IX.
È inutile il dire che una simile dimostrazione era la guerra colla Francia.
Col pretesto di essere stato nominato al consiglio dei cinquecento, il cittadino Garat lasciò Napoli; ma con grande stupore di ognuno, la Francia invece di cogliere questa occasione per fare la guerra a Napoli, nascose l’affronto, ed in rimpiazzo del cittadino Garat inviò il cittadino La Comble Saint-Michel.
Questa indifferenza affettata per un simile insulto provava che la Francia non era in condizioni da far la guerra, e l’ardimento della regina aumentò.
A forza di sacrifizi d’ogni maniera, il regno di Napoli era giunto ad avere un esercito di 65000 uomini, mentre tutti i rapporti confermavano che i francesi non avevano a Roma più di diecimila uomini, mancanti di viveri, di vestimenta, di calzature, non pagati da tre mesi, e che avevano per tutta artiglieria soltanto nove pezzi di cannone senza munizione, e centottantamila cartucce piccole.
Il re e la regina erano d’accordo nel loro odio contro i francesi, però il re voleva aspettare per attaccarli che l’imperatore li attaccasse, e l’imperatore non voleva incominciare la guerra se non coi quaranta mila russi che l’imperatore Paolo gli aveva promesso.
La regina invece voleva attaccare i francesi senza perdere un istante: coi suoi sessantacinquemila uomini era sicura di riconquistare gli Stati Romani, ed una volta a Roma tutti i popoli d’Italia, che secondo lei, sopportavano con impazienza il giogo dei francesi, si solleverebbero e li caccerebbero dalla penisola.
In queste circostanze fui incaricata dalla regina di rivolgermi a Nelson. Siccome la regina era per una guerra immediata, si trattava di ottenere che Nelson scrivesse a sir William ed a me una pretesa lettera confidenziale, che sir William comunicherebbe al re.
Nelson, bravo soldato, era un politico mediocre, e scrittore ancora più mediocre; le quaranta o cinquanta lettere che mi scrisse nella sua vita sono più apprezzabili per la franchezza che per lo stile. Nelson acconsentiva di scrivere la lettera, ma a condizione che gli si desse un esemplare, e che egli non avrebbe che a trascriverlo.
Era ciò che avrebbe chiesto la regina se lo avesse osato.
La lettera fu composta fra il capitano generale Acton, sir William Hamilton e la regina.
Io la mandai a Nelson, ed il giorno seguente ricevetti la lettera seguente, che non era che la trascrizione della lettera redatta, come dissi dal triumfeminavirato che governava Napoli.
«Napoli, 3 ottobre 1798.
«Mia cara signora,
«L’interesse che voi e sir William Hamilton avete sempre addimostrato per le felicità delle LL. MM. Siciliane mi è confirmato da cinque anni, ed io posso veramente dire che in tutte le occasioni che si sono presentate, ed esse sono state numerose, io non ho mai mancato dal canto mio di manifestare il mio interesse pel bene di questi regni. A causa di questo attaccamento, io non posso restare spettatore indifferente di ciò che è successo e di quanto accade nelle Due Sicilie, nè della miseria, che, senza essere uomo politico, io vedo vicina a piombare su questo regno tanto leale, e ciò per la peggior politica che esista, quella del temporeggiamento. Dal mio arrivo in questi mari io mi sono accorto che i Siciliani erano un popolo leale e fedele al proprio sovrano, avendo il più grande orrore dei Francesi e dei loro principii. Dal mio arrivo a Napoli ho trovato dal primo all’ultimo tutti pronti alla guerra contro i Francesi, i quali, come si sa, generalmente preparano un’armata di ladri per mettere a sacco queste contrade e per distruggere la monarchia. Io ho visto il ministro di questi insolenti francesi tacere la violazione del V articolo pel trattato, tra Sua Maestà Siciliana e la Repubblica francese. Questa strana politica non merita d’esser segnalata: la politica francese non è stata forse sempre quella di addormentare i governi, in una falsa sicurezza, per rovesciarli in seguito? Dopo ciò che io ho detto, non sanno tutti forse che a Napoli è lo scopo permanente di tutti i desiderii devastatori? Conoscendo ciò e sapendo che Sua Maestà di Sicilia ha un’armata pronta ad entrare in azione, a quanto mi è stato detto, in un paese desideroso di riceverla, col vantaggio di trasportare in lontani luoghi il focolaio della guerra, invece di attendere che essa scoppii in casa, mi meraviglio che quest’armata non sia da un mese già in cammino.
«Io credo che l’arrivo del generale Mack deciderà il governo a non perdere uno dei momenti più favorevoli, che la provvidenza abbia messo a sua disposizione, perchè se vuolsi attendere d’essere aggrediti nel paese invece di trasportar fuori la guerra, non è mestieri esser profeta per dire che questo regno è ruinato e che la monarchia è distrutta. Ma se disgraziatamente si vuol persistere in questo rovinoso sistema di temporeggiamento, io vi raccomando di star pronta ad imbarcarvi alla prima cattiva nuova con tutto ciò che vi appartiene. Sarà allora mio dovere pensare e provvedere alla vostra salvezza, insieme a quella — mi dispiace credere che ciò abbia ad essere necessario — dell’amabile regina, del suo regno e della sua famiglia.
«Ho letto con ammirazione la vostra degna ed incomparabile lettera del settembre 1796; possano i consigli di questo regno esser guidati dal medesimo sentimento d’onore, di dignità e di giustizia, e possano le parole del gran Guglielmo Pitt conte di Graham essere ben comprese dal ministro di questo paese.
«Le _misure coraggiose_ son quelle che salvano.
«È questo il voto di colui che si dice,
«_Di vostra signoria_
«O. NELSON.»
«P. S. Prego Vostra Signoria di ricevere questa, come una lettera preparatoria per sir William Hamilton, al quale scrivo, con tutto il rispetto che gli è dovuto, la ferma e materiale opinione d’un ammiraglio che desidera provare egli stesso che è un fedele servitore del suo sovrano, facendo quanto è in suo potere per la felicità e per la sicurezza delle LL. MM. Siciliane e del loro regno.»
Una frase della lettera di lord Nelson riusciva inintelligibile per colpa mia. Aveva dimenticato di dire che la regina aveva chiesto a suo nipote l’imperatore d’Austria il generale Mack per comandante in capo del suo esercito, e che l’imperatore glielo aveva accordato.
Questa lettera produsse su Ferdinando l’effetto che si aspettava, ma però, contro la sua abitudine, egli tenne fermo su di un punto, quello di mettersi in campagna nello stesso tempo dell’imperatore.
In conseguenza fu convenuto che il re scriverebbe a suo nipote una lettera nella quale lo eccitava a decidersi: la lettera tutta di suo pugno fu spedita dal suo corriere Ferrari, coll’ingiunzione di consegnarla personalmente all’imperatore, e di riportare la risposta direttamente al re Ferdinando.
Ma prima della sua partenza Ferrari aveva ricevuto mille ducati dalla regina coll’ordine invece di ripassare per Caserta, ed al suo ritorno di consegnare la lettera dell’imperatore a lei, invece di consegnarla al re.
Egli riceverebbe due mila ducati consegnando la lettera alla regina che l’avrebbe soltanto letta, e poi riposta nella sopracarta.
Era pagar bene questo piccolo tradimento, e Ferrari non esitava nemmeno, sapendo che in fatti era la regina che regnava sotto il nome di suo marito, e ciò lo tranquillava molto sui pericoli cui andava incontro nel caso che si fosse scoperto questo tradimento.
Ferrari partì, si calcolò il tempo necessario; se l’imperatore d’Austria non frapponesse ritardo alla sua risposta egli poteva ripassare per Caserta fra undici o dodici giorni.
Il generale Mack arrivò il Martedì, 8 ottobre, a Caserta; al giovedì fu invitato a pranzo dal re e dalla regina: sir William ed io ricevemmo un invito ufficiale per quel giorno. Il re e la regina lo ricevettero con grandi manifestazioni di stima, e la regina presentandolo a Nelson gli disse: — Il generale Mack è in terra ciò che il mio eroe Nelson è in mare.
Il complimento non era lusinghiero, e il paragone mancava di giustizia. A Tolone, a Calvi, a Teneriffa Nelson si era diportato gloriosamente; ad Aboukir egli si era condotto non soltanto da eroe, ma da uomo di genio. Mack al contrario era stato battuto dovunque aveva incontrato i francesi, e ciò malgrado aveva acquistato in Europa, non si sa perchè, una riputazione di uno dei più grandi strategici dell’epoca.
Per quanto fossero buone le idee che gli altri avevano di Mack, non potevano però mai raggiungere quella che Mack aveva di sè medesimo; io non ho mai veduta fatuità più formidabile di quella; egli non ammetteva nulla affatto, non dirò la supposizione che egli potesse essere battuto; ma nemmeno quella che i francesi gli potessero fare resistenza.
Confesso che questa burbanza mi riescì antipatica fin dalla prima parola che ebbi l’onore di scambiare coll’illustre generale.
Il tempo scorrea, e Ferrari galloppava. Dieci giorni dopo la sua partenza, sir William, gran cacciatore, suggerì al re una partita di caccia a Persano, e la regina, il generale Acton ed io andammo a stabilirci a Caserta.
Il giorno seguente a quello del nostro arrivo, verso le sette ore di sera Ferrari arrivò, ed era latore di una lettera dell’imperatore Francesco II.
Acton sopra un suggello di lettera dell’imperatore, ne aveva fatto scolpire uno eguale; non vi era dunque motivo d’inquietarsi anche da questo lato; si rammollirebbe la cera, si dissuggellerebbe la lettera, e se dessa era tale quale la si desiderava, la si rimetterebbe intatta nella sopraccarta che si tornerebbe a suggellare. Se invece la lettera non assecondava i desideri della regina, si prenderebbe consiglio.
L’imperatore annunziava positivamente a suo zio che non si sarebbe messo in marcia se non quando Souwarow ed i suoi quarantamila russi sarebbero arrivati, e che egli supponeva che non sarebbero giunti prima dell’aprile 1799.
Lo invitava quindi a calmare la sua impazienza, ed a fare come lui, attendendo fino a quell’epoca, e attaccarli ad un tempo con 150,000 Austriaci, 40,000 Russi e 65,000 Napoletani: era evidente che i Francesi sarebbero costretti a sgombrare l’Italia, e chi potrebbe dire, con Bonaparte e coi suoi trenta mila uomini confinati in Egitto, dove si arresterebbe la marcia trionfale dell’armata austro-russa?
Secondo ogni probabilità non dinanzi a Parigi.
Ma la regina era una giuocatrice troppo spinta, per fermarsi al momento che aveva in mano un giuoco così bello, ed il progetto stabilito fra lei ed il capitano Acton fu messo in esecuzione.
Figlio di un medico irlandese, Acton, l’abbiamo detto era un abile chimico: con una miscela già preparata levò l’inchiostro dalla lettera non lasciandovi che la firma, poi invece del rifiuto di marciare, espresso tanto chiaramente dall’imperatore, scrisse una promessa positiva di entrare in campagna appena che suo nipote Ferdinando avesse passato il confine romano.
Poi la lettera fu suggellata di nuovo col suggello imperiale e consegnata a Ferrari che la portò direttamente a Persano, e la presentò al re affermandogli che era esso il primo a prenderla dopo di averla ricevuta dalle auguste mani dell’imperatore.
Il re che era a tavola con sir William dissuggellò la lettera, la lesse con soddisfazione visibile, e la passò a sir William.
Sir William, che era anch’egli del complotto, non fu meno maravigliato di questa risposta favorevole. Però ne felicitò il re Ferdinando, dicendogli:
— Lo vedete, Sire, Sua Maestà Augusta è esattamente dello stesso parere di Sua Gran Signoria Nelson; non avete un momento da perdere.
Difatti fu deciso che il generale Mack occuperebbe gli stati romani, senz’altro ritardo che quello necessario pei preparativi della campagna.
Eravamo giunti ai primi di novembre.