Chapter 10 of 14 · 2106 words · ~11 min read

X.

Nel momento in cui entrammo, udimmo come una dolce melodia, e riconobbi alla misura dei versi, alla loro forma energica, che il giovine napolitano recitava senza dubbio versi di Dante.

Siccome il nostro arrivo si fece silenziosamente, ed i prigionieri non potevano supporre che erano veduti ed ascoltati, egli continuava.

Ho detto l’impressione che mi fece quando i miei sguardi si fermarono su di lui per non più lasciarlo; ho detto, che, seduto com’era appoggiato su di una mano, e coll’altra levata al cielo quanto glielo permetteva la lunghezza della catena, aveva la posa di Socrate e l’ispirazione di un profeta.

Senza dubbio aveva pensato che i suoi due amici avevano bisogno di essere confortati ed incoraggiati, perchè recitava loro il canto XIV del Paradiso, ove Dante condotto da Beatrice, sale fino al cielo di Marte, ove trova le anime di quelli che hanno combattuto per la vera fede, che sotto la forma di lingue di fuoco circondano la croce, glorificano il Crocifisso.

La vera fede, agli occhi di questo giovane entusiasta, era la libertà per la quale egli moriva, e la sua speranza, che cercava di far partecipare ai suoi compagni, era di essere un giorno una delle melodiose lingue di fuoco.

Ora, dopo aver detto ciò che vedemmo, diremo quanto sentimmo.

Quando la voce giunse distinta al mio orecchio, aveva recitato già quasi tre quarti del canto, e con voce sonora, e coll’occhio fisso come a qualche cosa d’ignoto, era a questo verso:

«Qui vince la memoria mia lo ingegno».

I suoi amici l’ascoltavano colla bocca aperta e sorridente; si sarebbe creduto che dicessero: — Canta il tuo ultimo canto, bel cigno della libertà.

Egli continuava; forse non pensava più ad essi, e, come Dante, era rapito in estasi, davanti allo spettacolo che si offriva alla sua vista.

Chè in quella croce lampeggiava Cristo; Sì, ch’io non so trovare esempio degno. Ma chi prende sua croce, e segue Cristo, Ancor mi scuserà di quel ch’io lasso, Vedendo in quell’albòr balenar Cristo. Di corno in corno, e tra la cima e il basso, Si movean lumi scintillando forte Nel congiungersi insieme e nel trapasso: Così si veggion qui diritte e torte, Veloci e tarde, rinnovando vista, Le minuzie de’ corpi lunghe e corte Muoversi per lo raggio onde si lista Tal volta l’ombra, che, per sua difesa, La gente con ingegno ed arte acquista. E come giga ed arpa, in tempra tesa Di molte corde, fan dolce tintinno A tal, da cui la nota non è intesa; Così da’ lumi, che lì m’apparinno, S’accogliea per la Croce una melode, Che mi rapiva senza intender l’inno. Ben m’accors’io, ch’ell’era d’alta lode, Perocchè a me venia: risurgi e vinci, Com’a colui che non intende e ode. Ed io m’innamorava tanto quinci, Che ’n fino a lì non fu alcuna cosa Che mi legasse con sì dolci vinci. Forse la mia parola par tropp’osa, Posponendo ’l piacer de gli occhi belli Ne’ quai mirando mio desio ha posa.

Dicendo questi ultimi versi, il condannato era così bello, così pieno d’entusiasmo, che sembrava convinto che i suoi due compagni applaudissero, come avrebbero fatto per un attore da teatro, confondendo il rumore delle loro catene ai loro applausi.

Ad un tratto, in mezzo ai bravi ed al confricamento dei ferri, si udì, dalla camera vicina, vale a dire dalla cappella, questo grido:

— Figlio mio! dov’è? dov’è mio figlio?

Emmanuele riconobbe quella voce.

— Mio padre! mio padre! esclamò, eccomi.

Dimenticando che era incatenato, fece un movimento così violento per lanciarsi incontro a suo padre, che una delle catene, quella del braccio destro, si ruppe.

Ma arrestato in mezzo al suo slancio dagli anelli della gamba e dalla catena del braccio sinistro, il giovane ricadde con un gemito sul suo materasso.

In questo momento il vecchio Giuseppe de Deo comparve alla porta, e si gettò nelle braccia di suo figlio gridando: — Emmanuele, caro Emmanuele!

Padre e figlio si tennero un istante abbracciati, ed i capelli neri del giovine si confusero coi capelli bianchi del vecchio.

Vi furono dei momenti di silenzio, durante i quali non s’intesero che i singhiozzi di Emmanuele e di Giuseppe de Deo, il cui cuore si inteneriva nell’abbraccio del figlio.

Giuseppe de Deo ruppe pel primo quel silenzio.

— Voi sapete, disse ai due carcerieri che lo avevano accompagnato, che ho il diritto di restar solo con lui.

Senza dubbio i carcerieri erano prevenuti di questo favore accordato al povero padre, chè già distaccavano le catene dei due altri giovani che furono condotti nella cappella.

Il padre ed il figlio restarono soli.

— Oh! signora, bisbigliai all’orecchio della regina, perchè non tolgono anche a lui le catene, onde in quest’istante di felicità, che vi deve, dimentichi di essere prigioniero?

— Dimandi questa grazia, disse la regina, e gli sarà accordata.

Come se i carcerieri stessi fossero stati compresi della sua attuazione, rientrarono, sciolsero gli anelli dei piedi di Emmanuele de Deo e liberarono l’ultimo ostacolo che incatenava la sua mano sinistra.

Si alzò, scosse la testa come un giovine leone, che riconquista la sua libertà, e mise un sospiro di soddisfazione.

— Ah! mio caro padre! esclamò con gioja, come se fosse passato ogni pericolo; che consolazione che è il rivederci, ed a qual miracolo debbo la fortuna della vostra presenza e di questo istante di libertà?

— È un miracolo davvero, mio caro Emanuele, e mi pare ancora incredibile, rispose il vecchio; era nella chiesa di S. Brigida, ove pregava Iddio di venire in nostro aiuto, quando una dama venne a cercarmi da parte della regina.

— Da parte della regina! esclamò Emmanuele, guardando suo padre col più profondo stupore, mentre la sua fronte si oscurava visibilmente; da parte della regina? — impossibile.

— Anch’io ho detto così dapprima, ma ho dovuto credervi. Io seguii la dama, salimmo in carrozza, e mi condusse a palazzo.

— E questa dama la conoscete? chiese vivamente il giovine.

— No, rispose esitando il vecchio.

— Voi la conoscete, riprese il giovine; è la marchesa di S. Marco, la baronessa di S. Clemente?

Il vecchio scosse la testa.

— Vediamo, ditemi chi è dunque, padre mio.

— Credo, rispose don Giuseppe, con un timore visibile che la sua dichiarazione fosse mal accolta, credo che sia l’ambasciatrice d’Inghilterra.

— L’ambasciatrice d’Inghilterra! Lady Hamilton! Emma Lyonna! — E chi ha dato il diritto a quella donna perduta di mischiarsi dei nostri affari?

— Figlio mio, soggiunse il vecchio, non parlare così di lei, io giurerei che è lei che ha chiesta la grazia per te.

— La mia grazia... alla regina! — ma che dite mai, padre mio! è la regina che ci fa condannare, essa non può volere la nostra grazia.

— Te la porto però, figlio mio.

— Voi me la portate?

— Sì, ma ad una condizione.

— Ah! disse Emmanuele con un movimento sdegnoso della bocca, vediamo questa condizione, padre mio.

Ed Emmanuele si lasciò cadere su di uno sgabello; suo padre gli posò la mano sulla spalla.

— Bisogna che tu consideri prima di tutto, figlio mio, gli disse, quanto è grande il mio amore per te, ed in quale profonda tristezza, in quale supremo isolamento mi lascerebbe la tua morte.

— Padre mio, ditemi subito quale sia questa condizione, altrimenti crederei, come ne dubito già, che sia impossibile che io l’accetti.

— Noi partiremo, figlio mio, lasceremo l’Italia, l’Europa, se fa bisogno, purchè tu viva, purchè io sia vicino a te; — che m’importa qual angolo del mondo abiteremo?

— Confessate, padre mio, disse il giovine con un sorriso amaro, confessate che vogliono da me qualche viltà che spaventa fin voi stesso.

— Pensa al disonore che una esecuzione pubblica getterà sulla nostra casa, pensa che sei condannato ad una morte infame.

— Meglio vale una morte infame che una vita infamata, padre mio. — Ma questa condizione, alla quale si consente che io viva, qual è dunque?

— Pensa, figlio mio, che tu salvi non soltanto la tua vita, facendo ciò che la regina desidera, ma anche quella dei tuoi due compagni.

— Ma infine, padre mio, esclamò Emmanuele de Deo, battendo col piede la terra con impazienza, che vuole la regina?

— Ciò che ti ha fatto condannare, mio caro Emmanuele, disse il vecchio, la tua ostinatezza di non fare delle rivelazioni innanzi ai giudici.

— Sì? e si spera che ne farò innanzi al patibolo, e si è scelto mio padre per venirmi a fare una tale proposta; hanno fatto di mio padre un messaggero di vergogna.

Il vecchio cadde in ginocchio innanzi a suo figlio, e nascose la testa nel suo petto.

— Figlio mio, mio caro figlio! esclamò don Giuseppe.

E diede in singhiozzi, in mezzo ai quali non si sentivano che queste parole:

— Ti amo tanto, — ti amo tanto, tu non sai, tu, che sia l’amore d’un padre.

— Oh! non lo sapevo, ma lo so ora, perchè voi non avete rifiutato di venire a farmi una tale proposizione. Ah! sì, voi mi amate terribilmente, poichè accettate la mia vergogna, la vostra e quella di tutta la vostra famiglia per la mia vita.

— Figlio mio, esclamò il vecchio stringendolo contro il cuore senza guardarlo, abbi pietà dello stato in cui mi vedi.

— Alzatevi, padre mio, disse il giovine baciandogli le mani, e ascoltate in piedi ciò che ora vi dico.

Il vecchio obbedì, perchè era egli che pregava, e suo figlio che comandava.

— Mi pare, continuò Emmanuele de Deo, che la tirannia, in nome di cui venite voi, non è sazia del sangue del patrioti, ma vuole anche il loro onore, ed in cambio della vita vergognosa che mi offre, chiede... quante altre... voi non ne sapete padre mio — si avrebbe dovuto fissarvene un numero. Io sapeva bene che nulla di buono potea venirmi da quella donna, e quando voi me ne avete pronunziato il nome, insieme a quella sua degna amica, ho sentito svanirmi ogni speranza; no, no, lasciatemi morire, padre mio; lo so, la libertà costa caro a Napoli, e per climatizzarla bisognerà versare dei fiumi di sangue; ma non dimenticatelo, il primo sangue che sarà versato, sarà sempre il più illustre; pensate all’esistenza odiosa che voi mi proponete. — Fuggire? ed in qual terra incognita, in qual angolo sconosciuto del mondo nasconderemo la nostra vergogna? — No, — calmate il vostro dolore, consolatevi con questa convinzione che muoio innocente, e che la mia morte è un omaggio alla lealtà; sopportiamo con coraggio ambedue il nostro martirio di un momento, e verrà il giorno in cui il mio nome reclamerà una parte gloriosa nella storia, in cui voi direte con orgoglio: Chi ho messo al mondo io, fu il primo a morire pel suo paese.

— Ebbene, capisco che tu ricusi di vivere ad una tale condizione, ma lasciami rivedere la regina, le dimanderò la grazia senza che tu abbi da arrossire nell’accettarla; sono sicuro che, vedendomi ai suoi piedi e udendo le mie preghiere, te l’accorderà.

— Non farlo, padre mio! oh! in nome del cielo non vogliate farlo! Non vedete che questa donna cammina nella via della perdizione, e che una buona azione la salverebbe? Ora il giorno dei tiranni è venuto. Come sua sorella Maria Antonietta, è una traditrice del suo paese, un’adultera cui non saziano più gli amori impudichi, ma ricorre ad amori infami, contro natura; al principe Caramanico, questo bravo e leale cavaliere, è succeduto un intrigante irlandese, di dubbia nascita, scacciato dalla marina francese, non so per quale azione vergognosa, che non pensa che ad ingrassarsi coll’oro dei napolitani, e che, vile ministro d’una ganza incoronata, non ha per colpirci nemmeno la scusa dell’odio suo; finalmente a questo intrigante irlandese, succedette una cortigiana plebea, una figlia raccolta da un ciarlatano sulle strade di Haymarket, una prostituta, che la regina crede di elevare fino al trono ov’è seduta, e che al contrario ha abbassato la regina fino al lupanare donde ella esce. No, no, padre mio, non chieder nulla a quella trinità senz’anima; noi siamo vissuti puri fino ad ora, e moriamo puri come abbiamo vissuto.

— Ah! sì, bisbigliò la regina, sì, tu morrai miserabile, e nulla al mondo ti potrà salvare; scendesse Dio stesso dal cielo per dimandarmi la tua grazia, gliela rifiuterei. Vieni, Emma, vieni, abbiamo ascoltato abbastanza; dico abbiamo, perchè ne hai avuto anche tu la tua parte.

E prendendomi la mano, con una specie di ruggito da lungo tempo soffocato, e che si aumentava a misura che scendevamo per le scale, essa mi trascinò più morta che viva da quel gabinetto.

Era la prima volta che mi sentiva a maledire.