XI.
Fatta certa che un incognito era in giardino, avrei dovuto chiudere il balcone, lasciarne ricadere le cortine, fuggire al fondo della mia camera e chiudermivi con doppia chiave: e lo avrei fatto senza dubbio in tutt’altra disposizione di spirito, ma, quell’essere, cui la Scrittura non osa nominare e chiama _quegli che cammina nelle tenebre_, pare si fosse stretto a me come ad una preda ed avesse giurato di non lasciarmi un istante finchè non m’avesse trascinata al più profondo dell’abisso.
Invece di chiudere la finestra, invece di fuggire appressai il mio orecchio alle socchiuse imposte, ed ascoltai.
Allora lo sconosciuto, con voce dolce e fresca, pronunciò i versi seguenti, come se fossimo l’uno e l’altro chiamati a recitare la parte dinanzi ad un pubblico invisibile, o piuttosto, come se veramente fossimo stati Giulietta e Romeo.
Ascoltai ansiosa:
. . . . . . . . . . . Qual luce Là sul verone scintillar vegg’io? È l’orïente, e n’è Giulietta il sole! — Sorgi, o bel sol! La luna invida spegni, Ch’egra e pallida già, par che si dolga Che tu splenda di lei più bella tanto, Tu, vergin sua: più non ti leghi a quella Invidïosa il virginal tuo voto. Già fioco e smunto appar quel che la cinge Ammanto di vestal, che omai non orna Più che le stolte... deh! tu pur lo spoglia. — Oh! dessa è la mia donna, è l’amor mio!
Conoscete il potere affascinatore attribuito dagli antichi al canto delle sirene, a quel magico canto, cui Ulisse si sottrasse legando i suoi compagni agli alberi de’ suoi vascelli, e turandosi egli stesso gli orecchi con cera? Oimè! Io non era stretta da alcun laccio: oimè! le mie orecchie erano aperte a tutte le sensuali melodie dell’amore; la voce mi attirava con un irresistibile fascino; misi il piede sul balcone, col cuor palpitante e le labbra tremule.
E come avesse avuto il segreto del mio cuore, la voce continuò:
Deh! se saperlo ella potesse...! È lei Che parla, e pur non dice accento. — Or come? Son gli occhi suoi che parlano.... Io rispondo: Ma troppo ardisco; non a me favella. Ah! sì, due de’ più belli astri del cielo, Svagáti altrove, supplicâr que’ cari Occhi d’irradïar le loro sfere Sinchè faccian ritorno. Oh! se quegli occhi Fosser nel cielo, e stelle avesse in fronte? Allor della sua gota il chiaro lume Quelle stelle farìa discolorite, Come al raggio del dì notturna lampa; E gli occhi bei, del ciel ne’ scuri campi, Di novello splendor versando un fiume; Farìan desti gli augelli a’ lieti canti. Qual se notte non fosse!...
Trascinata da questa dolce poesia, e cominciando ad entrare nello spirito della mia parte, ricordai madama Siddons e mi posai sulla mano la fronte. Il mio incognito Romeo, che pareva attendere ch’io mi atteggiassi all’apparato scenico, seguitò:
Or vedi come Posa la gota sulla mano! Oh fossi Un guanto a quella man, ché almen potrei Toccar la bella gota!
Non seppi astenermi dal rispondere col poeta:
Aimè!
E sospirai: la voce ripigliò con un accento di passione, che fe’ vibrare tutte le fibre del mio cuore:
Favella! Oh! parla, parla, angiol di luce. In questa Notte tu scendi sovra il capo mio, Splendido al par d’un messaggiero alato Del ciel, quando i mortali a riguardarlo Colle bianche pupille in su rivolte, Per maraviglia cadono a ritroso; Ed ei le pigre varca e lente nubi, E in grembo del commosso äere veleggia.
Io mi appoggiai ambo le mani al cuore, e con accento che non lasciava nulla da desiderare al mio interlocutore che io divinava più che nol distinguessi nell’ombre, risposi:
Romeo! Romeo! Perchè Romeo tu sei? Deh! rinnega tuo padre e il nome tuo; O se così non vuoi, giurami amore, Ed io più non sarò de’ Capelletti.
La voce mormorò:
Deggio starmi ad udirla? o le rispondo?
Ed io, tutta alla mia parte, ripigliai con voce la più soave che per me si potesse:
Gli è solo il nome tuo che m’è nemico: Pur lo stesso sei tu, ben che non uno Dei Montecchi. E che mai ti fa Montecchio? Non la mano, nè il piè, nè il braccio o il viso Od altra parte che d’un uomo sia. Oh! tu avessi altro nome! E che v’ha mai Nel nome?... Il fior che rosa è da noi detto, Un olezzo soäve avrìa del paro Con altro nome. Tal Romeo, se pure Romeo non si nomasse, avrebbe tutti I cari pregi ond’è fornito. Oh! lascia Il tuo nome, Romeo: prendi per esso, Che parte tua non è, tutta me prendi.
Confesso che io attendeva con emozione la risposta che impegnava direttamente il dialogo col mio interlocutore: la risposta non si fe’ attendere, e Romeo ripigliò con un accento di tenerezza non minore del mio:
Io ti piglio al tuo detto. Oh! me sol chiama Amor tuo, ch’io n’avrò nuovo battesmo; Nè da tal punto sarò più Romeo!
Il lettore ci vede, me alla finestra, il mio incognito Romeo celato nell’ombre, ma solo separati da un sì breve spazio che le nostre mani, stendendosi, avrebber potuto toccarsi. Non ho dunque che a trascrivere la scena fino al fine, perchè il lettore se ne figuri egli stesso l’apparato scenico, ed immagini le emozioni nate in un cuor quindicenne che faceva, per così dire, il suo doppio esordire in una poesia inebriante e in un amore misterioso.
Lascerò dunque da parte i commenti e seguiterò la scena:
_Giul_. Chi mai se’ tu che, nella notte ascoso, Vieni a turbar l’arcano mio? _Rom_. Per nome Dirti non so qual io mi sia, chè troppo Abborrito a me stesso è il nome mio; Poichè nemico a te, mia cara santa, Ei mi rende; e s’io qui l’avessi scritto Lacerar lo vorrei. _Giul_. Cento parole Da tal voce profferte ancor non bevve L’orecchio mio; pur ne conosco il suono: Romeo non se’ tu forse un de’ Montecchi? _Rom_. Nè l’un nè l’altro io son, se a te disgrada, O mia santa gentil! _Giul_. Ma come, dimmi, E perchè mai venisti? Alto è il recinto Del giardin, periglioso alla salita; E, pensando chi sei, se alcun de’ nostri Qui ti trovasse.... questo suol t’è morte. _Rom_. Io d’amor con le lievi ale varcai Quel recinto: ad amor non vieta il passo Confin di pietre; e tutto ciò che vuole Amor l’ardisce. A me non fanno intoppo I tuoi congiunti. _Giul_. Se da lor veduto Qui sei, t’uccideranno. _Rom_. Oimè! periglio Ben più fatal negli occhi tuoi vegg’io Che in venti spade lor. Dolce mi guarda, E saldo io son contr’essi, a tutta prova. _Giul_. Per quanto è in terra, non vorrei tu fossi Qui veduto da lor. _Rom_. Di notte il manto M’asconde ad essi — Ma, purchè tu m’ami, Qui mi discopran pure! Oh! meglio assai Finir per loro nimistà la vita, Che non vedermi prolungare la morte, Non amato da te! _Giul_. Chi mai t’apprese A trovar questo loco? _Rom_. Amor, che primo Mi pose in su la traccia; esso il consiglio, Ed io gli occhi prestai. Non son nocchiero; Ma pur vorrei, se tu più lunge fossi Dei lidi ermi che lava il mare estremo, Sfidar, per tal tesoro, ogni fortuna.
Queste ultime parole furon dette con tal passione, che non ebbi a fingermi commossa nel rispondere:
_Giul_. Sai che larva mi fa la notte al viso; Se no, per quel che da me udisti, avrei D’un virgineo rossor pinta la gota. Star vorrei contegnosa, e vorrei pure Rivocar ciò che dissi!... E invece, addio, Addio, rispetto! — M’ami tu? So bene Che mi dirai di sì; che la tua fede M’impegnerai; ma pur, giurando, puoi Farti spergiuro: intesi dir che Giove, Allo spergiuro degli amanti, rida. O gentile Romeo! se m’ami, dillo Veracemente: o, se ben presto vinta Tu mi credessi mai, farò cipiglio, Sarò cattiva, e mi terrò sul niego: Così preghiera mi farai d’amore. Ma in altra via, non mai, per quanto è in terra! In ver son troppo ardente, o bel Montecchio, E il mio contegno puoi stimar leggero: Ma credi, cavalier, me troverai Più vera di tant’altre che ti fanno Ad arte la ritrosa. E più ritrosa Esser dovea, confesso; ma, già prima Ch’io di me fossi accorta, avevi udito La voce del mio vero amor possente. Dunque perdona, nè m’apporre a colpa D’amor leggero la fralezza mia, Cui tolse il velo questa notte oscura. _Rom_. Io giuro, o donna, per la sacra luna Che le cime inargenta a quei frutteti... _Giul_. Oh! così non giurar, no, per la luna, Per l’incostante luna, che si muta D’ogni mese al mutar della sua sfera, Perchè non cangi anche il tuo cor, com’essa. _Rom_. Per chi giurar? _Giul_. Nol dèi per cosa alcuna: O giura, se tu il vuoi, per la tua cara Sembianza, ch’è mio nume, idolo mio; E fede ti darò. _Rom_. Se del mio core Il sacro amor... _Giul_. Deh, non giurar! Bench’io Ponga ogni gioia in te, questa promessa Nell’alta notte, non m’è gioia; troppo È ratta, sconsigliata ed improvvisa, Come balen che più non è, già prima Che tu dica: Balena! — O caro, addio! Questo germe d’amor, se fiato estivo Lo feconda, sarà fior di bellezza, Quando vedremci un’altra volta. Addio! Addio! Venga al tuo cor dolce riposo E così dolce nel mio cor la pace. _Rom_. Malcontento così dunque mi lasci? _Giul_. E che più brami in questa notte? _Rom_. Un fido Contraccambio d’amore al voto mio. _Giul_. Io ti diedi, già pria che tu il chiedessi, Il mio: così m’avessi a darlo ancora! _Rom_. Ritòr me lo vorresti? E perchè mai, Mio dolce amore? _Giul_. Sol perchè vorrei Libera a te ridarlo. Eppure io bramo Cosa che già posseggo. È la mia grazia Senza confine, come il mar; com’esso Profondo è l’amor mio: più te ne dono, E in me n’ho più, chè sono ambo infiniti![3]
Mancavaci un terzo interlocutore; perchè nella tragedia in questo momento la nutrice chiama Giulietta: ma, come se il caso avesse giurato di far in tutto di questa finzione una realtà, all’istante in cui doveva essere pronunciato il nome di Giulietta, quello di Emma rintronò nella mia camera pronunciato da una voce di donna, e vidi alcuno appressarsi alla finestra.
Non ebbi che il tempo di dire in prosa al mio Romeo:
— Attendetemi, ritorno.
Rientrai in camera e mi trovai di fronte ad Amy Strog ch’io non aveva riveduta dal dì del mio arrivo in Londra.
La poveretta piangeva dirottamente.
Quantunque la sua venuta non fosse molto opportuna, mi slanciai fra le sue braccia con tutto l’abbandono d’un giovin cuore troppo pieno che prova il bisogno di effondersi in quel d’un’amica.
Compresi dalle sue prime parole ch’ella aveva una lunga storia da narrarmi, e che era sua intenzione nel venire ad ora sì tarda, di non lasciarmi che il domattina.
Restavami a prender commiato dal mio Romeo: feci entrare Amy nella mia camera da letto e tornai al mio balcone: m’inclinai dalla balaustrata e stesi la mano.
Due mani l’afferrarono: una bocca ardente si posò su di essa, e le nostre voci mormorarono unite:
— A domani.
Poi tornai all’amica, col cuore agitato ed i sensi scossi da quel nuovo ed incognito sentimento infiltratosi nelle mie vene, con quella inebbriante poesia e quello strano mistero.