XIII.
Il giorno seguente si tenne consiglio di Stato. Il re espose la situazione, non tacque nulla del disastro. L’avrebbe reso anche più grande se fosse stato possibile.
L’ammiraglio Caracciolo, come comandante le forze di mare, fu chiamato al consiglio. Siccome non aveva nulla a temere dalla parte di mare, poichè gl’Inglesi sorvegliavano il porto, propose di riunire i soldati di marina in un corpo di mille a mille e ducento uomini, di mettersi alla loro testa, e di muovere incontro ai Francesi. Impossessandosi delle strette degli Abruzzi prima che vi fosse giunto il grosso dell’armata napoletana, poteva mettere un ostacolo alla disfatta, e radunare colla forza i fuggitivi. Qualunque fosse il numero dei soldati perduti nei varii combattimenti contro i francesi, l’armata napoletana doveva essere ancor più forte almeno di quattro volte di quella da cui fuggiva.
Il re respinse quest’offerta. Egli dubitava della devozione di Caracciolo, e lo supponeva di voler organizzare quella truppa per riunirsi con essa ai patriotti.
Caracciolo offeso da quel sospetto, che non meritava, ritirandosi prima della fine del consiglio, dichiarò che si recava sul suo bastimento, ove aspettava gli ordini del re.
Ma prima di andarvi si fece annunziare dalla regina.
Anche dalla regina si teneva consiglio, ma questo consiglio si componeva soltanto della regina, di Nelson, di sir William e di me.
Fin dal giorno antecedente la regina aveva stabilito col capitano generale la sua fuga e quella della sua famiglia.
Essa esitava di ricevere l’ammiraglio Caracciolo, ma sir William Hamilton la decise a riceverlo.
La regina allora mi prese pel braccio, esigendo la mia presenza al suo colloquio coll’ammiraglio, senza dubbio per fargli comprendere la persistenza di un’amicizia che invece di diminuire si aumentava, per avere degli avvisi diretti od indiretti che gli si potessero dare contro quest’amicizia.
La pregai inutilmente di non espormi a qualche nuovo insulto da parte del principe napolitano; ma la regina mi dichiarò che così voleva, e che alla minima parola equivoca che sarebbe uscita dalla bocca dell’ammiraglio, egli sarebbe stato arrestato.
Ma fin dal primo momento era facile di scorgere che non vi era nulla di simile da temere da parte dell’ammiraglio; mai espressione più profonda di rispetto non fu impressa sopra nobile viso, quanto quella che potemmo leggere su quello di Caracciolo.
— Signora, disse facendo un inchino, il re ci ha ora dato contezza dei disastri dell’armata; ma fortunatamente la vostra fedele marina è intatta. Io non sono chiamato a dar suggerimento a V. M., ma se Vostra Maestà mi facesse l’onore di consultarmi, le darei quello, dopo aver, ben inteso, tenuto fermo fino all’ultimo momento e di aver fatto tutto per riprendere la nostra rivincita. Le darei, dico, il consiglio di abbandonare i suoi stati di terra ferma e di rifugiarsi in Sicilia.
— Tale è la nostra intenzione, signore, disse la regina.
— Allora, riprese Caracciolo, facendo un altro inchino, allora supplicherei V. M. di voler onorare la _Minerva_, e di sceglierla per suo bastimento di trasporto. La _Minerva_ è la miglior veliera di tutta la squadra napolitana, e nello stato in cui la battaglia d’Aboukir ha messo la flotta inglese, potrebbe gareggiare per velocità e sicurezza colle navi dello stesso lord Nelson; noi siamo in giorni di cattiva navigazione, conosco i nostri mari e direi quasi le nostre burrasche; nessuno dunque meglio di me potrebbe rispondere della sicurezza di V. M. e della sua augusta famiglia, ed io ne risponderò. In pochi giorni la fregata potrà essere accomodata in modo che V. M. vi possa trovarsi degnamente.
La regina salutò in segno di riconoscenza.
— È inutile di dire, continuò Caracciolo, che se lady Hamilton e sir William credono, come è probabile, opportuno di seguire V. M., sarà un grande onore per me di riceverli a bordo; il più grande che potei ottenere, se non avessi avuto nello stesso tempo quello di ricevere V.