negli Stati di Piacenza e di Modena, nelle Romagne ed anche nel regno di Napoli una plejade d’avvocati, di medici, d’ingegneri, di professori, d’industriali e di negozianti, i quali da lungo tempo sognano, procacciano e meritano la libertà della loro patria.
Roma non potrà essere affrancata che dopo Venezia e tutte le altre città italiane. La religione e la diplomazia non sono le sole cause di questo ritardo; si spiega eziandio per l’inferiorità relativa in cui i padroni della città hanno abbassato e mantenuto il ceto medio. Questa casta maltrattata si compone d’impiegati laici d’ogni specie, di ufficiali d’ogni grado, d’avvocati, di bottegai, di medici, d’artisti, di locatori e mercanti campagnuoli.
Gli uomini di questa categoria vivono fra loro sopra un piede d’eguaglianza quasi perfetta: il colonnello, il ministro, il mercante e l’avvocato appartengono al mondo medesimo. Essi sono generalmente poveri, e quasi sempre dipendenti; la loro istruzione è modesta e la loro educazione appositamente trascurata. La maggior parte sono clienti di cardinali o di principi; esercitano alla loro volta una specie di patronato sui plebei. Prodighi de’ complimenti e delle cortesie, che sono la moneta corrente di Roma, hanno de’ modi sì rozzi di linguaggio, che parrebbero intollerabili da noi. Si raccolgono tra loro entro una specie di taverne, e prima di mettersi a tavola si tolgono volentieri la loro cravata e depongono il loro abito. Nella loro giovinezza sono abbastanza leggiadri, e s’abbigliano con civetteria, indossando fin l’ultimo loro scudo. A quarant’anni si trascurano, prendono tabacco, portano cravate a nodo fatto, rinunciano ai guanti, ma non già alla carrozza. Il ventre vien loro facilmente, poichè il pane e le paste formano il fondo del loro alimento, unitamente ad alcune insalate ed a molti legumi verdi. Vanno essi medesimi al mercato, e di rado lasciano alle loro mogli qualche soldo a disposizione.
I loro appartamenti sono più che semplici, il loro mobigliare è raro e negletto. Non mancano nè d’intelligenza nè di finezza; hanno grandi vantaggi a ritrarre dal loro spirito, ed inventano le più ingegnose combinazioni per guadagnare molto danaro senza fatica. Si maritano giovani, e la Provvidenza manda loro una moltitudine di figli, di cui non sanno che fare. Religiosi tutti, ma non tutti probi, si lamentano volentieri del governo, quando non temono d’essere intesi; accarezzano i prelati, e cercano un’occasione di soppiantarli. Ecco come sono tutti, o pressochè tutti; sonvi, ben inteso, delle onorevolissime eccezioni, ma non posso valutarle a più del dieci per cento.
Le loro figlie hanno bei denti, grazie alla purezza dell’acqua ed alla sua temperatura eguale; occhi grandi, cappelli in quantità prodigiosa, belle spalle e nuca ammirabile; lineamenti regolari senza molta finezza, naso ben fatto, labbra un po’ sdegnose, carnagione simpatica, braccia ben tornite, mano perfetta, corporatura spesso tozza, gamba pesante, piede troppo grande. È più grato il vederle che l’udirle, chè spesso hanno la voce virile ed anche rauca. La loro educazione, cominciata in convento, compita in casa, è ancora più negletta che quella degli uomini, ignorando esse pressochè tutto quanto dovrebbero sapere, e sapendo troppo bene delle cose che dovrebbero ignorare. Diseredate dalle leggi a profitto de’ loro fratelli, bisogna che adeschino i mariti con altre attrattive che non col danaro. Ricorrono assai spesso ad una civetteria franca, aperta, seducente, libera, allegra, niente affatto nebbiosa ed esente da ogni sentimentalismo germanico. Esse non sanno frenare nè il loro appetito, nè la loro pinguedine; non sognano al chiaro di luna; dicono altamente che se l’usignuolo è piacevole a sentirsi gorgheggiare ne’ boschi, non è pur cattivo a gustarsi cotto in un pasticcio di riso. Piace loro il romanticismo, e volentieri scoccano qualche occhiata ad un giovane che passi: s’inchinano qualche volta sul loro balcone, per iscambiarsi de’ viglietti in cima ad una cordicella; ma cotesta confidenza e cotesta libertà provano qualche cosa in loro favore. Non suppongono che s’attenti a conquistare il cuor loro senza aspirare alla loro mano; e questi amorucci innocenti sono, a’ loro occhi, delle vie di traversa che guidano al matrimonio. Tanto son facili ad accendersi quanto sono forti nel sapersi difendere. L’amante più pazzamente riamato non è più nulla per esse, dacchè perde l’aureola di futuro sposo. Lo piangono siccome morto, e dopo sei mesi s’accingono ad amarne un altro. Don Giovanni e Lovelace perderebbero il loro tempo presso queste piccole fortezze, facili ad investirsi, impossibili a prendersi. Quando poi vengono sposate, esse recano al loro marito un’innocenza illuminata, un candore istrutto.
Hanno conservato intatto il tesoro della giovane, tranne l’ingenuità. Non manca loro nulla, tranne forse la lanuggine delle pesche sull’albero. Sono come que’ frutti del mercato di Parigi, che sono passati per sette od otto mani, prima che noi vi mettiamo il dente.
Dopo il matrimonio esse usano di qualche libertà, se la cronaca dice il vero. Si pretende che i mariti compiacenti siano in gran numero nel ceto medio, e che molte donne proveggano esse medesime ai bisogni della loro toeletta; ma io credo che questo rimprovero sia, se non del tutto ingiusto, almeno assai esagerato. Ecco i figli che vengono in lunga fila; le prime rughe solcano la fronte, sopraggiungono gli anni, la donna abdica, succede la madre, la civetteria si spegne, la toeletta appassisce, e più non rimane che una specie di aja in veste di lana, che cammina dietro le proprie figlie al passeggio del Pincio.
La borghesia romana rassomiglia sì poco alla nostra, che sarete senza dubbio curiosi di passarla in rivista più dappresso. Entriamo nelle file, e cominciamo dalle professioni liberali.
Marchetti, De Rossi, Lunati sono uomini eminenti che farebbero onore a tutte le avvocature d’Europa; ma il volgo de’ legali è umilissimo, timidissimo ed assai oscuro. I dibattimenti giudiziarj non sono pubblici, e quindi non si sente la tentazione di far pompa d’eloquenza, quando si perora al deserto. Spesso l’avvocato scrive invece di parlare. Le sue memorie per tale o tale altro cliente sono tirate in certo numero di esemplari. Se anche avesse l’ingegno di Cicerone, la sua gloria non oltrepasserebbe quella meta. La sua fortuna procede lentamente: piccoli onorarj, assegni fissi pagati da tre o quattro famiglie ricche, che prendono al servizio un uomo di legge. Parecchi luminari del foro servono di secretari e di consiglieri agli auditori di rota: riassumono le liti e sviluppano le sentenze della corte suprema. Ma se l’auditore di rota viene promosso al cardinalato, il suo dottissimo segretario, il suo consigliere di gabinetto cade direttamente sul lastrico. L’avvocato Vannutelli ha lasciato una bella sostanza, ma perchè era l’uomo d’affari della famiglia Bonaparte. Quanto siamo lontani dall’onnipotenza della tribuna antica ed anche dalla nobile e brillante indipendenza del foro francese!
Ciò che mi fa sorpresa si è che in questo ceto modesto e subalterno vi siano degli uomini di scienza e di coscienza.
I medici sono anch’essi del pari dipendenti. In una città, dove le visite si pagano da venti a trenta soldi, un povero dottore morrebbe di fame, se non fosse il cliente di qualche casa signorile. Ei riceve quindi uno scudo al mese di qua, due di là, cinque o sei in altra famiglia. Per essere al corrente degli affari, ei passa tutte le sere dal farmacista all’ora dell’_Ave Maria_; poichè è appunto al farmacista che l’ammalato s’indirizza quando ha bisogno del dottore, mentre il domicilio del dottore è spesso sconosciuto. Quando passeggiate dinanzi un farmacista verso le sei della sera, in inverno, vedete una mezza dozzina di signori che si stringono intorno alla stufa, col cappello sulla testa: sono altrettanti medici che attendono la clientela! D’estate stanno sulla soglia, siccome i commissionarj a Parigi.
Sonvene molti che meriterebbero di vivere altrimenti, e potrei citare certo numero di medici romani, i quali hanno, siccome il celebre Baroni, onorato l’Italia ed illuminato l’Europa. Ma l’insegnamento è sì debole, sì imperfetto ed impacciato da pregiudizj cotanto ridicoli, che la massa de’ medici romani è rimasta in ritardo. Per dieci che tengon dietro passo passo ai progressi della scienza moderna, se ne contano trenta, i quali sono ancora alla terapeutica di Purgon. Quasi tutti gli ammalati sottomessi alle loro cure fanno colazione con una purga, e pranzano con un salasso. E di vero gli abitanti di Roma sono i meglio purgati e meglio salassati di tutti i cristiani. Si salassano quei poveretti che sono assaliti da febbre intermittente fino al giorno in cui, sfiniti in pari tempo dalla malattia e dal rimedio, scendono pallidi come larve nel sepolcro.
Alcuni medici di questo paese hanno ancora la jattanza chiassosa de’ ciarlatani. Spiegano al malato, ad alta voce, e con frasi inintelligibili, la causa de’ suoi patimenti. «Povera caduca creatura, è il verme che ti tormenta; tu sei letteralmente vittima dell’_acrastia vermi_. Per tua fortuna mi hai dimandato a tempo; il verme non è ancora penetrato nel gran tabernacolo della vita. Vado a fermarlo nel suo corso con un buon salasso, per tema che non profitti del movimento della circolazione per avanzarsi di più: procederemo in seguito ad espellerlo improvvisamente entro il torrente d’una purga detersiva». Dopo otto giorni di trattamento, l’ammalato, vuote le budella come un pollo sventrato, finisce per rendere un filamento bianco o rosso, ed il medico esclama: «Rallegrati d’avere trovato un degno allievo d’Ippocrate! La scienza ha fatto un miracolo di più; il verme è domato, tu sei guarito!»
Eppure ho trovato ne’ dintorni di Roma un medico assai più modesto. Era giovane, ed il farmacista l’aveva mandato in una casa, dove per avventura mi trovava io pure. L’ammalato gli disse: «Non mi sento bene, la mia testa è pesante, sono grosso, ho il collo passabilmente corto; non mi curo di morir d’_accidente_: salassatemi.
— Volentieri, rispose il giovine levandosi l’abito. Il salasso è una bella operazione, utilissima e facilissima; sì, facile davvero, sebbene tutti gli uomini non siano egualmente destri. Non avete timore? Oh! nemmen’io. Che è mai un salasso? Una puntura da farsi ad un braccio. Ciò che importa è di non tremare.» Tremava però alquanto, ma si fece coraggio in presenza del pericolo; trasse la sua lancetta, tagliò la vena, ed ecco ne sprizzò un bel getto di sangue nella tazza. Il dottore cadde a ginocchi esclamando: «Ringraziamo la Madonna! Questa volta sono riuscito».
Quand’egli si fu rimesso dalla sua commozione, gli dissi: «Per bacco, dottore, voi avete la mano franca, ed io stesso voglio confidarmi alle vostre cure. Cotesto maledetto vento di scirocco, che spira da due giorni, mi cagiona non so qual malessere, e provo molta fatica a lavorare.
— Volete che vi purghi?
— Grazie.
— Bramate che vi salassi?
— Oh! mille grazie. Non abusiamo della bontà della Madonna.»
Ei ripigliò con certa esitazione: «E che fareste voi stesso?
— Son d’avviso che prenderei de’ bagni ai piedi, e ben caldi.
— Avete ragione. Sì, fatevi un bagno ai piedi, ve l’ordino. Poi, se avete fede in me, andate a letto, e fate una preghiera a S. Andrea Avellino, il cui intervento in questi casi è onnipossente».
La distanza è breve tra questo medico dozzinale ed il bottegajo, sicchè posso osare il passaggio dall’uno all’altro. I mercanti ed i bottegaj hanno alquanto cambiato di fisonomia da cento anni in qua. Altre volte i magazzini del Corso rassomigliavano a bottegucce; ma ora sono alquanto simili ai magazzini delle nostre città di provincia. Il venditore ne’ tempi andati rispondeva con aria non curante: «Tengo ciò che volete, ma ritornate dimani; è troppo caro». Ora mostra maggior premura, ma la merce non vale di più. Roma non è il centro del commercio intero, e quasi tutte le città si proveggono direttamente in Francia od in Germania. La capitale basta a sè medesima con una fabbricazione ristretta ed una importazione limitata. Gli stranieri di passaggio vi trovano pressochè tutto, od almeno l’etichetta di tutti i prodotti del mondo sopra merci falsificate. Il prezzo di tutte le merci di lusso è esorbitante, la qualità detestabile. E ciò perchè il mercante paga diritti abbastanza forti, vende poco, e suddivide il suo guadagno con molte persone. I sensali, i servitori di piazza, gli officiosi d’ogni specie prelevano una piccola parte. Voi volete comprare un mobile, or bene il vostro domestico italiano sa dove se ne vende, onde sarete condotto siccome filo nella cruna dell’ago sino ad una bottega senza mostra, situata al primo piano d’una casa di magro aspetto, che da voi stesso non avreste potuto trovare. Dopo che voi sarete uscito, il mercante divide l’utile colla vostra guida, che dà qualche cosa al vostro domestico. Pari mistero ad un bel circa copre i negozianti di commestibili che vi danno da pranzo. A prima giunta voi credete che vendano de’ giocatoli di carta indorata; poi venite a sospettare che facciano in secreto il mestiere del confetturiere. Bisogna dire certe parole perchè vi si mostri un bifteck, che non è buono. La senseria ha tanta parte ne’ beneficj del commercio, sicchè la medesima quantità dello stesso olio si vende sei soldi all’ingrosso e quindici al minuto. Ora giudicate della parte che spetta agl’intermediarj!
Gli operai romani sono generalmente abili, lavorano adagio adagio, ma sanno fare certe cose a perfezione. Non vi sono al mondo case più solidamente costrutte di quelle di Roma. La leggerezza de’ palchi da costruzione è miracolosa; e non si ripara un edifizio se non all’estrema necessità, e la vigilia del giorno in cui dovrebbe cadere. Si toglie un mattone, se ne mette un altro, s’introduce una pietra in una screpolatura; insomma, dopo alcuni mesi la costruzione si trova rifatta a nuovo.
Non avete mai inteso la storia di quel calzolajo di Milano, che fu dimandato da un general francese sotto il primo Impero? «Mio giovinotto, disse il generale, ho bisogno d’un pajo di stivali fini; ma non si fanno che a Parigi!» Il calzolajo s’inchinò, prese la misura ed uscì. Otto giorni dopo ei provava al generale uno stivale senza difetti, così esatto, elastico e fino siccome guanto. «Corpo del diavolo! esclamò il vincitore, tu sei un demonio ben destro. Il tuo stivale mi va benissimo; vediamo l’altro! — L’altro, soggiunse l’operajo, lo farete fare a Parigi».
Se gli operai romani lavorano più lentamente che i nostri, egli è sopratutto perchè non hanno danaro. Avevo ordinato un abito ad un sartorello, la cui bottega prometteva certa agiatezza. Mi fece aspettare più d’un mese, ed i pretesti che addusse basterebbero a fornir materia per un atto da commedia. Da ultimo mi venne in mente di anticipargli qualche scudo, e fui subito servito. Quasi tutti i mastri muratori, i vetraj, ecc. che s’impiegano all’Accademia di Francia, lavorano per anticipazioni che loro si fanno.
La mancanza di capitali è appunto quella che fa languire il commercio e l’industria; ed è per la stessa causa che invano si cerca in Roma quella borghesia indipendente ed illuminata, che è il più saldo fondamento di tutte le grandi nazioni. È da credersi che il compimento delle strade di ferro, facendo convergere verso Roma tutti i frutti del paese, vi potrà creare un ceto medio degno di tal nome. Si citano alcuni salsamentari che si sono arricchiti; ma la sola impresa commerciale in cui siasi fatta una fortuna principesca è quella della fabbricazione del pane. Vi ho già detto che i Romani erano i più voraci mangiatori di pane dell’universo incivilito.
Gli operaj e mercanti, per miserabili che siano, non peccano mai per eccesso di modestia. La loro vanità e la loro imprevidenza pareggiano talora quella de’ plebei. Spendono tutte le loro economie due volte all’anno, dapprima in carnevale, poi nel mese d’agosto, durante la vendemmia. Amano la pompa, portano oro in catene, in anelli e pendenti d’orecchie. Il nostro falegname, che somiglia appuntino a Calibano, porta una turchese ad ogni orecchia, siccome i buffali hanno un anello di ferro nel naso.
Jeri sera, risalendo per la via Frattina, intesi la chiusa d’una conversazione tra un droghiere ed un legatore, che serravano le loro botteghe. «E con tutto ciò, diceva il legatore, noi siamo Romani, i primi del mondo».
L’affitto degli appartamenti mobigliati è stato per molto tempo la principale industria del ceto medio. Quando bisognava viaggiare per un mese o due per venire a Roma, gli stranieri non vi si fermavano otto giorni. Vi passavano l’inverno, ma non all’albergo, chè gli alberghi sono invenzione moderna. Di quei tempi adunque, una famiglia romana, che avesse avuto almeno alcuni scudi a disposizione, assumeva in affitto, di terza o quarta mano, tutto un piano sul Corso, prendeva a nolo de’ letti per mobigliarlo, e l’offriva poi ai nobili forestieri che arrivavano colle poste. Potevate avere, per mille scudi, un appartamento che non ne fruttava cinquanta al proprietario della casa. Il sopravanzo dividevasi fra il locatore principale, il sottaffittuario, il mercante di mobili, l’impresario delle stanze mobigliate, ed il servitore di piazza che vi aveva condotto fino alla porta. Quest’uso non è scomparso del tutto, poichè varie famiglie, di certa considerazione, non hanno altri mezzi per vivere. Abitano presso di voi, in un cantuccio, aprono la porta, ricevono le vostre visite, e si tengono compiacentemente al vostro servizio. Cotesto semi-grado di domesticità non ha nulla che gli umilii. Del resto sonvi pochi Romani del ceto medio che, a dritto od a rovescio, non siano un po’ domestici. Costui è avvocato ed intendente, colui è medico al servizio d’un principe; questi è droghiere e cameriere, quegli è tabaccaio e guardaportone d’un cardinale, e quell’altro è cuoco d’un marchese e trattore. Chi non ha sentito parlare del trattore Lepri? È la taverna più celebre di Roma, e dove si pranza peggio, ma a buon mercato. Ecco in qual modo venne fondata. Il marchese Lepri era quasi rovinato negli averi, quando il suo cuoco si offrì di nutrir lui e tutta la sua famiglia a cinque soldi a testa. Non dimandava null’altro in compenso che quello d’aprire una piccola trattoria presso la sua cucina, al pian terreno del palazzo. Conchiuso il contratto, quel piccolo commercio crebbe a segno, che il trattore traslocossi altrove, con sè portando il nome di Lepri, che gli è rimasto. Ma osservate come tutto si altera in questo mondo! ei s’intitola attualmente trattore della Lepre.
I soli borghesi veramente degni di tal nome, perchè raggiungono fortuna e indipendenza, sono i mercanti di campagna. La loro industria consiste nel prendere in affitto una vasta possessione, che coltivano con grande appoggio di braccia, di bestiame e di capitali.
Se l’industria ed il commercio non brillano in Roma se non per la loro assenza, l’agricoltura non trovasi nel medesimo caso: la città è come un gigantesco podere in mezzo alla pianura più fertile del mondo. Il suolo è si potentemente ferace che, malgrado l’insalubrità dell’aria, malgrado la consuetudine, lo sciopero, l’insufficienza delle leggi civili, l’indolenza de’ proprietarj, e la deplorabile distribuzione de’ possessi, malgrado il pessimo stato delle strade, la capitale del cattolicismo è attualmente la capitale del grano. Alcuni uomini intelligenti, sorti dagli strati più modesti della plebe campagnuola, hanno sparagnato alcuni scudi; i figli loro gli hanno fatti fruttificare in speculazioni rustiche, i loro nipoti comprano capi bovini, prendono un’affittanza, pagano cento cinquanta mila franchi all’anno al principe Borghese, ovvero ad un altro, e ne mettono in serbo altrettanti. Alla generazione seguente diventano conti, marchesi, duchi, principi! Comprano il patrimonio, il nome e gli antenati d’una grande famiglia decaduta, se loro piace discendere dagli eroi di Tito Livio e non dagli schiavi di Catone.
In attesa di questa metamorfosi, il mercante di campagna abita, in Roma od a Frascati, una vasta casa modesta e poco mobigliata, con camere dipinte in calce, dove offre un’ospitalità cordiale, un vino eccellente, e quattordici piatti di vivande succulenti. E voi mangiate di tutto, ve ne prego, sotto pena di spiacergli. La sua conversazione è solida e piena di cose, sopratutto se l’interrogate sui lavori de’ campi. Non è già ch’ei viva sempre nell’orizzonte della campagna romana; ei viaggia di tempo in tempo. Ha fatto una gita a Londra, ed una piccola sosta a Parigi; si propone d’andare a vedere suo fratello, che trovasi a Vienna, e forse spingerà la sua corsa fino a Costantinopoli. Non confondetelo coi Romani di professione, che non hanno mai veduto il mare, e che parlano d’Albano per averne inteso parlare. Il mercante di campagna è di tutti i paesi, siccome il grano, siccome il danaro. Suo solo difetto è quello di ripetere fino alla noja: «Siateci indulgenti, noi siamo gente di campagna.» Senza questa modestia esagerata, si proverebbe un piacere perfetto a conversare con esso. Ma scusatelo per un istante, bisogna assolutamente ch’egli vi lasci. Egli ha collocato questa mattina medesima mille e seicento mietitori in un campo di grano. Permettetegli di montare a cavallo, e d’andare a vedere co’ propri occhi, se la grandine d’jeri sera gli ha fatto perdere più di cento mila franchi. I suoi grani sono a due leghe lontani di qua; fra poco più di un’ora ei sarà di ritorno, e tutto per voi.
Ve lo mostrerò nell’esercizio delle sue funzioni, se mi fate l’onore di seguirmi un giorno nella campagna. Per ora, levatevi il cappello, ecco i signori impiegati.
Che moltitudine, sommi Dei! E chi dunque ci diceva che i laici non pervenivano agl’impieghi negli Stati del Papa? — Non datevi la briga di contarli: sono 8500, secondo l’ultimo censo ufficiale. Un uso inveterato vuole che ogni personaggio importante, cardinale, prelato o principe, si dia cura di alloggiare i propri clienti ed amici in qualche posto del governo. La moltiplicità degl’impieghi e la modicità degli onorarj procedono da ciò, e sono due veri flagelli. Si procura d’accontentare tutti, senza però dar fondo al tesoro. Tutti cotesti signori sì ben collocati ricevono assegni molto modesti, ad eccezione di cinque o sei. La gran maggioranza s’accontenta da venticinque a cento franchi al mese, e coloro che arrivano a cinquanta scudi sono personaggi di vaglia. Ecco de’ governatori e vicegovernatori di città, che amministrano e giudicano, che hanno il diritto di mandar un uomo alle galere per cinque anni, e percepiscono dall’erario 125, 100, ed anche 60 soli franchi al mese! Ecco de’ giudici di prima istanza a 100 franchi, de’ consiglieri della corte d’appello a 350. Sono pagati meno che gl’impiegati del lotto. Se siete curiosi di sapere come facciano a vivere, è un secreto che posso svelare senza scandalo. Il capo divisione del ministero delle finanze è in pari tempo incaricato della tenuta de’ libri d’un mercante di campagna. Non sono due ore che un domestico del fittajuolo è venuto a pungerlo al suo ufficio per certe scritture in ritardo. Questo impiegato del Senato discende dal Campidoglio una volta al giorno per ordinare delle cifre al Ghetto, nella retro-bottega d’un israelita. Costoro crescono clandestinamente la propria rendita con qualche _incerto_, che ottengono stendendo la mano a proposito. Coloro sono troppo altieri per stendere la mano; la introducono furtivamente nella cassa. Ecco un gruppo di persone oneste, che servono lo Stato con zelo assiduo, disinteressato, direi quasi eroico. Può darsi che taluno d’essi arrivi per caso a qualche impiego elevato; ma la plebe che non stima, se non le grandezze ereditarie od ecclesiastiche, difficilmente li tratterà con serio riguardo. Non perdonerà loro nè l’umiltà della sua nascita, nè le funzioni modeste sostenute. L’aristocrazia lo terrà rigorosamente a distanza e gli chiuderà le sue sale; il clero vedrà in lui un intruso, che ha raggiunto il suo scopo per vie tortuose. Alla prima occasione proverà la sorte del povero Campana. Del resto, debbo confessare, che queste fortune politiche sono assai rare. Non solamente i cittadini più onesti e più capaci sono allontanati dagli alti impieghi, ma essi medesimi se ne tengono lontani e prendono altra via.
L’esercito spetta alla plebe pei soldati, ed al ceto medio per gli ufficiali; non occupa un grado fra i corpi dello Stato, e non forma, siccome in Francia od in tutti i paesi militari, una classe distinta ed onorata. Le menti non sono ancora avvezze a considerare nel soldato qualche cosa più che un uomo del popolo, e gli spallini d’ufficiale non sono distintivo di nobiltà, ma sibbene quello d’un impiego come tutti gli altri. Questa specialità merita un capitolo completo; ed io la differisco per trattarla a fondo.
Ma non mi congederò dal ceto medio senza farvi osservare quella piccola schiera di bottegaj in uniforme. Vanno di questo passo al Vaticano ad occupare la seconda anticamera, fra gli Svizzeri e la guardia nobile. Si presteranno loro de’ fucili per la giornata, ed essi li restituiranno all’uscire. Questa guardia nazionale si chiama la _scelta_. Si veste a proprie spese, ma credo che ciascuno degli _scelti_ riceva nove scudi all’anno, ed una dote di 300 franchi quando marita una delle sue figlie.