IX.
Restammo sole, io e la regina.
Essa era commossa, ma si scorgeva che il suo cuore, rivestito di triplice acciaio, aveva d’uopo di ben altre emozioni per intenerirsi.
— Ora a noi due, disse.
Io non mi era levata la mantiglia; essa mise la sua, si tirò l’acconciatura sugli occhi, mi prese pel braccio e mi trascinò verso lo scalone.
Abbasso ritrovammo la carrozza di cui mi era servita per andare nella via S. Brigida; la regina vi entrò, ed io dopo di essa.
Il domestico chiuse la portiera.
— Dove? chiese egli.
— Alla Vicaria, rispose la regina, e la carrozza prese al gran trotto la strada Toledo, che lasciò all’angolo del palazzo Maddaloni, per inoltrarsi in quel dedalo di stradicciuole che conducono al vecchio palazzo Capuano.
Altre volte passai vicino a quell’edifizio, ed aveva osservato con terrore i prigionieri arrampicantisi alle grate delle prigioni, e le teste tagliate ed esposte agli angoli del bastione nelle loro gabbie di ferro. Ma questa volta doveva entrare in questo terribile recinto, in cui i condannati sudavano nella cappella ardente la loro tremenda agonia di tre giorni.
Era evidente che andava ad assistere non solo a qualche cosa di nuovo, ma di lugubre, di terribile, d’inaudito per me.
Mi appoggiai tutta tremante alla regina, e la sentii dura e fredda come un marmo; bisognava che avesse orribilmente sofferto, per essere divenuta impassibile fino a quel punto.
Senza dubbio eravamo aspettate, perchè, al solo rumore della nostra carrozza, la porta si aperse, e ci trovammo nella corte.
Un uomo con una lanterna in mano aspettava a piè dello scalone.
Il servo aperse la portiera, la regina discese ed andò verso quell’uomo che teneva la lanterna.
Io la seguii inciampando.
— Siete voi il capo-custode? disse la regina con una voce di comando che non apparteneva che a lei.
— Sì, signora.
— M’aspettavate?
— Aspetto una persona che deve consegnarmi un ordine del signor procuratore fiscale.
— Eccolo.
— Mi permetterete che lo legga?
— È vostro dovere.
Il carceriere lesse l’ordine del procuratore fiscale, lo piegò e lo mise in tasca.
— Ora, signora, spetta e voi il comandarmi ed a me l’obbedire; che volete?
— Il padre del condannato Emmanuele de Deo ha ottenuto dal signor procuratore fiscale il permesso di passare un’ora con suo figlio; vorrei assistere al loro colloquio, senza che si sappia ch’io sia là ad ascoltare ciò che diranno, se è possibile.
— Nulla di più facile, signora; i tre prigionieri sono nella camera dei morti, — così chiamasi la camera ove i condannati passano i tre ultimi giorni della loro vita; — questa camera comunica da un lato colla cappella, e dall’altro collo spogliatoio, ove la confraternita dei Bianchi, che accompagna i pazienti al patibolo, vi deposita le sue lunghe vesti bianche. In questo gabinetto si arriva per una scala segreta, senza bisogno di passare per la cappella e per la camera dei morti. Alcune volte invisibili ascoltatori sono mandati dai giudici per ascoltare le conversazioni dei condannati, ed anche per sorprendere i gesti che si fanno a vicenda. Voi entrerete in quel gabinetto, e di là vedrete e udrete tutto ciò che succeda nella camera dei morti.
— Ebbene, andiamo.
Il carceriere aperse il cancello contro cui stava appoggiato. La regina passò pel vano aperto e salì leggermente all’oscuro le scale che aveva innanzi.
— Oh! signora, aspettatemi, gridai. Il cancello si chiuse dietro di noi, stridendo sui cardini, poi si udì la chiave girare nella toppa.
La regina arrivò al primo pianerottolo; io la cercai a tastone, poichè, in causa dei nostri abiti neri, eravamo completamente invisibili nell’oscurità, e mi avvinghiai a lei.
Il carceriere passò vicino a noi, e la sua lanterna gettò una pallida luce su quelle tetre pareti.
Al primo piano un altro cancello chiudeva la scala in tutta la sua larghezza.
Il carceriere l’aperse come la precedente collo stesso stridore dei cardini e della chiave, e, passatolo, lo richiuse dietro di noi. Mi sentii doppiamente oppressa: mi sembrava che qualunque persona, quantunque innocente, che entri in un carcere le paia che queste porte terribili, quantunque fatte pei delitti, non debbano più riaprirsi.
Entrammo in un corridoio stretto ed umido, su cui erano delle specie di finestre colle grate, dalle quali avevano aria e luce le carceri. Al passaggio della lanterna innanzi alle loro finestre in un’ora insolita, si vedevano qua e là i prigionieri alzarsi sul loro letto, e si udiva lo strisciare della loro paglia. Aveva una paura immensa, simile a quella che si prova nei luoghi sconosciuti e terribili. Di quando in quando bisognava fermarsi, aprire un nuovo cancello innanzi a noi e chiuderlo dietro; ad ognuno di essi, mi sembrava, come a Dante, di scendere in una nuova bolgia d’inferno: se fossi stata sola affatto coll’uomo che ci conduceva, sarei svenuta, se fossi stata sola, sarei morta di spavento.
Arrivammo all’estremità del corridoio. Quell’estremità mettea capo ad una scala tanto stretta e chiusa da un cancello con sbarre incrociate come quelle due finestre, che la mia mano, che è tanto piccola non avrebbe potuto passare nel vano delle sbarre.
Il carceriere si rivolse, e a voce bassa disse:
— Non abbiamo più che questo cancello da aprire, e questa scala da salire, e poi ci siamo.
— Aprite allora, disse la regina con una voce da cui era impossibile distinguere la minima emozione.
Il carceriere obbedì, ma con precauzioni che provavano che infatti noi arrivavamo alla meta del nostro viaggio, e che desiderava di non essere inteso da quelli che n’erano l’oggetto; del resto la serratura ed i cardini di quest’ultimo cancello erano mantenuti in modo che potevano girare senza il minimo rumore: difatti non bisognava che l’occhio e l’orecchio si avvicinasse in silenzio a quelli che spiavano e tradivano?
Salimmo con tale precauzione, che in mezzo al silenzio non intesi neppure il rumore dei nostri passi, ma solamente il battito del mio cuore.
Arrivammo in una specie di gabinetto, su cui la regina entrò risolutamente, ed io mi fermai sulla soglia.
Contro le pareti, simili ad ombre, stavano in piedi ed immobili le lunghe vesti sospese dei Bianchi, coi buchi nel cappuccio che corrispondono agli occhi, perchè, come abbiamo detto, era in questo gabinetto attiguo alla camera dei morti che i penitenti indossavano il lugubre vestito, col quale accompagnavano i pazienti al patibolo.
La regina vide il mio terrore, e ne indovinò la causa: senza dirmi nulla mise la mano su una di quelle vesti e la scosse in modo da provarmi che non si nascondevano fantasmi nelle loro pieghe.
Poi mi fece segno d’entrare.
Allora il carceriere mostrò alcuni fori praticati nelle commessure delle tavole di legno in modo da non essere veduti dalla camera dei morti. D’altronde una volta che i prigionieri si trovavano in questa camera, non avendo più la libertà dei loro movimenti, non potevano più scrutare nè il tavolato nè le pareti. Inoltre una specie di tubo di latta, costruito a guisa di portavoce, riusciva all’orecchio quando la persona nascosta nel gabinetto guardava attraverso alla fessura, cosichè si poteva ad un tempo vedere ciò che si faceva, e udire ciò che si diceva nella camera dei morti.
Vi erano due di queste fessure e due tubi.
Il carceriere ce li indicò.
— Aspettateci al piede di questa prima scala al di qua del cancello, disse la regina.
Il carceriere ubbedì; egli lasciava la sua lanterna in terra, ma la regina la raccolse e gliela pose in mano.
Restammo all’oscuro; però dalla camera dei morti, che per meritare il suo nome di cappella ardente era illuminata a giorno, apparivano due punti luminosi attraverso al tavolato, ed indicavano il luogo preciso ove mettersi per osservare.
Ci avvicinammo alla parete tenendo il fiato, vi appoggiammo le mani con precauzione per non far scricchiolare le tavole di legno, poi avvicinammo l’occhio alla fessura, ed ecco ciò che vedemmo.
In una sala quadrata di mediocre grandezza, che non aveva altro accesso che una porta che metteva in una cappella, erano posti in terra tre materassi, sui quali stavano coricati i tre condannati Emmanuele de Deo, Galiani e Vitagliano. I loro piedi e le loro mani erano legati ad anelli impiombati sul pavimento. Solamente i ceppi che serravano uno dei piedi erano aderenti all’ammattonato, mentre quelli delle mani uniti ad una catena lunga circa tre piedi, permettevano loro di adagiarsi sul letto ed anche di portare le mani ad una certa altezza.
Questi tre materassi erano appoggiati alle pareti, uno in fondo alla camera rimpetto a noi, gli altri due uno a destra e l’altro a sinistra; però quello a destra, che era occupato dal giovane Emmanuele de Deo, era collocato vicino ad un affresco dipinto sulla parete, rappresentante Gesù crocifisso colla Vergine ai suoi piedi.
Vicino a quest’affresco ardevano una ventina di ceri, che formavano intorno ai prigionieri una parete di fuoco.
Era coricato sul suo letto, come il quadro, o piuttosto come l’incisione, — non avendo mai veduto il quadro, — come l’incisione del quadro di David rappresentante Socrate nel momento che beve la cicuta; però invece del vecchio dalla fronte prominente, dal naso schiacciato, che diceva agli Ateniesi: — «non valeva la pena di togliermi la vita, non avevate che lasciarmi morire» — vi era invece un bel giovane, dal profilo greco, pallido, cogli occhi pieni di foco, i capelli lunghi e neri che cadevano in anella sulle sue spalle; e come aveva detto anche suo padre, in tre anni di carcere i suoi capelli avevano avuto il tempo di crescere.
Non so qual sentimento di pietà o di ammirazione questo giovane ispirò alla regina; ma so che quanto a me, dopo aver dato uno sguardo ai suoi compagni, i miei occhi si fissarono su di lui a non lo lasciarono più.
Un artista avrebbe fatto un magnifico quadro di questo giovane splendidamente illuminato da ceri che lo circondavano, incatenato su di un materasso ai piedi di questo affresco, vestito solamente con pantaloni neri, moda adottata nello stesso tempo dei capelli alla Tito, col collare rivolto sulle spalle e che parlava ai suoi compagni della morte e della immortalità, come avrebbe fatto un profeta!
Era veramente sublime così; lo si sarebbe detto Giovanni il discepolo prediletto di Cristo, se avesse avuto i capelli neri, invece delle bionda capigliatura data all’apostolo da Leonardo da Vinci, l’immortale autore dalla cena.