III.
La regina non si era ingannata. Il giorno seguente alle 8 del mattino, il re, pallido per lo spavento, corse da lei in veste di camera, le presentò con mano tremante il pugnale, e con voce interrotta dal brivido convulsivo dei denti, le ripeteva le parole scritte da me sulla porta.
La regina non parve maravigliata.
— Ciò prova, gli disse, che abbiamo dei Giacobini fino nel palazzo.
— Ma che fare! esclamò il re.
— L’opposto di quanto hanno fatto Carlo I e Luigi XVI, rispose la regina; arrivare per i primi ed uccidere per non essere uccisi,
Non dimando meglio che di uccidere, disse il re, ma chi uccidere?
— I Giacobini.
— Ma, intendiamoci, disse il re, che nel suo buon senso grossolano non poteva rendersi conto di ciò che voleva dire la regina colla parola di Giacobini; in Francia i Giacobini sono straccioni acconciati con un berretto rosso, che scrivono dei giornali schifosi e pieni di bestemmie; qui invece i Giacobini sono uomini distinti, istruiti, dotti, e invece di scrivere delle oscenità, come Duchesne, essi scrivono buoni libri, od almeno i loro libri sono considerati come tali. In Francia si chiamano Santerre, Collot d’Herbois, Hebert, e sono mercanti di birra, commedianti fischiati, venditori di contromarche; qui si chiamano Ettore Caraffa, Cirillo, Conforti, vale a dire che appartengono alla prima nobiltà, alla medicina, all’avvocatura; vi sono Giacobini da Giacobini, come vi sono persone da persone.
— Come, rispose la regina, vi sono giacobini da giacobini! più i nostri sono istruiti, nobili e ricchi più sono da temere; in Francia è il popolo che è cattivo, e la classe elevata è buona; qui è tutto al contrario, il popolo è buono, ma è la classe elevata che è cattiva.
— Ah! bene, ecco che oggi è il popolo che è buono. E allora perchè lo sprezzavate voi, questo popolo, quando mi applaudiva vedendomi a mangiare i maccheroni, e quando saliva sullo scalino della mia carrozza per tirarmi il naso e pizzicarmi le orecchie?
— Perchè non lo conosceva, oggi lo conosco e gli rendo giustizia.
— Ed anch’io gli rendo giustizia. Io almeno ho su di voi il vantaggio di avergliela resa sempre. Sì, è vero, c’è del buono; ma per San Gennaro c’è anche del cattivo.
— Infine non è poi un uomo del popolo, che ha conficcato il pugnale nella vostra porta, e che vi ha dato questo avviso: — _tutte le mode vengono di Francia!_ — questo non è dialetto, ma lingua italiana bella e buona.
— Sono obbligato a convenirne. È tanto vero che era sul punto di far arrestare il povero Riario Sforza che era di servizio questa notte; ma vedendo il pugnale credo che sia diventato più pallido e più tremante di me.
La regina andò alla finestra e l’aperse.
— Guardate, disse al re, mostrandogli i vascelli dispersi che si erano veduti lontano il giorno prima, e che rientravano mutilati nel porto l’uno dopo l’altro, come uccelli di mare a’ quali il piombo del cacciatore avesse ferito le ali; — ecco uno spettacolo deplorabile per l’umanità: non è vergognoso pel governo? — flotta disalberata, è una calamità pubblica, e vedete tutto Napoli sulla banchina che assiste a questo doloroso spettacolo. Ebbene, travestitevi se potete, mischiatevi con tutta questa folla senz’essere riconosciuto, e vedrete che tutti quelli vestiti di panno, chiunque vi sarà di ricco, di dotto, di patrizio, li vedrete consolarsi dei nostri disastri; mentre al contrario il seminudo, l’ignorante, il povero, lo vedrete a piangere, lamentarsi e maledire i Francesi: lasciate che vengano i Francesi, e tutti i vostri nobili, i vostri dotti, i vostri medici, i vostri giuristi si uniranno a loro; — chi li combatterà sarà il popolo che si farà uccidere per voi, i lazzeroni.
Hum! fece il re; quei furbaccioni là hanno tanto spirito per farsi ammazzare per qualcuno o per qualche cosa! Diamine! — È così bello starsi sdraiato colla testa all’ombra e co’ piedi al sole, e di non svegliarsi che per ascoltare Pulcinella, giuocare alla morra, o vederlo mangiare i maccheroni.
— Vengano i Francesi e vedrete.
— Bene, disse il re con una smorfia che non apparteneva che a lui.
I Francesi sono ancor lontani; bisogna che vengano per terra, perchè il mare è degli Inglesi, che lor hanno incendiato a Tolone venti legni da guerra, e condottine via quindici; poi sono occupatissimi a tagliarsi il collo l’uno coll’altro. I cordiglieri hanno fatto tagliare la testa ai girondini, i giacobini si occupano ora di tagliare le teste dei cordiglieri; finalmente un partito qualunque che non conosciamo ancora, farà tagliare alla sua volta le teste dei giacobini. Se Tolone è ripreso, Magonza e Valenciennes non lo sono. Quelli della Vandea, daranno loro matassa da dispanare, hanno guadagnato la battaglia di Waltignier, ma dov’è Waltignier in Francia, credo dalla parte di Lilla, è la via delle Fiandre e non di Napoli; d’altronde ho inteso dire che i nostri alleati gl’Inglesi, hanno preso loro S. Domingo.
— E se vi dico ancora che non sono punto i giacobini di Francia che temo, signore, sono quelli di Napoli.
— Ebbene, ma quelli di Napoli, cara maestra; voi avete Medici per fargli arrestare, avete Vanni, Guidobaldi e Castelcicala per giudicarli; avete mastro Donato per prenderli; io ve li abbandono, fatene quello che volete: avrei molto caro di conservarmi Cotugno, che è un buon medico e che conosce il mio temperamento, ma tutto il resto, i vostri dotti, i vostri uomini di legge, i vostri nobili, i vostri Conforti, i vostri Pagano, i vostri Caraffa, non darei per loro una presa di questo buon tabacco di Spagna che mi manda Carlo IV. — Ah! a proposito, sapete voi una notizia? Ho confrontato il mio giornale di caccia col suo, ed ho ucciso da gennaio di quest’anno ad oggi, vale a dire in un anno meno qualche giorno, un terzo più di lui.
— Ve ne faccio i miei complimenti più sinceri, disse la regina alzando le spalle, è una occupazione piena d’interesse, nel momento che si taglia la testa al re Luigi XVI ed alla regina Maria Antonietta, quella di andare a caccia da mattina a sera.
— Signora, se non fossi mai andato a caccia, credete voi che ciò avrebbe impedito ai rivoluzionari di tagliar loro la testa, e quando non andassi più a caccia, credete che ciò possa rimetter loro la testa sulle spalle?
— Davvero, disse la regina con disprezzo: non so se siete più filosofo che logico o più logico che filosofo; vi consiglio di dedicarvi all’una od all’altra di queste scienze, od anche a tutte e due se lo volete; intanto io approfitterò del permesso che mi date di utilizzare il talento di Medici, di Venoni, di Guidobaldi, di Castelcicala, di Mastro Donato: andate signore, non dimenticate il vostro pugnale, e guardatevene a vista; meditate la leggenda che vi stava scritta intorno, e vi farà venire dei pensieri salutari. Andate a caccia quest’oggi?
— No, signora, pesco.
— Difatti il momento è bene scelto; andate a pescare, signore, andate a pescare, e ritornando, mi darete notizie dei vostri vascelli.
Il re che si era già alzato ed aveva già fatto un passo verso la porta si fermò.
— Avete ragione, disse, vado a dare un contrordine per la pesca. Mi accontenterò oggi di uccidere qualche fagian a Capodimonte.
Ed uscì.
La regina fece chiamare il generale Acton, e si stabilì che nello stesso giorno si decreterebbe a profitto del tesoro l’alienazione di un gran numero di beni ecclesiastici.
Che Napoli sarebbe colpita da una contribuzione straordinaria di 103.000 ducati al mese:
La nobiltà di 120,000 ducati;
Che le chiese, i Monasteri, le cappelle darebbero i loro vasi d’oro e d’argento che non sarebbero di necessità assoluta;
Che i cittadini vendessero i loro gioielli e gli oggetti preziosi, versandone il prezzo al tesoro, ed in cambio ricevessero dei buoni del banco pagabili ad una certa epoca:
Finalmente, senza inquietarsi dei clamori che la cosa potrebbe suscitare, il governo si impossesserebbe dei banchi publici.
Duecento e cinquanta milioni furono il risultato di questo colpo di rete.
Inoltre la Giunta di Stato ricevette dalla regina l’ordine di cominciare le sue funzioni, e dessa cominciò coll’arrestare un centinaio di persone, sull’indicazione di Maria Carolina.