XIV.
Si comprende l’effetto che fece sulla popolazione di campagna e della città la pubblicazione del manifesto reale e la predica dei preti e dei frati nelle chiese e per le piazze.
Si è veduto qual fosse lo spirito del ceto medio e illuminato di Napoli, da ciò che abbiamo raccontato in proposito dell’arresto dei giacobini e delle esecuzioni di Emmanuele de Deo, di Gagliani e di Vitagliano; ma tutta la classe del lazzaroni, vale a dire la più numerosa, centomil’anime all’incirca, erano per il re, e consideravano i francesi come empii, eretici e scomunicati.
Il manifesto del re non era che un appello al brigantaggio; ora il brigantaggio è cosa nazionale negli Abruzzi, nel Masico e nella Terra di Lavoro. Ognuno prese il fucile, la scure ed il coltello e si mise in campagna, senza altro scopo che la distruzione, senz’altro eccitamento che il saccheggio, secondando il suo capo senza obbedirgli, seguendo il suo esempio e non i suoi ordini. Masse di soldati erano fuggiti innanzi ai francesi; ed ora uomini isolati movevano contro di loro; una armata si era dispersa, un popolo usciva dalla terra.
Quanto avveniva poi in città; era una confusione spaventevole quella di vedere tutta una classe intiera della società, il mezzo ceto, circa un terzo di Napoli, quelli che si dicevano patriotti e gli altri chiamavano giacobini, stavano rinchiusi temendo di esporsi, mostrandosi, al furor del popolo, che la sola vista di un pantalone o di una testa acconciata alla Tito bastava ad aizzarlo al suo più alto grado.
Si formarono degli assembramenti su tutte le piazze al largo Castello, al largo della Trinità, al largo delle Pigne, al mercatello, al vecchio mercato, a largo di Palazzo; infine dovunque vi era spazio eravi un palco, e su di esso predicava un frate col crocifisso in mano.
Gli assembramenti ingrossavano enormemente; un lazzarone s’improvvisava capo, si metteva alla loro testa, e percorreva le vie di Toledo, di Chiaia, di S. Lucia, gridando: Viva il re! morte ai giacobini! morte ai francesi! Innanzi a questi attruppamenti, tutte le botteghe, tutte le finestre si chiudevano; e giunta la sera, si era in dicembre con un tempo piovoso e freddo, si accesero grandi fuochi, e intorno ad essi si passava la notte, bevendo, cantando ed urlando.
La regina, guardando spesso dalle finestre, si spaventava anch’essa di questa tempesta, che contribuiva a sollevare, senza sapere, se sotto quegli impeti burrascosi non si sarebbe rovesciato anche il trono.
Però alla vista di quella sollevazione generale, alle notizie che arrivavano dalle provincie, il re riprendeva un po’ di coraggio. Lasciava intravedere la possibilità di organizzare tutti i mezzi di resistenza che il fanatismo metteva a sua disposizione, e di aspettare i francesi.
I contadini continuavano a far miracoli di fanatismo, e gli ufficiali dei prodigi di viltà.
Tschudy, vecchio colonnello svizzero che comandava a Gaeta, ne aveva aperte le porte, malgrado la sua riputazione di imprendibile.
Civitella del Tronto, fortezza situata in cima ad un monte inaccessibile, era difesa da uno spagnuolo, di cui non mi ricordo più il nome: dopo dieci ore di assedio, si arrese prigioniero di guerra con tutta la guarnigione.
Il comandante Pricard, governatore del forte di Pescara, non aspettò nemmeno che l’assedio fosse incominciato: si arrese alle prime dimostrazioni ostili.
Ma in cambio, i contadini abbruciavano, scannavano, massacravano tutto quanto cadeva loro nelle mani; si erano impadroniti della città di Teramo, che avevano ripreso ai francesi; il ponte fortificato di Teramo era caduto nelle loro mani; avevano spezzato la catena dei battelli che lo componevano, ed i battelli dispersi erano andati per la corrente. Una massa di volontari era uscita da Terra di Lavoro; percorreva la linea del Garigliano abbrucciando i ponti, imboscandosi intorno alle strade, assassinando i messaggieri, gli uomini isolati, e fin anche piccoli distaccamenti di soldati.
D’altra parte; se Gaeta, Civitella del Tronto e Pescara si erano rese, Capua teneva fermo, e Macdonald aveva sofferto un rovescio sotto le sue mura; Duhesme era giunto innanzi a Capua con due ferite ancor sanguinose, il generale Maurizio Mathieu ebbe spezzato il braccio da un colpo di fuoco; il colonnello d’Arnaud era stato fatto prigioniero, il generale Boisregard era stato ucciso e Championnet usciva tutto ansante dalla Terra di Lavoro, pronunziando i nomi ancora ignoti di fra Diavolo e di Mammone, che più tardi dovevano diventar tanto celebri.
Il prestigio si dileguava. Se i francesi erano sempre invincibili, per lo meno, non erano invulnerabili.
Dicevasi, che l’armata francese raccoglievasi intorno a Capua, non già coll’intenzione di prenderla; ma per prepararsi una ritirata onorevole in mezzo a popolazioni sollevate.
Tutte queste notizie davano coraggio a Napoli, il re era talmente amato, che non soltanto compensava l’impopolarità di Acton e della regina, ma la faceva anche dimenticare. Quella fuga del re che gli aveva fatto un torto immenso presso tutte le persone intelligenti, lo aveva reso ancor più caro a’ lazzaroni, i quali andavano ripetendosi a vicenda che il re, tradito dalla sua armata, era venuto a rifugiarsi in mezzo ai suoi cari lazzaroni. D’altra parte le persone intelligenti del partito del re, ve ne era ancora un certo numero a Napoli, dicevano che vi erano ancora quarantamila uomini almeno nelle mani di Mack e di Damas, che Naselli poteva ricondurne otto o dieci mila dalla Toscana, che le bande armate si erano sollevate all’appello del re, e correvano la campagna, e poteva ammontare a quindici mila uomini almeno. Tutta questa forza riunita a sessantacinque mila uomini almeno, appoggiata ad una città di cinquecento mila abitanti, ed alla triplice flotta inglese, portoghese e napolitana.
Era evidente che in questo oceano di uomini, dieci o dodici mila francesi sarebbero tosto dispersi ed inghiottiti.
Ma ciò non rassicurava ancora la regina, sentiva che oltre all’odio che aveva per i napolitani, i napolitani anch’essi l’odiavano, Acton aveva con essa il sentimento di quest’odio, inoltre fin dai primi momenti la paura si era impossessata degl’inquisitori di Stato, Castelcicala, Vanni, Guidobaldi, si sentivano circondati da vendette segrete, ognuno tremava per l’avvenire e creava un progetto di fuga.
Nelson che rispondeva di tutto in Sicilia, non rispondeva di nulla a Napoli.
Ma se il re fosse rimasto a Napoli nessuno avrebbe osato di lasciarlo.
Bisognava dunque decidere il re con qualche spettacolo terribile che lo spaventasse, e lo cacciasse per così dire da Napoli.
Non posso affermar nulla di quanto sono per raccontare, se vi fu delitto, fu deliberato ed eseguito fra la regina ed Acton; io non ne so nulla, e quasi direi che non ci credo nemmeno.
Ho già detto una parola dell’imbarazzo che cagionava Ferrari per aver consegnato al re un dispaccio falso.
Se in simili circostanze il re venisse a sapere che in un modo o nell’altro era stato ingannato, la sua collera poteva diventare terribile.
Ho già raccontato che alla sera del 19 era giunto un dispaccio da Vienna. La regina che stava in guardia su tutto ciò che veniva da quella parte, lo sorprese.
Se questo dispaccio fosse giunto nelle mani del re, gli avrebbe rivelato tutto. L’imperatore scrivevagli che agendo prematuramente aveva tradito la causa dell’Europa, e meritava di essere abbandonato al suo destino.
Da quel momento Ferrari, che non era che giudicato, fu condannato, e la sua morte fu destinata a spaventare il re.
Lo ripeto, in tutto questo affare, non parlo che per quanto ho udito a dire. Io pensava in silenzio su questo fatto, non potendo dire con certezza la verità, come in altre cose in cui presi parte.
Credo di aver parlato di un certo Pasquale De Simone, che la regina teneva al suo servizio, e per questa ragione era chiamato lo sbirro della regina.
Egli ricevette, si dice, cinque mila ducati, con ordine di spargerne una parte fra il popolo, e particolarmente fra gli uomini del porto ed i marinai.
Si trattava di disfarsi d’un uomo che Pasquale de Simone indicava alla collera del popolo, trattandolo da giacobino.
Al venti, verso le dieci di mattino, Ferrari usciva di palazzo, latore di un viglietto del capitano generale per lord Nelson.
Pasquale de Simone lo aspettava alla via del Piliero, vale a dire sull’angolo della banchina in faccia al molo.
Con un segno, fece conoscere ai marinai, indicando Ferrari, che era l’uomo in questione.
I marinai risposero con un altro segno che avevano compreso.
Ferrari senza alcun sospetto, saltò dalla banchina in una barca, ordinò ai due marinai di condurlo a bordo del bastimento di Nelson.
Costoro vollero essere pagati anticipatamente.
Ferrari diede loro quattro carlini: era pagarli ad esuberanza.
I marinai pretendevano una piastra.
— Badate a quel che fate, disse Ferrari, io sono corriere di S. M.
— Tu? rispose un marinaio incoraggiato da un segno di Pasquale De Simone: ti conosciamo, sei un giacobino.
Appena fu pronunziata questa parola, che era il segnale dell’assassinio, che venti coltelli brillarono, e l’infelice Ferrari cadde tutto crivellato dai colpi.
Il giorno prima vi era stata una grande dimostrazione, che aveva poco confermato il re nella sua risoluzione di rimanere a Napoli.
Una folla immensa di popolo si era riunita sulla piazza del palazzo gridando, Viva il re! morte ai giacobini! chiedendone i nomi per massacrarli dal primo fino all’ultimo, facendo comprendere che una volta sterminati i nemici interni, era facile distruggere i nemici esterni.
A queste grida furiose di amore e di odio mandate dalla moltitudine, il re si era mostrato al balcone ringraziando il popolo col gesto e colla voce ed aveva mandato il Principe Pignatelli in mezzo a quella moltitudine colla missione di parlare ai suoi capi, e dir loro che la partenza del re, di cui si era parlato prematuramente era lungi dall’essere una cosa decisa, e che secondo ogni probabilità, se il re era sicuro di essere sostenuto dal popolo, egli resterebbe.
E il popolo aveva gridato:
— Per Dio e pel re siamo pronti a farci ammazzare dal primo all’ultimo!
Questa dimostrazione aveva molto spaventato la regina e tutto il partito della fuga.
Il giorno dopo, alla stessa ora, il re intese questo stesso sordo rumore, accompagnato da quegli urli e clamori, in cui dà la moltitudine di ogni paese e particolarmente quella di Napoli. Egli credette ad una dimostrazione inoffensiva, ed almeno offensiva soltanto in parole, e si pose come di solito al balcone.
La folla veniva questa volta dalla parte del teatro S. Carlo, e trascinava qualche cosa di informe che il re cercava invano di distinguere.
Si udivano queste grida:
— Il giacobino! a morte il giacobino!
Il re cominciò a comprendere che questo oggetto informe, seminudo e insanguinato, trascinato nel fango, poteva essere un uomo.
Ma il corpo di quest’uomo, se in fatti era un corpo, non poteva essere che quello di un nemico. E il re Ferdinando era un poco dell’avviso del re Carlo IX, che diceva visitando il cadavere dell’ammiraglio: — «Il cadavere di un nemico non puzza mai.»
Accolse dunque la folla col suo sorriso abituale ma per rispondere convenientemente a questo sorriso, la folla solleva il cadavere in piedi: il re dopo un momento di esitazione riconobbe Ferrari, e mandò un grido lasciandosi cadere, colle mani sugli occhi, su di un seggiolone.
La regina aspettava questo momento, entrò, prese il re per un braccio, e lo condusse quasi a forza alla finestra.
— Vedete, gli disse, si comincia dai nostri servitori, e si finirà con noi; ecco la sorte che è serbata a voi, a me e ai nostri figli.
— Date gli ordini, e partiamo, gridò Ferdinando chiudendo la finestra e rifugiandosi nel suo appartamento.
La partita era guadagnata.
FINE DEL SESTO VOLUME.
NOTE:
[1] Posti fuor dalla legge.
[2] Non si deve dimenticare che è la moglie dell’ambasciatore d’Inghilterra che parla, l’amica frenetica della regina Carolina.
[3] Giuseppe Buonaparte abitava nel Palazzo Corsini.
[4] I love you. — Vi amo.
[5] Il principe Leopoldo.
Nota del Trascrittore
Ortografia e punteggiatura originali sono state mantenute, correggendo senza annotazione minimi errori tipografici.