Chapter 2 of 16 · 3826 words · ~19 min read

II.

LA PLEBE.

I nobili stranieri che visitarono Roma in calesse conoscono poco, o male, il piccol mondo di cui sto per parlare. Si ricordano d’essere stati importunati da facchini chiassosi e da mendicanti instancabili, non videro altro che mani aperte per ricevere, non intesero che voci stridule per chiedere l’elemosina ad alte grida.

Dietro questo sipario di mendicità si celano ben centomila persone pressochè indigenti, senz’esser oziose, e che guadagnano a stenti il loro pane quotidiano. I giardinieri ed i vignajuoli che coltivano parte della cerchia di Roma, gli operaj, i manovali, i domestici, i cocchieri, i modelli, i merciajuoli girovaghi, i vagabondi onesti, che aspettano per cenare un miracolo della Provvidenza, ovvero un terno al lotto, compongono la maggioranza della popolazione. Vivono discretamente d’inverno, quando gli stranieri seminano la manna sul paese; si stringono poi le visceri d’estate. Molti sono troppo fieri per dimandarvi cinque soldi; ma nessuno è abbastanza ricco da rifiutarli, se gli vengono offerti. Ignoranti e curiosi, ingenui e perspicaci, suscettibili all’eccesso senza soverchia dignità, prudentissimi d’ordinario e capaci delle più sanguinose imprudenze; fanatici nella devozione e nell’odio; facili a commoversi, difficili a convincersi; più accessibili ai sentimenti che non alle idee; sobrj per abitudine, terribili nell’ubbriachezza; sinceri nelle pratiche di divozione la più eccessiva, ma prontissimi benanche ad irritarsi contro i santi siccome contro gli uomini; persuasi che hanno poco a sperare sulla terra, confortati di tempo in tempo dalla speranza d’un mondo migliore, vivono in una rassegnazione alquanto ringhiosa, sotto un governo paterno che loro dà del pane quando ne ha. L’ineguaglianza delle condizioni, più evidente a Roma che a Parigi, non gli stimola punto all’odio.

Si sono accomodati alla modestia della loro condizione, si rallegrano che vi siano de’ ricchi, affinchè il povero possa trovare de’ benefattori. Nessun popolo è meno capace di guidarsi da sè; e perciò il primo arrivante può agevolmente condurlo. Costoro rappresentarono la parte di comparse in tutte le rivoluzioni di Roma, più d’uno si è ben battuto senza comprendere la commedia che si rappresentava. Essi credevano sì poco alla repubblica, che in assenza di tutte le autorità, allorquando il santo padre ed il sacro Collegio si erano rifuggiti a Gaeta, ben trenta famiglie plebee si erano accampate in casa del cardinale Antonelli senza rompervi un bicchiere. Il ristabilimento del papa sotto la protezione d’un esercito straniero non gli ha per nulla sorpresi: essi l’aspettavano siccome un felice avvenimento ed il ritorno della tranquillità pubblica. Vivono in pace coi nostri soldati, quando questi non s’intromettano nelle loro famiglie, e l’occupazione non li contraria, se non allorquando ne sono personalmente incomodati; e non temono d’immergere il loro coltello nell’uniforme d’un conquistatore, ma potrei accertare ch’essi non celebreranno mai de’ Vespri siciliani.

Si vantano di discendere in linea retta dai Romani della Roma antica gloriosa, e cotesta innocente pretensione mi sembra assai bene fondata. E di vero essi sono divoratori di pane, e avidissimi di spettacoli; trattano le loro donne siccome fantesche, non lasciano loro l’arbitrio d’un centesimo, e fanno la propria spesa essi medesimi: ciascun d’essi è cliente del cliente d’un patrizio. Sono ben tarchiati, robusti, e capaci di dare un colpo di collare, che sbalordirebbe i buffali; ma non ve n’ha alcuno che non studii la maniera di vivere senza lavorare. Operaj eccellenti quando non posseggono un soldo, impossibili a rintracciare quando hanno in tasca uno scudo; buoni diavoli, famigliari e semplici di cuore, ma convinti della loro superiorità sul resto degli uomini; economi all’ultimo segno, finchè trovino un’occasione solenne di divorare in un giorno le loro economie, raccolgono, soldo a soldo, dieci scudi nell’anno per prendere a nolo il palco d’un principe nel carnevale o per mostrarsi in carrozza alla festa dell’Amor Divino: ed è così che la plebe di Roma dimenticava il passato e l’avvenire nei Saturnali. L’imprevidenza ereditaria da cui sono padroneggiati si chiarisce per l’irregolarità de’ loro mezzi di sussistenza, la periodicità degli scioperi, e l’impossibilità di giungere senza miracolo ad una condizione superiore. Mancano loro non poche virtù, e tra le altre la delicatezza, la quale però non entrava nel retaggio de’ loro antenati.

Ciò che loro non manca è la conservazione ed il rispetto di sè stessi. Essi non si abbandonano nè alle basse facezie, nè agli abbietti bagordi. Non li vedrete mai insultare gratuitamente un signore che passi per via, o slanciare una parola sconcia in faccia ad una donna. Cotesta classe d’uomini vili, che chiamasi canaglia, è qui affatto sconosciuta: i tratti ignobili non sono merce romana.

Ho passata l’intera giornata d’jeri nel mondo plebeo; era domenica. Mentre scendeva la scala dell’Accademia, ho incontrato un frate questuante, vera plebe della Chiesa. Ei mi salutò cortesemente, ignorando ch’io fossi della casa, e soffermossi per aprirmi la sua tabacchiera.

«Mille grazie, gli dissi, non prendo tabacco».

Risposemi egli sorridendo: «Tanto peggio!»

— E perchè?

— Perchè se aveste accettato la mia presa, mi avreste regalato qualche soldo, pel mio convento».

Sorrisi anch’io, e gli dissi: «Ciò non fa caso. Vi darò ciò che vorrete, ma ad una condizione.

— Dite.

— Che mi conduciate fino alla piazza Farnese, rispondendo alle mie interrogazioni.

— Volentieri; non ho più nulla a fare prima di asciolvere.

— Ho portato or ora qui l’ultima mia insalata.

— Quale insalata?

— Quella che sta sera mangerà il direttore dell’Accademia.

— E che! reverendo, voi vendete l’insalata!

— No, ma ne dono ai benefattori del nostro ordine. L’Accademia, siccome tutte le grandi case, ci fa un’elemosina al mese, ed in ricambio di tal bontà noi le portiamo un’insalata ogni domenica».

Strada facendo mi narrò tutte le piccole professioni ch’egli esercitava gratuitamente, a vantaggio dei benefattori dell’ordine. Strappava i denti con certa destrezza, prestavasi per modello degli artisti per la testa e la barba; seguiva col cereo in mano i funerali de’ grandi personaggi. Il mestiere di questi frati mendicanti non è già d’essere oziosi: essi sono famigliari ed amici dei piccoli, umilissimi e devotissimi servi de’ grandi, il popolo gli ascolta volentieri perchè sono popolo. Predicano nel Colosseo, sulle piazze, nelle strade, in lingua veramente del volgo, colla mano sui fianchi, ed alla buona di Dio. Se qualche parolona può dare più di nerbo alla loro rettorica, essi la slanciano con tutta naturalezza. «Ecco come siamo noi altri, dicevami il mio compagno di passeggio: non siamo dotti; non conosciamo nè telegrafo, nè gaz, nè vapore; ma ne sappiamo abbastanza per dare un buon parere.»

Una vecchia gli si fece incontro chiamandolo per nome. «Padre» gli disse «il mio terno non è sortito. Datemene un altro. È sabbato a mezzodì che si fa l’estrazione di Roma».

Ei la respinse colla mano, dicendole: «Andate a spasso! Non sarebbe egli meglio, quando per caso aveste dieci soldi, di comprare un pane ed una bottiglia di vino, che vi darebbe forza, anzichè perder tutto al lotto?»

La vecchia rispose: «Scusatemi. Quando avrò mangiato il pane e bevuto il vino, la fame e la sete mi nasceranno subito; mentre che, col mio viglietto in tasca, io sono ricca fino a sabbato».

Il cappuccino le volse le spalle senza aprir bocca.

«Signore, mi disse, ripigliando i passi ed il discorso, non si può levar di mente a coteste creature, che noi abbiam mano in pasta nella lotteria. Se volessi fabbricare de’ terni per tutti coloro che me ne dimandano, non me ne rimarrebbe più veruno per me».

M’accinsi ad interrogarlo sui redditi del suo ordine e su quanto un cappuccino può procacciarsi in un giorno. A ciò egli rispose ad un bel circa come il ciabattino di Lafontaine: «Or più or meno. Altre volte, mi disse egli, io era in un convento di Tivoli, mendicava nelle case de’ contadini, e riceveva le elemosine in natura. In questo genere di viaggio, bisogna portarsi ben lontano e sudar molto per guadagnar poco. Faceva quattro questue all’anno nell’ordine delle raccolte. Nel primo viaggio riceveva del grano e dei bozzoli; nel secondo del formentone e delle fave; nel terzo del vino, e nel quarto dell’olio. In ogni villaggio il benefattore del nostro ordine mi offriva l’ospitalità e custodiva la mia piccola provvista, che veniva poi ritirata dall’economo del convento. A Roma le elemosine che ci si danno sono quasi sempre in danaro. Quando sono invitato da un pittore a far da modello, mi viene data una mercede per seduta. Quando strappo un dente, le persone generose mi regalano una moneta di dieci soldi; quando seguo un convoglio funebre di qualche gran signore, ricevo cinque soldi ed una candela di cera; allorchè un artista desidera la mia bella corona del rosario fatta di bosso, è ben di rado ch’io non ritorni al convento con uno scudo. Da ultimo, quando impiego il mio scarso ingegno per uno straniero pio e caritatevole, sono ben certo ch’ei porrà venti soldi nel salvadanajo che qui vedete».

La mendicità è, e deve essere florida nella capitale del mondo cristiano. Non la si può nè intendere, nè frenare, essendo essa un invito perpetuo ad esercitare una delle virtù cardinali. Ogni appello alla carità vi è permesso fino dai primi tempi della Chiesa; lo zoppo ha diritto di mostrare ai passaggieri la compassionevole nudità delle sue gambe. I Romani, stimolati da ogni parte, soddisfanno tutti, nell’esercizio de’ loro mezzi, al precetto dell’elemosina. Ricchi e poveri danno molto; e senza dubbio l’ostentazione prende parte nella pratica d’una virtù sì costosa, ma la bontà naturale del popolo vi si presta spontaneamente.

Di tutti i mendicanti che pullulano nella città, i più onesti e più utili sono senza dubbio i frati questuanti. Ma si dà per certo, che essi hanno la cattiva abitudine di entrare dovunque senza farsi annunciare, di penetrare _ex abrupto_ nelle stanze posteriori delle botteghe, e mendicare con tuono di autorità che imbarazza i timidi ed i piccoli.

Ritorniamo, se vi piace, alla piazza Farnese, dove mi ha lasciato il mio dispensatore d’insalata. I viaggiatori che sono bramosi di contemplare la mole imponente del palazzo Farnese, la sua cornice disegnata da Michelangelo e le due belle fontane che zampillano dinanzi alla facciata, possono farvisi condurre in ogni tempo; ma è alla mattina che io preferisco di recarmivi. La domenica è il giorno in cui i contadini arrivano a Roma. Quelli che cercano l’impiego delle loro braccia vengono ad accordarsi cogli affittajuoli per lavorare a giornata. Quelli che sono già in servizio, e lavorano fuori delle mura, vengono a fare i loro affari e rinnovare le loro provvigioni. Entrano in città allo spuntar del giorno dopo aver camminato buona parte della notte. Ogni famiglia mena un asino che porta il bagaglio. Uomini, donne e fanciulli, spingendo l’asino davanti a loro, vanno a prostrarsi in un angolo della piazza Farnese o della piazza Montanara. Per un privilegio speciale le botteghe vicine restano aperte fino a mezzodì. Si va, si viene, si compra, poi v’ha chi si accoscia in un angolo per contare le monete di rame. Intanto gli asini si riposano sulle loro quattro gambe vicino alle fontane. Le donne vestite d’una giubba a foggia di corazza, d’un grembiale rosso e d’una veste rigata, incorniciano la loro faccia con un panneggiamento di stoffa candidissima. Esse sono tutte, senz’eccezione, da dipingere; quando non è per la bellezza dei loro lineamenti, lo è per l’eleganza ingenua dei loro atteggiamenti. Gli uomini hanno il mantello lungo cilestre ed il cappello acuto; al disotto i loro abiti di lavoro spiccano meravigliosamente abbenchè logori dal tempo e diventati color di pernice. Il costume non è tutto uguale; si vede più d’un mantello color d’esca rappezzato d’azzurro vivace o di rosso simile alla robbia. Il cappello di paglia abbonda in estate. La calzatura è assai capricciosa; scarpe, stivali e sandali calpestano successivamente il selciato. Quegli scalzi trovano qui vicino delle botteghe grandi e profonde ove si vendono delle robe usate. Vi sono delle scarpe d’ogni sorta di cuojo, e di tutte le epoche: in questi tesori della calzatura frugandovi bene vi si troverebbero forse dei coturni dell’anno 500 della repubblica. Ho testè appunto veduto un povero diavolo che provava un pajo di stivali a trombini. Dessi vanno bene alle sue gambe come una piuma all’orecchio di un porco; ed era un piacere il veder le smorfie che faceva ogni volta che posava il piede a terra; ma il mercante lo confortava con buone parole, dicendogli: non aver paura, tu soffrirai per cinque o sei giorni, e poi non ci penserai più. Un altro mercante vende dei chiodi a peso; l’avventore li conficca lui stesso nelle sue suole, al qual uopo vi sono dei banchi appositi. Lungo i muri cinque o sei sedie di paglia servono di bottega ad altrettanti barbieri all’aria aperta. Si paga un soldo per tagliare una barba di otto giorni; il paziente, tutto impiastricciato di sapone, volge gli occhi al cielo con aria rassegnata; il barbiere gli tira il naso, gli mette le dita nella bocca, s’interrompe per affilare il rasojo sopra una coramella attaccata alla spalliera della sedia, o per morder via un pezzetto di focaccia biscotta che pende dal muro. Eppure l’operazione è fatta in un momento; lo sbarbificato si alza, e il suo posto è già occupato da un altro. Potrebbe andare a lavarsi alla fontana, ma trova più semplice di asciugarsi col rovescio della sua manica.

Gli scrivani pubblici si alternano coi barbieri. Si portano loro le lettere che si sono ricevute; le leggono e vi fanno la risposta. Spesa totale, tre soldi. Appena un contadino si avvicina alla tavola per dettare qualche cosa, cinque o sei curiosi si riuniscono officiosamente intorno a lui per sentir meglio. Vi è una certa bonarietà in questa indiscrezione, chè ognuno vi mette la sua parola, ognuno dà un consiglio. Dovresti dir questo. — No — dì piuttosto quello. — Lascialo parlare, grida un terzo, egli sa meglio di te ciò che vuole far scrivere.

Alcune vetture cariche di focaccie biscotte d’orzo e melgone girano in mezzo alla folla. Un venditore di limonea munito d’una molla di legno, spreme i limoni nei bicchieri. L’uomo sobrio beve alla fontana facendo un acquedotto coll’ala del suo cappello. Il ghiotto compera delle vivande passate in seconda mano ad un banco, ove si rivendono a spizzico gli avanzi delle cucine. Per un soldo, il venditore riempie di manzo pesto e di ossa di costoline un brandello di giornale vecchio; un pizzico di sale aggiunto al tutto condisce mirabilmente la mercanzia. Il compratore mercanteggia non sul prezzo, che è invariabile, ma sulla quantità; egli prende dal mucchio alcune bricciole di carne e lo si lascia fare, poichè nulla si conclude a Roma senza tirarsi di prezzo.

Gli eremiti ed i frati passano di gruppo in gruppo questuando per le anime del purgatorio. A me pare che questi poveri operaj facciano il loro purgatorio in questo mondo; e che sarebbe meglio dar loro del denaro piuttosto che loro chiederne, eppure ne danno e senza farsi tirare per le orecchie.

Talvolta un bel parlatore si diverte a raccontare una storia; si fa cerchio intorno a lui, e a misura che l’uditorio s’ingrossa, egli alza la voce. Io ho visto dei narratori che avevano la fisonomia dilicata e ben contenta, ma non conosco nulla di più piacevole dell’attenzione del loro pubblico. I pittori del quindicesimo secolo avranno sicuramente preso sulla piazza Montanara i discepoli che essi aggruppavano intorno al Cristo.

La musica mi toglie alla conversazione e corro. Voi sapete forse che si sente pochissima musica a Roma. La gente del popolo vi canta altrettanto falso quanto gli Ateniesi, ed è lo stesso suono nasale. Qui mi trovo dinanzi un chitarrista cieco, un violinista guercio ed una vecchia _prima donna_ di strada che fanno tanto fracasso come due organetti di Barberia. Ho comperato la loro canzone, poichè essa è stampata con superiore autorizzazione. Potrei tradurvela da un capo all’altro, ma indovinerete la storia quando avrete letto l’intitolazione:

CASO TRAGICO SUCCESSO A BORGOGNA TOLTO DALL’ISTORIA DI MARGHERITA, REGINA DELLA DETTA CITTÀ.

È superfluo l’aggiungere che si tratta della Torre di Nesle, in italiano Torre di Nesler. Coloro che credono che Firenze sia in Inghilterra, perchè gl’Inglesi vengono da Firenze; coloro che domandano quale dei due sia più grande, se la Francia o Parigi non avranno fatica a persuadersi che Margherita era regina di una città chiamata Borgogna, e che suo marito l’ha strangolata l’anno scorso.

Ne ridevo ancora, quando scôrsi presso un banco, ove i mozzi di sigari si vendono all’ingrosso, un contadino di quarant’anni suonati che piangeva senza dir motto, nè asciugare gli occhi. Era d’una bruttezza piuttosto volgare, ed il suo dolore non lo abbelliva. Due o tre uomini della sua età raccolti intorno a lui procuravano di consolarlo; ei teneva in mano una lettera aperta. Io mi avanzai verso di lui e gli domandai che avesse, imperocchè l’indiscrezione di questa buona gente è contagiosa. Egli mi ascoltò con un’aria stupida senza rispondere; ma uno de’ suoi vicini mi disse: È una lettera che ha ricevuto da sua madre.

— Ebbene?

— Ella è morta.

— Imbecille! essa non è morta, perchè scrive.

— Oh signore, interruppe il paziente, è come fosse morta. Leggete piuttosto.

Mi porse la lettera, e la lessi ad alta voce lentamente, perocchè era scritta male e piena di errori d’ortografia, ma di uno stile e di una rassegnazione antica. Il povero diavolo che si era fatto decifrare quella triste notizia da uno scrivano della piazza, ripeteva meco ogni parola con un dolore tranquillo e profondo, e le sue lagrime continuavano a cadere. Ecco ciò che sua madre gli scriveva:

«Figlio mio, io vi scrivo queste righe per farvi sapere che ho ricevuto il viatico e l’estrema unzione. Affrettatevi di ritornar qua, affinchè vi veda ancora una volta prima di morire. Se tardaste troppo trovereste la casa vuota di me. Vi saluto teneramente e vi mando la mia benedizione materna.»

Che ne dite? Ma io non credo che le eroine dell’antica Roma avrebbero avuto maggior coraggio dinanzi alla morte! E non crediate già che questo coraggio sia eccezionale, chè i Romani ravvisano la morte naturale come un debito da pagare; essi non amano tutto ciò che può anticiparne la scadenza. Dicono con una ingenuità assai originale: Io non voglio bagnarmi nel fiume, vi si annega; io non voglio montar a cavallo, si cade; io non voglio andar alla guerra, vi si ricevono delle palle. Ma allorquando la vecchiaja o le malattie fanno loro segno di partire, essi hanno ben presto chiuso la loro borsa da viaggio. Vi racconterò in proposito delle cose curiose, quando saremo al capitolo della morte, e vedrete che vi sono delle buone lezioni da prendere in questo paese.

Ho restituito al mio contadino la lettera di sua madre sdrucciolandogli nelle mani uno scudo; ei non ha pensato nemmeno a dirmi grazie, e si è rimesso a considerare attraverso le lagrime quel doloroso scritto che non sapeva leggere.

Allorchè il cannone del castello di Sant’Angelo ha suonato mezzogiorno, gli angoli della piazza Montanara erano ingombri di gente che dormiva. Ogni famiglia forma un mucchio di cenci magnifici, ove un pittore trova sempre da copiare. I barbieri e gli scrivani pubblici incominciano ad incrociarsi le braccia, le taverne delle vicinanze si vuotano; i fornaj, che aveano sempre avuto folla tutta la mattina, si spopolano, e finalmente si fa un po’ di silenzio dopo tanto rumore. Ma se un prete viene a passare col corteggio che accompagna il viatico, tutti quelli che dormono si svegliano di soprassalto, e col cappello in mano si mettono in ginocchio.

Ho abbandonato la piazza Montanara per fare una visita al Ghetto, ma non chiedetemi quale strada abbia preso. Vi ho avvertito che io non sapevo mai la mia strada. Mi pare che la piazza Farnese sia piuttosto vicina alla cancelleria, ove cadde il povero conte Rossi. Credo esser sicuro che la piazza Montanara è all’incirca a piedi della Rocca Tarpeja; il Ghetto costeggia il Tevere in qualche parte; vi sono poche contrade diritte in Roma, tranne fra il Corso e la piazza di Spagna. Tutti i rettifili sono a zig-zag, e bisognerebbe demolire metà della città per tracciarvi una strada di Rivoli. Il Tevere che non ha sponde abitate serpeggia sì capricciosamente che lo s’incontra dappertutto. Si scorge la sua acqua gialla, qui attraverso una porta, là nel vano di una finestra. Voi credete d’avergli volto la schiena! tutt’altro, egli è là davanti a voi. Cercate una barca, o un ponte, e troverete l’una e l’altro.

Mercè il sistema ch’io pratico, impiego spesso una mezza giornata a scoprire la casa ove ho a fare, ma gl’incontri nella strada compensano il tempo perduto. Ciò che fa di Roma la città più amabile del mondo, e la migliore da abitare, è che vi si trova sempre del nuovo. I vecchi di cento anni che non ne sono giammai usciti vi fanno delle scoperte alla loro porta. La complicazione delle strade, il mistero dei quartieri aggiungono ad ogni scoperta il prestigio dell’improvviso. Io comincio a gustare questa leccornia romana che si chiama l’incerto. L’incertezza è qui la gran molla degli uomini; quanti ve ne sono che non agiscono che nella speranza dell’incerto! Un domestico preferisce lasciar diffalcare cento franchi dal suo salario di un anno anzichè rinunziare ai quaranta o cinquanta franchi di buona mano che compongono l’incerto delle sue rendite. Un cocchiere non vi conduce già per i quaranta soldi della corsa, ma per i cinque o sei soldi di mancia che non è certo di ottenere. Che cos’è la lotteria se non il tempio dell’incerto? allorchè vengo accostato nelle strade di Roma, io sono quasi sempre nel caso di rispondere come Esopo: «Non so dove vado.» Però io non manco mai d’andare al Ghetto perchè lo sento da lontano.

Prima d’ingolfarmi nelle sue strade e nei suoi odori, ho cura di far colazione. È un’operazione non tanto facile a Roma per mancanza di trattorie. Vi sono bensì le _tables d’hôte_ dei grandi alberghi e tre confetturieri, che danno da mangiare quando a loro piace; ma tutti si trovano intorno alla piazza di Spagna, ed io ne sono ben lontano. Per bacco, dissi fra me stesso, postochè sono nella plebe fino al collo, asciolverò alla plebea, e la prima bottega di frittura sarà il mio trattore. Trovai bentosto quanto mi abbisognava. Alla svolta della strada, una gran bottega ai quattro venti offriva alla mia scelta dieci montagne dorate in gran piatti di rame stagnato, coperti d’inscrizioni gotiche. In una padella enorme bolliva a due passi la mercanzia; era calda e crocante. Presi una michetta dal fornajo vicino, un bicchiere di limonata alla fontana la più prossima; dei pesci fritti, dei carcioffi fritti e delle frittelle, mi composero un pasto delizioso. Non ho forse mai meglio asciolto a Roma, perchè la frittura si fa nell’olio, senz’alcuna mistura di quel burro forte che avvelena tutto. O magnifici armenti della campagna romana, grandi vacche bianche ombreggiate di grigio, qual burro si fabbrica col vostro latte! Le cuoche di Parigi dicono che gli spinacci sono la morte del burro; a Roma, è il burro che è la morte degli spinacci!