XVI.
IL VETTURALE.
I viaggiatori più eleganti nol conoscono che di vista. Se mai avete percorso l’Italia in legno di posta, vi sarà forse occorso di vedere qualche vecchia carrozza polverosa, che non è nè _fiacre_ nè _cabriolet_, ma ha qualche cosa dell’uno e dell’altro, ricolma d’esseri umani, sopraccarica di valigie e di pacchi. Se mai v’imbatteste a vederla su strada disagiata, avrete avuto campo ad osservare un omiciatto in berretto e paletot trottante, colla frusta alla mano, alla destra de’ cavalli e dicente loro parole consolanti. Questo conduttore borghese è il vetturale, provvidenza ambulante della classe media e degli stranieri poveri. Tutti gli artisti dal borsellino leggiero passarono qualche giornata con lui e conservarono buona memoria della sua compiacenza.
In questo regno, dove il popolo è povero, e l’attività umana è alquanto assopita, si viaggia di rado, lentamente ed a piccole giornate. La classe media non si trasmuta, ma vegeta in quel cantuccio dove il caso l’ha fatta nascere. Pensate che è impossibile l’uscir da Roma senza passaporto, e che i passaporti non si danno che alle persone ben affette, costano cari assai e non servono che per un viaggio. Così un abitante di Terracina, che fosse costretto a passare cento volte all’anno la frontiera napolitana, dovrebbe pagare cento volte uno scudo sia all’ingresso che all’uscita. Aggiungete che non si può traversare una piccola città, senza sopportar le noje della vidimazione del passaporto, e senza pagar tributo alla mendicità d’un impiegato. Anche il più smanioso viaggiatore avrebbe di che scoraggirsi.
Allorchè un modesto borghese di Roma è assolutamente costretto a mettersi in viaggio, tratta col vetturale: cosa grave, poichè si discute sulla durata del viaggio, sul numero dei pasti, sul caffè e latte del mattino, sul prezzo del trasporto, e sulla mancia.
Il vetturale s’impegna d’arrivare a tal sito, in tanti giorni e per tal via, a prendere quanti buoi e cavalli possano occorrere di rinforzo, a pagare il passaggio de’ ponti e le barriere che attraversano la strada, ad alloggiare il suo viaggiatore nei migliori alberghi, ed a somministrargli un dato numero di pasti. Tutti questi patti sono descritti in carta, se ne stende un contratto in doppio esemplare, firmato dalle due parti contraenti.
I prezzi del vetturale sono d’una moderazione favolosa; e, se la memoria non mi tradisce, un viaggiatore può essere trasportato, nodrito, alloggiato, servito per una somma di circa sette franchi al giorno. Ma si va molto più lentamente che non sulle strade ferrate, e bisogna adattarvisi. I giorni discreti sono quelli da dodici leghe di viaggio.
Il primo viaggiatore che trattò col vetturale è il padrone del legno, ed ha voce preponderante nelle dispute che insorgono strada facendo. Debbo però dire che le dispute sono rarissime, essendo che il vetturale ed il suo servo sono armati d’una compiacenza inalterabile, ed ho sempre dovuto ammirare la cortesia degli Italiani che viaggiavano con noi. Era simpatia pei Francesi? Era semplicemente l’effetto di quel vecchio pregiudizio romano, che vede in tutti gli stranieri altrettanti signori? Propendo per la prima ipotesi. Lo stesso vetturale agiva con noi meno famigliarmente che non co’ suoi compatriotti, e credetti vedere che negli alberghi avevasi per noi una cura particolare. Eppure gli albergatori sanno, meglio che ogni altro, che i viaggiatori del vetturale non sono propriamente signori.
In questo modo ho viaggiato da Roma a Bologna. Eravamo, al momento della partenza, cinque Francesi ed un giovane avvocato romano. Quattro nella carrozza, e due sull’imperiale: questi, ogni volta che si sentivano oppressi dal caldo, dimandavano di cambiar posto.
Cotesti miei compagni erano un giovane dilettante di viaggi dotato di molto spirito, il signor Dugué De la Fauconnerie, un pittore dell’accademia di Roma di nome Giacometti, due altri artisti, Pradier figlio dell’illustre statuario, e Giulio David nipote del gran pittore, e cugino germano del mio buon amico barone Gerolamo David. Non mi ricordo il nome del giovane avvocato, ma era un uomo dolce e benevolo. Mancava forse di _quel non so che_, che fra noi è il distintivo delle persone ben educate. Però noi eravamo quasi dispettosi di vedere che il vetturale lo trattava quasi in tuono di perfetta eguaglianza. Noi eravamo d’un paese, dove la distanza è enorme fra un conduttore di diligenze ed un dottore in legge.
Non conosco nulla di più desiderabile nè di più dilettevole che la buona compagnia. Però quando viaggerete collo scopo d’istruirvi, io vi consiglio d’andar solo. Dall’ora in cui il vetturale venne a prenderci facendo risuonare i campanelli de’ suoi tre cavalli, fino alla città di Foligno, dove io dissi addio a’ miei amici, osservai ben poche cose. Lo confesso a mia vergogna, ma non senza certo piacere retrospettivo, la conversazione non fu altro che un continuo scoppio di risa.
La campagna triste e desolata intorno a Roma cangiò di faccia a misura che ci allontanavamo dalla città. È un fatto da me già notato varie volte sui miei ricordi, che Roma è forse la sola grande città senza distretto, la sola che sia circondata d’una zona incolta. Bisogna escirne e viaggiare molto tempo prima di trovare le strade ben conservate, la circolazione romorosa, la coltura attiva e prospera. Quanto più si allontana dalla capitale, tanto più si trova il paese vivo ed il popolo felice. Concludo da questo fenomeno unico nel suo genere, che Roma sarà forse un giorno la capitale d’Italia, ma che al giorno d’oggi non è la capitale degli Stati romani.
A Civita-Castellana, il vetturale vende i suoi cavalli, avendo trovato occasione di fare un buon mercato, ed ei non è uomo da trascurare i suoi affari. «Ma e di noi che sarà? — Eh! che! risponde egli con un sorriso filosofico. La Madonna non ci lascerà in istrada.»
Fatto sta che la mattina seguente la carrozza era pronta tirata da tre ronzini, così deformi, arditi e strepitanti, quanto i primi.
Ecco l’ordine e la marcia invariabile del vetturale. Al primo albore egli sveglia i suoi viaggiatori e fa caricare i bagagli. Un caffè s’apre a dieci passi dall’albergo, ed il vetturale ci conduce colà e ci fa apprestare la prima colazione. Si comincia a trottare verso l’ora fresca, e si continua fin verso le dieci ore del mattino. Allora è il momento della fermata, e si depongono i bagagli pel caso in cui qualche viaggiatore avesse il capriccio di cambiar abiti. Ci viene servito un pranzo modesto, ma solido, condito con un po’ di vino del paese. Quindi si fa una corsa a visitare il paese, mentre i più pigri hanno diritto di chiedere una camera e di fare la _siesta_. Fra le due e le tre ore si risale in vettura e si trotta, sempre piano piano, fino alle sei: allora i bagagli sono di nuovo scaricati, i cavalli vanno nella scuderia, ed i viaggiatori passeggiano fino all’ora della cena. Tutto ciò è sì ben regolato, si ben convenuto, che cinque o sei vetturali possono viaggiare di conserva senza mai perdersi di vista. Il nostro giovane avvocato raccontò la storia d’uno de’ suoi amici che si ammogliò da un vetturale all’altro. Egli osservò nel primo giorno di viaggio una bella fanciulla, che co’ suoi parenti andava a raccogliere una modesta eredità; la riconobbe il giorno appresso, le sorrise il dì seguente, nel quarto giorno le parlò, nel quinto la chiese in matrimonio, e l’ottenne in capo alla settimana, grazie ad una bottiglia di Montepulciano, che il padre aveva imprudentemente accettato.
Non dipenderebbe che da noi il giuocare al medesimo giuoco, poichè ecco un vetturale che ci segue passo a passo, come per raccogliere la nostra polve. Cinque figlie da marito! ed abbastanza belle, in fede mia. Ed il naso rubicondo del loro signor padre attesta, ch’ei non avrebbe a schifo il vino di Montepulciano. Ma nessuno di noi pensa al matrimonio[6].
È nel bagno di Civita-Castellana che il famigerato Gasparone espia dolcemente i suoi delitti. Ero debitore d’una visita a quel grand’uomo, ed ora gliel’ho fatta. Si può dire letteralmente ch’ei regna in quel bagno di terra ferma, poichè 13 o 14 antichi banditi gli compongono una corte, ed il governo gli assegnò una lista civile di 5 soldi al giorno per le spese di rappresentanza; mentre gli stranieri che vengono a vederlo gli pagano tributo.
Questo monarca in vita mi ricevette in una cameraccia che gli serve di sala del trono; fece tre passi incontro a me, e mi stese la mano con un sorriso di protezione. Le persone della sua corte ed alcuni gendarmi fecero cerchio intorno a noi.
Gasparone è un vecchio grande, d’una bellezza notevole, d’alta e nobile statura, e lineamenti maschi e regolari, di guardatura sfavillante. Porta una lunga barba bianca, e reca in viso una miriade di macchiette azzurrognole segni della esplosione d’un fucile carico a polvere. Indossa un abito di panno grossolano, costume di contadino agiato; e fu dispensato dal portare la livrea de’ forzati, così pure dalla costoro compagnia. Vive solo, circondato da suoi antichi compagni, e distratto dalla noja per mezzo delle frequenti visite degli stranieri.
Delle native montagne egli non ha conservato che l’accento e la calzatura. Mi fece vedere i suoi sandali attaccati alla gamba con funicelle di cuojo, e mi disse con una modestia alquanto orgogliosa: «Perdonatemi se non parlo il romano; io sono nato ciocciaro e così morrò.» Cotesto titolo di ciocciaro, ossia portatore di cioccie (sandali) è adoperato in Roma siccome termine di sprezzo. Il cardinal principe Altieri nel calore di una disputa contro il secretario di Stato, non s’astenne dal lanciargli in faccia l’epiteto di ciocciaro. È positivo che il cardinal Antonelli, al pari di tutti i figli di Sezza, di Prossedi e di Sonnino, ha portato le cioccie in sua giovinezza.
Gasparone mi domandò se io ero romano? Era evidentemente un complimento sul modo con cui io parlavo italiano. Lo ringraziai, dicendogli ch’ero francese. «Or bene! ripigliò egli sorridendo, conducetemi con voi in Francia.»
M’ingegnai di persuaderlo, che un uomo della sua condizione non troverebbe ad occuparsi in un paese come la Francia. I gendarmi che ci ascoltavano alzarono le spalle in segno d’incredulità, quando dissi che il brigandaggio era impossibile da noi.
E di vero il brigandaggio, sì bene sradicato nelle montagne di Sonnino, era allora floridissimo nelle Marche e nelle Romagne. Si parlava d’un possidente assediato in sua casa alle porte stesse di Rimini.
Si narrava la storia d’una prigione evasa in massa, detenuti e carcerieri, per mettere a contribuzione la campagna.
Gasparone non manca di certa bonomia; però mi parve alquanto sostenuto e preoccupato dell’idea di sostenere il suo grado. Egli stava in piedi, e noi pure. Mi ricorse involontariamente al pensiero la memoria di quel principe romano, che diceva nella sua altiera boria: «Non mi sono mai seduto dinanzi a persona del ceto medio, poichè avrei forse dovuto farla sedere a me vicino.» Però allorquando parlai di Sonnino, di Maria Grazia, e delle montagne che avevo visitato, il vecchio brigante se ne compiacque e cedette al piacere di parlare. Raccontò varj episodj della sua vita attiva e specialmente l’ultimo, ch’egli ha sempre in cuore. Protestò contro l’illegalità della sua prigionia. «Poichè al fine, diss’egli, i gendarmi non mi hanno preso, ed io non mi sono arreso; fui preso a tradimento. Avevo accettato un abboccamento per trattare col governo, e si è violato il diritto delle genti coll’impadronirsi della mia persona.»
I gendarmi l’ascoltavano con rispettosa ammirazione, ed uno d’essi gli disse: «E di che ti lamenti? Tu hai fatto la guerra, e noi non la faremo mai: tu non mancasti di nulla, e noi manchiamo di tutto. Tu sei stato capitano, ed io, che ti custodisco, non sarò probabilmente nemmeno sergente, poichè non ho nè moglie nè figlia che sollecitino pel mio avanzamento!»
Dopo una buona mezz’ora di conversazione, presi commiato. Gasparone voleva assolutamente che portassi meco una sua memoria, onde mi offrì la lista manoscritta de’ suoi omicidj, in numero di 197, se non m’inganna la memoria. Aggiunse che gl’Inglesi non mancavano mai di prenderla.
Che strana bestia è l’uomo! Questa lista mi fece orrore, e rifiutai di prenderla. Avevo stretto senza ribrezzo la mano che aveva commesso tanti delitti, ed ora il foglio di carta su cui erano descritti m’inspirava orrore! Dissi addio al grand’uomo, che ne aveva ammazzati tanti piccoli, e gli diedi una mancia, ch’egli accettò siccome farebbe un semplice capo d’ufficio.
Il suo onorario era già di dieci soldi; ma da qualche anno fu ridotto a cinque. È un lagno che non dimentica mai in conversazione.
L’albergo di Civita-Castellana è il tipo de’ grandi alberghi italiani, siccome si trovano nei romanzi. Balconi, terrazze, fiori del mezzodì, grandi corse aperte alle sedie di posta, nulla vi manca. È però debito di verità il dire che Civita-Castellana trovasi sulla classica strada di Firenze a Roma.
Ciò che mi urta al massimo grado è la mendicità importuna e continua, che ci perseguita. Negli alberghi più agiati il cameriere stende la mano, il facchino che vi porta il baule stende la mano, il garzone di scuderia stende la mano, e qualche volta lo stesso albergatore ci fa l’onore di dimandarci l’elemosina. Lungo il cammino, allorquando il vetturale prende de’ buoi o de’ cavalli di rinforzo, l’uomo che gli ha noleggiati, e che riceve il suo salario, ci tira per la manica e ci sveglia, al bisogno, per una comunicazione importante. Che vuol egli? Una piccola moneta per comprar del pane. Se il pane fosse raro o caro, questa importunità sarebbe forse scusabile; ma la messe è magnifica, come ne convengono gli stessi coltivatori, allorchè si staccano dal loro lavoro per venire a stenderci la mano. È chiaro che quelle persone non hanno bisogno de’ pochi soldi che ci dimandano, ma vanno mendicando per principio, per onor del governo e del paese.
Quanto si può esser fieri d’esser Francesi! Eppure debbo confessare che la mendicità è ancora più arrogante e più inescusabile a Parigi. Un cocchiere romano, a cui non si dia nulla di mancia, s’accontenta di maledirvi nel secreto dell’animo suo; mentre un cocchiere di Parigi v’ingiuria e talora fa peggio. Abbiamo sui boulvard di Parigi qualche caffè, che in capo ad un anno raccoglie più di cento mila franchi in elemosine. I domestici di quello stabilimento, che non hanno altro salario, suddividono questa enorme somma col proprietario, che è stupidamente ricco, e si veggono delle locazioni di 60,000 franchi pagate coll’elemosina forzata de’ poveri consumatori.
A Narni, il vetturale ci vende ad uno de’ suoi confratelli, che s’incarica di trasportarci alle medesime condizioni fino al termine del nostro viaggio.
Le cascate di Terni sono fatte di mano dell’uomo, non meno che quelle di Tivoli; e così l’arte diede mano alla natura. Fu sviato un fiume dal suo letto per precipitarlo giù dalle rupi.
Quivi i contadini industriosi hanno costrutto cento diverse chiuse ne’ dintorni della cascata, e ciascun d’essi preleva una tassa sulla curiosità de’ viaggiatori.
A Foligno dissi addio a miei amabili compagni, i quali si diressero verso Perugia, che non era ancora stata saccheggiata dalle bande mercenarie tedesche del colonnello Schmidt. Ho fatto la salita degli Appennini per una strada nuda e triste assai; ora eccomi sul pendio dell’Adriatico, nelle provincie meno soggette al dominio pontificio. Serravallo, Tolentino, Macerata, Recanati, prime città e primi villaggi della marca d’Ancona, hanno una fisonomia affatto nuova. Siamo ben lungi da Roma e dalla sua desolata campagna! Qui le vie ampie e ben conservate sono coperte di pedoni e di carrozze, e fiancheggiate da fertili campagne. Non ho veduto le pianure di Lombardia, ma dubito che possano essere meglio coltivate di quest’ammirabil paese. La proprietà è suddivisa, e la popolazione non va più timidamente a rannicchiarsi entro i villaggi, che da tutte le parti si veggono abitazioni rurali in buono stato.
Vi ho spiegato come la coltura non fosse altro che un accidente passaggiero nella campagna di Roma. Si traggono de’ buoi e degli aratri sopra un prato, poscia si ara, si semina, si sarchia, si miete in fretta, quindi la terra rientra nel suo riposo per un periodo di ben sette anni. Qui per lo contrario la coltura è lo stato normale della terra, essendo essa piantata d’alberi e lavorata, zappata ed ingrassata. Ho visto spesso nella medesima pertica di terreno un cumulo di foglie di gelso, una vendemmia appesa a’ tronchi d’alberi, ed una messe color d’oro ai loro piedi. La vite si marita all’olmo, al salice ed al pioppo. Le foglie dell’olmo sono un eccellente foraggio pei buoi, che le mangiano verdi.
Quasi quasi mi dimenticavo che eravamo nello Stato pontificio, ma ecco la santa città di Loreto, che mi richiama alla realtà.
Loreto, che ha dato il suo nome ad una delle classi più floride della popolazione parigina, è una città di 5,470 anime; deve la sua esistenza ad una serie di miracoli troppo noti, perchè sia necessario di qui raccontarli. Nessun cattolico può ignorare, che la casa della Santa Vergine Maria, lunga metri 10,60, larga 4,36, ed alta 6, fu trasportata da Nazaret tra le braccia degli angeli nella notte del 12 maggio 1291. Fece una prima fermata in Dalmazia, dove soggiornò circa tre anni e mezzo. Il 9 dicembre 1294, essa attraversò l’Adriatico e venne a cercare in Italia un posto adattato. Errò per qualche tempo nelle selve vicine a Loreto, e fermossi definitivamente a tre chilometri dal mare.
La Santa Casa non ha che le quattro mura, poichè gli angeli lasciarono in Palestina il pavimento e le fondamenta; ma trasportarono i vasi di terra, in cui la Vergine Maria preparava gli alimenti pel suo divin figliuolo.
Nulla di più povero di questa casa, costrutta con pietruzze rossastre, come se ne trovan molte nel paese; e nulla di più ricco e magnifico degli ornamenti onde fu abbellita. Il contrasto è pur sì grande tra l’umile capanna ed il tempio che la racchiude, quanto tra l’apostolo Pietro e papa Leone X. Essa è sì poco riconoscibile sotto i suoi rivestimenti di marmo, quanto la morale evangelica sotto la poesia del cardinal Bembo.
Questa casa miracolosa è proprietaria della città di Loreto e di tutto l’orizzonte che la circonda. Possiede 400,000 franchi di reddito in beni immobili, senza tener conto del reddito eventuale, che è enorme. Giudicatene dalla vendita delle corone e d’altri oggetti di divozione, che fruttano agli abitanti di Loreto un beneficio di circa 500,000 franchi all’anno. Questo commercio non giova se non indirettamente alla Santa Casa, ma diventa fonte di migliaja di offerte. Così, ho veduto una signora di Dublino occuparsi per un lungo quarto d’ora nel far benedire mille coserelle: anelli, medaglie, corone e campanelli contro il fulmine. Un sacerdote, di cui ho ammirato la pazienza, ha segnato per lei una ventina d’imagini, ne ha suggellato venti altre, aggiungendo a ciascuna un pezzetto di velo nero; ha santificato parecchi giojelli facendoli passare nella scodella entro cui mangiava il bambino Gesù: dopo di che, la buona signora depose un’offerta, che pareggiava almeno il valore di tutte quelle compre.
Non parlo delle offerte più preziose, che vengono inviate da principi e da grandi della religione cattolica. Sonvene di ridicole, siccome i calzoni del re di Sassonia; e di magnifiche, ond’è che il tesoro della Santa Casa ha riparato le spogliazioni del 1797.
La statua della Vergine, scolpita dall’inimitabile S. Luca, è letteralmente coperta di pietre preziose. Quella figurina di legno nero, che per qualche tempo fece soggiorno nel gabinetto delle medaglie della Biblioteca imperiale, possiede uno scrigno più ricco di quello di qualsivoglia principessa d’Europa.
Il cicerone che mi condusse è nel medesimo tempo garzone d’albergo e sacristano della Santa Casa; del resto non poco incredulo, e preoccupato soprattutto di statistica e di finanze. Mi assicura, che la Santa Casa è circondata di 120 altari, dove 120 sacerdoti celebrano ogni giorno la messa. Mi fa osservare i confessionali, dove de’ penitenzieri di tutte le lingue sentono la confessione di delitti speciali, che un semplice sacerdote non potrebbe assolvere. «Tutto ciò, diss’egli prosaicamente, frutta molto danaro. Noi siamo qui più di 300 impiegati, che riceviamo ciascuno due litri di vino e due libbre di pane al giorno. Le nostre finanze vennero scompigliate recentemente da Monsignor Narducci, che lasciava in cassa un defecit di 300,000 franchi. Per la qual causa fu rivocato.
— E che si fece di lui?
— Fu nominato amministratore dell’ospizio dello Spirito Santo, a Roma, senza dubbio perchè lo Spirito Santo è più ricco e più difficile a ruinarsi.»
I viaggiatori ch’entrano nella chiesa dove è racchiusa la Santa Casa, scorgono sulla dritta un collegio de’ Padri Gesuiti, a sinistra il palazzo Apostolico dove risiede il successore di Mons. Narducci. È un palazzo discretamente conservato, dove si veggono troppe donne in bianco soprabbito di mattina, e sono senza dubbio le mogli degl’impiegati subalterni. Per lo contrario bisogna confessare che il collegio de’ Gesuiti, visto dall’esterno, imprime negli animi anche più insensibili una specie di rispetto. Ha un aspetto severo e bene ordinato, che impone.
Ne’ sotterranei del palazzo Apostolico si ammira una bella farmacia, di cui tutto il vasellame è in vera majolica di Faenza, eseguita sui disegni de’ più grandi maestri.
Ho passato tutto il giorno nella chiesa, la quale è un vero museo, e vi sarei stato veramente felice, se non fossevi stata l’importunità de’ cani, de’ mendicanti, de’ ciceroni e di alcune vecchie, le quali volevano ostinatamente far il giro della Santa Casa sulle loro ginocchia, col mio consenso ed a mie spese.
Questi piccoli pellegrinaggi salariati non si fanno solamente in Italia. Conobbi a Vergaville, paese natio della mia avola, una vecchia, pellegrina di professione, che si portava, mediante una rimunerazione, alle cappelle più celebri, e che guadagnava di che vivere acquistando indulgenze. Credo però che questo mestiere sia più lucroso a Loreto che a Vergaville.
Gl’Italiani dicono talora: «Bestia come un Inglese.»
Questa locuzione mi è sempre parsa, non solamente viziosa, ma anche inesplicabile; mentre tutta Italia sa benissimo per esperienza, che i suoi amici Inglesi non sono bestie. Un abitante d’Ancona, che aveva incontrato a Loreto, mi ha dato la spiegazione di quel pregiudizio. «Il popolo, mi disse egli, comprende sotto la denominazione d’Inglesi tutti gli abitanti delle isole Britanniche, ma in realtà questo epiteto di bestia non s’appartiene che agl’Irlandesi. Essi accolgono sì ciecamente tutti i miracoli già screditati tra noi, digeriscono con tale appetito le stolidezze più incredibili, che si prende per difetto d’intelligenza ciò che non è altro che un eccesso di fede.»
Mi ritrassi inorridito vedendo in una cappella laterale il cadavere d’un fanciullo e la sua faccia coperta di mosche. Il povero bambinello era vestito da abbatino, secondo un’usanza abbastanza diffusa. Ora andavo pensando, come mai una famiglia poteva così abbandonare le reliquie mortali della sua progenitura, ma in un batter d’occhio m’accorsi che il bambino non era solo, poichè un incaricato, pagato a giornata per custodire il cadavere e tener lontane le mosche, dormiva in un angolo della cappella. Quella trista scena guastò per me il piacere della giornata, e quando una mosca della chiesa veniva a collocarsi sul mio volto e sulla mia mano, io la discacciava con una specie di ribrezzo; parendomi che que’ schifosi insetti fossero quelli che si erano raggruppati intorno alle nari ed agli occhi del povero bambino.
Un romor di passi mi trasse fuori di chiesa, ed io vidi una processione di ciocciari a piedi nudi. I miseri erano così venuti fino dalle montagne degli Abruzzi: uomini e donne tenevano in mano il bastone de’ pellegrini, ed erano guidati da un capo, tarchiato e robusto, che portava un mantello ornato di conchiglie. Il sudore e la polve sgocciolavano insieme, a modo di fango, dai loro visi abbrustoliti; essi cantavano a piena gola un inno in volgare. A venti passi dalla soglia della chiesa e da quelle mirabili porte di bronzo, caddero a ginocchi, e v’entrarono carponi. Parecchi d’essi, i più fervorosi, baciarono il pavimento dalla porta fino alla Santa Casa, che sta in fondo alla chiesa. Colà giunti, gettarono alte grida, gli uni accusandosi de’ loro falli, gli altri domandando alla Madonna la grazia speciale ch’eran venuti a chiedere. Una fanciulla piuttosto brutta implorava la liberazione d’un condannato che le stava a cuore; un marito sollecitava la guarigione di sua moglie, mentre una moglie domandava per suo marito qualche cosa, non però buona, poichè lo denunciava alla Madonna, e lo colmava delle più strane ingiurie. Quand’ebbero compiuto il loro primo sfogo, ripresero il cantico interrotto. Il veterano che custodisce, colla sciabola nuda in mano, i diamanti della Madonna, canterellava macchinalmente con loro. Non la finirei per lungo tempo, se volessi enumerare le genuflessioni, le adorazioni, gli amplessi, di cui que’ miseri mi diedero spettacolo. Bisogna compiangere gli artisti, che esposero de’ capolavori di marmo alla divozione troppo fervente de’ ciocciari. Mi ricordo d’un basso rilievo della flagellazione, dove Cristo è letteralmente consunto dagli acidi baci di que’ divoratori d’aglio.
La città di Loreto non è altro in fondo che un gran bazar dove si vendono corone. Essa mi parve piuttosto addormentata pel momento, perchè eravamo nel massimo calore dell’estate. I mercanti ch’io interrogai si lamentavano della stagnazione degli affari, e maledicevano il gran caldo.
Tuttavia, verso sera, la strada si andò animando alquanto. Vidi passare de’ grandi carri tirati da buoi e carichi di sacchi di grano. Ciascuno d’essi portava il monogramma della società di Gesù.
Gli abitanti più agiati ed i ricchi mercanti cominciarono ad uscire dalla città per prendere il fresco. Incontrai, in un cocchio, un prelato romano, che aveva alla sua destra una signora attempata, e dinanzi due giovinetti. Qui si fermarono le mie osservazioni, poichè il vetturale attaccò i suoi cavalli e ci condusse fino alle porte di Ancona.
Ci fermammo fuori della città, perchè essa ha i privilegi d’un porto franco, ed all’uscita bisognerebbe assoggettarsi alla visita dei doganieri: questi però ci visitarono il dimani l’altro, a due o tre chilometri da Ancona. Era per conservare il principio, ovvero, per dir meglio, per la buona mano.
Ho passato una giornata intera in quella grande città, e non vi rinvenni nulla di ciò ch’io cercava. Il commercio languiva, le sentinelle austriache facevano buona guardia intorno ai forti, la polizia austriaca sfogliava minutamente il passaporto del più umile pedone all’ingresso della città, mentre gli ufficiali austriaci giuocavano agli scacchi nei caffè. Questi amabili Austriaci fucilarono ben sessanta persone in sette anni nella città d’Ancona; ma siccome ne fucilarono 190 in Bologna nel medesimo intervallo di tempo, così Ancona avrebbe torto di lagnarsi.
In Ancona sono tollerati 1800 Israeliti. Bisogna pur fare qualche cosa pel commercio. Il quartier degli Ebrei è il peggiore; ma la popolazione che l’abita mi ha sorpreso per la bellezza del tipo. Le ebree poi sono qui tanto belle, quanto sono brutte a Roma; ed è molto dire, e coloro che conoscono il ghetto romano mi accuseranno forse di esagerazione.
Perchè mai la stirpe medesima è qui florida, e là tanto degenerata? È certamente perchè l’oppressione religiosa è meno pesante a 210 chilometri dal Vaticano.
Sono arrivato a Sinigaglia il giorno della fiera. È dessa una città di 12,950 abitanti, ma la sua popolazione si raddoppia quasi tra il 20 luglio e l’8 agosto. Tutte le case si trasformano in botteghe; il commercio invade, trasmuta e vivifica la piccola città, che d’ordinario è tranquilla. Sgraziatamente per me, la più parte delle botteghe era ancora da affittarsi; i commercianti arrivati cominciavano appena allora a sballare i loro colli, onde la fiera di Sinigaglia rassomigliava ad una esposizione dell’industria, nel giorno dell’apertura solenne.
D’altronde mi si accerta, che questa solennità mercantile perde ogni anno di sua importanza e splendore. Così avviene a Beaucaire, a Lipsia ed in tutti i paesi inciviliti; ed è naturale, mentre dove il commercio à attivo tutto l’anno, le fiere non servono più a nulla.
Un fabbricatore di pettini, detto Alberto Mastai, lasciò Brescia, sua patria, sulla metà del secolo XVI, e stanziò a Sinigaglia. Vi fece fortuna, e la sua famiglia vi prosperò sì bene, che potè insinuarsi nella nobiltà della provincia. Gian Maria Mastai ottenne la mano d’una Ferretti d’Ancona, e grazie a quell’alto parentado, ei divenne conte Mastai Ferretti. Da questo felice ceppo nacque nel 1799 Gian Maria Mastai, che regna in Vaticano sotto il venerato nome di Pio IX.
Le città delle Marche e delle Romagne non sono tutte ricchissime, ma ve ne sono poche, le quali non posseggano un teatro. Il gusto per le arti, e specialmente per la musica, è molto più sviluppato sul pendio degli Apennini, che non dall’altra parte. A Pesaro, a Rimini, a Forlì, a Faenza ed in quasi tutte le città, i muri stessi attestano il fanatismo della popolazione. I dilettanti fanno dipingere sulla loro casa il nome del maestro o degli artisti alla moda. Si legge in ogni parte: Viva Verdi! Viva la Ristori! Viva la Medori, la Corvetti, la Lotti! Viva Panciani, Ferri, Cornago, Rota, Mariani!
Mi sembra che i missionari non combattano attivissimamente contro questa influenza. Senza dubbio essi sono tutti occupati nel pendio opposto, predicando ai marinai del Mediterraneo, che non hanno bisogno d’essere convertiti; ed abbandonano i cittadini dell’Adriatico alle loro passioni mondane.
Però ho veduto sopra alcune case di Faenza il monogramma de’ Gesuiti dipinto sul muro appresso ad una piccola Vittoria nuda, che sospendeva una corona sopra il nome della Ristori.
I teatri di queste piccole città sono tutti grandi e magnifici, comodi assai, e vorrei bene che i nostri lo fossero del pari.
Non v’è teatro a San Marino, ma vi sono molti frati, molti mendicanti, non pochi ignoranti e ben poco incivilimento. Questo singolare Stato di 9500 abitanti, che in mezzo alla monarchia assoluta del papa conserva il nome di repubblica, mi arieggia un ghetto rurale. Mi convinco che i successori di s. Pietro l’hanno rispettato a bella posta, per chiarire ai loro sudditi, quanto la monarchia sia superiore alla repubblica. Ed è perciò che da tanti secoli fanno vegetare un miserabile branco di Ebrei, per far risaltare la superiorità del cattolicismo.
Fu molto decantata, in Francia, la costituzione politica di San Marino, l’equilibrio del suo _budget_, il disinteresse de’ suoi cittadini, di cui nessuno, per lo spazio di 14 secoli, non tentò farsi tiranno. Io non voglio già scagliare la prima pietra contro questo piccolo popolo interessante, se non per le sue virtù, almeno per la sua debolezza. Ma sinceramente, come al solito, narrerò ciò che ho veduto ed inteso sul territorio di San Marino.
Avevo lasciato Rimini sotto una pioggia dirotta, sopra una carrettella, sospesa appena quanto bastava per non rompermi le ossa. Il mio cocchiere era figlio dell’albergatore, mariuolo di 14 anni al più, ateo siccome una serpe. Scandagliai, strada facendo, il fondo della sua filosofia, ed egli sbrigliò dinanzi a me cotesto spaventoso aforismo: «Dio? Credo bene che, se ve n’è uno, sarà un prete come gli altri.»
Quell’amabile ragazzo m’indicò col dito il termine che separa lo Stato pontificio dalla terra repubblicana. Non mi parve che il sole divenisse più splendido, nè il suolo più florido, nè meno insipida la pioggia. Tuttavia respiro ben volentieri l’aria delle repubbliche. Il paese squallido, la coltura per nulla maravigliosa. Un piccolo villaggio, a mezza strada, mi parve malinconico e sudicio.
La città ed il borgo sono situati sopra una scoscesa montagna, da cui si domina una bella estensione di paese, quando però non piove a torrenti. Il borgo è appiedi della montagna, la città poggia sulla cima.
Il borgo è mal costrutto, mal lastricato e lasciato in disordine. La principale industria che vi si coltiva, e probabilmente la sola, è la fabbricazione delle carte da giuoco, che si esporta di contrabbando. Mi posi in cerca d’un cicerone, e pensando che il meglio sarebbe di prendere a caso il primo paesano in cui m’imbattessi, entrai da un artista; e mi offersi di pagargli la sua giornata, se voleva passeggiare con me per alcune ore. Ei non si fece pregare, ed io m’accorsi, dopo pochi minuti, che avrei potuto capitar peggio. Il buon uomo era ciarliero e compiacente, e tosto mi narrò la storia d’un medico comunale, perito a colpi di fucile, sulla piazza pubblica. Il fatto aveva due anni di data, e gli assassini erano stati condannati a due anni d’esiglio.
L’organizzazione della giustizia a San Marino è affatto elementare. Non si hanno nè leggi, nè tribunali, ma si fa venire da Roma o da Firenze un magistrato seguito da quattro gendarmi, il quale è pagato dalla repubblica, e giudica alla meglio gli affari civili e criminali. La pena di morte non viene mai applicata, ma si hanno le galere. Quando un individuo è condannato ai lavori forzati, lo si manda a qualche bagno del papa o del granduca di Toscana, e la repubblica vi paga la sua pensione.
Dalla questione giudiziaria noi siamo naturalmente passati alla politica. Un consiglio sovrano di 60 individui dirige gli affari dello Stato. Venti consiglieri sono scelti fra la nobiltà, venti fra la borghesia e gli altri venti fra i contadini: ond’emerge che San Marino è una repubblica leggermente aristocratica. Chi lo crederebbe? V’è una nobiltà a San Marino! In questa repubblica fondata da un muratore, che si era fatto eremita, ho ravvisato l’esistenza d’una classe privilegiata. Ero curioso di conoscere da qual fonte emanasse la nobiltà del paese, ed il mio cicerone mi assicura che i nobili di San Marino ammettevano di tempo in tempo qualche borghese nella loro illustre casta.
Il potere esecutivo è confidato a due capitani, che durano sei mesi nelle loro funzioni, nè possono essere rieletti se non dopo un intervallo di tre anni. Ricevono un emolumento di 25 scudi romani, un po’ più di 125 franchi, pei loro sei mesi d’esercizio. La moneta che corre nel paese è quella del papa.
La forza armata consta d’una sessantina di guardie nazionali. Grazie alla generosità d’un benefattore straniero, hanno delle uniformi, ma l’uomo che le comanda è alla borghese. Una trentina di suonatori completano l’effettivo. In caso di bisogno, la repubblica potrebbe mettere circa seicento uomini sotto le armi.
Le finanze non sono mai in deficit, poichè, propriamente parlando, non vi sono finanze. Il popolo non paga contribuzioni dirette, la principale entrata dello Stato si compone dei sali o dei tabacchi, che il papa permette d’introdurre senza dazio. Lo Stato è dunque non solamente protetto, ma eziandio beneficato dal santo padre. A questi prodotti s’aggiunge quello d’una imposta sulla carne. Il consumatore paga due scudi e mezzo per un bue, 25 soldi per un majale, e soldi 7-1/2 per un montone. Le derrate necessarie alla vita sono a buon mercato: la carne costa otto soldi la libbra, il litro di vino si vende da 3 a 5 soldi, e per un soldo si comprano otto oncie di pane.
L’istruzione pubblica è pressochè nulla: una ventina di piccoli repubblicani vanno alla scuola dai preti.
I monumenti pubblici sono una fortezza in ruine, ed una chiesa deforme, ma in buono stato. Quattro prigionieri sono detenuti nella fortezza, ed io ho passato una mezz’ora con essi. Sono rei di furti campestri, così frequenti costì siccome negli Stati del pontefice. I miseri aspettano impazientemente che siano mandati alle galere; ma ci vorrà molto tempo, chè il giudice è morto ed il successore non è ancora nominato. Uno di quest’infelici ebbe rotta la gamba, e soffre crudelmente sul miserabile suo giaciglio.
Si vede nella chiesa la tomba che S. Marino si è scavato da sè medesimo, e la lastra di marmo dedicata dalla repubblica ad Antonio Onufrio, _patri patriae_, dice l’inscrizione. Cotest’Onufrio era l’incaricato d’affari della repubblica presso l’Imperator dei Francesi. Il mio cicerone parla di questo grand’uomo colle lagrime agli occhi: «Ei parlava a Napoleone come io a voi; faceva la corte all’Imperatrice; egli era davvero il padre della patria!»
Al di sotto della chiesa, una gran casa civile è abitata dal dotto numismatico Borghesi. La mia guida pretende, che questo corrispondente dell’Instituto lavori ogni giorno fino all’ora della cena, e poscia si ubbriachi; ma io credo che il mio degno cicerone calunnia la sola gloria del suo piccolo paese.
Il mariuolo s’è ben guardato dal narrarmi un fatto ch’io conosceva, e che è noto a tutta l’Italia. Nel 1849, dopo la presa di Roma, Garibaldi e le reliquie del suo esercito si rifugiarono sul territorio di San Marino. Ora que’ repubblicani comprarono a vil prezzo i cavalli, gli arnesi, le armi e tutti gli effetti preziosi ch’erano rimasti ai proscritti: dopo di che gli esortarono a cercarsi un altro asilo. Questa reminiscenza è forse la causa del mio rigore verso gli abitanti di San Marino. D’altronde, quando sono acciecato dalla pioggia, non so veder le cose sotto bell’aspetto; e d’altra parte il lettore è libero d’addolcire a suo buon grado l’amarezza di questo giudizio.
Se la repubblica di San Marino dovesse un giorno essere assorbita in qualche grande monarchia, gli archeologi della politica esclamerebbero versando lagrime amare: «È dunque perito quel baluardo della libertà!» Rimane a sapersi, se un popolo rozzo, feroce, avido e miserabile, merita il nome di popolo libero.
Coloro che si occupano di statistica commerciale hanno osservato, che il piccolo commercio diminuisce di giorno in giorno. Ne’ tempi andati le nostre città erano piene di botteghe grandi come la mano, dove una famiglia di borghesi ignoranti vegetava fino alla morte. La commandita s’è impadronita degli affari, i capitaletti si sono riuniti per formare de’ milioni; si sono affittate delle case enormi, comprati de’ mucchi di merci, e si è trattato il commercio sopra una grande scala. È una intera rivoluzione, mercè la quale il capitalista accresce e raddoppia la sua fortuna, i commessi, senz’arrischiare un soldo, intascano de’ buoni assegni, ed il pubblico compra a miglior mercato.
Io non sono lontano dal credere, che in politica si farà un giorno un cangiamento analogo. I piccoli Stati sono condannati a vegetare siccome le botteguccie. Se io fossi re di Piemonte, o re di Prussia, fonderei un vasto stabilimento col capitale di 20 o 25 milioni d’uomini, e sarei ben presto in grado di dare la pace, la sicurezza, l’agiatezza e l’istruzione pubblica al 30 per cento al disotto del corso.
Le Romagne.... ma perdòno. È ormai lungo tempo che abbiamo abbandonato gli Stati del papa.
FINE
TAVOLA DELLE MATERIE
VIAGGIO.
_Marsiglia e suoi abitanti. — Lentezza delle strade ferrate. — La Canebière. — La città nuova. — I Campi Elisi. — La città antica. — La Major. — La città futura. — Il signor Mirès ed i porti di Marsiglia. — Il canale della Duranza. — 1815 e 1858. — I Marsigliesi. — Carattere, costumi e difetti della popolazione. — Perchè i Marsigliesi non falliscono mai. — Lusso e lavoro. — La caccia. — Il teatro. — Una prima rappresentazione di Alessandro Dumas. — La necropoli d’Aix in Provenza. — Le corazze d’un re del Gabon e la musica del bascià d’Egitto. — Industria, commercio e speculazione. — Lo zucchero, l’olio ed il sapone di Marsiglia. — Elogio del Sesamo. — Fabbrica di turaccioli. — I porti. — La compagnia delle Messaggerie imperiali. — Speculazione. — Agenti di cambio. — Storia maravigliosa d’un giovane sindaco. — Lavori pubblici. — Reminiscenza di Bordeaux. — Mio avo ed il pugnale del Triulzio. — Elogio della follia. — Budget municipale di Marsiglia. — Progetto di residenza imperiale. — I Catalani. — La questione delle belle arti. — Un privilegio assurdo. — Racconto d’un Bavarese. — Tragitto da Marsiglia a Civitavecchia. — Il colonnello Bailliencourt, attualmente generale di brigata. — Arrivo in posta_ Pag. 9
I. MIO ALBERGO.
_Carlomagno, Carlo VIII, Montaigne, Rabelais, Poussins, Carlo de Brosses, Chateaubriand, la Stael. — Abito il nido di Orazio Vernet. — Trecento ventisette gradini da salire. — Il carcere di Galileo. — Memorie della villa Medici. — Il portinajo. — I giardini. — L’obolo di Belisario. — Ospitalità dell’Accademia di Francia. — I premj di Roma. — Bel motto di Gregorio XVI. — Vittore Schnetz, direttore dell’Accademia. — La mia camera. — Paesaggio. — San Pietro. — Opinione d’un consigliere municipale di Avranches. — Roma 1300 anni fa. — Lo scirocco. — Una visita. — Perchè è sì difficile lo studiare Roma contemporanea?_ Pag. 47
II. LA PLEBE.
_I viaggiatori dilettanti non la conoscono, o la conoscono male. — Carattere del popolo minuto di Roma. — Reminiscenza della rivoluzione del 1849. — I plebei accampati presto il cardinale Antonelli. — Un plebeo della Chiesa, frate questuante. — Sua industria; sue risorse. — Commercio delle insalate, estrazione dei denti, modello degli artisti, composizione di terni. — Entrate d’un mendicante. — La mendicità è una delle basi dello Stato. — Quadro della piazza Farnese e della piazza Montanara la domenica mattina. — I contadini a Roma. — Commercio di calzature. — Barbieri all’aria aperta. — Cibi d’occasione. — Margherita di Borgogna. — Commercio di sigari mozzi. — Scrittori pubblici. — Lettera d’una contadina moribonda. — Colazione de’ poveri. — Burro di Roma_ Pag. 59
III. IL GHETTO.
_Divozione del popolo minuto. — Sentimento del principe di Santa Croce sui buoni esempi. — Zappatori-pompieri adoperati a lottare contro l’inondazione. — Piazza delle Sinagoghe. — Gli Ebrei di Roma. — Censimento. — Perchè ci sono Ebrei nella capitale del mondo cristiano. — Due parole di storia. — Affitti di enfiteusi perpetua. — Imprudente generosità di Urbano VIII. — Un ebreo mantenuto dalle Orsoline. — Le porte del Ghetto sono demolite, grazie alla bontà di Pio IX. — Profitto che n’ebbero gli Ebrei da questo cangiamento. — Il carnevale di Roma. — Imposta modificata. — Gli Ebrei surrogati da cavalli. — L’arco di Tito e la Bibbia. — Gli Ebrei al sermone. — Conversioni solenni e grandi vittorie della Chiesa romana. — Storia d’una piccola imposta di 450 scudi — Prodigiosa diminuzione della popolazione ebrea. — Storia d’un protetto del conte Goyon. — Non più del figlio Mortara. — Affare Padova. — Assoluzione d’un omicida che non aveva ucciso altro che un ebreo. — Fromental Halevy al Ghetto di Roma. — Baccano. — La Buca della Verità_ Pag. 70
IV. IL TRANSTEVERE.
_Il Ponte-Rotto. — L’osteria. — Elogio dei Transteverini. — Iscrizione edificante e avviso ai bestemmiatori. — Avventori di una bettola del Transtevere. — Gli artisti di Roma. — Miei vicini. — La cena. — La passatella. — Il padrone del vino ed il suo ministro. — Il mugnajo e sua figlia. — Due giocatori di carte. — Amenità di linguaggio. — Dramma tragico. — L’uomo dal fazzoletto. — Un caffè del Transtevere. — Lotta di virtuosi. — Improvvisatori su tema classico. — Ritorno aggressivo del mugnajo. — Il principale. — Catastrofe_ Pag. 83
V. GIUOCO DE’ COLTELLI.
_Opinione de’ Romani sul furto e sull’assassinio. — I ladri sprezzati e odiati; omicidi stimati e protetti. — Due parole di statistica criminale. — Perchè l’omicidio è sì frequente in Roma. — Storia di sei giornate. — Ciascuno si fa giustizia da sè, in un paese dove non c’è giustizia. — Fuga degli uccisori. — Luoghi d’asilo. — Ambasciate, chiese, conventi, poderi ecclesiastici, Accademia di Francia, sponde del Tevere. — Campo Morto tra Velletri ed il mare. — Difficoltà della procedura criminale. — Discrezione ostinata de’ testimonj. — Curiosa storia d’un majale. — Castigo di Pietro Brandi._ — La buona mano. — _Le leggi penali non vennero applicate se non durante l’occupazione francese. — I mezzi di repressione non mancherebbero al governo, se volesse valersene. — La ghigliottina e la prigione cellulare sono invenzioni italiane. — Condotta energica di Leone XII. — Orribile supplizio di Ludovico. — Le galere, luoghi di ricreamento. — Incontro d’un forzato che rimpiange il suo buon tempo_ Pag. 96
VI. IL LOTTO.
_Moralità, utilità e necessità assoluta di quella filantropica instituzione. — I poveri romani non hanno altro mezzo per fare fortuna. — Confutazione di dicerie; elogio del governo pontificio. — Il lotto sarebbe immorale a Parigi e a Londra; ma è lodevole nella capitale dei papi. — Storia. — Teoria del giuoco. — Preoccupazione continua dei Romani. — Calcolo dell’ambo e del terno; incetta de’ buoni numeri. — Libro de’ sogni; manuale del giuocatore. — Disgrazie fortunate. — Un padre di famiglia che perde un figlio e guadagna un terno. — Storia d’un soldato austriaco. — Due amanti asfissiati. — Un condannato di Rimini. — Le streghe di Sonnino. — Il giuoco e la preghiera. — Intervento della Madonna. — Digressione sulla Madonna. — L’estrazione di Roma. — Gli Ebrei ed i numeri bassi. — Speculazione de’ lottajuoli. — Opinione degli stranieri. — Le tombole. — Estrazione alla villa Borghese. — Avventura d’un contadino che uccise tre uomini e ne ferì quattordici, dopo aver guadagnato la tombola_ Pag. 106
VII. IL CETO MEDIO.
_Definizione. — Progressi del ceto medio, che va crescendo in tutti gli Stati d’Europa. — La sua storia è la storia medesima dell’incivilimento. — Servigi da esso resi all’Inghilterra, all’America, alla Francia, all’Italia. — I capi della rivoluzione italiana sono due uomini del ceto medio. — Disgrazia di Roma. — La capitale de’ papi manca di borghesia. — Il ceto medio vi è povero, timido, oppresso e quasi degenerato. — Gli uomini. — Le donne. — I costumi. — Avvocati romani; loro incarico, loro importanza, loro risorse. — Medici. — Bottegaj. — Operaj. — Rimembranza del calzolaio di Milano che fece uno stivale a Murat. — Miserie de’ mercantelli e degli operai da bottega. — Locazione degli appartamenti mobigliati, industria romana. — I soli borghesi degni di tal nome sono i mercanti di campagna. — Elogio di questa bella professione. — Gl’impiegati civili. — La guardia nazionale nell’anticamera del Vaticano_ Pag. 116
VIII. GLI ARTISTI.
_L’arte e l’industria si confondono in questo paese. — Distinzione chiara presso noi, confusa presso i Romani. — Errore de’ nostri romanzieri intorno agli artisti d’Italia. — Il teatro. — La sala. — L’amministrazione. — L’opera. — La prima donna e la sua famigliuola. — Entusiasmo del pubblico. — Modestia degli artisti. — Miseria de’ coristi. — Il compositore. — Una prima rappresentazione a Roma. Abusi del richiamo sulla scena. — I trionfi. — La comedia. — Gli scrittori. — Esito delle composizioni francesi. — Siamo traditi così a Roma come a Londra, ma in uno spirito differente. — La censura. — Due inezie fra mille. — La Fiammina. — Letteratura romana. — La stampa periodica, nessun giornale. — Pittura e scultura. — Celebrità della fabbrica di Roma. — Visito alcuni studi in compagnia d’un ricco Americano. — Commercio de’ marmi scolpiti. — Confezione d’un busto. — Visita ad un pittore celebre. — Commissione d’un ritratto. — Manifattura di copie per l’importazione. — Riflessioni filosofiche sulla decadenza della scuola romana. — Attitudine de’ giovani artisti; educazione deplorabile; mancanza d’ogni critica e d’ogni incoraggiamento. — Architettura. — Oreficeria. — Gli studi dell’illustre Castellani, il più grande di tutti gli artisti romani. — Curiosità. — Un tondo di 50 milioni_ Pag. 130
IX. LA NOBILTÀ ROMANA.
_Com’era due secoli fa. — Com’è attualmente. — Sue origini. — Nobiltà feudale. — Nobiltà nipotica. — Nobiltà finanziaria. — Antica alleanza della nobiltà e del papato. — I Savelli, i Conti, gli Orsini, i Colonna, i Gaetani ottengono la tiara. — Nobiltà d’origine più antica e meno autentica: i Muti, i Santa Croce, i Massimo. — Risposta d’un Massimo all’imperator Napoleone. — Dati attinti nel carteggio di Carlo de Brosses. — Creazione della nobiltà nipotica, covata sotto la veste de’ papi. — I Chigi, i Peretti, gli Aldobrandini, i Borghese, i Ludovici, i Barberini, i Panfili, i Rospigliosi, gli Altieri, gli Odescalchi, i Corsini, i Braschi. — Maggioraschi, secondogeniture, doti di nipoti, milioni donati brevi manu. — Nobiltà del denaro: i Grazioli, i Torlonia, i Ferrajuoli, i Campana, gli Antonelli, ecc. ecc. — Redditi scarsi dell’antica nobiltà. — Dati precisi sulle grandi fortune di Roma. — Due famiglie godono d’un reddito illimitato. — Doveri d’un principe romano, ricco o povero. — Spese alle quali viene condannato. — Lavori penosi e quasi umilianti. — Educazione de’ nobili romani. — Loro virtù e attitudini. — Le donne nobili; spirito della popolazione romana presa in massa. — Opinione di tutte le classi della società sul poter temporale del papa_ Pag. 146
X. L’ESERCITO.
_Come i cittadini francesi sono tutti più o meno soldati. — Incontro d’una bandiera tricolore sulla piazza del Quirinale. — L’imagine della patria. — Il calzone rosso. — Il fico del misantropo Timone e la bandiera del papa. — Il papa dovrebbe essere abbastanza forte per far senza di soldati. — La coscrizione impossibile. — Sistema d’ingaggio. — Cattiva composizione dell’esercito. — Disciplina impossibile. — Furti commessi da gendarmi. — Di chi la colpa? — Deplorabile educazione degli uomini. — Il soldato umiliato. — I domestici stimati più che i militari. — Si prova rossore d’aver un fratello all’esercito, e non di stringere la mano ad un forzato. — Gli ufficiali. — Mal’aria dell’onore. — Prelati alla testa dell’esercito. — Disegni di riforma, fatti dal signor Testa. — Scuola de’ cadetti. — L’acqua santa degli ufficiali. — Risse tra Romani e Francesi. — Spesa dell’esercito. — Reggimenti stranieri_ Pag. 158
XI. IL GOVERNO.
_Gravi considerazioni che mi vietano di criticarlo. — Non giudichiamo per non essere giudicati. — Scrivo sotto la dettatura d’un amico del papa. — Il santo padre. — I suoi Stati ed i suoi sudditi sono sua proprietà. — Può far leggi e violarle. — Interessi generali della Chiesa; amministrati da congregazioni. — Governo temporale. — Il cardinal segretario di Stato. — I ministri subalterni. — Gerarchia romana. — Beni del clero: 535 milioni in beni immobili. — Il sacro collegio. — I prelati. — Vantaggi delle calze color viola. — Distribuzione degl’impieghi. — Patronato e clientela. — Invasione dello spirito rivoluzionario, che minaccia di turbare un ordine sì perfetto. — Mostruose pretensioni de’ popoli. — Incredibile complicità di alcuni sovrani. — Semplici osservazioni dell’autore. — Sistema di rappresentanza nazionale. — Il cardinal Antonelli_ Pag. 166
XII. COSTUMI ROMANI.
_Avviso importante. — Contraddizioni necessarie. — La foglia di vite ed il governo pontificio. — L’ospitale Santo Spirito. — Uno scorticato di buon esempio. — Ospizio de’ trovatelli. — Un duca romano abbandonato da sua madre. — Matrimonio d’una duchessa e d’un sergente. — Il principe e la droghiera. — Un fanciullo nato coll’orologio alla mano. — Tolla. — L’amor pittore. — Le disgrazie del principe T. — Principessa e cameriera. — Due discendenti di Valerio Publicola. — Cavalli, carrozze e lacchè. — Opinione d’un notajo di Parigi. — I cardinali esclusi dalle chiese. — Il guardaportone ed il vescovo. — Salvezza d’un cardinale. — Insolenza d’un monsignore. — Non più miracoli! — I taumaturgi in galera. — La Salette. — Furto permesso. — Miseria. — I Romani dormono nudi. — Ospitalità montanara. — Una famiglia ed un romito nello stesso letto. — I fiori. — I bagni di Roma. — Matrimonii forzati. — Storia d’un curato di villaggio. — Orrore per lo scandalo. — La moglie del calzolaio. — Il Lionese ed il postiglione. — Avventure d’un ufficiale dell’esercito francese. — Gli eufemismi romani e le parolaccie. — Il signor Levis. — Monsignor Muti ed il suo cuoco_ Pag. 175
XIII. LA MORTE.
_I Romani sanno morire. — Tacito ed il Vangelo. — I sermoni._ — Hodie mihi, cras tibi. — _Lo scheletro d’un cavallo. — Le ossa de’ morti. — Il cimitero de’ cappuccini. — Chiesa della_ Buona Morte. — _Un artista. — I funerali di Roma. — Il lutto. — Sepoltura nelle chiese. — Soprattassa. — La fossa comune. — Cimitero degli_ accattolici. — _Tomba di Shelly. — Il figlio di Goethe. — Tariffa inglese. — Indiscrezione d’un medico comunale. — Un morto benestante. — Addio ai Romani_ Pag. 193
XIV. LE BESTIE.
_La campagna di Roma. — Coltura del grano. — Pascoli. — I cavalli. — Razze migliori. — La_ trita. — _I buoi. — Grande coltura. — Il buffalo. — I canali delle paludi Pontine. — Giuochi del popolo. — Le pecore. — L’animal nero. — Incoraggiamenti. — I passaporti_ Pag. 202
XV. PASSEGGIATA NEL MEZZODÌ.
_Albano e le vicinanze. — Privilegi in ogni parte. — Le iscrizioni. — Il ponte dell’Ariccia. — Velletri. — Furto d’una Madonna. — Vendetta. — Un brigante in pulpito. — S. Luca. — Il Passatore. — Il teatro di Forlimpopoli. — L’orologio d’un Inglese. — Il cadavere d’un brigante. — Le paludi Pontine. — Concimazione a ciel aperto. — Una fittarezza. — La piazza di Piperno. — Iscrizione modesta. — La strada di Sonnino. — I nostri cavalli in convento. — Una città del medio evo. — Maria Grazia. — Cena. — Un giovane ingegnere. — Festa campestre. — La casa degli Antonelli. — La banda. — Processione. La piazza pubblica. — Il medico comunale. — Corsa di Cavalli. — Pastori e predoni. — Memorie de’ buoni tempi. — Funerali nel villaggio. — Storia di Maria Grazia. — Leopoldo Robert. — Prossedi. — La donna. — Ignoranza. — Tasse municipali. — Trenta sacerdoti per un villaggio. — Pagliano ed i prigionieri politici. — Olevano. — Palestrina. — Temporale e grandine. — Vincolo comune. — Due versi di Musset_ Pag. 211
XVI. IL VETTURALE.
_Suo aspetto, suo costume, sua professione. — Miei compagni di viaggio. — Civita Castellana. — I nostri cavalli venduti. — L’amore sulle strade grosse. — Gasparone. — Visita a quel re decaduto. — Opinione d’un gendarme sul brigandaggio. — 127 omicidj registrati. — Albergo italiano. — Mendicità in Italia ed in Francia. — Narni. — Siamo venduti. — Le cascate di Terni. — Foligno. — Loreto e la Santa Casa. — La più fruttifera di tutte le leggende. — Monsignor Narducci. — Castigo d’un prevaricatore. — I gesuiti. — La farmacia apostolica. — La chiesa di Loreto. — Pellegrinaggio. — Bestia come un Inglese. — Il cadavere d’un fanciullo. — Le mosche. — Processione di ciocciari. — Commercio de’ rosarj. — Ancona. — Gli Ebrei. — Sinigaglia patria di Pio IX. — I teatri. — San Marino. — Un ateo di 14 anni. — Quadro d’una repubblica. — Utopia_ Pag. 244
FINE DELLA TAVOLA.
NOTE:
[1] Sonvi certe tasse che crescono colla popolazione delle città, ond’è che le città sono interessate a dissimulare una parte della loro popolazione. Conosco un borgo di Lorena, che conta più che 4000 abitanti e non ha mai voluto confessarne più di 3999. Quando il progresso della popolazione sarà diventato troppo evidente, essa farà un salto da 3999 a 4999, siccome quelle donne che aspirano ancora alla galanteria, e che passano in un giorno dai ventinove ai trentanove anni.
[2] Per rendere più agevole l’intelligenza di questo periodo ai lettori italiani, si crede necessario di dar il valor convenzionale de’ vocaboli francesi _parquet, coulisse, coulissier_, allorchè si applicano al commercio. _Parquet_ significa il luogo dove stanno i commercianti, banchieri ed agenti di cambio a discutere i loro affari. — _Coulisse_, è luogo di riunione dei negozianti di cambio alla borsa fuor delle ore in cui vi lavorano gli agenti. _Coulissier_, sono negozianti che trattano affari alla _coulisse_.
[3] Uno scrupolo mi trattiene al momento in cui rileggo questa frase, ed ecco che un altro ricordo mi ricorre alla mente.
Una bella sera del mese di maggio all’ora dell’_Ave Maria_ incontrai una processione di gente del popolo e del ceto medio in numero di diciotto o venti. Essi cantavano a tutta gola un cantico italiano in onore della Santa Vergine. Intanto ch’io ammirava nel mio interno quest’atto di divozione spontanea, fui urtato da un uomo sdegnato, che gesticolava energicamente; era il principe Publicola di Santa Croce. «Che impudente canaglia! diceva ad alta voce. Cesseranno infine di rompervi il capo. Non hanno già ben guadagnato i trenta soldi che la parrocchia dà loro per edificare i forestieri?»
[4] Questo capitolo, che manca assolutamente d’attualità, fu scritto alcuni mesi dopo l’attentato del 14 gennajo 1858. Io lo conservo qui per i particolari curiosi e autentici che vi sono contenuti; ma ognuno sa che un anno dopo tutti gl’Italiani degni di questo nome hanno lasciato il coltello per prendere la spada.
[5] Ludovico montò la scala del palco. Il carnefice lo fece inginocchiare, ponendogli la mano sulla spalla ed obbligandolo a piegare le ginocchia. Ludovico obbedì, senza piangere, invocando con voce soffocata i proprj figli e la propria moglie, e senza pregare. Il prete, sempre borbottando il latino ad un uomo che sapeva appena il dialetto romano, s’allontanò alquanto, mentre il carnefice, detto Mastro Titta, rimase in piedi di fianco al condannato.
La moltitudine tratteneva quasi il respiro; gli uomini avrebbero potuto contare le pulsazioni del cuore delle donne loro vicine.
Mastro Titta trae dal disotto della sua casacca rossa un grosso bastone piombato ed accuratamente lo esamina, poi lo fa girare siccome un capotamburo farebbe colla sua lunga canna dal pomo d’argento, o come un giocoliere farebbe colle sue bacchette magiche. Da ultimo lo afferra ben saldo, lo fa girare due volte intorno alla sua testa, e colpisce il condannato sulla tempia sinistra.
Un grido d’orrore sorge dalla folla. La vittima cade siccome un bue, ed il suo corpo comincia a dibattersi nell’agonia. Ma la giustizia del Vicario di Cristo non è ancora soddisfatta, non ancora completo il supplizio.
Mastro Titta getta lungi da sè il suo bastone, in mezzo alla gente affollata; afferra di nuovo la sua vittima, trae dal suo fianco un coltellaccio da beccajo, e la sgozza.
Poi col coltello medesimo le fa un cerchio profondo intorno al collo, come per tracciare la linea, e taglia poscia la testa, che mostra al popolo. Il sangue di quel teschio arrossa il carnefice, mentre due fontanelle di sangue sprizzano dal collo staccato, e vanno ad inondare la tunica del prete. Credereste che il sacrificio fosse finito? No. — Mastro Titta taglia le due braccia alla clavicola, le due gambe al ginocchio del cadavere, e raccogliendo, co’ piedi e colle mani, braccia, gambe, testa, e tronco, li getta insieme in una cassa appiè del palco, mentre cavasi di tasca un fazzoletto e si forbisce il naso.
Non è a dirsi l’orrore del popolo alla vista di questa spaventosa scena.
Un grido unanime di maledizione irresistibilmente proruppe da tutta quell’onda di gente un’ora prima sì allegra: e ciò malgrado la truppa, i gendarmi, la polizia.
Il prete sul palco annasava tranquillamente a prese il suo tabacco.
Leone XII non si scosse per nulla, credendo aver adempito il suo dovere.
[6] E difatti de’ quattro miei compagni, due sono ancora celibatarj. Settembre 1860.
Nota del Trascrittore
Ortografia e punteggiatura originali sono state mantenute, correggendo senza annotazione minimi errori tipografici.