Chapter 2 of 15 · 2922 words · ~15 min read

II.

Le cose erano ben mutate in un anno.

Quel piccolo generale Bonaparte deriso da tutti, ma uscito vittorioso da una campagna che si poteva annoverare fra gli splendidi fatti d’armi di Alessandro, d’Annibale e di Cesare, era stato appellato dal Direttorio l’Uomo della provvidenza, e la Repubblica francese gli aveva dato una bandiera su cui stava scritto in lettere d’oro:

«Il generale Bonaparte ha distrutto cinque eserciti, vinto diciotto battaglie campali, ed in sessantasette combattimenti ha fatto centosessantamila prigionieri; ha inviato in Francia censessanta bandiere per decorare i nostri edificj militari, mille e centottanta pezzi d’artiglieria per arricchire i nostri arsenali, duecento milioni al tesoro, cinquantun bastimenti da guerra nei nostri porti, i capi d’opera d’arte per abbellire le nostre gallerie ed i nostri musei, e preziosi manoscritti per le nostre biblioteche pubbliche; ed infine ha dato la libertà a diciotto popoli.»

Si comprende in quale esasperazione mettevano quegli onori resi ad un nostro nemico, la corte di Napoli, sir William Hamilton ed io; io come amica della regina di cui parteggiava tutte le simpatie e gli odi; sir William Hamilton come ambasciatore d’Inghilterra.

La regina fu presa da un accesso di rabbia, come ne vidi in quel giorno in cui il governo delle Due Sicilie fu obbligato a riconoscere la repubblica Cisalpina.

Il trattato di campo Formio firmato dalla Francia e dall’Austria aveva una grande importanza. La Francia estendeva da un lato i suoi confini fino alle Alpi e dall’altro fino al Reno. L’Austria perdeva in estensione, ma aumentava di sudditi; in cambio della repubblica Cisalpina che sorgeva, cadde la Repubblica di Venezia che diventò proprietà dell’imperatore.

La pace sembrava assicurata, ma sir William rideva col suo riso diplomatico, quando gli si parlava della durata di quella pace: finchè l’Inghilterra sarà in guerra, diceva, il mondo e specialmente la Francia non saranno in pace.

La regina, che non fingeva meno di sir William di credere seriamente a quella pace, ne approfittò per celebrare le nozze del principe ereditario coll’arciduchessa Clementina. Poco ho da dire intorno a questo principe che non ebbe, in tutto il tempo in cui rimasi alla corte di Napoli, che una parte secondaria e nulla intorno la principessa, che non ne ebbe nessuna.

Il principe era allora un bel giovanetto di ventun anno, assai grasso, roseo in viso, molto istruito, accortissimo ed acuto, e senza parole; cogli occhi fissi sull’Europa non perdeva nemmen uno dei particolari del gran dramma storico che si compiva, e fingeva di non veder nulla. Spaventato dalle violenze di sua madre, si studiava, benchè fosse già in età e capacissimo di dire il suo parere, di starsene lontano da qualunque questione che si presentava, fosse anche della più alta importanza pel trono delle Due Sicilie, e principalmente per lui che ne era l’erede. Nello stesso modo che il re Ferdinando si mostrava in mezzo a questo scompiglio molto più vago di una caccia ad Astroni o a Persano, che della caduta o della nascita di una repubblica, egli si mostrava più preoccupato delle scoperte di Mesmer, di Mongolfier e di Lavoisier che dell’armistizio di Brescia o del trattato di Tolentino. Sua madre poco lo amava, anzi lo sprezzava, e in famiglia lo dichiarava stupido come suo padre.

Il prediletto del suo cuore era il principe Leopoldo, che allora aveva diciott’anni; è vero che era un adorabile giovanetto, bello come sua madre, gentile, garbato e spiritoso; l’altro principe era un garzoncello di sei a sette anni, di pochissima salute, e chiamavasi Alberto, che ebbi, come racconterò in seguito, il dolore non soltanto di vedere, ma di sentir morire nelle mie braccia.

Una squadra napolitana andò a prendere la giovane archiduchessa a Trieste, e la condusse a Manfredonia, ove l’attendeva il principe Francesco, benchè i cerimoniali del matrimonio si dovessero celebrare a Foggia, cioè cinque o sei leghe nell’interno.

Il re e la regina avevano accompagnato il loro figlio, e con essi s’intende, c’era anch’io; sir William Hamilton era rimasto a Napoli.

Era curioso di vedere la fidanzata, che si diceva del resto assai insignificante, e ciò sarebbe stata la verità, se un pallore che mai vidi una volta prendere il menomo incarnato, ed una profonda malinconia, non avessero dato alla sua fisonomia un grande interesse. Donde provenivano quella tristezza e quel pallore nessuno lo seppe mai, forse da qualche amore lasciato, ma non dimenticato alla corte dei Cesari; fors’anche non era che quel segno fatale impresso sul viso di quelli che sono destinati a morir giovani.

Il matrimonio fu celebrato nella seconda metà del mese di giugno; si accordarono molti favori ai sudditi; Acton, primo ministro, fu nominato capitano generale; quarantaquattro sedi episcopali vacanti furono occupate da quarantaquattro nuovi vescovi, e fu un grande sacrifizio per il re, perchè durante la vacanza di quelle sedi ne percepiva le rendite; si accordarono gradi e decorazioni agli uffiziali che nella guerra d’Italia si erano dichiarati contro la Francia, e finalmente molti abitanti di Foggia furono creati marchesi, in vista del loro titolo di abitanti delle Marche, ed in ricompensa delle enormi spese che avevano fatto in occasione del matrimonio del principe ereditario.

Mi sono lasciata indurre a scrivere molto su questo matrimonio, malgrado la poca importanza che ebbe, non soltanto nella vita pubblica del principe Francesco, ma ancora nella sua vita privata; ciò mi svia dai gravi avvenimenti che si succedettero alla corte di Roma, e che un anno dopo dovevano avere una influenza tanto grave su quella di Napoli.

Voglio dire dell’assassinio del generale francese Duphot.

Nel rango in cui mi trovava, nulla mi doveva essere ignoto od oscuro, intorno ad un tal fatto.

Lo racconterò con qualche particolarità, poichè da esso dipendette l’occupazione di Roma dai francesi, ed in seguito la proclamazione della Repubblica romana.

Ora che vivo lungi dagli avvenimenti e specialmente dagli odii dell’epoca, spero di riescire imparziale nel mio racconto, non dirò come giudice, ma almeno come storico.

Si comprenderà facilmente, riportandosi specialmente allo spirito di propaganda di quell’epoca, che dopo essersi autorizzate le Romagne a costituirsi in repubblica, si era formato un partito repubblicano in Roma.

Questo partito si componeva particolarmente di artisti francesi dimoranti in Roma, ed avrebbero creduto di mancare in fatti a tutti i loro doveri di patriotti, se non avessero tentato coi loro mezzi di fare proseliti al governo da cui dipendevano.

Il fratello di Bonaparte, Giuseppe Bonaparte, era ambasciatore di Roma. La famiglia erasi elevata presto, sostenuta dalla mano potente dell’_Uomo della provvidenza_, come lo chiamava il direttorio.

Giuseppe Bonaparte, in cui eravamo lungi dallo scorgere il futuro usurpatore del trono di Napoli[2], faceva tutto quanto era possibile per contenerli, dicendo a loro che non era ancor giunto il momento.

Malgrado tutti gli sforzi, il 26 dicembre 1797, i repubblicani avvertirono l’ambasciatore che si preparava un movimento; egli li congedò, supplicandoli come sempre di opporsi, se lo potevano, per qualche tempo ancora a questo movimento.

Essi si ritirarono promettendo di adoperarsi secondo l’intenzione dell’ambasciatore.

Il giorno seguente il cavaliere Azara, di cui mi ricordo di aver fatto l’elogio all’epoca del mio passaggio da Roma, diede lo stesso avviso a Giuseppe Bonaparte.

Difatti il 28 dicembre la dimostrazione annunziata si manifestava; caricata dai dragoni, presa a fucilate da una compagnia di fanteria, i repubblicani si rifugiarono sotto i portici del palazzo Corsini, ove dimorava l’ambasciatore.

Siccome l’avvenimento che segue fu raccontato in modi diversi, mi accontenterò di trascrivere il rapporto ufficiale del signor Giuseppe Bonaparte. Essendocene stata inviata una copia, è da questa che ritraggo quanto ora si leggerà, e come questo documento è ignoto o quasi, avrà, lo spero, un certo interesse.

Riprendo il racconto dell’ambasciatore in cui lo lascio parlare liberamente.

«Un artista francese, venendo all’ambasciata, ci prevenne che l’attruppamento diventava numeroso, e che aveva scorto nella folla alcune spie del governo, che gridavano più forte degli altri: — Viva il popolo Romano, Viva la Repubblica, — che si gettavano degli scudi a piene mani e che la strada era ingombra. Io lo incaricai di discendere subito e di far conoscere la mia volontà agli ammutinati; i militari francesi che mi circondarono mi chiesero l’ordine di dissipare colla forza, cosa che attestava il loro attaccamento; vestii le insegne della mia carica, e li pregai di seguirmi. Preferii di parlar io stesso nel loro linguaggio, ed uscendo dal mio gabinetto udimmo una scarica prolungata di armi; era un picchetto di cavalleria che entrava nella mia giurisdizione senza prevenirmene; l’aveva attraversato al galoppo ed aveva fatto fuoco dai tre vasti portici del Palazzo.[3]

«La folla si era allora precipitata nei cortili e sulle scale; incontrai sul mio passaggio dei paurosi che fuggivano, dei frenetici audaci, persone pagate per eccitare e denunziare il movimento; una compagnia di fucilieri aveva seguito da vicino la cavalleria, e la trovai che in parte si avanzava sul vestibolo; a mio apparire si arrestò.

«Dimandai chi ne fosse il comandante; egli si era nascosto in mezzo alle file, ed io non poteva distinguerlo. Dimandai a quella truppa con qual ordine fosse entrata nella giurisdizione della Francia. Le ingiunsi di ritirarsi, e allora si ritirò di pochi passi. Credetti di essere riuscito da questo lato, e mi rivolsi verso gli ammutinati che si erano ritirati nei cortili interni; alcuni si avanzavano già contro la truppa che partiva; allora dissi loro in modo decisivo che il primo che avrebbe osato di oltrepassare la metà del cortile l’avrebbe a fare con me. Nel medesimo tempo il generale Duphot, Scherloek, due altri ufficiali ed io snudammo le spade per trattenere quella truppa disarmata, di cui alcuni pochi avevano delle pistole e dei pugnali; ma intanto che noi eravamo occupati da questo lato, i fucilieri che non si erano ritirati che per mettersi fuori della portata delle pistole, fecero una scarica generale. Alcune palle morte andarono a colpire uccidendo alcuni di quelli che si trovavano indietro. Noi che eravamo in mezzo fummo rispettati; poscia la compagnia si ritirò ancora per caricare le armi; approfitto di questo istante, e raccomando al colonnello Beauharnais, aiutante di campo del generale Buonaparte, che per caso si trovava vicino a me, dopo il ritorno della sua missione in Levante, ed all’aggiunto degli aiutanti generali signor Arrighi, di contenere colla sciabola in mano quella truppa che era animata da sentimenti diversi, ed io mi avvicinai col generale Duphot, e coll’aiutante generale Scherlock per persuaderla di ritirarsi e di cessare il fuoco. Ordinai che si ritirasse dalla giurisdizione della Francia e che l’ambasciatore s’incaricava di far punire gli ammutinati. Che essi non avrebbero che a distaccare uno dei loro uffiziali o sottuffiziali al Vaticano presso il loro generale il governatore di Roma, il senatore o qualsiasi altra persona pubblica, e così si sarebbe terminato tutto.

«Il troppo bravo Duphot, abituato a vincere, si slanciò, e in un salto si trova fra le bajonette del soldati, ed impedisce ad uno di loro di caricare, e ferma il colpo ad un altro che aveva già caricato. Noi lo seguivamo, il generale Scherloek ed io, per istinto nazionale. Egli era l’amico dei due partiti, era il pacificatore e fu considerato come nemico, ed ingannato dal suo coraggio fu loro prigioniero, e venne trascinato fino alla porta della città detta _Settimiana_. Io veggo un soldato che gli scarica il suo moschetto in mezzo al petto, egli cade e si rialza appoggiandosi alla sua sciabola. Io lo chiamo, ei vuole venire verso di me, un secondo colpo lo stende al suolo, e più di cinquanta colpi sono diretti sull’esanime suo corpo.

«Scherloek resta illeso, vede cadere il suo bravo compagno d’armi, tutti i colpi sono diretti su noi, e m’indica una stradicciuola nascosta che ci conduce fino ai giardini del palazzo, e ci sottrae ai colpi degli assassini di Duphot, ed a quelli di un’altra compagnia che faceva fuoco dall’altra parte della strada; i due uffiziali spinti da quest’altra compagnia si riuniscono a noi, e ci fanno scorgere un altro pericolo. La nuova compagnia potrebbe entrare liberamente nel palazzo, ove la mia consorte e mia sorella, che il giorno seguente doveva essere sposa al bravo Duphot, erano state condotte via dai miei segretari e da due giovani artisti. Giungemmo nel palazzo dalla parte del giardino, i cortili erano ingombri da quei vili e scellerati bricconi che prelusero a questa orribile scena.

«Una ventina di essi ed alcuni pacifici cittadini sono rimasti morti. Entro in palazzo, le scale sono grondanti sangue, i moribondi si trascinavano, i feriti gridavano; si giunge a chiudere i tre portoni della facciata. I lamenti della morte di Duphot, di quel giovane eroe che costantemente alla vanguardia delle armate dei Pirenei e d’Italia era sempre stato vittorioso, ed ora scannato senza difesa da vili briganti; l’assenza di sua madre e di suo fratello che la curiosità avea allontanato dal palazzo per vedere i monumenti di Roma, le fucilate che continuavano per la via e contro le porte del palazzo, le prime sale del palazzo Corsini, ove io abitava, ingombre di gente di cui s’ignoravano le intenzioni; queste circostanze e tante altre, resero questa scena più crudele di quanto mai abbia potuto immaginare.

«Feci chiamare i miei domestici, tre erano assenti, uno era stato ferito. Feci collocare lo stemma, che avevamo in viaggio, nell’angolo del palazzo che abitava; un sentimento d’orgoglio nazionale che non potrei frenare, suggerì ai giovani uffiziali il progetto di andare a prendere il cadavere del loro infelice generale, e vi riuscirono coll’aiuto di alcuni domestici fedeli, passando per una via nascosta, malgrado il fuoco che la vile e sfrenata soldatesca di Roma continuava sul campo del massacro. Trovarono il corpo di questo bravo generale, che dianzi era animato da un eroismo cotanto sublime, spogliato, crivellato dalle palle, inzuppato di sangue, e coperto da un mucchio di pietre. Erano le sei di sera, due ore dopo il massacro di Duphot, e nessuno inviato del governo apparve. Decisi di lasciar Roma, lo sdegno mi aveva suggerito questo progetto. Nessuna considerazione, nessuna potenza terrena me l’avrebbe fatto mutare. Però presi la risoluzione di scrivere al cardinale Doria, segretario di Stato, una prima lettera; un domestico fedele attraversò la soldatesca attruppata, si seguì il suo cammino dai colpi di fucile che lo segnavano nell’oscurità ai suoi compagni, che non senza inquietudine l’osservavano dalle finestre del palazzo.

«Finalmente si sente battere al portone, ove si era fermata una carrozza, sarà forse il generale, il governatore, il senatore o qualche ufficiale romano: erano le sette di sera; no, è un amico; l’inviato di un principe alleato della Repubblica, il cavaliere Angiolini ministro di Toscana; egli aveva attraversato le pattuglie, le truppe di linea, la guardia urbana; si arresta la sua carrozza; gli si dimanda, se ha udito i colpi di fucile, e non conosceva il pericolo in cui poteva trovarsi, egli risponde con coraggio che in Roma non poteva esservene nella giurisdizione dell’ambasciata francese. Questo rimprovero generoso, era, in questo momento, una critica amara e vera dei Direttori di Roma contro l’uffiziale di una nazione, a cui dovevano ancora il resto dalla loro esistenza politica.

«Il cavaliere Azara ministro di Spagna non tardò a venire; quest’uomo giustamente onorato dalla sua corte aveva anch’egli sprezzato tutti i pericoli, e si trattenne molto tempo con me. Erano le dieci. — Ambedue non potevamo a meno di sorprenderci altamente vedendo che non veniva nessun uffiziale pubblico. Scrissi al cardinale una seconda lettera; n’ebbi dopo pochi istanti la risposta. Finalmente un uffiziale e quarant’uomini, che mi si assicuravano per bene intenzionati, furono inviati dal segretario di Stato per proteggere le mie comunicazioni con lui; ma nè lui nè alcun altro uomo capace di prendere con me delle misure decisive, per liberarmi dai revoltosi che occupavano ancora una parte della mia giurisdizione, e dalla truppa che ne occupava un’altra, non si presentò in nome del governo, malgrado la reitirata dimanda che aveva fatto.

«Mi decisi dunque di partire. Il sentimento di sdegno aveva fatto luogo alla ragione, e fattomi più calmo, essa mi dettava la medesima condotta. Scrissi al segretario una nota chiedendogli un passaporto, che m’inviò alle due dopo mezzanotte, accompagnato da una risposta.

«Alle sei di mattina, quattordici ore dopo l’assassinio del generale Duphot, l’investimento del mio palazzo, il massacro della gente che lo circondava, nessun Romano si presentò a me incaricato del governo per informarsi dello stato delle cose. Io partii dopo avere assicurato lo stato di alcuni pochi Francesi rimasti a Roma. Il cavaliere Angiolini si era incaricato di dar loro dei passaporti per la Toscana, dove mi troveranno, e dopo la mia partenza il cittadino Cacault, presso di cui mi trovo in questo momento, coi Francesi che non mi hanno lasciato dopo il momento che si manifestò qualche pericolo.

«Dopo questo racconto crederei di fare ingiuria a dei repubblicani, eccitandoli alla vendetta, che il governo francese deve esigere da quest’empio governo, assassino di Basseville, uno dei primi ambasciatori Francesi che si è degnato d’inviargli, e di un generale distinto come un prodigio di valore in un’armata ove ogni soldato è stato un eroe. Cittadino ministro! Non tarderò di recarmi a Parigi, appena avrò regolato alcuni affari che ancor mi rimangono da trattare; vi darò nuovi particolari sul governo di Roma, e vi dirò quale sia la punizione che bisogna infliggergli.

«Questo governo non si mentisce, astuto e temerario per commetter delitti, vile e strisciante quando li ha commessi; oggi è a ginocchi del ministro Azara, perchè si rechi a Firenze da me, per ricondurmi a Roma; ciò è quanto mi scrive questo generoso amico dei Francesi degno di abitare una terra, dove si sappia meglio apprezzare le sue virtù e la sua nobile lealtà.

«Firenze, 30 dicembre 1797.

«G. BONAPARTE»