VIII.
GLI ARTISTI.
Si trova ancora a Roma un certo numero d’artisti distintissimi. Io non ho la pretesa di far conoscere all’Europa i nomi de’ sig. Tenerani, Podesti, Calamatta, Mercuri. Ma mi sorprende che questi nomi abbiano potuto morire in una città, ove l’arte è un ramo d’industria coltivata da un certo numero di borghesi.
Gli artisti di tutti i paesi appartengono alla classe media, ma è in Italia solamente ove fanno parte integrante della borghesia. Gli studi dei pittori hanno nello stesso tempo della fabbrica e della bottega. I teatri sono magazzini in cui si danno a buon mercato delle derrate indigene di qualità mediocre e delle merci estere adulterate dai venditori.
I nostri borghesi di Parigi hanno tutti, secondo la loro età e la loro educazione, un pregiudizio favorevole o contrario agli artisti. Un commesso di negozio crede onorarsi bevendo l’acquavite con un buffone del Palazzo Reale; il padrone dello stesso negozio trova che il suo commesso si compromette in sì cattiva compagnia. I giovani borghesi che incontrano un lavapennelli nella contrada dei Martiri, lo considerano come un essere superiore all’umanità; gli uomini d’una certa età e d’una certa agiatezza non sono alieni dal vedere in lui una creatura degradata dall’abuso dei colori forti. Dal canto loro gli artisti affettano quasi tutti un profondo disprezzo per la casta borghese; che fa pagar care le pigioni e compra pochi quadri. I commedianti stessi, che sono mantenuti dalla borghesia, non fanno alcun caso dell’opinione dei borghesi. Non istimano che gli applausi d’una trentina di persone che hanno pagato i loro posti. Anche i nostri autori scrivono per essere ammirati da un piccol numero d’individui che non comprano molti libri; si fa loro un rimprovero sanguinoso allorchè si accusano di lavorare per i borghesi. Scrittori, pittori, scultori, compositori, cantanti e commedianti vivono da noi meglio o peggio, ma per certo in modo diverso dei fabbricatori di berrette.
Si suppone generalmente in Francia che i difetti e le doti de’ nostri artisti si ritrovino negli artisti italiani con quella dose d’esagerazione che il clima comporta. Del pari che le piante senz’odore dei paesi temperati prendono un olezzo violento all’avvicinarsi dell’Equatore; come i serpenti inoffensivi del Nord fanno delle ferite mortali nel Mezzodì, così taluni s’imaginano volentieri che i talenti ed il carattere dell’artista si scaldino e s’irritino ai raggi di un sole più ardente. Il teatro ed il romanzo francese vengono a cercare in Italia dei compositori nervosi, dei poeti arsi dalla febbre, dei pittori ebbri di gloria, delle cantanti di fantasia esaltata, che fabbricano castelli in aria. Oh! la buona gente che noi siamo!
Cominciamo dalla gente di teatro, e vedrete come rassomiglino poco ai ritratti che ci furono dati. Il direttore è un uomo che ha poco denaro da arrischiare. Egli domanda il permesso di rappresentare la commedia per tre mesi in uno de’ teatri della città; un protettore risponde della sua moralità, e la polizia consente: eccolo direttore. L’anno scorso era mercante di campagna; l’anno prossimo speculerà sulle somministrazioni dell’esercito; nello stesso momento se l’introito non va bene egli si rifarà sulla pesca delle acciughe di cui ha il monopolio.
La sala in cui stenderà le sue reti al pubblico è una sorta di pozzo con dei palchi tutto all’intorno e la platea in fondo. Contate sei file di palchi tutti uguali e disposti nello stesso ordine delle finestre di una casa. La platea e l’orchestra sono tutt’uno; vi sono delle panchette comode, e vi si gira comodamente. I palchi si affittano a stagione o seralmente a prezzi eccessivamente bassi; essi sono forniti di sedie di paglia; il locatario è libero di mettervi delle poltrone. L’illuminazione costa poco, perchè la sala è un po’ meno scura d’un forno. Le riparazioni consistono in uno strato di pittura a guazzo, che non si rinnova di sovente.
L’amministrazione si compone di due impiegati, di cui l’uno vende i biglietti in una bottega vicina, e l’altro li riceve all’entrare in platea. Non vi è alcuna controlleria, e non vi sono operaje; ognuno arriva col suo biglietto o colla sua chiave, secondochè va in platea od in palco. Il vestibolo serve di sala d’aspetto; si può anche passare il tempo fra un atto e l’altro, passeggiando in istrada.
Se l’impresario giudica a proposito di offrire a questo _rispettabile pubblico_ una stagione d’opera, egli affigge preventivamente un proclama a’ suoi _Mecenati_; poi strombetta con grande sfoggio di elogi i nomi degli autori, dei compositori e degli artisti che ha scritturato. I primi soggetti sono pagati ragionevolmente, molto meno che a Parigi, ma hanno di che vivere all’italiana. I coristi ed i suonatori si raccolgono in un momento, perchè di questa merce ve n’è sempre abbastanza, e nulla qui abbonda quanto la mediocrità.
La prima cantante assoluta è una buona madre di famiglia; le sue sei _creature_ hanno avuto l’attenzione dilicata di non guastare minimamente la voce della loro mamma.
Suo marito è un baritono, talvolta un gentiluomo rovinato ch’essa mantiene. Non temete ch’ella gli sia infedele; essa ha troppo da fare. Gli spettacoli, le ripetizioni, i figli, e la cucina assorbono tutta la sua anima. Però, essendo donna, darà forse un colpo o due di temperino nel contratto, ma ella non abbandonerà giammai suo marito per cantar meglio. Vi è molta semplicità, molta bonarietà, e dell’onestà vera in questa prima donna, semprecchè il lusso di Parigi e di Pietroburgo non le abbia fatto girare la testa. Suo marito è per essa un mobile necessario, che la conduce e la riconduce a casa dal teatro, firma le scritture, guida i piccoli ragazzi alla scuola, e fa le provviste per la cucina.
I cantanti e le cantanti non sono nè più bene nè più mal visti degli altri borghesi. I gran signori li ricevono la sera e danno loro del tu. Hanno dei parenti bottegaj che li riconoscono volontieri. Sono un poco invidiati allorchè guadagnano molto denaro, e si compiangono quando trascinano i sandali. Hanno imparato la musica, come avrebbero studiato la legge, l’arte di cucire, o la medicina. Gli applausi arrecano loro piacere, e non si suicidano se non quando loro accade d’essere fischiati. Del resto si applaudiscono ogni volta che lo meritano un poco. L’Italia è più entusiasta della Francia. Noi siamo gelosi dei nostri artisti come dei nostri uomini grandi, e noi rimproveriamo loro gli applausi che ci strappano. L’Italia guasta i suoi. L’abitudine di richiamarli dopo ogni pezzo è sì forte, che fa mestieri lasciare un’apertura in mezzo al sipario. Per poco successo che abbiano, non fanno che entrare ed uscire fino a mezza notte passata. La critica non impedisce loro giammai di dormire; se un uomo, che ha buon gusto, avesse qualche buon consiglio da dar loro, sarebbe obbligato di scriverlo sui muri, e ciò per la semplicissima ragione che non vi sono giornali.
Ognuno di essi, verso la fine della stagione, dà una recita a suo beneficio. Va in persona, allungando il collo, a portare le chiavi di palco ai gran signori. Glielo si paga più caro del prezzo d’affitto solito, ed egli ringrazia umilmente. All’ora dello spettacolo egli siede in persona sotto il vestibolo del teatro, dietro un vasojo d’argento, ove ciascuno getta la sua offerta: egli s’inchina in segno di ringraziamento per una moneta di venti soldi.
I poveri diavoli dell’orchestra e dei cori fanno tutti qualche altro mestiere per vivere. Il cumulo è di moda e di necessità nel paese. Ieri ho preso un calesse da un mercante di sementi che dà legni a nolo, ed il cocchiere si trovò essere un cantante del teatro Argentina.
Il teatro si apre con un’opera in tre atti, d’un divino maestro, il cui nome non giungerà fino a Parigi. È maestro di cappella d’un gran duca microscopico, o cliente di qualche principe romano. S’alza il sipario, il tenore canta un’aria, il pubblico applaudisce. A questo segnale si va a cercare entro le scene un omicciatto in paletot nocciuolo e in cravatta a quadretti. Un artista lo conduce innanzi la rampa, ed egli saluta profondamente: è l’autore. Lo si richiama ed ei ritorna. Alla fine di ciascun pezzo, gli applausi lo fanno tornar fuori, una volta, due volte, tre volte; la sua povera schiena non ne può più. Questo giuoco in apparenza gli piace, perocchè invece di togliersi all’affronto di una tal gloria egli si è trattenuto fra le scene, come un lacchè in un’anticamera, aspettando il beneplacito del pubblico. Conviene in verità che le sue orecchie sieno ben affamate, perchè eccolo ora che viene da sè stesso, al primo rumore d’applausi, senza che un sembiante di violenza scusi un trionfo sì basso. Alla sua quattordicesima genuflessione un ribrezzo mi assale, ed esco. Il primo atto era quasi finito.
Ciò che può sembrare inverosimile, è l’entusiasmo d’un uditorio che paga per un’opera mediocre ed eseguita debolmente. Gli applauditori non esistono qui; è il vero pubblico che si sfiata a tutta gola a gridare bravo, e batte le mani fragorosamente. Io non ho osservato se le persone del bel mondo prendessero i sorbetti o parlassero d’affari durante la recita. Essi ascoltano con tutte le loro orecchie ed applaudiscono con tutto il loro cuore. I Romani di Roma fanno gratis e vigorosamente ciò che i Romani di Parigi fanno mollemente e a prezzo d’oro.
In capo alla stagione di tre mesi, l’impresario che ha dato tre opere, compreso una nuova, si ritira con gloria. Egli ha perduto un po’ di denaro; se ne consola, facendo scolpire sopra una lastra di marmo alla porta del teatro i successi che ha ottenuto e la riconoscenza del popolo. Talvolta va a cercar fortuna altrove; alcune volte pure, per rifarsi, tenta una stagione di drammi e commedie.
Egli ha avuto cura di assicurarsi il concorso di tre o quattro avvocati; è l’avvocato che scrive le commedie. I poeti della compagnia sono annunciati sul programma in seguito agli attori. Il più delle volte questi signori si accontentano di tradurre i drammi ed i _vaudevilles_ di Parigi. È così che Terenzio e Plauto s’inspiravano alla commedia greca; ma Terenzio e Plauto non iscrivevano le loro traduzioni _currenti calamo_. L’autore romano raramente si nega il piacere di firmare l’opera che ha tradotto; vecchia abitudine d’un popolo conquistatore. Qualche volta si cancella il nome dell’autore, e si lascia credere al pubblico che la produzione si è fatta da sè. Il signor Eugenio Scribe è il solo che abbia il privilegio d’essere sempre nominato. Il pubblico romano non ama che le produzioni francesi. Vi piange, vi ride, e vi applaudisce. Ma di quando in quando il suo amor proprio si ribella contro il suo gusto. «E che! dice la platea, siamo Romani ed applaudiamo agli autori francesi!» Dopo ciò, si fischia, solo per dar principio, la produzione che aveva piaciuto di più. L’anno scorso a quest’epoca il pubblico si mise a fischiare per un nonnulla il suo autore favorito. Questo giovine comprese subito ciò che gli si voleva dire. S’incrociò tranquillamente le braccia e rispose: «Signori, confesso che noi facciamo malissimo a porgervi tutti i giorni delle derrate estere. Noi c’impegniamo da oggi in avanti a darvi esclusivamente delle commedie nazionali.... tostochè però i vostri signori autori si daranno la pena di farne.»
I signori autori vi si accingono di tanto in tanto, ed è allora che si vedono comparire tante puerilità morali e stiracchiate: _Egoismo e buon cuore; l’Orfano vendicato; un tardo ravvedimento; gl’inconvenienti di un temperamento focoso_, ecc. ecc. Il pubblico sbadiglia un poco a queste rapsodie, ma qualche volta anche vi piange. La sua sensibilità superficiale si scioglie in acqua, per poco che un padre benedica i suoi figli, o che un peccatore chiegga perdono de’ suoi falli. Gli autori che gusta di più sono quelli che mandano fuori una voce sì forte da far crollare la sala, o che girano due occhiacci bianchi in modo da farli quasi uscire dalla loro orbita.
Fra i rari scrittori, che lavorano per il teatro, vi sono alcuni distinti allievi di Goldoni. Moderati nel comico e nel patetico, non mancano però nè d’invenzione nè d’eleganza. Ma il buon volere della platea e gli applausi d’un pubblico che non è abbastanza esigente, lo avvezzano ad accontentarsi di troppo poco. Essi adattano un dialogo leggero ad un argomento un po’ fiacco; innestano qua e là alcuni squarci morali o sentimentali, e la commedia è fatta. Un autore inglese non è contento, se non ha incastrato due o tre azioni nel suo dramma; i drammaturgi italiani ne prendono a loro piacere, e non temono di sviluppare in cinque atti un semplice aneddoto. Lo spirito irrequieto, violento, esorbitante dell’Inghilterra, il genio facile e scorrevole dell’Italia si tradisce in ciò come in tutto.
La censura è inetta a Roma, come in tutti i paesi afflitti da una censura. Non vi è nulla di più irriprovevole delle moralità drammatiche che s’inventano in Italia, e Bossuet stesso farebbe grazia al teatro, se potesse vedere solamente una volta il _tardo ravvedimento_.
Ma l’uomo a cui si danno le forbici per tarpare le ali al pensiero vuol guadagnarsi il salario con coscienza. Ei cavilla su delle bagattelle innocue, ed è dotato d’un olfatto particolare per trovare il pericolo dappertutto ove non c’è. Si è costretto il traduttore a cangiare il titolo del _Birrajo di Preston_, perchè _Birrajo_ suonava quasi come _sbirrajo_. Si dovette adottare nell’interesse della quiete pubblica, _il Liquorista di Preston_.
Nella traduzione di _Diana de Lys_, si sono tolte queste parole: _ordinate i cavalli_. Non si ordinano i cavalli, disse il censore, non si ordinano che i preti. In ricambio, egli lasciò passare delle indecenze che il pubblico dei Funamboli di Parigi non tollererebbe.
I commedianti di questo paese sono tutti d’una mediocrità tollerabile, come gli altri artisti; essi non mancano nè d’intelligenza nè di zelo, e a vederli recitare alla sera, non s’indovinerebbe mai che hanno letto la parte alla mattina per la prima volta. Li troverete qualche volta eccellenti nelle commedie familiari di Goldoni, lo Scribe italiano. Mi sembrarono quasi tutti buoni jeri l’altro nella _Fiammina_ ovvero _un’espiazione_ commedia anonima. Daniele Lambert e sua moglie non avevano altro difetto che di fare stralunare gli occhi, ogni qualvolta la situazione volgeva al patetico. Il solo rimprovero da farsi a Silvano Duchâteau, è che entrava dappertutto col suo cappello abbassato fino alle orecchie. Malgrado alcune incongruenze di azione, malgrado il berretto greco di pittore e il fazzoletto rosso col quale s’asciugava la fronte, il dramma produceva un’impressione profonda. I gendarmi di servizio piangevano a calde lagrime. In quanto a me non potei trattenermi dal ridere vedendo lo scioglimento aggiunto dal traduttore. Daniele Lambert perdona a sua moglie, le apre le braccia e dice al giovane Enrico: Noi saremo due ad amarti. Silvano Duchâteau aggiunge immediatamente: Io e mia sorella, faremo quattro. Il sipario cade su questa goffaggine: lasciamolo cadere.
Per quanto modesta sia la letteratura drammatica, essa è ancora ciò che si trova di più brillante in questo paese. Si stampa di tempo in tempo una dissertazione sulle piaghe di N. S. Gesù Cristo; un’offerta al cuor di Maria, modello di diacono cristiano; una vita di Santa Geltrude di Frosinone, oppure del beato Nicola da Velletri; alcune edizioni purgate di un classico latino, qualche trattato elementare d’astronomia o di archeologia. La stampa periodica si riduce a due piccoli fogli politici del formato del Charivari. Essi rendono conto delle cerimonie celebrate a Roma, e dei grandi avvenimenti accaduti all’estero. S’intitola _Giornale di Roma_, e l’altro _Il vero amico del popolo_. Dell’uno e dell’altro si tirano alcune centinaja di copie. Citerò per ricordo alcune altre pubblicazioni effimere, che tentano di vivere togliendo dagli altri, e la _Civiltà Cattolica_ che ci onora qualche volta colle sue ingiurie.
Ne ho detto abbastanza su tal argomento, imperocchè non è nè il teatro nè la letteratura che attirano i viaggiatori a Roma. Questi sanno che gli spettacoli vi sono soltanto tollerati, e che da due secoli non vi si fa nulla per incoraggiare gli scrittori; ma è mio dovere di combattere un pregiudizio ridicolo di cui gli Americani, gl’Inglesi ed i Francesi stessi sono le vittime. Si crede ancora a Nuova-York, a Londra ed a Parigi che i pittori e gli scultori romani siano i primi del mondo, come ai tempi di Raffaello. Roma possiede un piccolissimo numero di veri artisti e una plejade di fabbricatori che vivono sulla riputazione de’ loro antenati. Non v’è ricco viaggiatore che non si creda obbligato di portar via da Roma una statua, qualche quadro ed un ritratto. Le fabbricerie delle nostre parrocchie del Mezzodì, quando hanno da commettere qualche oggetto di marmo, si dirigono volontieri ad uno scultore Romano. Gli Americani arricchiti dal commercio o da un fallimento si fanno costruire un tempio greco sull’orlo d’una foresta vergine; ed affinchè l’interno della casa sia in armonia coll’esterno, si viene a Roma con gran pompa; si fa man bassa, colla borsa in mano, in tutti gli studi, e si porta via un assortimento d’oggetti d’arte. Io ebbi il piacere di accompagnare un gentiluomo di Cincinnati in una di queste precipitose spedizioni. Egli era venuto a Roma verso la fine di aprile e non poteva restarvi che tre giorni. Era poco, nonostante trovò il tempo di vedere la città minutamente, di comperare un centinajo di quadri e una mezza dozzina di statue, e di farsi fare un busto ed un ritratto in piedi. «L’occasione è favorevole, mi diceva egli, uscendo dall’albergo. Secondo le informazioni che ho preso, l’estero ha dato poco: quest’inverno i magazzini degli artisti sono ingombri: i quadri sono ribassati del venticinque per cento dall’anno scorso; i marmi sono più sostenuti, dicesi, eppure le prime marche hanno ceduto da dieci a quindici per cento dal 1.º marzo in poi.» Ei disse al servitore di piazza che ci conduceva «Andiamo, giovinotto! dal primo scultore di Roma!»
Il mariuolo non se lo fece dire due volte; egli era avvezzo a questa sorta d’ordini, e sapeva la strada di cinque a sei studi ove si danno le mancie più abbondanti. La carrozza si fermò dinanzi l’insegna d’un celebre marmorino. Il padrone raschiava negligentemente una figurina di terra, intanto che venivano gli avventori. Egli ci corse incontro con lo stesso zelo del miglior capo di negozio in un magazzino di Parigi. Ciò non accade senza gettar un’occhiata di convenzione col galantuomo che vi consegnava nelle sue mani. Una volta ch’ebbe preso possesso delle nostre persone ci fece passeggiare in uno, due, tre, quattro, e cinque studi successivi; ci spiegò il soggetto di tutte le sue composizioni, ci fece fermare davanti tutte le statue che aveva fatto in vita sua, e citò i nomi di tutti i personaggi che ne avevano commesso una copia. Tale figura era stata venduta successivamente a dodici stranieri, ed il modello era sempre là, pronto a servire. Se n’era appunto terminata una copia; un’altra era abbozzata, un’altra punteggiata. Io ammirava fra me l’ingenuità degli scultori francesi, che vendono col marmo la proprietà della loro opera. Gl’Italiani non sono sì pazzi. Allorchè vi danno per 15000 franchi una Psiche od un Adone, si riservano il diritto di ricopiarli in grande ed in piccolo, finchè vi saranno degli amatori per prenderli.
Io non avrei voluto prendere nulla in questi magnifici studi, quand’anche mi si fosse dato tutto per niente. Il cattivo gusto delle composizioni gareggiava colla trivialità delle figure e la mollezza della modellatura: sotto la mano di quaranta bravi praticanti il marmo diventava burro. Il mio Americano per lo contrario era in estasi. Ciò che gli faceva più meraviglia era la purezza del marmo di Carrara, bianca come lo zucchero meglio raffinato; era la lisciatura incomparabile che un operajo armato della _pietra del Bernino_ dava a questa materia preziosa; era la perfezione colla quale gli allievi cesellavano gli accessori, attributi, sedie, abiti di seta, merletti, piume, libri, fibbie di scarpe, bottoni d’abiti. Gli scultori italiani hanno una superiorità positiva su tutti gli altri in tutto ciò che non è del dominio dell’arte.
Ci si mostrò dell’antico e del moderno, delle figure mitologiche, una tomba destinata ad una chiesa di Roma, un monumento ordinato dalla repubblica di Guatimala; una collezione di busti sempre mediocri, talvolta ridicoli, in cui la borghesia di tutte le nazioni dell’Europa sfoggiavano le sue acconciature, le sue ciocche di capelli, i suoi favoriti, i suoi fiumi di diamanti serpeggianti fra due cavità, le sue cravatte annodate matematicamente intorno ad un colletto rimesso. Devo dire che ciò che mi urtava meno, erano le figure allegoriche. Alcune ricordavano discretamente i capolavori dell’antichità; esse le ricordavano perfino un po’ troppo. Io salutai qui il braccio della Venere del Campidoglio, il torso della Venere di Milo; più in là le gambe della Venere de’ Medici. L’Americano comperò quattro figure di donna, consegnabili in luglio, però non senza tirare alquanto di prezzo, benchè stretto dal tempo. Per giunta voleva avere il suo busto, ma il venditore non volle saperne. Io non vi ho sopraffatto nel prezzo d’un solo scudo, diceva egli, com’è vero che sono un grande artista! Quel ch’io guadagno con voi è ben poca cosa; i miei profitti sono limitati dalla concorrenza, ed io non faccio che cambiare il mio denaro. Il lavoro di una cava di marmi mi costa un occhio del capo; perocchè li faccio cavare io stesso, per averli senza difetti. Il bastimento che li trasporta a Roma è mio, e devo mantenere l’equipaggio per tutto l’anno. I miei praticanti mi mangiano vivo. I miei studi rappresentano un capitale di 200,000 franchi, a’ cui interessi vanno aggiunte le spese generali dello stabilimento; perciò se volete il vostro busto che sarà certamente un capo-lavoro, aggiungerete tre mila franchi al totale della commissione. L’Americano si lasciò convincere. Il padrone fece un segno, e tosto uno de’ suoi allievi si mise all’opera; scelse fra cinque o sei busti già abbozzati, quello che rassomigliava di più al mio compagno, prese alcune misure col compasso, ritoccò la fronte, rotondò il naso, aggiunse i baffi, rinforzò i favoriti, e dopo una seduta di due ore la parte più importante del lavoro era fatta. Tornate domani, disse il padrone; sono io che finirò il ritratto mettendovi la rassomiglianza. Domani sera modelleremo, dopo domani toglieremo il gesso, e il marmo sarà recato a bordo della nave, insieme agli altri capi acquistati il 31 luglio. Dopo di ciò il modello strinse la mano all’artista con un ammirazione sincera ed uscimmo. Ciò che sopratutto lo lusingava, era di avere a che fare con un uomo che maneggiava dei grossi capitali.
A Dio piacesse, soggiunsi io timidamente, che maneggiasse ugualmente bene la terra creta! Tentai di dimostrargli con una critica eloquente, che il più modesto allievo della nostra scuola di Belle Arti, era un Michelangelo a petto di tutti questi fabbricatori! Gli spiegai per qual motivo non avevano inviato nulla all’esposizione universale; egli è perchè i prodotti toccati e ritoccati delle loro manifatture non avrebbero potuto essere collocati che come pietre di confine al di fuori dell’edifizio. Ei si turava ostinatamente la bocca, e cantava colla sua voce pretta americana. «Roma nutrice delle arti!»
Il servitore di piazza si buscò una seconda mancia conducendoci da un pittore rinomato. Seppi di poi che non ci avea condotti presso il peggiore della città, ma il diavolo mi porti se io me n’ero accorto nello studio! I marmorini romani, per quanto siano mediocri, devono avere la precedenza sui fabbricatori di pitture. È qui che le composizioni sono triviali, che la povertà delle idee, la volgarità del disegno, la semplicità dei colori formano un insieme veramente insipido. Ma questa volta l’americano fu del mio parere. Non ostante diede una seduta di due ore, perchè l’artista era compiacente, perchè gli aveva dato dell’Eccellenza, perchè gli aveva promesso di dipingerlo in costume di pescatore napoletano, in un campo di cotone colla sua carabina sulle spalle, e la sua filatura in lontananza.
Ma siccome un ritratto, per quanto sia interessante, non basta per decorare un palazzo, così ci facemmo condurre da un pittore che copia i quadri dei maestri per l’esportazione. «Decisamente, mi diceva l’Americano, preferisco cento copie, a cento originali mediocri. Queste riproduzioni sospese a tutti i muri del mio palazzo mi ricorderanno i capi d’opera della scuola italiana che avrò visto, un po’ in fretta, nei musei e nelle gallerie.»
La gran fabbrica di copie che soddisfa tutta l’Europa non intelligente, non occupa mai meno di cinquanta operaj. Cinquanta giovani, riuniti intorno ad un intraprenditore, copiano dalla mattina alla sera delle copie fatte su altre copie. Una dozzina di quadri, che non sono i migliori, hanno il privilegio di farsi ricopiare eternamente, ad esclusione di tutti gli altri. La Cenci di Guido, il Giuocatore di violino di Raffaello, due Amorini in un quadro di Correggio, una Erodiade di Guido, un Cristo del Guercino, una Vergine di Carlo Dolci, una Giuditta di Gherardo delle Notti, e l’Aurora del Guido sopraddetto, compongono il fondo del magazzino centrale, di cui il soprabbondante, per certi sbocchi, trascorre in tutte le botteghe della città. Il mio Americano assaggiò quella merce, si fece un collo di trenta copie incorniciate, tanto per lui quanto pei suoi vicini. Il più caro di quei quadri gli costò 250 franchi, compresa la cornice.
Nell’escire dalla officina mi andava comunicando le sue riflessioni. «Come potete voi negare, mi diceva, che i Romani siano i primi artisti del mondo? Coteste copie non sono malfatte, ne converrete: riconoscete dunque in coloro che le fabbricano un’abilità sufficiente, ed ho veduto tra loro de’ ragazzi. E potete voi credere che i vostri allievi della scuola di Belle Arti di Parigi saprebbero fornire una merce così ben condizionata ad un prezzo così basso?
— No.
— I nostri giovani Americani, che non sono sciocchi, lavorerebbero dieci anni prima di mettere in commercio de’ prodotti di questa qualità; ed il loro prezzo non potrebbe sostenere la concorrenza. Da ciò conchiudo che i Romani sono più atti che noi per la pittura.
— Voi avete ragione, ed io non dissi mai il contrario. Se la pittura è un mestiere, i migliori pittori del mondo nascono a Roma, siccome i migliori fumisti in Piemonte. I ragazzi romani, cui si cacci in mano un pennello, imparano, in meno che non si dica, la pratica della pittura. Un’esercizio di tre o quattro anni li pone in grado di camparsi la vita; per disavventura, essi non vanno più in là. È colpa loro? No. Io non accuso che la società in cui sono nati; forse se fossero a Parigi produrrebbero de’ capi d’opera. Date loro de’ maestri, de’ concorsi, delle esposizioni, l’appoggio d’un governo, gl’incoraggiamenti d’un pubblico, i consigli d’una critica intelligente. Tutte queste buone cose, che abbondano da noi, mancano loro assolutamente; e non le conoscono se non per fama. Il loro solo incoraggiamento, la loro unica molla è la fame che gli spinge, e lo straniero che passa. Fanno a chi fa più presto, vi gettano là una copia in otto giorni, e, quando è venduta, ne ricominciano un’altra. Se qualche ambizioso intraprende un’opera originale, a chi dimanderà egli se è bene o mal fatta? La classe media non se ne intende, ed i principi anch’essi non ne hanno intelligenza. Il possessore della più bella galleria di Roma, il principe Borghese, diceva l’altro giorno, nel salone d’un’ambasciata: «Io non ammiro che il _chic_.» Il principe di Piombino ha comandato una soffitta al signor Gagliardi; voleva assolutamente pagarlo a giornata. Il governo ha ben altre cure che l’incoraggiamento delle arti. I pochi giornaletti che circolano si divertono talora a citare il nome de’ loro amici, ma ciò è per scioccamente piaggiarli. Gli stranieri che vanno e vengono sono talora uomini di buon gusto, ma non compongono un pubblico. A Parigi, a Monaco, a Dusseldorf, a Londra, il pubblico è un vero individuo, un uomo dalle mille teste. Quando un giovane di talento ha colpito la sua attenzione, lo segue cogli occhi, l’incoraggisce, lo biasima, lo spinge innanzi, lo riconduce indietro; s’innamora di questo, si sdegna con quello. S’inganna talora, ha delle parzialità ridicole e de’ cambiamenti ingiusti, ma vive e dà vita; e si può per esso lavorare. Se Roma possiede qualche persona di talento nelle arti secondarie, lo deve al pubblico di Parigi. Mercuri e Calamatta sono allievi della scuola di San Michele a Roma; ma li vedreste ancora incidere imagini per l’esportazione, se Parigi non gli avesse adottati.
— Ora, mi disse l’Americano, vorrei comprare dei piccoli ricordi in marmo per mettere ne’ miei scaffali insieme alle conchiglie ed agli uccelli impagliati.»
Il servo fedele, che non ci abbandonò mai, ci condusse dai mosaisti, marmorai, incisori di camei, tornitori in pietre dure. Il mio compagno fece ampia raccolta di monumenti antichi, ridotti a proporzioni borghesi. Comprò due Colossei, un arco di Tito, una colonna Trajana, quattro obelischi ed una tomba degli Scipioni. «Gli architetti romani sono assai felici, dicevami egli, d’avere senza posa di sì bei modelli sotto gli occhi.
— Ed è vero, gli risposi; ma non ne profittano. L’architettura, è un’arte perduta già da cento anni. Gli edifizj degli ultimi due secoli, in quello stile rococò che porta il nome dei gesuiti, non erano sempre di buonissimo gusto, ma non mancavano nè di grandezza, nè di ricchezza, nè di decoro. Vedrete a San Pietro al Gesù, a Sant’Ignazio, alla Vittoria, delle cappelle un po’ troppo cariche d’ornamenti, ma che si è costretti d’ammirare, poichè fanno stupore. Nè mai forse l’impiego de’ colori vivaci e delle forme ardite non fu meglio inteso. La scoltura del Bernino vive, palpita e si agita in mezzo a quell’orgia di bronzo e di porfido. Ma i nuovi fabbricati sono degni di ricettare quelle scolture piane, di cui seco voi portate i campioni. La basilica di San Paolo è assai deforme all’esterno e pulita nell’interno. La cappella Torlonia, a San Giovanni di Laterano, è decorata a modo d’un caffè. La colonna che si è innalzata sulla piazza di Spagna somiglia ad un candelabro di chiesa, o ad un tubo di stufa, se alcuno si ricorda ancora dell’architettura romana, è certamente l’ingegnere che gettò un ponte sulla valle dell’Ariccia; ma voi non avete tempo di venire sì lontano.»
L’Americano intanto non mi ascoltava, tutto inteso com’era a comprar mosaici. Io m’accinsi a dimostrargli che, se il mosaico è ammirabile allorchè adorna l’emiciclo delle vecchie basiliche, ovvero copia i quadri de’ maestri ingrandendoli, per le cappelle di San Pietro; esso è davvero ridicolo in aghi da cravatta ed in bottoni da gilet. — Ma quegli riempiva le sue tasche di medagliuzze minute, dove, a forza d’attenzione, ravvisavansi de’ mazzolini di fiori, delle figure d’animali e de’ monumenti antichi. Fece poscia una buona provvista di camei, di sigilli incisi, di coralli cesellati e di malachiti intorniate a foggia di perle. Così fa ogni forastiero che conosce i suoi doveri.
Quand’ebbe compiuta la sua provvista, gli dissi: «Avreste mille scudi ancora da gettar fuori della finestra?»
Mi rispose col sorriso raggiante de’ milionarj:
«Ebbene, seguitemi dal più grande artista che io m’abbia mai scoperto costì.»
Lo condussi quindi presso la posta francese, dall’uomo che fece risorgere la giojellerìa romana. La scala, incrostata d’inscrizioni e di basso-rilievi antichi, gli fece credere che noi entrassimo in un museo. Ei non s’ingannava di molto, chè un giovane mercante, erudito al pari degli archeologi, gli fece vedere una collezione d’antichi giojelli di tutte l’epoche, dalle origini della Etruria fino al secolo di Costantino. È la fonte da cui Castellani trae gli elementi d’un’arte nuova, che prima che trascorrano dieci anni detronizzerà il fardelletto del Palazzo Reale. I nostri piccoli giojelli d’oro arricciati sono una cosa ben meschina di fronte a quegli ornamenti semplici, larghi, ingenui e sempre improntati dell’immancabil gusto dell’antichità. Il mio Americano, ghiotto di pezzi grossi, gettò quanto richiedevasi per uno scrigno che racchiudeva la toeletta di una dama romana; collana da bolle d’oro, braccialetti di scarabei, spille da pungere il seno delle schiave, pettini d’avorio coronati d’oro, agrafi marchiate d’un’iscrizione di buon augurio, anelli assortiti per tutti i giorni della settimana, mille civetterie, mille ricchezze, la cui descrizione riempirebbe un capitolo, se mi lasciassi ridurre a mostrarvele. Gettò sul tavolo il valore del riscatto di dieci schiavi, e fuggissene, siccome il ladro di Plauto, col suo tesoro sotto il braccio.
«Eccellenza, gli disse il servitore di piazza, poichè le forti spese non vi fanno paura, siete forse voi che comprerete il tondo d’Apelle. Vale cinquanta milioni.»
Io non credeva che i Greci avessero mai dipinto su majolica; tuttavia la cifra di cinquanta milioni mosse la mia curiosità. Quell’uomo ci condusse in una botteguccia malconcia, o piuttosto in una trabacca, il cui padrone era in un canto rannicchiato in tal foggia, che, trovatolo per via, gli avreste fatto l’elemosina. Ei ci squadrò con tale cera, che pareva volesse dire: «Se non avete il Toson d’oro in tasca, la mia merce non è per voi.» Tuttavia degnossi d’aprire una scatola di legno prezioso, ed io scorsi fra due cuscini di seta bianca un tondo di Faenza, dipinto da Raffaello, e che a Parigi potrebbe forse valere 4000 franchi. «Eccovi, diss’egli, il prezzo è di 50 milioni. Non mi occorre dirvi esser questo l’unico capolavoro di Apelle.
— Mio brav’uomo, gli chiesi, sapete voi bene che cosa siano 50 milioni?
— Sì, signore; è poco meno di dieci milioni di scudi romani: voi vi guadagnate. Dieci milioni di scudi romani farebbero 53,500,000 franchi a rigor di tariffa.
— Non vi è stato mai detto che il vostro tondo, che è bellissimo, potrebb’essere semplicemente di Raffaello?
— Di Raffaello! Eccone là di tondi di Raffaello.» Ci fece vedere una dozzina di tondi consimili, ma opera del secolo passato. «Raffaello non era un minchione, e vi sarebbero molte cose a dire in sua lode; ma il solo Apelle, fra tutti gli uomini, ha potuto fare un capolavoro come questo.
— Supponendo ancora ch’ei fosse d’Apelle, non sarei persuaso che potesse valere 50 milioni.
— Eppure, nol darò mai a meno.
— Or via, siate ragionevole. Questo signore è uno de’ più ricchi d’America; ma non credo che possa spendere più d’una trentina di milioni in un capriccio di fantasia.» Quegli alzò sdegnosamente le spalle, e borbottò: «Ho fissato quel prezzo e morrò senza diffalcarne uno scudo.»
E di vero, ei morrà ricco e povero, felice e miserabile, ingolfato siccome un tacchino nella speranza dell’incerto.