Chapter 2 of 14 · 1981 words · ~10 min read

II.

Una volta distolta dalle terribili preoccupazioni che le cagionò l’accusa di sua sorella, colla presenza di Nelson a Napoli, lo spirito ed il cuore della regina ritornarono, appena partito il capitano inglese, verso la Conciergerie, come l’ago calamitato che per un istante oscilla accidentalmente, ritorna invincibilmente al polo.

Il processo durante questo tempo avea preso una via rapida e fatale. Rinviata al tribunale rivoluzionario e trasportata alla Conciergerie il 1. agosto, Maria Antonietta aveva sostenuto un interrogatorio al 12 ottobre, ed al 16 era stata condannata a morte e giustiziata.

Benchè la regina di Napoli supponesse bene che la Convenzione non avrebbe perdonato a Maria Antonietta, oggetto principale del suo odio, il colpo che provò quando apprese la sua esecuzione non fu meno terribile.

Udendo la morte di Luigi XVI, il dolore di Maria Carolina fu quello di una donna; ma alla notizia di quella di sua sorella, non fu più un abbattimento, fu collera, e collera di tigre.

Cadde in convulsioni accompagnate da grida e da minacce, in mezzo alle quali i suoi lineamenti si alterarono in modo da dubitare che ne avrebbe per sempre perduta la bellezza.

Come per la morte di Luigi XVI, si ordinò un lutto pubblico, e pubbliche preci in tutte le chiese, e processioni funebri per le vie. Infine la regina si chiuse nel suo appartamento, e rifiutò di ricevere chiunque, eccettuata me sola.

Negli otto giorni che seguirono la notizia fatale non l’abbandonai un’ora, dormiva nella sua camera, mangiava con lei, o piuttosto, — diciamolo, — per otto giorni nè dormì nè prese cibo; finalmente le riuscì di piangere, e si sentì un poco sollevata dalle lagrime. Ma in questi otto giorni aveva fatto, e mi aveva fatto fare mille giuramenti di vendetta.

Come si vendicherebbe, essa non lo sapeva ancora; come l’aiuterei a vendicarla essa l’ignorava; ma, come faceva Amilcare al giovane Annibale, mi metteva la mano sull’altare gridando: Vendetta, vendetta.

In quanto al re, egli parve molto commosso, e specialmente molto spaventato nel primo e nel secondo giorno. Ma al terzo, sotto pretesto di distrarsi, partì per la caccia e non apparve per una settimana.

Fu in questo momento che l’odio avvicinò la regina al ministro Acton: tre volte al giorno lo mandava a chiamare, gli chiedeva le notizie della guerra, e nel lasciarlo esclamava:

— Ma voi che siete un uomo trovatemi un mezzo per vendicarmi!

Acton la consolava allora per quanto poteva essere consolata, dicendole in quali sanguinose convulsioni si agitava la Francia, raccontandole quali ecatombe la ghigliottina ammucchiava sulla piazza pubblica: i ventuno convenzionali decapitati al 31 ottobre; il duca d’Orléans che li seguì al 6 novembre; la convenzione che decreta al 10 che al culto cattolico è sostituito il culto della Ragione, al quale era stata dedicata la chiesa di Nostra Donna a Parigi; Bailly che alla sua volta saliva il patibolo l’11; finalmente le prigioni di Parigi che rigurgitavano di prigionieri.

Ma un giorno lo vidi entrare pallido, coi denti serrati o frementi di rabbia; la regina nel vederlo comprese che portava qualche notizia fatale.

Essa si alzò in piedi, e stringendomi violentemente la mano che mi teneva quando il generale era entrato:

— Che vi è ancora? dimandò.

— Vi è, signora, rispose Acton, che i repubblicani hanno ripreso Tolone.

— Tolone! esclamò la regina impallidendo. Hanno ripreso Tolone! E se non sono otto giorni che voi mi dicevate d’aver ricevuto dall’ammiraglio Hood una lettera in cui vi diceva: — «Se i Giacobini riprendono Tolone, mi faccio Giacobino anch’io!»

— Ebbene, non gli rimane che di cacciarsi fino alle orecchie il berretto rosso.

— Ma come ciò è possibile! — Secondo voi le genti che assediavano Tolone erano degli imbecilli. — Cartaux, il generale Cartaux, dicevate, era incapace di fare l’assedio di una città di terz’ordine.

— Ve lo ripeto ancora, signora, ma per disgrazia Cartaux è stato richiamato, e Dugommier andò a sostituirlo. Ma non sono i generali che hanno ripreso Tolone; a quanto pare, sarebbe stato un giovane uffiziale interamente ignoto che fa la sua prima campagna.

— E che si chiama?

— Buonaparte.

— E chi è questo Buonaparte, un italiano?

— Sì e no.

— Come sì e no?

— È un Córso.

La regina pestò i piedi.

— Ripreso Tolone! esclamò, e stette per un momento silenziosa, corrugando le sopracciglia e colle braccia convulse.

— E non avete altre notizie su questo Buonaparte?

— Ho detto tutto quello che ne so, signora. La notizia è stata portata da un brik di commercio bloccato nel porto e che uscì colla flotta inglese e la nostra; eccellente camminatore, la precedette, e preso da un colpo di vento in vicinanza dell’isola d’Elba, è venuto in tre giorni dalla Pianosa a Napoli.

— Chi avete interrogato?

— Il capitano.

— Non potrei vedere quest’uomo?

— Nulla di più facile, ma mi disse tutto ciò che sapeva.

— Quando credete di avere altre notizie?

— Questa sera o dimani mattina al più tardi.

In questo momento il generale rivolse macchinalmente gli occhi verso il mare.

— Guardate, signora, diss’egli, ecco un bastimento che viene verso di noi a gonfie vele; mi sembra di vedere sull’orizzonte degli altri bastimenti che lo seguono.

— Prendi il cannocchiale, Emma, disse la regina.

Difatti la regina aveva chiesto un buon cannocchiale al capitano Nelson, che le mandò il migliore dell’_Agamennone_.

Il generale Acton lo prese, ed avendolo messo al suo punto, lo fissò sul bastimento che appariva sull’orizzonte.

Poi ricacciando col palmo della mano i tubi l’un dentro l’altro:

— Od io m’inganno di molto, disse, o prima di due ore avremo notizie esatte, e da un uomo che avrà nulla perduto di ciò che è avvenuto.

— Voi avete riconosciuto il bastimento? domandò la regina.

— Credo che sia la Minerva. — Capitano Francesco Caracciolo.

— Ah! disse la regina, se è lui, prevenitelo che desidero di parlargli e di parlargli per la prima; voi lo accompagnerete, generale, se lo volete, ma che venga subito qui.

Il generale fece un inchino ed uscì.

Noi restammo sole; la regina riprese il cannocchiale e seguiva cogli occhi la corvetta fino a quando entrò nel porto; ma prima che fosse entrata aveva scambiato dei segnali col castel dell’Uovo, di modo che il capitano non attese nemmeno che l’áncora toccasse il fondo, per scendere nella lancia e remigare verso la darsena.

Da lontano si vedevano cinque o sei bastimenti che sembravano più o meno avariati, e che venivano, secondo le avarie sofferte, più o meno lentamente.

Dopo aver perduto di vista la scialuppa in cui era il comandante della corvetta, gli occhi della regina si erano rivolti sulla porta d’entrata.

Dopo dieci minuti udimmo dei passi che si avvicinavano rapidamente.

La porta si aperse, ed il generale Acton annunziò egli stesso:

— Il capitano Francesco Caracciolo.

Il capitano entrò, fece un profondo saluto di cui ebbi tutta la libertà di prendere la mia parte se mi conveniva, e attese l’interrogatorio della regina.

— Eh! buon Dio! signore, disse, che mi si dice? quest’infami di Giacobini ci hanno ripreso Tolone, non è vero?

— Bisogna bene che sia vero, signora, rispose il principe Caracciolo con un tristo sorriso, perchè io son qua.

— E si è reso così Tolone, senza combattere?

— Si è combattuto, signora, perchè noi abbiamo avuto due cento morti e quattro cento prigionieri.

— Allora spiegatemi questa disfatta, signore, perchè è una disfatta, non è vero?

— In tutto il significato della parola, ed in tutta la realtà della cosa.

— Ma chi ha potuto mutare l’aspetto degli affari in sì pochi giorni?

— Un uomo di genio, signora.

— Quel Buonaparte?

— Sì, quel Buonaparte.

— Che ha dunque fatto?

— Ha conosciuto il solo punto in cui Tolone era attaccabile, l’ha preso alla baionetta e di là ha diretto il suo fuoco sopra Tolone.

— E poi, e poi.... continuate; vedete bene che vi ascolto, signore.

— Ebbene, signora, dopo quando si videro gli obici incendiare la città, quando si videro i due forti di Leguilette e di Balagnier a congiungersi col piccolo Gibraltar per fulminare Tolone, la discordia si è messa fra gli Inglesi, gli Spagnuoli ed i Napolitani. Gl’Inglesi, pronti ad abbandonare la città senza farne parte nè agli Spagnuoli nè a noi, misero fuoco all’arsenale, ai magazzini della marina, ed ai bastimenti francesi che non poterono condurre, e cominciarono ad imbarcarsi sotto il fuoco delle batterie francesi, abbandonando quelli che avevano tradito la Francia per essi, e che li tradivano alla lor volta. Allora, signora fu una confusione, una fuga, uno sbaraglio; gl’Inglesi fecero tirare sui realisti che si arrampicavano sui fianchi dei loro vascelli per fuggire alla vendetta dei patrioti. Io non ho creduto di dover fare come essi, ho menato a bordo una ventina di realisti e fra questi il governatore della città, il Conte Maudit. Io condussi questi infelici, e che muoiano almeno di fame qui, se il re non ha pietà di loro, piuttosto che morire là fucilati e decapitati.

— Voi avete fatto bene, signore, esclamò la regina, ed i vostri realisti non morranno di fame, ve lo dico io, perchè se il re ricuserà di dar loro del pane, venderò i miei diamanti per dargliene io.

Caracciolo fece un inchino.

— Io non so, signore, continuò la regina, se la mia influenza andrà sino al punto di farvi nominare ammiraglio. Ma in ogni caso dimanderò al re ed al signor Acton che questo favore... mi sbaglio... che questa ricompensa vi sia accordata.

La regina fece un movimento colla mano. Il principe fece un inchino ed uscì.

— Che ne dite voi di ciò, signore? chiese la regina ad Acton.

— Dico, signora, che il principe Caracciolo non ama gl’inglesi, da ciò viene la cattiva parte che fa rappresentare ai miei compatrioti in questa faccenda.

— Il che vuol dire che non sarete del mio avviso quando si discuterà in consiglio se il grado che dimanderò pel capitano Caracciolo gli verrà accordato.

— Vostra Maestà, disse Acton facendo un inchino, sa che sono sempre del suo avviso; intanto Vostra Maestà non troverà male che dia senza ritardo degli ordini perchè i vascelli e gli uomini che entreranno in porto, siano fatti oggetto della cura e della sollecitudine del governo.

— Fate, signore, fate; fate curare i feriti e gli ammalati, e dare le ricompense a quelli che si sono bene condotti: noi non siamo una potenza abbastanza grande per avere il diritto di essere ingrati verso i nostri difensori.

Acton si ritirò.

Alla sera il re ritornò dalla caccia; verso le undici ore di sera la regina si informò di ciò che aveva fatto e detto.

Aveva cenato molto tranquillamente; si era fatto contare a cena gli avvenimenti di che si era avuto notizia: non disse nulla, e se ne andò a letto.

A mezza notte la regina mi disse di accompagnarla. La vidi con istupore a prendere un pugnale ed una matita nera, e quando le chiesi cosa andava a fare:

— Vieni con me, mi disse, e lo vedrai.

La seguii pel corridoio sempre solitario pel quale il re veniva da lei, ed essa andava dal re; arrivammo in un piccolo salotto che precedeva la sua camera da letto.

Si fermò, e si pose ad ascoltare se non udiva rumore. Profondissimo era il silenzio, e nella camera ove il re dormiva profondamente, ed in quella del gentiluomo di servizio. La regina si avvicinò alla porta della camera da letto di suo marito, vi conficcò il pugnale e dandomi in mano la matita:

— Tu, di cui non conosce la scrittura, mi disse, scrivi intorno a questo pugnale ciò che ti dirò.

Posai la punta della matita sul legno della porta.

— Scrivi: Tutte le mode vengono di Francia.

Io lo scrissi.

— Ora vieni, mi disse, vedremo se farà dimani colezione così bene come ha cenato questa sera.