Chapter 12 of 15 · 2073 words · ~10 min read

XII.

La regina entrò nei suoi appartamenti e ordinò di attaccare i cavalli alla carrozza.

E siccome la guardava quasi per cercar di leggere nel suo pensiero:

— Comprendi bene, mi disse, che non voglio lasciare a questo egoista, che lascerebbe appiccare il suo migliore amico, la cura di vegliare alla nostra sicurezza; egli sarebbe capace di fuggire in Sicilia col suo fucile da caccia e coi suoi cani, senza altrimenti occuparsi di noi.

— Come! fuggire in Sicilia Vostra Maestà, senza che il re pensi a lasciar Napoli?

— E che vuoi tu che faccia egli mai? Fra quindici giorni i Francesi saranno qui; non ci hanno detto che il direttore Barras aveva detto al generale Championnet nel mandarlo a Roma:

— Generale, voi avete l’onore di detronizzare il primo re che sarà incorso nella collera della Repubblica?

— Ora, grazie a Dio, noi abbiamo fatto la parte nostra per incorrere nella collera di questa rispettabile repubblica. Per fortuna ci rimane Nelson, — e in quali rapporti sei tu con lui? spero che non lo avrai messo alla disperazione.

— Nelson farà tutto quello che vorremo, risposi sorridendo.

— Bene. Sarà troppo tardi per fargli dire questa sera che venga a terra, ma dimani mattina noi dobbiamo conferire con lui.

— Perchè troppo tardi questa sera? due parole scritte da me basteranno per farlo venire in qualunque siasi ora della notte. Sono le otto; alle nove e mezzo possiamo essere a Napoli; alle dieci potrà avere un mio viglietto; una mezz’ora dopo sarà a palazzo.

— Bene, allora lo riceverai tu e gli dirai tutto; intanto io parlerò con Acton; comprendi bene, che bisogna ch’egli si dedichi a noi in corpo ed anima. Ci va nientemeno che della vita.

— Oh, Maestà!

— In tal modo i giacobini se la sono presa con mia sorella Maria Antonietta: credi forse che quei di Napoli se la prenderanno meno con noi? Poi tu comprendi bene che può benissimo venir un ordine da lord S. Vincent che lo allontani da noi. — Ebbene, bisogna che egli disobbedisca anche ad un ordine di Lord S. Vincent, anche ad un ordine dell’ammiragliato se gli venisse dato.

— Venendo il caso, risposi, ridendo, alla regina, Vostra Maestà mi dirà cosa dovrò fare perchè egli disobbedisca; io lo farò, ed egli disobbedirà.

Si venne ad annunziare che i cavalli erano pronti.

— Vieni, disse la regina.

— Vostra Maestà non previene il re?

— Per che farne?

— E se egli fa chiamare Sua Eccellenza il capitano generale?

— Acton non verrà, se non dopo avermi veduta; scendiamo.

Scendemmo lestamente senza prevenire alcuno. La regina si ravvolse nel suo sciallo di casimiro perchè pioveva a torrenti e faceva freddo; entrammo nella carrozza, chiudemmo la portiera sollevando il vetro, ed il cocchiere partì al galoppo.

La Regina s’era adagiata tutta in pensieri sul fondo della carrozza; si avrebbe potuto credere che dormisse, se di tempo in tempo non l’avesse agitata qualche sussulto nervoso, e in queste convulsioni bisbigliava, o la parola di imbecille che si applicava a suo marito: poi di tempo in tempo esclamava: O Nelson, bravo Nelson, non vi ha speranza che in lui.

Io le stringeva la mano dicendole:

— State tranquilla, signora, vi rispondo di lui come di me.

Un’ora e mezza dopo la nostra partenza da Caserta arrivammo al palazzo reale.

Prima di scendere dalla carrozza, la regina chiese se il capitano generale Acton era a palazzo.

Per fortuna vi era.

— Ditegli che l’aspetto sul momento da me, disse la regina.

E salimmo le scale.

A tutti quelli che si presentarono per offrirle i loro servigi, tanto uomini che donne, la regina evitandoli rispondeva: grazie.

Entrammo sole nel suo appartamento.

L’usciere di servizio pose un candelabro su di un tavolo e chiese gli ordini della regina.

— Non lasciate entrare che il signor Acton, milord Nelson e sir William Hamilton, rispose con quella nettezza d’accento e brevità di parole che indicavano in lei una forte emozione.

Poi ella stessa pose su di una tavola delle penne, della carta ed un calamaio.

— Scrivigli, mi disse.

Presi la penna.

«Venite, gli scrissi; noi vi aspettiamo a palazzo, la regina ed io, per affari d’importanza.»

«EMMA»

— Cosa gli scrivi dunque? chiese la regina.

— Gli scrivo di venire, ecco tutto.

— Come, ecco tutto?

— Non c’è bisogno di più.

— Emma, Emma, disse la regina, tu lo lascerai sfuggire.

— Non sono io il vostro piloto, sì o no?

— Certamente... ma.

— Allora non vi mischiate punto alla manovra, lasciate fare a me.

— Fate pure.

Ma nel dare il suo consenso la regina fece un movimento di spalle che indicava che al mio posto avrebbe agito assai diversamente di me.

Non m’inquietai punto.

— Ora, le dissi, da chi V. M. farà portare questa lettera?

— Ciò riguarda Acton. Dal porto militare ci vorranno meno di 10 minuti per andare a bordo del _Vanguard_.

In quel momento Acton entrò.

— Quale sventura, non è vero, signora? diss’egli avanzandosi verso la regina con un viso che indicava la sua inquietudine.

— Sì, disse la regina, è immensa; il generale Mack è stato battuto, il re è arrivato or son due ore a Caserta dopo aver fatto prodigi di valore.

E diede in uno scoppio di risa stridente e nervoso che le era famigliare nei momenti di suprema irritazione.

E poichè Acton la osservava con uno stupore sempre crescente:

— Saprete tutto in un istante; ma prima di tutto, gli dissi, fate portare questo viglietto a Lord Nelson. È necessario che egli possa attraversare il porto militare senza ostacolo.

— Scenderò io in darsena, rispose il generale, e spedirò io stesso la barca che lo anderà a cercare e darò le mie istruzioni all’uffiziale.

E il generale s’allontanò.

— Ha questo di buono almeno che è obbediente, disse la regina seguendolo cogli occhi.

— Perchè non gli fate l’onore di chiamarlo affezionato, signora?

— Perchè questa parola non esiste nel dizionario dei cortigiani.

— Bene, ma il duca d’Ascoli?

— Colui non è il cortigiano del re, è suo amico; quando il re è di buon umore, è d’Ascoli che gli dice le verità più dure; e non è come te, adulatrice, che non me ne dici mai.

— È forse colpa mia se le più dure verità che si possono dire a V. M. sono delle lodi?

La regina mi abbracciò, e cominciò a passeggiare in lungo ed in largo; si fermava di tempo in tempo innanzi al terrazzo, e gettava sguardi a traverso alle tenebre alla flotta inglese, di cui si riconosceva ciascun vascello dai suoi fanali di posizione e ad ogni volta esclamava:

— O Nelson, la nostra sola speranza è in te.

E poi ritornando verso di me:

— Comprendi, mi disse, cinquanta due mila uomini, provveduti di tutto, ben nutriti, ben vestiti, ben pagati, e che si fanno battere da dieci o dodici mila Francesi, seminudi, senza soldo, senza pane, senza scarpe, senza munizioni; eccoli ora forniti di tutto fuorchè di scarpe, menochè i nostri soldati non si sieno levati le scarpe per fuggire più presto. Oh se fossi uomo mi sarei posta in mezzo a tutti questi vili, come avrei strappato le spalline a tutti questi uffiziali che son solamente buoni di fare scintillare alle parate i loro ricami di argento, ed a far sventolare al vento le loro piume di tutti i colori. Vi sono dei momenti, vedi, che, in parola d’onore, avrei volontà di montare a cavallo come mia madre Maria Teresa, e far vergogna a questo re fa niente, che non sa che andare a caccia, alla pesca, a far l’amore colle contadine. Sgraziatamente non ho a che fare cogli Ungheresi, ma con Napoletani.

Intanto Acton entrò.

— Eccomi, signora, disse; la lettera è spedita, e se lord Nelson mette a servire vostra Maestà la metà della premura che ci metterei io, in un quarto d’ora egli sarà qui. Intanto V. M. vorrà dirmi di che si tratta.

La regina lo condusse nella camera vicina perchè voleva lasciarmi sola con Nelson; e poi forse aveva degli ordini, di quegli ordini segreti e terribili, che spesso io non conosceva se non quando erano eseguiti.

Difatti seppi poi dopo che vi era stata questione fra la regina e il capitano generale, circa il corriere Ferrari, nelle cui mani si era sostituita la lettera redatta da sir William e dal generale Acton alla vera lettera scritta dall’Imperatore d’Austria; si temeva che Ferrari svelasse la frode, e che Ferdinando venisse in cognizione del vero, vale a dire, che invece di invitarlo a mettersi in campagna, suo nipote Francesco gli scriveva di non muoversi, non contando di dichiarare la guerra alla Francia, se non quando fossero arrivati i suoi alleati russi, vale a dire verso il mese di aprile e di maggio.

Sarebbe stato adunque in questo istante, in cui restai sola ad aspettare Nelson, che sarebbe stata risolta la perdita di questo infelice.

Racconterò a tempo e luogo la sua morte, e le circostanze terribili che l’accompagnarono.

Era sola da un quarto d’ora, quando l’usciere entrò ed annunziò Sua grazia lord Nelson; immediatamente vidi sua signoria nel vano della porta.

Era tutto ansante per la rapidità con cui aveva salito le scale, e la sua fisonomia alterata testimoniava la sua inquietudine.

Prima che avesse aperto bocca gli aveva gettato le braccia al collo dicendogli:

— Caro Nelson, la sola nostra speranza è riposta in voi.

Mi strinse al suo cuore, di cui sentiva la palpitazione a traverso al suo uniforme, appoggiò le sue labbra convulse sui miei occhi, e come se avesse temuto di sorprendere una carezza, non già un sentimento d’amore; ma quell’emozione mi allontanò dolcemente da lui, e guardandomi con indefinibile espressione di passione, mi chiese:

— Vediamo — che c’è, parlate ad un uomo, che darebbe la sua vita per la regina; ed esitò.... il suo onore per voi.

— Oh, caro Nelson, esclamai, gli presi la mano e gliela volli baciare.

Nel momento che fece per ritirarla, egli abbassò il capo, io rialzai il mio e le nostre labbra s’incontrarono.

— Oh! esclamò Nelson alzandosi, e ritirandosi di qualche passo, voi mi rendete pazzo.

Gli tesi la mano.

— Che importa, gli dissi, se vi guarisco.

Egli guardò intorno per vedere se fossimo soli.

Compresi il suo sguardo e con un sorriso:

— La regina e il capitano generale son là, gli dissi.

E gl’indicai la camera vicina.

Egli mandò un sospiro, si avvicinò, mi strinse la vita col suo unico braccio, e invitandomi a sedere vicino a lui:

— Mi avete fatto chiamare per chiedermi un servizio, mi disse, sono un egoista, per non esser venuto prima; in che vi potrei essere utile? Riparerò la mia colpa, parleremo più tardi della mia pazzia.

— Quando vorrete, gli dissi con uno sguardo pieno di promessa, e se voi tardate troppo, sono io che vi parlerò per la prima.

— State in guardia, mi disse; voi siete Partenope ed io non sono Ulisse.

Poi facendo uno sforzo su di sè stesso:

— Vediamo, vediamo, disse — Mack è battuto, non è vero? L’armata è in sfacelo; avete ricevuto un corriere del re?

— Meglio ancora: il re è arrivato saranno tre ore a Caserta; tutto è perduto, in quindici giorni i Francesi saranno qui; la regina pensa a fuggire in Sicilia, e conto su di voi per condurla.

— Vi andate voi? chiese Nelson.

— Io non lascio la regina.

— Ed io non vi lascio.

— Qualunque ordine vi arrivi?

— Dovessi stracciar le lettere senza aprirle.

— Nelson! esclamai.

E gli stesi le braccia.

Egli si gettò sul mio cuore.

— Ancora, mi disse egli, ancora, abbiate dunque pietà di me.

— Nelson, non è per compassione che vi dico che io vi amo, è per riconoscenza... è.... per amore.

Mise un grido, si lasciò sdrucciolare alle mie ginocchia, e baciandomi le mani, con deboli gridi che sembravano quasi gridi di dolore più che gridi di gioja.

In questo momento la regina aperse un poco la porta e vedendo Nelson ai miei ginocchi, fece un movimento per ritirarsi.

— Oh! entrate, entrate, signora, ho nulla da nascondere nè a voi nè al mondo. Nelson viene a dirmi che è per noi, ed io gli dico che io era per lui. Vostra Maestà sia abbastanza buona per dare la sua mano da baciare al nostro salvatore.