Chapter 6 of 15 · 1561 words · ~8 min read

VI.

Alla mattina del 22 settembre, verso le sei ore, fummo avvertiti che due o tre vascelli di alto bordo erano segnalati dalle sentinelle, e che uno di essi portava la bandiera di vice ammiraglio.

In questi cinque o sei giorni in attesa dell’avvenimento, il re si era privato del piacere della caccia, cosa che gli faceva mandare dei grandi sospiri, a cui la regina non prestava la minima attenzione.

Subito dopo furono dati gli ordini perchè tutti si trovassero pronti; i parrochi furono avvertiti di tener pronte le loro campane; i comandanti dei forti di caricare i loro cannoni: il ricevimento che si voleva fare a Nelson era quello che si sarebbe fatto per un re.

L’ammiraglio Caracciolo era incaricato della direzione della piccola flottiglia che andava incontro a Nelson, e comandava naturalmente la galera capitana, su cui doveano salire il re e la regina, e per essere pronto ad ogni ora del giorno e della notte dopo l’arrivo del _Culloden_ e dell’_Alessandro_ stette costantemente a bordo.

La regina aveva lasciato a sir William Hamilton, nella sua qualità di ambasciatore d’Inghilterra, e forse anche per qualche altra ragione che taceva, l’onore di essere l’ospite di Nelson, e particolarmente il giorno del suo arrivo egli dovea appartenerci interamente.

Sir William aveva fatto dei grandi preparativi, e con mio grande piacere, e direi quasi con grande orgoglio, aveva posto le mie cure a tutte le parti di questi preparativi, che avevano bisogno di essere diretti dall’occhio, e regolati dal gusto di una donna. Del resto per questa parte del mio racconto ricorrerò alle lettere stesse di Nelson.

Trattenuta sempre tutte le notti a palazzo, la regina mi lasciava ritornare assai di rado all’ambasciata d’Inghilterra. Sir William che avrebbe avuto il diritto di querelarsi, non se ne lamentava mai. Egli aveva allora circa sessantesette anni.

La regina che voleva che fossi bella più che mai faceva i più grandi progetti sulla mia toletta, ma la mia risoluzione era presa; io non voleva altra foggia di vestire diversa da quella che Romney aveva dipinto quando sir William ed io eravamo ritornati a Londra per far riconoscere il mio matrimonio, e si componeva di una lunga veste di casimiro bianco fatta a guisa di tunica greca, stretta in vita da una cintura di marocchino rosso ricamato in oro, e allacciato da un fermaglio, che rappresentava in un magnifico cammeo il ritratto di sir William; i miei capelli, pei quali ho sempre detestato ogni ornamento straniero, cadevano senza polvere ed in anella sulle mie spalle, e mi avvolgeva in uno sciallo rosso dell’India a grandi fiori d’oro, che mi era spesso servito per ballare dalla regina e nelle nostre serate intime la danza dello sciallo, inventata da me, e che poi fu adottata da tutti i ballerini.

La regina invece fece una toletta reale, e si coperse di diamanti. Il re anch’esso era in grande uniforme coperto dei suoi ordini di famiglia di Spagna, Francia ed Austria.

Alle otto tutti erano pronti. Scendemmo al porto militare per la china dell’Arsenale; la galera capitana ci attendeva. — Francesco Caracciolo in grande uniforme d’ammiraglio napolitano stava sul suo banco di quarto.

Appena il re e la regina salirono a bordo, che tutte le coste rimbombavano di salve dei cannoni dei forti, e le campane delle trecento chiese di Napoli suonavano alla distesa.

Era veramente qualche cosa di maestoso il vedere tutte quelle torri coronate di fumo e illuminate da lampi.

La capitana si mise in cammino; essa era fatta sul modello delle antiche galere romane; sir William Hamilton ne aveva dato il disegno, e pretendeva che era precisamente quello della galera, in cui Cleopatra era andata a trovare Antonio.

La regina pretendeva che era un’allusione che faceva l’ambasciatore d’Inghilterra, e che non si sarebbe opposto che la nuova Cleopatra amasse un altro Antonio, e spingeva di molto la rassomiglianza colla regina d’Egitto.

Tutta la flottiglia si mise in cammino; la galera capitana era alla testa coi suoi quaranta rematori.

Era veramente ammirevole il vedere in questo golfo, ove l’azzurro del mare disputa in intensità e limpidezza l’azzurro del cielo, e in un mattino di settembre tutto splendido di luce, queste dodici o quindici barche più ricche e più eleganti le une delle altre, colle loro tende di porpora, colle loro bandiere sventolanti, coi loro fiori, che lasciavano dietro come un solco di profumi, e che si avanzavano tutte insieme, al suono delle campane ed al fragore del cannone, in mezzo alle acclamazioni di quell’innumerabile popolazione di Napoli affollata sul molo e sulle banchine, che agitava i suoi fazzoletti, e gettava in aria i berretti, gridando freneticamente: — Viva il Re, viva Nelson, abbasso i Francesi!

La regina si mordeva le labbra con un sorriso di odio, perchè in mezzo a tutti questi gridi non s’intese un sol grido di — Viva la regina.

Fummo ben presto assai lontani dalla città, e tosto cessarono tutti i rumori umani; il solo che ancora arrivava fino a noi era quello delle campane e delle artiglierie.

Dopo la nostra uscita dal porto avevamo distinto all’orizzonte il vascello, incontro al quale noi andavamo, e veniva col vento in poppa, cosa che impediva a noi di andare avanti, se privi di remi fossimo obbligati di andar colle vele.

Da questo doppio movimento ne accadeva che la nostra piccola flottiglia si avvicinava rapidamente al bastimento, che portava, come avevano detto le sentinelle, la bandiera di contro ammiraglio; e inoltre l’ammiraglio Caracciolo col suo occhio infallibile da marinaio riconobbe il _Vanguard_.

Senza dubbio Nelson da parte sua aveva scoperto e riconosciuto, malgrado la distanza, la piccola flottiglia; ed indovinando che veniva incontro a lui e per lui, tirò un colpo di cannone di cui vedemmo il fumo molto tempo prima di udirne il colpo, e come una fiamma inalberò la bandiera rossa d’Inghilterra.

Noi non potevamo rispondere colpo per colpo, mancando a bordo di pezzi di artiglieria; ma all’istante tutta la nostra musica diretta da Domenico Cimarosa, proruppe in giulive fanfare, e confesso ciò che mi piaceva di più, quantunque meno rumoroso, questo modo di contraccambiare gentilezze a Nelson, che di salutarlo colla voce brutale del cannone.

Confesso che non era senza una grande emozione, mi sentiva trascinata mio malgrado innanzi all’eroe, che io sapeva innamorato pazzamente di me: nessun sentimento m’aveva lasciato in cuore un’impressione tanto decisa per poter dire a me stessa quale sensazione avrei provato soltanto in vederlo, e già ai fremiti che mi scorreano per tutto il corpo, al pallore, ed al rossore che successivamente mi salivano al viso, comprendeva che questa sensazione sarebbe stata violenta.

Il _Vanguard_ aveva superato il capo della Campanella, e noi avevamo oltrapassato Torre del Greco, eravamo lontano appena tre miglia l’uno dall’altro; un quarto d’ora o venti minuti ancora, e la galera capitana sarebbesi trovata accanto al _Vanguard_. La regina vide il mio turbamento, e siccome io era come al solito seduta ai suoi piedi, essa si chinò all’orecchio: — Su via, pazzerella, coraggio, ricordati di Fanny Strung, dell’ammiraglio John Payne, e del marinaio Riccardo; ma quello che ora ti prega non è più Fanny Strung, è colui a cui andiamo incontro, non è l’ammiraglio John Payne, ma l’ammiraglio Nelson e in fine chi si tratta ora di salvare, non è un povero marinaio, ma un regno.

— Ah! signora, le dissi, è precisamente ciò che mi spaventa; se lo scopo non fosse così elevato, il mio spavento sarebbe minore, ma è stato così lontano dal mio pensiero che un giorno, mi si dicesse: La salvezza d’un regno dipende da te, e che al momento in cui mi è stata data questa splendida missione, io esitassi e non mi sentissi la forza di compirla.

La regina mi prese la mano, e me la strinse in modo, che mi comunicò la sua forza, per una specie di trasmissione magnetica; e infatti finchè essa mi teneva la mano, mi sentiva forte e quasi esaltata.

Continuammo ad avanzare finchè ci trovammo accosto al _Vanguard_. Io non ci vedeva nè ci sentiva più, mi trovava in uno stato simile a quello in cui mi metteva il dottor Graham nelle mie prime sedute di esposizione sul letto d’Apollo. Compresi che la regina mi diceva di alzarmi, sentii che mi spingeva verso la scala; macchinalmente e senza accorgermene salii per la prima, cosa che era contraria a tutte le regole dell’etichetta; presi il cordone e salii; in cima alla scala Nelson attendeva col capo scoperto, e là appena ricominciai a vedere, là mi trovai in faccia a lui che non aveva veduto dopo il suo viaggio da Tolone a Napoli. Dopo questo tempo, aveva perduto un occhio ed un braccio, e nascondeva sotto di una fascia nera la ferita che gli copriva la fronte: vidi tutto questo complesso di mutilazioni, mi prese tale un immenso sentimento di compassione, che io non dava ascolto che ad una ricompensa degna dell’eroe che aveva innanzi agli occhi, apersi le braccia e mi lasciai cadere sul suo cuore, gridando:

— Oh! mio Dio, è possibile? caro e grande Nelson.

Era sul punto di svenire, quando le lagrime uscirono a torrenti dai miei occhi, i singhiozzi sollevarono il mio cuore, senza di che sarei stata soffocata.

Da quel momento appartenni completamente a Nelson, come se mi avesse già posseduta.

Era più ancora di una rassegnazione, più ancora di un affetto, più ancora di un amore.

Era una fatalità!