VII.
Se mai viso d’uomo ha caratterizzato qualcuno per un collo torto, come aveva detto la regina, certamente lo dimostrava la fisonomia di don Basilio Palmieri.
Entrò curvato fino a terra: se avesse potuto andar carpone dalla porta ai piedi della regina, l’avrebbe fatto.
La regina lo ricevette in piedi.
Il signor procuratore fiscale cercò di scusarsi per avere ottenuto così poco dal tribunale; aveva chiesto trenta teste, e non era sua colpa se ne aveva ottenuto soltanto tre; aveva chiesta la tortura, e non era sua colpa, se gli era stata ricusata.
— Va bene, signore, rispose freddamente la regina, sarete più fortunato un’altra volta.
— Vengo a presentare i miei umili doveri a Vostra Maestà, e dimandarle se posso essere utile a qualche cosa.
— Potete rendermi due servigi, signore, rispose la regina.
— Io! sclamò maravigliato il procuratore fiscale, io rendere dei servigi a Vostra Maestà? ricevere degli ordini, vorrete dire.
— Sapete dirmi, continuò la regina, chi sia quello dei vostri condannati che abita più vicino al palazzo reale?
— È il giovane Emmanuele de Deo, signora, rispose il Procuratore fiscale maravigliato da una tale dimanda.
— Ha padre e madre? chiese la regina.
Ha soltanto il padre.
— Sapete il suo indirizzo.
— Sì.
— Datemelo.
— Giuseppe de Deo, via Santa Brigida, vicino al grande negozio di grani, verso la metà della strada.
— Grazie, signore. Prendi questo indirizzo, Emma. Io presi di tasca il mio piccolo portafogli d’avorio, e vi scrissi con premura l’indirizzo datomi dal procuratore.
La regina stessa osservò dalla mia parte finchè l’indirizzo fu completamente scritto, come se volesse tener lo sguardo sull’uomo che aveva dinanzi il minor tempo possibile.
Infine si volse a lui.
— Ora, disse la regina, in qual carcere sono i vostri condannati?
— Alla Vicaria, signora.
— Ecco carta, penna e calamaio; scrivete, signore.
La regina indicò al procuratore fiscale una tavola ove in fatti erano riuniti tutti gli oggetti indicati da essa.
Il procuratore fiscale, non osando sedersi dinanzi a Sua Maestà, mise un ginocchio a terra, e colla penna in mano stava pronto per scrivere.
— Siete pronto, signore? chiese la regina.
— Sì, signora.
La regina dettò:
«Il custode in capo della Vicaria obbedirà ciecamente agli ordini che verranno dati dalla persona che presenterà questo viglietto.»
— Ho scritto, signora.
— Ebbene, allora metteteci la data, firmatelo e prevenite il capo-custode, che avete dato un ordine per lui.
— E debbo dirgli quale, augusta persona...
— Voi non dovete dirgli nulla, signore, perchè non conoscete punto le mie intenzioni, e desidero che voi non cerchiate di conoscerle.
— Sua Maestà ha altri ordini da darmi?
— Nessuno, signore.
— Allora, signora, avrò l’onore di prendere congedo da lei, e di mettere a’ suoi piedi i miei più devoti rispetti.
La regina chinò leggermente la testa, ed il procuratore fiscale si ritirò indietreggiando.
La porta si chiuse dietro di lui.
— Che debbo fare di questo indirizzo, signora? dimandai alla regina.
— Conservalo, quando sarà il momento di farne uso, te lo dirò.
In quanto all’ordine che si era fatto dare pel capo-custode della Vicaria, lo rilesse per vedere se era scritto come lo aveva dettato; poi accertatasi che non vi era nè una sillaba di più nè di meno, lo piegò con cura, e lo mise in un piccolo portafogli di velluto che era solita di tener seco.
Io l’aveva seguita cogli occhi in tutti i movimenti, in cui cercava di leggere il suo pensiero.
— Veggo con piacere, signora, le dissi, che il re non avrà probabilmente preso una precauzione inutile lasciandovi la chiave del suggello reale.
— Non ho ancora deciso nulla, tutto dipenderà dai condannati, rispose la regina; in ogni caso ti riservo la tua parte nell’intreccio; qualunque sia, preparati a rappresentarla.
— E quali preparativi mi abbisognano per ciò?
— Esser qui per le otto di sera con veste e mantiglia nera.
— Oh! signora, il nero è di cattivo presagio.
— Sta tranquilla, è solamente per non essere vedute di notte.
— Sortiamo dunque insieme questa notte, signora?
— Forse sortiremo insieme, e forse sortirai tu sola.
— Che volete dunque fare di me?
— Ciò che Dio ha fatto senza che mi consulti un’ambasciatrice.
Volli interrogarla, ma essa mi mise la mano sulla bocca.
— Si farà tutto a suo tempo, mia bella amica; non avrò misteri per voi; abbiate dunque la pazienza di aspettare fino a sera.
— Allora vi lascio, signora, perchè non avrò il coraggio di restare vicino a voi senza interrogarvi.
— È difatti ciò che tu puoi fare di meglio, perchè m’interrogheresti invano.
— Davvero voi siete crudele oggi.
— Che t’importa se la mia crudeltà pesa su di te; se grazie a questo parafulmine, la folgore non colpisce i tuoi protetti?
— Oh! a questa condizione, signora, io mi abbandono, ecco il mio braccio, mordetelo fino a sangue.
Essa lo prese come se volesse morsicarlo, ma lo sfiorò appena colle labbra.
— Oh! no, no, disse mutando il morso progettato in una carezza; sarebbe peccato, poi non si sa se questa è carne o marmo, avrei paura di rompermi i denti; andate, e non mancate di essere qui questa sera alle otto precise.
— State tranquilla, signora, non mi farò aspettare.
Difatti alle otto precise entrai nella camera della regina, vestita tutta di nero.
Essa mi aspettava vestita egualmente.
— Oh! mi disse scorgendomi, è la prima volta che ti vedo in nero; sai tu che il nero ti sta benissimo, e che tu sei bella come un angelo?
— E voi pure, signora; ma non importa, vorrei piuttosto vedervi vestita diversamente; sembriamo due vedove.
— Vorresti forse dirmi che questa sarebbe la più grande sventura che ci potesse accadere?
— In quanto a me, ve lo giuro, amo tanto sir William....
— Al punto di fargli costruire una tomba, come la regina Artemisia, rispose ridendo la regina, ma non di bruciarsi sul suo rogo.
— Vi giuro che se fossi nata nel Malabar...
— Sì, ma tu sei nata nel Ducato di Galles, mi pare, di modo che sono interamente sicura... Ma vediamo, non si tratta di questo. Ti aveva detto che tu avevi una parte da ambasciatrice da rappresentare questa sera, sei pronta?
— Aspetto gli ordini di Vostra Maestà.
— Hai l’indirizzo che ti ha dato don Basilio?
— Se non l’avessi, me lo ricordo: via Santa Brigida vicino al negoziante di grano, a metà della via.
— E il nome del padre del condannato?
— Giuseppe de Deo.
— Ebbene, va in una carrozza senz’armi e senza cifra che ho fatto attaccare, a prendere Giuseppe de Deo, e lo condurrai qui.
— Come! signora, esclamai tutta contenta, volete vedere il padre di quell’infelice giovane?
— Sì, è una fantasia che mi viene.
— Ma allora egli è salvo?
— Non ancora.
— M’incaricate dunque di andarlo a cercare?
— A meno che non ricusi.
— Io rifiutare di essere l’angelo salvatore di un infelice condannato, il messaggiero celeste inviato ad una povera famiglia! avete mai udito dire che l’angelo Gabriele abbia rifiutato di annunziare alla Vergine Maria, che era eletta madre del Salvatore?
— Ebbene, poichè tu credi il tuo messaggio un benefizio, non perder tempo a compierlo.
— Oh, io corro, signora. La mia mantiglia, la mia mantiglia, l’aveva gettata nell’entrare nella camera su di una poltrona.
La regina la prese, e me la pose sulle spalle.
— Ora, disse essa, va, colomba dell’arca, e che tu possa riportare il ramoscello d’ulivo.
Mi lanciai per le scale leggiera come l’uccello di cui la regina mi aveva dato il nome; feci chiamare la carrozza, e vi entrai precipitosa gridando al cocchiere:
— Via Santa Brigida!