IV.
Diciamo una parola sul primo colpevole o piuttosto sul primo innocente che aperse a tante vittime la via sanguinosa del patibolo.
La regina trovandosi a Napoli per la solennità di Pasqua, cosa che essa non mancava mai di fare, udimmo raccontare che la chiesa del Carmine, una delle più venerate di Napoli, era stata profanata da una tremenda empietà.
Bisogna che dica dapprima che cosa sia la chiesa del Carmine.
La chiesa del Carmine fu fondata dalla principessa Elisabetta madre del giovane Corradino.
Ella venne con una nave carica d’oro per riscattare suo figlio delle mani del duca d’Anjou, o piuttosto del re di Napoli; ma arrivò troppo tardi; e l’oro che doveva riscattare l’infelice giovane fa destinato a costruire una cappella, nella quale fu sepolto il suo corpo con quello del duca d’Austria, suo amico, che potendo vivere senza di lui, volle morire con lui.
Nel 1438, mentre Renato d’Anjou faceva l’assedio di Napoli, una palla lanciata da lui minacciò la testa di un grande Crocifisso di legno collocato sull’altare, sotto al quale era seppellito Corradino. Il Crocifisso chinò la testa sulla spalla destra in modo che la palla passò senza toccarlo e andò a conficcarsi nel muro.
Questo Crocifisso aveva già una grande riputazione di santità; per un miracolo particolare del cielo, i capelli crescevano sulla sua testa come su di un cranio vivente, e tutti gli anni, nei giorni santi della Pasqua, il sindaco di Napoli taglia questi capelli con forbici d’oro, e dopo aver fatto la parte del re, della regina e del principe reale, distribuisce il resto ai fedeli.
È nel chiostro di questa stessa chiesa, che nel 1647 fu assassinato Masaniello dopo sette giorni di regno.
In causa di tutte queste tradizioni in parte storiche ed in parte religiose, la chiesa del Carmine situata presso il vecchio mercato, vale a dire nel quartiere più popoloso di Napoli, è in venerazione non solamente fra i lazzaroni, ma ancora fra tutte le classi della società. Ora precisamente la domenica di Pasqua del 1794, nel momento in cui il sacerdote mostrava l’ostia, si udirono bestemmie abbominevoli, ed un uomo pallido, coi capelli irti, colla fronte bagnata di sudore, e colla schiuma alla bocca, si fa strada in mezzo alla folla percuotendo a destra e sinistra, corre all’altare, percuote in viso il sacerdote, gli strappa l’ostia di mano, e la pesta sotto i piedi.
Nel medio evo si sarebbe detto che quello uomo era un ossesso, e lo si avrebbe esorcizzato.
Nel secolo XVIII lo si considerava come un bestemmiatore, un empio propagatore de’ principii sacrileghi della Francia, e fu sottoposto a processo che non fu lungo. Il colpevole non solamente non negò, nè si scusò di nulla; ma in faccia ai giudici negò Dio, negò Gesù, negò la Vergine.
Egli si chiamava Tommaso Amato, era di Messina, aveva trentasette anni, tre fratelli, una sorella, era orfano di padre e madre, e non aveva dimora fissa.
Tale fu almeno la sua dichiarazione. Il clero trasse un gran partito da questo avvenimento, disse che quell’uomo rappresentava l’empietà dei tempi, ed era un simbolo vivente della corruzione in cui i principii rivoluzionari avevano spinto la società.
In quanto ai giudici essi credettero di non poter abbastanza esprimere l’orrore che cagionava un tale delitto, e non soltanto condannarono il colpevole ed essere appeso, ma di andare al supplizio con una sbarra alla bocca, perchè le bestemmie che avrebbe pronunziato il paziente alla sua ultima ora non scandalizzassero la coscienza dei buoni cristiani.
Inoltre, durante i tre giorni che precedettero l’esecuzione, si fecero pubbliche preci in tutte le chiese per l’espiazione di questo delitto.
Soltanto due giudici, il presidente Cito ed il consigliere Potenza, si pronunciarono contro la pena di morte, e dimandarono che Tommaso Amato fosse chiuso in un manicomio.
Il sabato, 17 maggio, fu il giorno fissato per l’esecuzione.
Si fecero percorrere al condannato tutte le vie di Napoli, eccettuate quelle attigue al palazzo reale, perchè in alcune di queste avrebbe potuto incontrare il re, e questo incontro avrebbe potuto salvarlo. Il clero voleva far vedere a tutta Napoli cosa fosse un bestemmiatore.
Finalmente si condusse il paziente alla piazza del Mercato, ove doveva aver luogo l’esecuzione. Egli era accompagnato non solamente dai Bianchi, vale a dire dai membri di quella confraternita che gode del tristo privilegio di confortare moralmente e fisicamente i condannati nella loro ultima ora, ma dalle dieci o dodici confraternite di tutti i colori che esistono nella città di Napoli.
Malgrado questa lunga e faticosa passeggiata, una specie di esaltazione furiosa sosteneva il condannato, che salì la scala con un passo abbastanza risoluto, come se avesse ignorato che ognuno di quei gradini lo conduceva alla morte. Poi, terminata l’esecuzione, il corpo fu gettato su di un rogo e le ceneri di questo rogo in cui erano mescolate le sue furono sparse al vento.
Poi, nella stessa sera, in cui questa esecuzione terribile aveva riempito Napoli di spavento, giunse una lettera del generale Danero, governatore di Messina, che reclamava, come fuggito dall’ospedale di Messina, un povero pazzo chiamato Tommaso Amato.
Quantunque questa lettera si fosse tenuta segreta, pure ne trasparve il contenuto. Napoli lo seppe; ed i giacobini si affrettarono di spargere per la città che i giudici avevano preso l’esaltazione di un pazzo per l’empietà di un ateo.
Questo errore che avrebbe dovuto calmare l’entusiasmo dei giudici, sembrò invece che l’avesse raddoppiato. Decisero che le sedute del tribunale durassero senza posa, eccettuate le ore delle refezioni e del sonno.
Fu circa in questo tempo, che, per vendicarsi della sua disfatta a Tolone, l’Inghilterra decise la sua spedizione contro la Corsica. Il gabinetto di S. Giacomo aveva da qualche tempo delle trattative con Paoli, ed era sicuro di contare su questo patriota, che i suoi concittadini, — prima di sapere ciò che sarebbe diventato il giovane Buonaparte che appena allora cominciava a distinguersi a Tolone, — consideravano come il più grand’uomo che fosse nato nell’isola.
La regina fu prevenuta di questo progetto da sir William Hamilton, o piuttosto da me; si trattava di ottenere da lei, — e la cosa non era difficile, — che essa riunisse, a’ termini del trattato firmato fra la Gran Brettagna ed il regno delle Due Sicilie, le sue truppe a quelle dell’Inghilterra. Allora il re fece correre la voce d’aver dato per questa spedizione dieci milioni della sua cassetta particolare, e la regina si mostrò alle passeggiate ed allo spettacolo con ornamenti in brillanti falsi, dicendo che aveva sagrificato i veri ai bisogni dello Stato.
Nelson fu incaricato di fare l’assedio di Calvi; una palla caduta sul suolo a pochi passi da lui innalzò una grandine di sassi in frantumi, di cui uno lo colpì nell’occhio sinistro e glielo portò via.
Se si vuol conoscere di qual tempra fosse il cuore di questo indurito marinaio, — che il cannone della Francia smembrò a poco a poco fino al giorno in cui questa potenza in cambio di due flotte distrutte lo fulminò a Trafalgar, — bisogna leggere la lettera che scriveva all’ammiraglio Hood il giorno stesso in cui ricevette questa terribile offesa.
«Mio Lord
«I rapporti che vi sono giunti intorno alla battaglia non vi hanno probabilmente fatto parola di una cosa, che per sè stessa è di poca importanza. Si tratta di una leggiera ferita che ho ricevuto questa mattina, — leggiera, lo vedete, perchè non mi impedisce di scrivervi questa sera.
«Credetemi colla stima più sincera.
«Vostro fedelissimo,
«_Orazio Nelson_.»
Sapemmo poi sir William ed io questa notizia dal punto di vista della _ferita leggiera_, senza mai pensarci che questa ferita leggiera fosse la perdita di un occhio.
La regina che era lungi dall’aspettarsi i servigi che Nelson le avrebbe reso qualche anno dopo, prese però un certo interesse all’avvenimento; in quanto a Ferdinando poi, udendo che Nelson aveva perduto un occhio:
— Quale? chiese egli.
— Il sinistro, sire, gli si rispose.
— Oh! allora, ciò non gl’impedirà di andare a caccia.
In tutto il tempo che fin allora passai a Napoli, aveva desiderio di vedere un’eruzione del Vesuvio; e ridendo, aveva pregato sir William, visto la sua intimità col vulcano, di comandargli qualche piccola scossa per me.
Fui servita co’ fiocchi.
Il 12 giugno, verso sera, sir William si ritirò alle 11, e siccome io era ancora dalla regina, venne a prendermi.
— Signora, mi disse dopo aver salutato le Loro Maestà, vengo dall’osservatorio; avete desiderato un’eruzione ed un terremoto; se il pendolo accenna al vero, ne avrete una delle più belle.
— Bene, disse il re, non ci mancherebbe che questo.
— Signore, disse la regina, vi sono dei momenti in cui la natura sembra prendere la sua parte agli avvenimenti umani, ed entrare nelle ire private; — vi ricordate i presagi che precedettero la morte di Cesare?
— Oh! no di certo, signora; — ho inteso parlare un giorno da sir William di qualche cosa come di una cometa; ma le comete mi sono assai indifferenti, mentre il terremoto mi fa sempre paura, prima di tutto a me personalmente, come tutti i pericoli di cui non comprendo perfettamente la causa, e poi mi rovina. Sapete voi quanto mi è costato quello del 1783?
— Spero che in tal caso, soggiunse la regina, non farete le stesse pazzie d’allora; noi dobbiamo in questo momento fare un miglior impiego del nostro denaro, che di ricostruire le capanne dei vostri Calabresi.
— Forse varrebbe meglio impiegarlo a ciò, che spenderlo per fare la guerra alla Francia; è un tristo vulcano codesto, signora, che non rovescia soltanto le capanne, ma i palazzi.
— Non avete dunque paura che i Giacobini di Parigi vengano a prendervi Portici e Caserta.
— Eh! Eh!
La regina alzò le spalle.
— Dite quel che volete, signora, continuò il re. Ho più paura dei giacobini di Parigi che di quelli di Napoli. Io conosco Napoli, io. Che diavolo! ci sono nato, e con tre F faccio ciò che voglio.
— E quali sono queste tre F, chiesi io ridendo al re.
— Come? mia cara, non conoscete l’assioma favorito di S. M.?
— No, signora.
— Con tre F si governa Napoli: _Forca, Festa, Farina._
— È la vostra opinione, signora? chiesi ridendo.
— A mio avviso credo che ve ne siano due di troppo, basterebbe soltanto la _forca._
— Intanto, disse il re, avremo un terremoto. Credete voi, sir William, che l’avremo?
— Temo pel sì.
Il re tirò il campanello, un usciere apparve alla porta.
— Fate attaccare i cavalli alla vettura, disse.
— E dove andate dunque? chiese Carolina.
— A Caserta, disse il re, — e voi?
— Io resto qui.
— E voi signora? mi disse il re.
— Se la regina rimane, rimarrò anch’io, risposi.
— E voi, sir William?
— Sire, non mi duole punto di studiare da vicino il fenomeno.
— Studiate, mio caro amico, studiate; per fortuna voi non siete punto grasso ed asmatico, come quel dotto romano che è stato soffocato a Stabia, — come lo chiamate voi?
— Plinio, Sire.
— Plinio, è lui, eh! dite poi che io non so la storia antica, signora.
— Oh! signore, chi vi può mai far rimprovero di simil cosa? quando si sia avuto per professore il duca di S. Nicandro, si sa tutto.
— Eh! signora, disse il re, è già saper molto il sapere di non saper nulla; è bene perciò che avendo l’istinto in difetto dell’intelligenza, io mi salvo.
— Con tanto piacere, mie signore, con tanto piacere, sir William.
E siccome l’usciere era ritornato per annunziare che la carrozza era pronta:
— Eccomi, eccomi, disse il re uscendo di fretta.
Un momento dopo s’intese il rumore della carrozza che conduceva Sua Maestà lontano da Napoli.