XIII.
LA MORTE.
I Romani d’oggidì, come quelli d’una volta, sanno morire. È una giustizia che bisogna render loro. Essi accettano con indifferenza filosofica tutte le necessità della vita, compresa quella di morire. Muojono come mangiano, come bevono, come dormono, come amano; naturalmente, semplicemente, famigliarmente.
Si è colpiti d’ammirazione, leggendo in Tacito come i grandi cittadini dell’impero facessero poche cerimonie in presenza della morte. La rassegnazione degli antichi si spiegava colla speranza logica e ragionata d’un sonno eterno; forse anche collo spettacolo quotidiano delle uccisioni nel circo. La rassegnazione dei moderni si spiega colla speranza d’una vita beata nel mondo ideale, e cogli avvertimenti reiterati di una religione che dice «bisogna morire».
Tutti i sermoni che ho sentito per lo spazio di cinque mesi contenevano almeno uno sviluppo sull’imminenza della morte. Tutte le chiese dinanzi alle quali sono passato, avevano affisso di quelli avvisi sinistri, sui quali si vede da una parte lo stemma di qualche defunto, e dall’altra uno scheletro orribile con questa epigrafe: _Hodie mihi, cras tibi_. La tua volta verrà!
«Apro le porte del cielo e dell’inferno: Per il giusto sono la vita, per il peccatore la morte».
Ho visto perfino a Velletri dinanzi la bottega di un maniscalco lo scheletro di un cavallo dipinto sull’insegna, per far conoscere agli animali che devono morire.
E perchè no? Anche gli animali hanno un dovere da adempiere in questo singolare paese. Vanno tutti gli anni a prendere l’acqua santa nel giorno di sant’Antonio.
Torniamo alla razza umana. Al domani del giorno di tutti i Santi, in tutte le chiese si rappresenta qualche scena della Scrittura, come la morte di Giacobbe o i funerali di Davide. I personaggi sono di cera, da alcuni anni; non è ancora molto che si adoperavano dei veri cadaveri, scelti negli ospedali. In quest’occasione, le monache mandano in tutti i palazzi dei dolci, chiamati ossa di morti, in cui il midollo è fatto di confettura. Strano espediente per nutrire i Romani del pensiero della morte!
Chi non ha visto sulla piazza Barberini quell’appartamento dei Cappuccini dove è tutto morto, anche il mobigliare? È un pian terreno di otto o dieci stanze che danno sulla corte. Mi sono fermato ad osservare l’interno, un giorno che tutte le finestre erano aperte per dar aria al locale. I mobili sono uniformi e gl’inquilini sono uniformemente vestiti; la tappezzeria è uno strato di scheletri, e scheletri di cappuccini stanno adagiati su letti di riposo incassati nel muro. I cappuccini sono coperti della loro tunica, questi ha ancora la pelle, l’altro la barba. Ghirlande di vertebri abbelliscono la nudità de’ muri. L’imaginazione capricciosa de’ frati si è sfogata in mille fantasie funebri: gomiti intralciati, fasci d’ossami d’ogni foggia, e gambe e cranii acconciati in forme bizzarre.
Il pavimento d’ogni stanza contiene una quindicina di cappuccini, coricati in due file in bell’ordine. La terra che direttamente li copre senza avello, è una terra miracolosa, recata dalle crociate. E di vero è una specie di pozzalana mista d’arsenico, che possiede la virtù di divorare le carni in pochi giorni, onde in certo modo farebbe l’effetto del rogo antico.
Noi abbiamo una caserma nello stesso convento; onde i nostri soldati fumano tranquillamente la loro pipa nella corte davanti a quelle finestre aperte.
La chiesa della _Buona Morte_ ha la sua sepoltura ornata nello stile funebre come il convento de’ Cappuccini. Vi si conservano, colla possibile eleganza, le ossa degli annegati e d’altre vittime accidentali. La confraternita della _Buona Morte_ va a cercare i cadaveri; un sacristano, abbastanza ingegnoso, ne dissecca i cadaveri, e li dispone a forma d’ornamenti. Ho conversato qualche tempo con cotesto artista: «Signore, mi disse, io non sono felice che qui, in mezzo al mio lavoro. Non è già pei pochi scudi che guadagno tutti i giorni mostrando la cappella agli stranieri, no certamente; ma questo monumento che io conservo, che abbellisco, che adorno col mio talento, è diventato l’orgoglio e la gioja della mia vita». Mi fece vedere i suoi materiali, vale a dire alcuni mucchietti d’ossa in un cantuccio, fece l’elogio della pozzolana, e mostrò il suo disprezzo per la calce.
«La calce strugge le ossa e le riduce in polve. Non si può far nulla di buono colle ossa che sono state nella calce: sono robaccia».
I funerali in Roma sono veri spettacoli. Al cader del sole, nell’ora del passeggio, trovate il corso invaso da un esercito di cappuccini. Due o tre confraternite procedono in lunga fila verso un palazzo aperto. Entrate arditamente colla folla. La bara, circondata da alcune torcie, attende il cadavere, portato a braccia: viene posto sopra una barella, viene coperto d’una strato d’oro o d’argento, e quattro facchini, travestiti da membri della confraternita, lo prendono sulle spalle, e procedono innanzi! La processione de’ cappuccini si mette in marcia, si accendono le torcie, che rischiarano tutta la strada; poi vengono le confraternite, poscia i preti e il cadavere, poi due casse piene di cerei, poi le carrozze del defunto tutte vuote.
Che andate cercando cogli occhi? I parenti? Gli amici? Non vi sono. I parenti pagano le spese dello spettacolo; gli amici vi prendono parte come voi. Sono là, tra la folla, col sigaro in bocca, ad osservare la processione de’ cappuccini.
Lungo il corteggio, trottano cinquanta o sessanta monelli, armati di cornetti di carta, per raccogliere la cera che sgocciola dalle torcie, ed anche per distaccarne, quando possano, qualche pezzo. Giunti dinanzi alla chiesa, essi rotolano la cera in pallottole, e giuocano tra loro quel bottino della serata. Intanto che costoro s’abbaruffano e s’accapigliano, il cadavere viene deposto in un angolo senza cerimonie, e ciascuno ritorna a casa.
Si procura sempre di far passare i più splendidi funerali pel Corso, benchè il defunto avesse abitato all’altra estremità di Roma. Ecco la smania di figurare!
Se qualche famiglia ebbe la sventura di perdere una figlia leggiadra, e che dalla morte non sia stata troppo scomposta, si domanda e si compra il permesso di seppellirla a viso scoperto. La s’imbelletta, la si mostra, si fa parlare di lei e di sè per ventiquattr’ore. È un bell’onore.
I nobili vestono a bruno, un lutto di comparsa che li distingue dal popolo. Il ceto medio ed il popolo minuto non fanno nessun cangiamento nei loro abiti. Un borghese si vestì da lutto per la morte di sua madre, ed io intesi su questo proposito la riflessione seguente: «Altre volte il lutto non era che pei principi; ma ecco ora i vassalli che vi aspirano. Dove andremo noi a finire?» Notate bene il nome di vassalli.
Nell’aristocrazia un cadetto è tenuto a portare il lutto del primogenito. Il primogenito poi, se gli aggrada, porterà il lutto pel cadetto.
Le lettere di partenza sono un uso nuovo, che avrà pena a stabilirsi. Perchè? Perchè il giorno appresso ai funerali il morto è dimenticato. È in paradiso, Dio ha ricevuto l’anima sua, e non se ne parla più. Le visite di condoglianza sono di cattivo gusto, essendo poca creanza il ricordare alle persone la perdita che hanno fatto.
Un Francese ha danzato qualche volta in una casa di Roma, sente la morte del padre e crede dover fare una visita alla figlia. Gli si parla della pioggia e del bel tempo; ma egli affronta di assalto il tristo soggetto che l’ha quivi condotto. «Madama, diss’egli, ho preso gran parte al dolore che avete provato. Voi ben sapete se io amava quel povero conte!
— Finalmente, disse l’orfanella, con un dolce sospiro, egli era ben vecchio.
— Sì, o signora, ma siccome egli aveva conservato in quella grave età l’esercizio delle facoltà sue, lo spirito giovane, il carattere intero!
— Oh! sì, tanto intero, ch’ei ci rendeva talora la vita ben dura!
— Ah! com’è così, ripigliò il Francese sopra un tuono affatto nuovo, io non parlava che per gentilezza e per farvi piacere. Ma in fondo al cuore me ne rido, e non vedo ragione per cui la morte di vostro padre debba recare a me maggior dispiacere che non a voi. S’egli è partito, buon viaggio!»
Le persone illustri vengono sepolte nelle chiese. Usanza malsana; Voltaire l’ha tanto detto e proclamato, che la legge francese venne poi a mettervi riparo. La legge romana anch’essa non vuol più che si alimenti sotto ogni chiesa un fomite di pestilenza. Ma quivi gli abusi hanno più autorità che non le leggi.
È proibito di seppellire le persone prima che siano trascorse ventiquattr’ore dopo la loro morte, eppure ho veduto seppellir due persone morte nella giornata. È proibito seppellire nelle chiese, ma io posso certificare che nella piccola città di Forlì, tra il 1830 ed il 1858, questa legge è stata violata ben 1,435 volte. Io stesso ho computato la cifra sopra i registri ufficiali.
Il clero romano è interessato a fare un carniere di tutte le chiese: fa pagare una soprattassa per violazione della legge.
Forlì è una piccola città di 17,000 abitanti; Roma ne conta più di 170,000. Ora calcolate la quantità di carne umana che si deve accumulare sotto le chiese di Roma!
Eppure noi abbiamo costrutto pei Romani il cimitero di San Lorenzo fuori delle mura. È un edifizio del 1811, fatto alla romana, per uniformarci alle costumanze del paese. Figuratevi una cinta quadrata, con pavimento e riparo di muraglie. Quattrocento larghe pietre, disposte in triangoli equilateri, formano 400 tombe di 4 metri cubici cadauna. Ogni sera si leva una pietra, mentre un omnibus reca i cadaveri della giornata, e vi si rinchiudono dentro l’uno dopo l’altro. La calce ed i topi divorano ogni cosa in meno d’un anno, e così non si manca mai di spazio.
Il sig. Tournon ci narra che, a’ suoi tempi, i Romani seppellivano i morti in un semplice lenzuolo, e con ciò si economizzavano quattro pezzi di legno di abete.
Ignoro se quest’usanza siasi conservata in Roma. Le tombe di San Lorenzo e l’uso della calce viva mal s’accorderebbero coll’uso del feretro.
Ciò che posso affermare si è che a Bologna i poveri vengono sepolti senza bara, in una fossa che il giardiniere scava colla zappa, siccome per seminare patate. È lo stesso giardiniere, o sepoltore, di quell’ammirabile campo santo che me lo ha detto.
Si vede a Roma, nelle vicinanze della piramide di Cestio ed a due passi della polveriera, un campo di riposo ombreggiato da alcuni alberi ed ornato di fiori. È desso il cimitero degli _accattolici_, ossia degli stranieri eretici o scismatici, che la chiesa condanna, ma che il governo non ardisce espellere da Roma. Sono detti accattolici dai Romani, per uno sforzo di tolleranza. I Russi, gl’Inglesi, i Tedeschi della Germania pensante riposano daccanto in quel dolce e melanconico romitaggio. Sono colà non pochi artisti, che erano venuti a Roma a cercare il talento e la gloria, e non vi trovarono che la febbre. Quasi tutte le iscrizioni ripetono quella formola piena di mestizia: _Qui riposa lungi dalla sua patria_.... Quasi tutti coloro che dormono colà poterono dire morendo, siccome Sigifredo dei Nibelongi: «Mia madre e i miei fratelli chi sa fin quando m’attenderanno!»
Un capriccio della fortuna riuniva in un medesimo angolo il figlio di Goethe ed il figlio di Carlotta, Augusto Kestner, ministro di Annover, nato nel 1778, morto il 5 marzo del 1853.
Vi troverete le ceneri di Percy Bysshe Shelly, amico di Byron, cuore de’ cuori, _cor cordium_, dice l’iscrizione; e Keath, quel giovane poeta disperato, che fece scolpire sulla propria tomba quest’epigrafe sì straziante:
THIS GRAVE CONTAINS ALL THAT WAS MORTAL OF A YOUNG ENGLISH POET WHO OH HIS DEATH BED IN THE BITTERNESS OF HIS HEART AT THE MALICIOUS POWER OF HIS ENEMIES DESIRED THESE WORDS TO BE ENGRAVED ON HIS TOMB STONE HERE LIES ONE WHOSE NAME WAS WRITTEN IN WATER. THE FEB. 24, 1821.
E non è qui concentrata, in queste ultime parole, tutta l’amarezza d’un orgoglio offeso! «_Qui giace un uomo che ha scritto il suo nome sull’onde!_»
Sull’ingresso di questo cimitero si trova un piccolo padiglione, ben acconcio, dove emerge la regolarità meticolosa dell’Inghilterra. Vi lessi:
1.º La tariffa delle spese di sepoltura;
2.º Il catalogo degli oggetti preziosi confidati alla custodia del guardiano;
3.º I nomi dei morti, incorniciati siccome quelli degl’inquilini alla porta d’un albergo.
Il medico della comune di Frosinone, villaggio di 3,000 anime, mi ha fornito i seguenti particolari, che non intendo assumere sotto la mia responsabilità:
«L’autorità pontificia vuole che noi prescriviamo i sacramenti all’ammalato, alla seconda visita che gli facciamo; ma io conosco troppo bene i selvaggi di queste montagne per uniformarmi alla legge. Dacchè uno d’essi ha ricevuto i sacramenti, più non si pensa a seppellirlo al più presto. Cessano ogni regime, chiudono le pozioni negli armadj, strappano via i cataplasmi ed i vescicanti. Se il paziente chiedesse un bicchier d’acqua, sono gente da rispondergli: «Berrai in paradiso.»
Per compenso poi vanno a comprar torcie pei funerali, e dimandano all’infermo se gli pare che si facciano bene le cose.
Gli recano le assi della bara, per convincerlo che l’abete è di qualità scelta; prendono la misura della camicia funebre, che deve recar seco nell’altro mondo; preparano l’acqua calda per lavarlo dacchè sarà morto. Questi preparativi non si fanno senza complimenti di condoglianza ed esclamazioni commoventi: «Mio povero padre! mio sventurato fratello! mio infelice cugino!» Dacchè l’agonia comincia, l’intero villaggio accorre nella camera, e vi rimane fino alla morte, come richiede la civiltà. Di minuto in minuto si getta dell’acqua benedetta sulla testa del paziente, per discacciare gli spiriti maligni. Ad ogni convulsione, i parenti si gettano sul corpo infermo, prorompendo in alte grida. Non ci vorrebbe nulla di più per uccidere un uomo sano. I meno dilicati profittano di queste occasioni per appropriarsi qualche anello o pendente d’orecchi. Quel giovane che là vedete sulla soglia della bottega, è accorso al letto di morte del proprio padre con certa chiave falsa in tasca. Spirato il vecchio, quel figlio mostrò un dolore sì violento, che nessuno potè strapparlo via dalla casa paterna. Rimasto solo, spogliò la cassetta del morto a danno degli altri eredi.
Io ho veduto l’estrema unzione produrre un effetto ben curioso sopra uno de’ miei ammalati. Aveva avuto la vigilia una crisi un po’ forte, che doveva decidere della sua guarigione. Ma la famiglia, vedendolo star peggio del solito, gli aveva fatto amministrare gli ultimi sacramenti fino dal mattino. Trovo il mio paziente sul dorso col crocifisso in una mano, la madonna nell’altra: premeva le sante imagini sul suo cuore e mostrava il bianco degli occhi.
« — Ebbene? gli dissi.
« — Ahimè! caro dottore; tutto è finito.
« — Perchè? Ti senti peggio?
« — Nol so; ma tutto è finito.
« — Dammi la mano, affinchè io tasti il polso! Per bacco! non hai più febbre!
« — Non fa caso, andate pure; tutto è finito.
« — Fammi vedere la tua lingua: è bellissima!
« — Sono ben contento per voi, mio buon dottore; che quanto a me, vi dico che tutto è finito.»
«Cotesto consulto _in extremis_ dato ad un uomo che stava bene, fu interrotto per venti volte dagli omei della famiglia e degli amici. Fui costretto a ricorrere alla forza per discacciare que’ piagnoloni dalla porta e far sorgere l’ammalato, che era quasi guarito. Due giorni dopo ei mangiava una libbra di carne; la domenica seguente passeggiava nella camera ripetendo: «Avete un bel fare, mio dottore, quando un uomo ha ricevuto i sacramenti, si può dire che per lui tutto è finito.» In capo ad otto o dieci giorni, ei ritornò tutto dolente a’ suoi ulivi ed alla sua vigna; aveva ricuperato l’appetito e la forza, mangiava la parte d’una tigre e lavorava quanto un bue: tuttavia ei non era abbastanza convinto della sua risurrezione, ed aveva bisogno che gli si facesse sentire qualche colpo di pugno sulle spalle per convincerlo che non era tutto finito.
«Se l’ammalato muore, tutte le persone presenti gridano e piangono in coro: è un dovere di convenienza. Dopo di che si manda a cercare la confraternita delle Anime del Purgatorio, essendo richiesto dall’usanza che al giungere della bara si rappresenti una farsa. Una donna della casa si oppone al trasporto del cadavere, onde si cerca di convincerla, di persuaderla, finchè essa lasci fare. Talora il cadavere è ancor caldo, poichè la prescrizione delle 24 ore non esiste che nella legge.
«I parenti e gli amici accompagnano il morto alla chiesa, dove si lascia in deposito fino a notte. Nessun servizio funebre, non più che a Roma: ed è tutto dire.
«Il più prossimo parente del defunto conduce seco tutti gli astanti, e si sforza di consolarli meglio che può.
«Ho visto degli orfanelli sì bene consolati, che ritornavano a casa allegramente.»
Se l’autore di questa relazione ha esagerato i difetti de’ suoi concittadini, io ne lascio il carico alla sua coscienza. Ma ciò che ho veduto nel paese m’induce a credere ch’ei dicesse il vero.
Romani, miei cari amici, io v’amo sinceramente, perchè siete oppressi; ma credo che tutte le verità sono buone a dirsi, ond’io racconto senza perifrasi tutto che ho veduto ed inteso attraversando il vostro ammirabile paese. Se mi tocca di citare qualche tratto d’ignoranza o di barbarie, guardatevi bene dal supporre ch’io vi stimi ignoranti e barbari, nè ch’io scriva questo libro contro di voi. Mi adiro unicamente contro i reggitori del popolo, che lo educano male, e che, piacendo agli Dei, potremo un giorno cangiare.