V.
La regina era naturalmente animosa ed avventata, e le piaceva, specialmente quando il re dava qualche prova di viltà, di far prova di coraggio. Quantunque l’atmosfera fosse pesante, e lo scirocco, vento, che i Napolitani considerano come loro nemico personale, soffiasse con violenza, essa propose a me ed a sir William di salire in carrozza, e di andare per così dire incontro al pericolo, spingendosi dalla parte della marina fino al ponte della Maddalena.
Sir William aveva il freddo coraggio di un vero gentleman inglese, e quando si trattava di scienza spingeva il coraggio fino alla temerità; egli accettò con gioia.
Senza partecipare in nulla dell’entusiasmo di mio marito, senza avere questo capriccioso desiderio di avventure che agitava il cuore della regina, non poteva, quando tutti e due andavano a cercare un pericolo, foss’anche immaginario, rifiutarmi di partecipare all’eventualità di questo pericolo. — Mi sarebbe meglio piaciuto, senza dubbio, di restare e di attendere l’avvenimento; ma spinta dalla vergogna, m’offersi alla mia volta d’incontrarlo.
Era la mezzanotte quando salimmo nella carrozza sotto i portici di palazzo.
— Al ponte della Maddalena, disse la regina.
Il cocchiere obbedì, traversò il Largo Castello, e prima che le dodici ore avessero cessato di suonare, noi eravamo al molo.
Il vento d’Africa era interamente cessato.
Quel poco d’aria che si respirava era impregnata di solfo, e malgrado il tremolio della carrozza, si sentiva quel rumore sotterraneo che precede le grandi catastrofi vulcaniche, e che ispira a tutta la natura un vago sentimento di pericolo, prima che il pericolo ancora esista.
Il mare s’agitava, non già in larghe strisce di spuma, nè le onde si accavallavano l’una all’altra, come di solito nei giorni di tempesta, ma con quel bollore che farebbe una caldaia collocata sul fuoco, e l’ebollizione sale dal fondo alla superfice. Questo ribollimento faceva di tutto il golfo scintillante di fosforo una vasta tovaglia di fuoco.
La luna navigava in un vapore livido; ad undici ore si era levata dietro il vulcano, ed appena al secondo o terzo giorno della sua decrescenza, sembrava, sorgendo dal cratere, una bomba immensa lanciata nello spazio da un mostruoso mortaio.
Tutta quella miserabile popolazione di basso porto era rientrata in quei bugigattoli che parevano scavati vicino alla case, turbando soli la solitudine dei vicoli stretti e melanconici che metton capo alla banchina; alcuni cani erranti ed inquieti stavano intirizziti sulle loro quattro zampe come se avessero sentito a tremare la terra sotto di essi, e latravano lamentosamente alla luna.
Presi la mano delle regina.
— Che avete? mi disse, la vostra mano è gelata.
— Ho paura, le risposi.
— Rassicurate vostra moglie, cavaliere, disse la regina, perchè altrimenti si sentirà male.
In questo momento un uomo ravvolto nel suo mantello, malgrado quel calore soffocante, si fermò, e guardò con maraviglia la carrozza che passava. Difatti, benchè sir Hamilton fosse con noi, non era questa l’ora in cui le donne hanno l’abitudine di passeggiare e particolarmente in quel quartiere.
Nel momento in cui passammo innanzi a lui mandò un grido di stupore.
— Regina Carolina, disse, voi tentate Iddio.
E si cacciò in una stradicciuola che si chiama — Via dei sospiri dell’abisso — così chiamata, perchè i condannati che vanno al supplizio per quella via vedevano di là il patibolo.
— Oh! mio Dio! signora, esclamai, che è mai ciò?
— Qualche giacobino dimenticato da Vanni, mormorò la regina, e che mi minaccia non potendo far di meglio.
Arrivammo al ponte della Maddalena; ma all’altezza della statua di S. Gennaro i cavalli rifiutarono assolutamente di continuare.
Il cocchiere li percosse inutilmente, ma essi scalpitavano, s’impennavano, e si accostarono al parapetto del ponte.
— Signora, signora, diss’io prendendo la mano della regina, quest’uomo non era un nemico, ma un amico. — Non andate più oltre; — non tentate Dio.
— Ma che hanno i cavalli, Gaetano? chiese la regina.
— Non saprei dire, disse il cocchiere, ma non vogliono assolutamente oltrepassare la statua di S. Gennaro.
— Vi è qualcuno o qualche cosa sulla via che li spaventa?
— Non veggo nulla, signora, ma gli animali veggono talvolta delle cose che gli uomini non vedono.
— Comprendete voi ciò che dice quell’imbecille? dimandò la regina al cavaliere Hamilton.
— Signora, rispose egli, il vostro cocchiere constata senza spiegarlo uno dei problemi della natura. È riconosciuto fino all’evidenza che negli ecclissi, nei terremoti e finalmente in tutt’i cataclismi della natura, gli animali sono avvertiti dai loro istinti prima che l’uomo sia avvertito dalla sua ragione. Dietro ogni probabilità la montagna non tarderà di darci sue notizie.
Difatti, come se il Vesuvio non avesse aspettato che questo momento per entrare in furore, un muggito terribile si fece sentire come se uscisse dalle viscere della terra, ed una scossa violenta spinse la carrozza indietro.
I cavalli nitrirono, e senza fare alcun movimento si coprirono di sudore, come il mare si copre di schiuma.
— Signora, signora, gridò il cocchiere, diceva bene io che i miei cavalli vedevano qualche cosa che io non vedeva; guardate.... guardate.
E indicò col dito la cima del Vesuvio.
Un fumo denso e nero cominciava ad uscire dal cratere elevandosi verticalmente come un’immensa torre: quel fumo era screziato di lampi seguiti da detonazioni eguali a quelle delle batterie di cento cannoni.
La regina mi prese la mano, e la strinse alla sua volta: quel cuore di bronzo cominciava a sentire la paura; in quanto a me era sul punto di svenire; il cavaliere Hamilton era nell’entusiasmo.
— Se Sua Maestà vuole assolutamente rimaner qui, disse Gaetano con voce tremante, la prego di scendere subito; io non rispondo più dei miei cavalli.
In questo momento una detonazione terribile si fece udire: noi sentimmo una forte scossa e mi sembrò di veder tutto oscillare innanzi a me.
— Signora, in nome del cielo, gridai, ritorniamo, ritorniamo!
Ma la regina non ebbe nemmeno la pena di dare l’ordine; i cavalli, con un movimento che forzò la mano del cocchiere, girarono indietro, e poi, senza che si potesse tenerli, con un movimento sfrenato, discesero per la china del ponte e si slanciarono lungo la marina.
— Signora, signora, gridò il cocchiere facendo forza invano, non sono più padrone dei miei cavalli.
— Ebbene, come Dio vuole, disse la regina.
Una detonazione ancor più terribile di quelle che l’avevano preceduta, si fece udire: mi sentii correre un gelo per le vene e svenni di terrore.
Quando riapersi gli occhi, la carrozza era ferma; Gaetano alla testa de’ suoi cavalli li teneva pel morso, — e noi ci trovammo in faccia di quella stradicciuola della Via dei Sospiri dell’abisso.
Nel momento in cui la carrozza stava per sfracellarsi all’angolo della banchina, lo stesso uomo che aveva gridato alla regina di non tentare Iddio, si era lanciato alla briglia dei cavalli, ed a rischio di restare calpestato da essi, li aveva con una forza sovrumana arrestati d’un colpo.
La scossa era stata così forte, che Gaetano era stato precipitato dal suo sedile, ma si era alzato tosto, e prese i cavalli pel freno.
Lo sconosciuto, vedendolo padrone dei suoi animali, si era allontanato e disparve.
Io non aveva veduto nulla; mi svegliai come da un sogno; la regina mi faceva odorare un vasetto di sali.
— Ah! grazie a Dio, esclamai, rinvenendo, non è avvenuta qualche disgrazia a Vostra Maestà.
E mi gettai nelle sue braccia, coprendola insieme di baci e di lagrime.
Era una cosa strana; ma la regina aveva su di me il potere che il magnetizzatore ha, si dice, sul magnetizzato. Quando era vicino a lei, pareva che la mia anima aspirasse costantemente di uscire dal mio corpo per unirsi alla sua.
Gaetano rimontò sul sedile. I cavalli parvero calmarsi come per incanto, e ci ricondussero senza accidenti al palazzo.
Io era stanca: la regina volle che mi ritirassi nella mia camera che era attigua alla sua, e mi mettessi a letto.
Sir William chiese il permesso di salir sul terrazzo del palazzo per meglio osservare i fenomeni del Vulcano.
Credo che per risolvere un problema geologico si sarebbe lanciato come Empedocle nel cratere, lasciando i suol calzari sulla cima della montagna.
Non vidi più nulla, ma ecco ciò che mi venne raccontato.
Le scosse si succedettero con rapidità, ma si stendevano particolarmente da nord a mezzogiorno, vale a dire da Portici a Torre Annunziata.
Napoli, come sempre, fu risparmiata.
Verso le tre ore del mattino la strada che percorre le falde del Vesuvio si coperse di fuggitivi, che dai punti più lontani della spiaggia si dirigevano verso Napoli, lasciando le loro abitazioni, e come dietro un bastione, venivano a cercare una difesa dietro il ponte della Maddalena, o piuttosto dietro la statua di S. Gennaro, che dal punto culminante di questo ponte protegge la città.
Il sole era sorto splendido ed in un cielo sereno, ma la colonna di fumo e di cenere che usciva dal Vesuvio si era tosto diffusa nel firmamento; le acque che non sono che lo specchio del cielo erano coperte di una tinta grigia, e la luce era scomparsa a poco a poco come in un’eclissi.
Quando mi alzai, benchè fossero già le dieci ore del mattino, si sarebbe giurato che erano le otto di sera.
Da quel momento, vale a dire dal 13 al 15 giugno, il sole non si mostrò più: i muggiti della montagna raddoppiarono e l’oscurità divenne sempre più spessa.
Il giorno dopo, al 14, se gli orologi non avessero segnato il corso del tempo, sarebbe stato impossibile di dire se era mattino, sera, o notte; le tenebre erano così profonde, che a Chiaia ed a Toledo, vale a dire nelle due strade più grandi di Napoli, si sarebbe creduto di essere in una camera oscura.
Il cardinale arcivescovo, accompagnato dal clero di tutta la città venne a prendere alla cattedrale il busto di argento dorato di S. Gennaro, e seguito da tutta la nobiltà che recitava preghiere, e dal popolo che cantava inni, andò al ponte della Maddalena, invocando la protezione del santo protettore della città.
La regina andò a sentire la messa che precedeva quella cerimonia: — ma io come protestante non potei accompagnarla: il popolo vedendo un’eretica in una chiesa, sarebbe stato capace di attribuirmi la catastrofe e di massacrarmi.
L’arcivescovo, la nobiltà, il popolo restarono in preghiere sul ponte, dalle due ore dopo mezzodì fino a notte: — quando dico fino a notte, dico male, non v’era più nè giorno nè notte; le campane soltanto, suonando l’Ava Maria, segnalavano il ritorno delle tenebre.
Nella notte dal 15 al 16, un rumore simile allo scoppio di una polveriera attirò gli sguardi di tutti, perchè tutta la popolazione di Napoli era in istrada: i più spaventati stavano coricati colla faccia contro la terra, i meno spaventati in ginocchio, e tutti più o meno inclinati sotto il peso dell’avvenimento.
Un immenso fascio di fuoco si slanciò dal cratere della montagna, salì al cielo e ripiombò in frantumi infocati sulle falde della montagna; allora uscì dalla cima un doppio fiume di fuoco, che si dirigeva l’uno a Resina e l’altro verso Torre del Greco.
Trenta mila persone, uomini, donne e fanciulli, colpiti da stupore, seguivano cogli occhi questo doppio torrente di lava.
A Resina, la pianura che si stende dal Vulcano alla città, le case di campagna che erano costruite su questa pianura furono coperte di lava; ma la terribile inondazione, come per comando sovrumano, si fermò alle porte della città.
Sventuratamente non fu così di Torre del Greco; un’antica inondazione aveva coperto metà della città; poi, fermandosi ad un tratto, aveva formato un tetro scoglio, che dominava da circa cento metri la parte della città risparmiata dal flagello.
Sopra questo scoglio, come su di un’altra rocca Tarpea, si era costruita una nuova città, e si era stabilita fra la nuova e l’antica una comunicazione per mezzo di scale tagliate nella lava.
Questa volta città vecchia e città nuova tutto fu portato ad un livello. L’inondazione vulcanica tagliò la città nuova alla sua base, e la trascinò in ruina con sè dall’alto dello scoglio; cateratta di fuoco sulla città vecchia, che la lava inghiottì e colmò fino al livello delle case più alte, e del campanile della chiesa; poi il torrente travolgendo seco le macerie delle due città, si gettò verso il mare ed andò a formare un molo, dietro il quale le navi poterono trovare un rifugio.
Tutto ciò arrivò durante la notte del 15 al 16, come se il terrore della catastrofe, per arrivare al colmo, avesse d’uopo del terrore che ispirano le tenebre.
Alla mattina del 16, il sole che non si era mai veduto da tre giorni, riapparve in un cielo sereno; una parte del Vesuvio era stata inghiottita dal Vesuvio stesso; la parte più elevata della montagna era sfranata nel cratere precipitandovi da un’altezza più di mille metri; l’aveva riempito, e nel riempirlo, aveva fatto scaturire con un terribile rimbombo quella splendida fontana di fiamme che aveva illuminato il mare a dieci leghe all’intorno, ed aveva fatto straripare i suoi due fiumi di lava che avevano inondato la campagna, lasciando con questa caduta il regno dell’aere al cono fin allora meno elevato.
Durante queste ore di lutto e di spavento tutto fu sospeso a Napoli, eccettuati i lugubri lavori della Giunta di Stato, ed alcuni fra gli atti emanati da essa portano la data di tre giorni dopo l’eruzione.
Tutto, durante questa catastrofe, avea, per così dire, cessato di vivere, eccettuata la collera di Dio e quella dei Re.
Il giorno dopo di quella notte, in cui i cavalli, fuggendo sbrigliati, avevano posto in pericolo la vita della regina e la nostra, e dove eravamo state salvate per l’intervento miracoloso di uno sconosciuto misterioso, la regina aveva fatto venire il capo della sua polizia, gli aveva dato tutti gli indizi che le suggerivano la sua memoria, e gl’ingiunse di fare le ricerche più minuziose per scoprire il suo salvatore; ma tutto fu inutile, e benchè il capo della polizia avesse messo in campagna tutti i suoi agenti più sagaci, nessuna mano fu capace di sollevare il velo che avvolge questo strano avvenimento.
Il re scrisse al 16 che il tempo si era rasserenato. Sarebbe andato a caccia la giornata del 17, e non tornerebbe per conseguenza a Napoli che al 18.
Da ciò che aveva potuto succedere a Napoli e nei dintorni non ne diceva una parola. Nulla era accaduto a lui, ed era tutto ciò che gl’importava.