XIV.
LE BESTIE.
La campagna di Roma è una vasta prateria interrotta in qualche sito dall’aratro. È la più bella pianura d’Europa, è anche la più fertile, la più inculta, la più malsana.
Sei decimi di que’ preziosi terreni sono proprietà di manimorte; tre decimi appartengono a de’ principi, mentre il decimo restante viene diviso fra varj privati.
Le terre degl’instituti religiosi e quelle de’ principi sono affittate in grandi partite a de’ ricchi industriali che si chiamano mercanti di campagna. Il proprietario consegna loro il suolo nudo, con contratti a breve scadenza, sicchè l’affittajuolo non ha nessun interesse a costruire edifizj, nè a piantar alberi, nè a procurare il miglioramento del suolo.
Alcuni vi seminano grano ed ottengono bei risultati; ma il governo preleva una tassa fissa del 22 per cento sulla messe. D’altronde le comunità religiose non mancano d’interdire la coltura delle buone terre con una clausola espressa del contratto. E ciò fanno per timore che il suolo non s’impoverisca, ed il reddito degli anni avvenire non ne venga scemato. Un altro ostacolo alla coltura è il regime vessatorio che autorizza o proibisce arbitrariamente le esportazioni. Supponete che un monopolizzatore di grani sia padrone assoluto della Francia e possa a piacer suo chiudere tutte le nostre frontiere all’uscita del grano, nessun agricoltore s’esporrebbe a produrre grano oltre i bisogni del paese.
La coltura del grano esige spese enormi, molte braccia, un materiale importante, ed un bestiame considerevole: e tutto ciò colla prospettiva d’un esito incerto. L’allevamento del bestiame occupa poche persone ed esige poche spese; dà risultati mediocri, ma pressochè sicuri, ed è l’industria più compatibile coll’insalubrità dell’aria, lo spopolamento del paese e lo scoraggiamento degli affittajuoli.
Una terra di 184 ettari, se viene coltivata a granaglie, esigerà 13550 giornate d’uomini e costerà 8,000 scudi romani da fr. 5,35. Essa frutterà, per medio all’anno, 1,300 misure di grano, le quali al prezzo medio di 10 scudi valgono 13,000 scudi: utile netto, 5,000 scudi, ossia 26,750 franchi. La medesima estensione di terra lasciata alla pastura non dà che 4,000 o 4,600 franchi di netto ricavo.
Ma è il pascolo che prevale, onde parleremo di esso.
I cavalli romani nascono e vivono all’aria aperta, non essendovi scuderie in quelle vaste solitudini. Di notte, di giorno, d’inverno, d’estate, piova o tiri vento, gli animali sono all’erba, sotto la custodia d’un cavaliere pastore. Uno stallone vive in libertà con venti o venticinque cavalle; i puledri crescono sotto il cielo, e non ne soffrono per nulla. Non conoscono altra malattia che il barbone, che loro viene come la scarlattina, fra l’8.º e il 20.º mese. È un’eruzione di glandole sotto il collo, e si guarisce con qualche vescicante.
All’età d’un anno, i puledri sono presi al lazzo e marchiati con una cifra del loro proprietario. A tre anni sono domati, poi venduti, impiegati.
La razza è bella e buona. Alcuni abili educatori mi dissero che era poco suscettibile di miglioramento, e che gl’incrociamenti tentati finora avevano dato scarsi risultati. Il cavallo romano, quale natura lo ha fatto, è di statura media e di costituzione robusta; vivace, raramente cattivo, pieno di fuoco, con molta solidità. Si veggono animali, che non hanno mai mangiato altro che erba e fieno, e non conoscono il gusto dell’avena, fare gli stessi miracoli del cavallo meglio allevato.
Perciò il Piemonte, la Lombardia, la Toscana, il regno di Napoli comprano i loro cavalli nella campagna di Roma, ed ai Romani non resta che il rifiuto. Uno stallone si vende da 300 a 350 scudi romani; una cavalla di tre anni vale da 70 a 100 scudi; una bella coppia di cavalli da carrozza si paga da 300 a 500 scudi; un bel cavallo da sella, da 80 a 150; un cavallo di rimonta, da 80 a 90. Gli animali di minor valore, che si riservano per l’agricoltura, non costano che 35 o 40 scudi.
Si videro de’ cavalli romani di 25 anni e più rendere ancora de’ buoni servigi.
Ogni educatore ha la propria razza. Silvestrelli alleva de’ cavalli baj; Serafini è il proprietario della razza cardinalesca; il principe Borghese ha ottenuto con degli incrociamenti una razza assai bella, ma troppo fina e di troppo piccola statura.
Le razze più stimate appartengono ai principi Chigi e Piombino, al duca Cesarini, ai mercanti di campagna Silvestrelli, Titoni, Piacentini, Serafini, Senni.
I coltivatori romani non si servono del cavallo pei carri, ed ancor meno per l’aratro, che i trasporti sono troppo difficili e le strade troppo cattive. L’aratro esige sforzi prodigiosi, poichè trattasi sempre di dissodare una prateria; e per sì dure fatiche non vi sono che i buoi ed i buffali.
Il cavallo s’adopera per brillare il grano.
Terminata la messe, tutti i cavalli disponibili si pongono entro un chiuso, mentre a cento passi di distanza, sopra un’aja battuta, si dispongono lo spiche ritte in piedi in covoni. Sei cavalli di fronte si slanciano al galoppo e girano scalpitando finchè la paglia sia staccata dal grano. È un’aspra fatica sotto il sole di luglio.
Si ventila il grano subito dopo, lo si ammucchia, lo si mette in sacchi, lo si spedisce a Roma. La paglia si trasporta o si brucia sul posto, secondo lo stato delle strade o la vicinanza delle città. Il campo resta nudo finchè le prime pioggie dell’inverno vi facciano nascer l’erba: così ritorna prateria e riposa così per sette anni almeno.
Ho chiesto ai mercanti di campagna perchè non impiegassero la macchina di battere il grano; e mi hanno risposto, che per essi l’oggetto più importante era quello di affrettare il ritiro del grano. Essi non hanno nè granaj, nè ricoveri nella campagna; il paese è malsano, e non si ha un istante a perdere, che ogni ora di ritardo può costare la vita d’un uomo. I cavalli galoppano, il grano cade, l’affittajuolo raccoglie la sua messe, e poi subito fugge.
I Romani del secolo di Catone non conoscevano que’ grandi buoi di color grigio, che ora abbelliscono la campagna di Roma. La razza indigena era piccola e di color fulvo, ed aveva corna piccole.
Nelle montagne se ne trovano ancora de’ modelli. Gli armenti dalle lunghe corna vennero colle invasioni dei Barbari.
Sono abbastanza noti, mercè la pittura, onde non ho bisogno di descriverli. La loro ammirabile corporatura, l’enorme loro ossatura fanno di essi de’ maravigliosi stromenti pel lavoro dei campi. Un educatore normando direbbe a ragione che i Durham sono più acconci alla macelleria; ma ciò dipende dall’essere il bue in Normandia un essere predestinato a trasformare il fieno in carne.
Del resto, sì il bue che il vitello che si mangiano a Roma sono di qualità eccellente.
Il duca di Northumberland ha testè comprato dal signor Titoni mercante di campagna, quattro vitelle d’un anno e due vitelli della medesima età per trasportarli in Inghilterra.
Il signor Titoni ha preso in affitto circa 4,400 ettari di praterie per allevarvi delle bestie cornute. In buon terreno due vacche si nutriscono assai bene sopra un rubbio, che è circa la metà d’un ettaro.
Le belle razze sono quelle de’ signori Rospigliosi, Graziosi, Titoni, Silvestrelli, Dantoni, Senni, Grazioli, Floridi, Serafini, Piacentini, Franceschetti, Rocchi.
Non sono pratico abbastanza per fare giustizia ai meriti che distinguono le razze romane. Si rassomigliano tutte al primo colpo d’occhio, e credo che siasi fatto ben poco per migliorarle.
In questo mezzo però si è formata una società di agricoltura, ed ho assistito alla prima esposizione. Il governo pontificio ha dapprima interdetto, poi tollerato questa novità, che modestamente traspare dietro una società d’orticoltura.
I buoi romani sono eccellenti operaj, lavorando essi senza posa dal sorgere del sole fino a mezzodì. Si prolunga la loro giornata fino alle 2-1/2 nella stagione d’inverno. Non conoscono altro alimento che il fieno e l’erba; sono sani e robusti. Si tagliano a tre anni; e si castrano pure i tori di otto anni per ingrassarli e venderli alla macelleria.
Un bue di tre anni, già domato, vale da 50 a 60 scudi. Un bue di 11 anni s’ingrassa in tre mesi e si vende da 60 a 75 scudi. Una bella vacca da macello vale fino a 250 franchi.
Ho veduto 80 aratri tratti da 4 buoi lavorare sopra un medesimo campo; ed alcuni mesi più tardi ho veduto 1100 operaj occupati a mietere un fondo. — La coltura romana è una grande industria, e le occorrono enormi capitali.
La più evidente imagine della brutalità è il buffalo. Le sue forme pesanti e come sbozzate, il suo lungo collo, la sua testa schiacciata, il suo largo muso, le nodose corna, il dorso pelato, il muggito feroce, tutto ci dice che questo mostruoso abitante delle paludi dell’India è un superstite dell’ultimo diluvio, una reliquia d’una creazione più remota della nostra, un modello arcaico dimenticato nella rifusione, un fossile vivente.
Gl’Italiani l’hanno naturalizzato già da oltre 12 secoli, ed esso è un alleato semi-selvaggio, però contento del poco: Ei si delizia voluttuosamente ne’ pantani più fetidi, nutrendosi di giunchi e di canne, felicissimo se può immergersi nel fango fino al collo e dormirvi.
Porta un anello nel naso, come i Cacichi d’America; e per esso si guida, se però può dirsi che si lasci guidare. Il suo padrone lo toglie a prestito dalla natura, allorquando bisogna dare di que’ colpi di spalle, che spaventano e uomini e cavalli e buoi. Lo si aggioga ad un masso, ad un albero, ad una montagna, ad una selva intera. Ed egli si scatena, a testa bassa, allungando il suo collo di serpente, stirando i suoi muscoli enormi. Tutto cede, tutto viene trascinato da quella forza prodigiosa, che rovescia ogni cosa sul suo passaggio. Giunto alla meta, lo si sgioga, ed egli ritorna al suo pantano, e vi si delizia.
Questa belva è dotata di memoria, obbedisce a chi lo chiama per nome. La si battezza due volte, la prima alla sua nascita, poi all’età di 13 mesi. Il suo secondo nome le resta fino all’età di 11 anni quando viene mandata al macello.
Spesso nasce lotta fra un buffalo ed il suo pastore. L’animale furibondo si getta sull’uomo e l’uccide, non a colpi di corna, ma a colpi di testa. Se il custode è esperto in questo genere di scherma, si distende in terra col suo coltello sguainato alla mano; e quando il buffalo, che non è scaltro, viene a cercare la sua vittima a tastoni, l’uomo gli vibra sei pollici di lama nel muso, ed il mostro si mette in fuga. È l’unica ragione che intende, perchè i bastoni si spezzano sul suo dorso siccome zolfanelli, ed un colpo di fucile carico a grosse palle di piombo gli vellica piacevolmente l’epidermide.
Nelle paludi Pontine una truppa di buffali è incaricata della pulizia de’ canali. Vengono spinti nell’acqua a gran colpi di pertica, ond’essi nuotano, si avvoltolano, sradicano le erbe acquatiche, poi fuggono alfine carichi di fango ed incoronati d’una viscosa verdura.
Rospigliosi ha 1,400 buffali. Cesarini 800, e Caserta 1000. Un buffalo maschio da 3 anni vale 35 scudi; una femmina 18 o 20; un castrato si vende fino a 30.
La carne di buffalo è grama cosa, ma i Napolitani se ne accontentano, ed i Giudei del Ghetto se ne compiacciono.
A Terracina, sui confini degli Stati del Pontefice, si uccide un buffalo per settimana in settembre, ottobre e novembre. Gl’indigeni si persuadono che la carne è più dilicata quando l’animale è più affaticato, onde attaccano una lunga corda alle corna di quella vittima deforme, e venti robusti terrazzani s’attaccano all’altro capo. Così accompagnato, si spinge il buffalo attraverso le contrade, e quando esso ha preso un grande slancio, viene arrestato sul colpo. Poi si rinnova la spinta, e quand’è in gran foga, lo si ferma di bel nuovo, finchè conserva le forze. Non riceve il colpo estremo, se non dopo avere spezzati alcuni alberi, sfondato qualche muro e storpiato qualche passaggiero.
Spesso avviene che lo si caccia entro una piazza, si chiudono con sbarre le uscite; quindi i giovani più ardimentosi escono dalle loro case per stimolarlo, e rientrano al più presto. Un giorno accadde che un buffalo, stanco d’essere preso a zimbello, sfondò una porta da cocchio e salì fino al secondo piano. Non si diede mai spettacolo più burlesco di quello che allora presentava cotesto comico diventato spettatore. Il solo macellajo potè toglierlo da quel palco.
Questi giuochi crudeli entrano nei gusti del popolo minuto, e mi fa stupore che un governo sacerdotale non abbia fatto nulla per raddolcire i costumi. Sui ponti di Roma veggonsi i ragazzi pescare le rondinelle, mentre nelle vie di Roma alcuni monelli slanciano passeri sugli alberi come noi gettiamo i sassi, ed altri si percuotono con de’ gattini. Gli uccellatori della Rotonda vendono cardellini ed altri uccelletti dopo aver loro cavati gli occhi.
La legge Grammont è di quelle che dovrebbonsi introdurre costì. Ma chi sa quanti secoli occorreranno prima che sianvi leggi a Roma? Basta! non bisogna disperare di nulla.
In quel paese incolto che si stende intorno alla città si mantengono numerose greggie di pecore, di belle razze. Oltre la spagnuola e la bastarda, si stima assai la sopravissana, da Visso, presso Spoleto. È una pecora rustica e di sangue vigoroso, che mirabilmente resiste all’intemperie dell’aria.
La lana indigena si esporta in Francia, in Svizzera ed in Piemonte, dacchè le fabbriche del paese, che in altri tempi erano numerose e celebri, più non fanno che panni grossolani.
Le tre prime qualità di lana si vendono da 21 a 31 soldi la libbra, secondo la dimanda. La quarta e la quinta da 18 a 24 soldi. La nera da 14 a 18 soldi.
La libbra romana è di 339 grammi. Siccome i buoi ed i cavalli, così le pecore vivono costantemente all’aria aperta, pascolano nove mesi nella pianura, ed in luglio agosto e settembre vengono condotte alla montagna.
L’animal nero (è il majale, salvo il rispetto ch’io debbo a’ miei lettori) è abbandonato ai piccoli proprietarj dell’alto paese. I montanari l’allevano con premura, poichè non costa nulla per l’alimento. Vive nella intimità delle famiglie, e si fanno pochi passeggi senza di esso. Ogni volta che si va nei campi, gli si permette di guastare un tratto di terreno; di solito lo si caccia in fondo a qualche fosso.
Le giovinette gli annodano una corda intorno al corpo, e lo guidano qua e là alla ventura. Ho veduto eziandio più d’una volta, nelle anguste vie che conducono ai villaggi, un bambino appeso alla coda del suo majale, siccome un naviglio alla poppa del rimorchiatore. Le persone più distinte della parrocchia vanno a far visita col loro majale, a quel modo che io esco col mio cane.
Quest’amico di casa si ammazza nel mese di dicembre.
L’educator di bestiame avrebbe diritto, non dico già alla protezione, ma per lo meno alla tolleranza del governo, poichè è una delle sorgenti più feconde della ricchezza nazionale. Mi viene assicurato che gli allevatori vanno soggetti a delle tasse vessatorie, e che un bue prima di morire può pagare allo Stato il 20 o 30 per cento del suo valore.
I cavalli che crescono nell’agro romano vengono assoggettati ad una tassa del 5 per cento ogni volta che cangiano di padrone; di modo che, se uno d’essi fosse venduto venti volte, il fisco e l’allevatore se ne dividerebbero il prezzo per metà.
Un romano mi risponderebbe forse che, nei ridenti paesi di Francia, grazie all’enormità dei diritti di mutazione, il fisco può incassare in quattro o cinque anni il valor integrale d’un immobile; nè potrà negare il fatto, essendo vero.
Quasi tutte le cifre esposte in questo capitolo mi furono somministrate a Roma, da un agricoltore onorevolissimo ed assai competente.
Il povero giovane, ch’era ricchissimo, rammaricavasi di non poter viaggiare, parendogli cosa vergognosa il non conoscere che Roma e sue vicinanze, e pronto a spendere molto denaro per ottenere un semplice passaporto.
Non crediate però che gli venisse rifiutato questo pezzo di carta! Oh! no, la polizia sa troppo bene il vivere del mondo. Mons. Matteucci, vice camerlingo della santa Chiesa, direttore della polizia, l’aveva molto gentilmente rimandato al capo dell’uffizio de’ passaporti, ma cotesto onorevole impiegato non si poteva mai trovare. E questo giuoco durò varj anni.
Sento or ora dai giornali, che il mio povero amico ha finalmente ricevuto il suo passaporto senz’averlo dimandato, come pure il figlio del grande orefice Castellani e tanti altri concittadini che formano l’onore di Roma. Non sono esigliati, a vero dire, ma fu loro consigliato paternamente di non ripatriare.
E probabilmente ripatrieranno.