Chapter 8 of 13 · 2799 words · ~14 min read

VIII.

Coloro che mi hanno seguita in tutte le fasi della mia oscura ed ignorante fanciullezza, possono farsi un’idea dell’effetto prodotto in me da questa rappresentazione di Giulietta e Romeo, recitata dal più gran tragico che già vantasse l’Inghilterra, e dalla più gran tragica che dovea vantare in avvenire. Il mio cervello, bianco ancora come le pagine d’un vergine libro, ricevette tutte le impressioni di poesia, d’affetto, di pietà, d’orrore, racchiuse in quell’ammirabile poema, le quali, incidendosi nel mio spirito, portarono tutti i miei sensi al più alto grado d’entusiasmo e d’esaltazione.

Aveva appunto l’età di Giulietta; era bella ed appassionata com’essa: compresi quel subito amore da lei sentito pel giovine Montecchio, che le fa esclamare nella previsione d’una prossima morte, il primo giorno, o piuttosto la prima notte del loro abboccarsi.

— «Corri, nutrice, corri; informati s’egli è ancor libero, chè ove fosse ammogliato, oimè, te lo giuro, la bara sarebbe il mio letto nuziale.»

Il signor Hawarden contava sul mio viso le fluttuazioni del cuore e l’abile psicologo vi leggeva tutte le mie impressioni: era per lui uno studio curioso, misto a quella dolce soddisfazione che ispira la vista del piacere o della felicità altrui procacciata.

E, difatti, il mio piacere e la mia felicità eran grandi: quando vennero le scene del balcone, tanto poetica la prima, tanto appassionata la seconda, io, strette le mani sul cuore a comprimerne i battiti, anelante, coll’occhio immobile, il respiro sospeso, avrei voluto, siccome Giulietta, rattenere e nello stesso tempo spingere fuor dalla scena Romeo.

Si giudichi dunque a qual grado di terrore io giungessi quando Giulietta, bevuto il filtro che deve addormentarla, trema pensando al suo destarsi sola nel sepolcro de’ suoi avi, in mezzo ai defunti, e all’idea di veder questi morti uscire dalle loro tombe.

Poi venne la catastrofe, catastrofe che mi produsse tanto maggiore effetto, perchè nuova, non solo a me, ma agli altri uditori. Si sa che, nella tragedia primitiva originale di Shakespeare, Romeo muore accanto all’avello di Giulietta, ignorando ch’ella è soltanto addormentata, e Giulietta non riprende i sensi che dopo morto Romeo.

Per un lampo di genio drammatico, Garrick ha visto, o piuttosto ha divinato, a fianco di quale terribile scena il gran Drammaturgo sia passato, senza avvedersene; ed ha svegliata Giulietta al momento in cui Romeo, credendola morta, si è avvelenato: invece di far le due morti isolate e, per conseguenza, solitarie, egli ha dato ai due amanti una stessa agonia, che finisce per l’uno col veleno, per l’altra col pugnale. E con questa intuizione egli ha portato la scena dal dolore alla disperazione, dal bello al sublime.

Al momento in cui Giulietta si uccide, io mi rovesciai all’indietro e svenni, mentre la intera adunanza, ringraziando Garrick della sua prodigiosa invenzione, e dello splendido talento onde avea fatto mostra, ruppe in applausi.

Il mio deliquio non fu pericoloso: con un po’ di acqua fresca tornai in me: non seppi che prendere e stringere le mani del signor Hawarden, e, senza punto curarmi della convenienza o della sconvenevolezza dell’atto, mi gettai nelle braccia di sua moglie e la baciai.

Tornammo in casa: la cena era imbandita, ma, come è facile comprenderlo, io non pensai a gustarne; aveva gli occhi pieni di luce, la mente piena di poesia, il cuore pieno d’amore e di lacrime.

Chiesi al signor Hawarden il permesso di ritirarmi nella mia camera; egli me l’accordò, poi, prendendo un libro dalla sua biblioteca, e ponendomelo in mano:

— So quel che volete, diss’egli; vorreste far ritorno in teatro; ebbene, andatevi.

E mi diede un libro.

Era un volume di Shakespeare, ove trovavasi la tragedia di Giulietta e Romeo.

Trassi un grido di gioia; il signor Hawarden avea divinato il più ardente desiderio del mio cuore, e lo avea prevenuto.

Mi slanciai nella mia stanza, e, adagiatami sopra una sedia a bracciuoli, rilessi dal primo all’ultimo verso la produzione.

Poi tornai alle scene principali, alle scene d’amore fra Giulietta e Romeo, cominciando da quella del ballo a quella delle tombe.

Io era incapace di apprezzare il genio che avea creato questo capolavoro di dramma e poesia, ma il mio cuore pieno di gioventù, di speranza e d’amore, suppliva alla scienza colla intuizione.

D’altronde, non aveva nulla dimenticato, nè un gesto dell’attore, nè un accento dell’attrice: e qual attore? Quale attrice? Garrick e madama Siddons!

Verso le tre del mattino, col cuore e la testa in fuoco, ma vinta dalla stanchezza, mi coricai. Fui per sognare ch’io era Giulietta, per stringermi fra le braccia un Romeo ideale, e morire con lui di dolore e d’amore.

È vano il dire in quale disposizione di spirito io rientrassi il domani al magazzino. Avea chiesto al signor Hawarden il permesso di portar meco il magico libro, che io mi teneva stretto al cuore, quasi temessi che la poesia di cui era copioso, gli prestasse le ali per isfuggirmi. Oh! come i riguardi ch’io era astretta di usare agli avventori, le adulazioni che la mia posizione mi obbligava a far loro, le lodi alle merci che io loro offeriva, come pesarono al mio cuore e parvero basse al mio orgoglio! Esser bella quanto Giulietta, avere un cuore pieno d’amore e di poesia quanto il suo, e provar gioielli in un negozio, fosse anche quello del primo gioielliere di Londra, invece di strascinare un abito di broccato in un ballo, invece di scambiare parole d’amore con un bel cavaliere dall’alto al basso d’una finestra, invece di ascoltare il canto degli uccelli e discutere coll’uomo del cuore, se sia quello del rosignuolo o dell’allodola. Eravi, bisogna convenirne, un abisso da quel che era a quel che poteva essere, dal sogno alla realtà.

Non osai leggere nel giorno: e, l’avessi ardito, il tempo mi sarebbe mancato, essendo il negozio del signor Plowden uno dei meglio avviati di Londra, ed io occupatissima per conseguenza: attesi con impazienza le dieci della sera, ora in cui chiudevasi.

Appena chiuso, salii alla mia camera.

Non mi limitai più a leggere: aveva in una notte imparato a memoria quasi tutto il dramma; le scene soprattutto di Giulietta m’erano rimase parola per parola nello spirito, e rammentava non solo i versi ma il tuono di voce con cui la grande attrice che rappresentava Giulietta, li avea pronunciati.

Allora mi studiai a riprodurre i gesti e le intonazioni, ma, orgogliosa ch’io m’era, per quanto perfetta mi fosse sembrata madama Siddons quando la vedeva e l’udiva, parevami, nel ridire quelli stessi versi, ch’ella avrebbe potuto giungere ad una maggior dolcezza di voce. Difatti, madama Siddons, come ebbi agio di giudicare in seguito, perfetta veramente nelle parti di Lady Machbeth e di Lady Hamlet, lasciava qualche cosa a desiderare in quelle più dolci, più affettuose, più varie di Giulietta e Desdemona. — Ebbene, questa grazia del corpo, questo incanto della voce, pareva a me che la natura me lo avesse largito. La mia persona pieghevole, alta, armoniosa, poteva colle sue naturali ondulazioni giungere a quella perfezione di languore e di flessibilità che gl’italiani dinotano coll’intraducibile nome di morbidezza. Parevami di avere, cosa assai rara, la voce dolce e tragica: il mio viso, posso dirlo oggi, era tanto atto ad esprimere ogni impressione che, anche riproducendo le sensazioni più facili, era nella tristezza una melanconia, nella gioia un abbagliamento. Se la trasparenza del mio animo era già un po’ offuscata, il mio corpo era ancor puro; e la mia bellezza aveva quell’aureola d’incontrastabile innocenza, che fa rispettare, per quanto ignuda, la Venere dei Medici. In una parola, io seminava già il fuoco, ma non ardeva ancora.

Trascorsi una parte della notte a declamare e a gestire dinanzi un piccolo specchio, che riproduceva appena la quinta o sesta parte della mia persona.

Il domani madama Plowden, sia ingenuamente, sia ironicamente, mi chiese se io aveva l’abitudine di parlare ad alta voce sognando: i miei vicini di soffitta essendosi lagnati che io avea loro impedito di dormire, ella mi pregava a moderare gli slanci della mia voce, sia parlando desta, che in sogno.

Era un dirmi di rinunciare alla sola gioia vera che fosse venuta a visitarmi dacchè io era al mondo.

Continuai i miei studi notturni, ma sottovoce. La maggior illusione che mi sorridesse era quella di presentarmi ad un impresario, e farmi da lui scritturare: pensava pure di farmi raccomandare a Sheridan, di cui non aveva obliato il nome, quantunque a quell’epoca non avessi alcun’idea della celebrità che lo accompagnava; ma come fare una simile domanda al signor Hawarden? Come aver la forza di dirgli che io voleva lasciare il negozio del signor Plowden, per farmi attrice? Che voleva abbandonare la via retta ch’egli mi aveva aperta per quella tortuosa che avea creduto di chiudermi? Questa forza, io lo sentiva bene, non l’avrei mai trovata in me stessa.

Che fare?

Attendere: rimettermi a qualcuno di quegli strani avvenimenti che mutano ad un tratto l’avvenire d’una vita, e aggrapparmi nel naufragio al fragile sostegno della speranza.

Quindici giorni decorsero di tal fatta, e furono forse i più dolorosi che io avessi ancora passati.

Era da più d’un mese presso il signor Plowden e da quindici giorni almeno provava i tormenti che ho tentato descrivere, quando un’elegante vettura fermossi dinanzi alla porta, e un lacchè vestito d’una livrea grigia e rossa aprivane lo sportello, che dava adito ad una donna abbigliata con ammirabile ricercatezza.

Appena ebbi volti gli occhi su questa donna, poco mancò non gettassi un grido.

Era miss Arabella.

Ella entrò in negozio col suo incedere risoluto ed altero; si sarebbe detta la regina della moda e della ricchezza, o meglio ancora, la stessa Fortuna.

Ella mi vide, incrociò col mio il suo sguardo, ma non un muscolo del suo volto indicò che mi avea riconosciuta.

Ciò non mi sorprese: senza dubbio non le era stato detto ch’io fossi andata da lei ed ella mi credeva sempre nel ducato di Galles, supponendo però che mi ricordasse, la sola cosa che potesse attirare i suoi sguardi su me, vedendomi a Londra, nel magazzino del gioielliere Plowden, era uno stupore cagionato dalla somiglianza.

Ma questo stupore ella nol fe’ in modo alcuno manifesto.

Chiese le si mostrassero de’ gioielli, e quantunque fossi io che glieli esibissi, ella non mi volse la parola che come ed una straniera che le fosse stata perfettamente sconosciuta.

Preferì un fregio di smeraldi attorniato di diamanti, del valore di tre mila lire sterline.

Fatta la scelta:

— Mandate questo fregio al mio palazzo oggi alle cinque, diss’ella, colla fattura e la quitanza.

Poi, additandomi con un semplice sguardo:

— Madamigella mi porterà il tutto, soggiunse.

Mi sentii correre un brivido pel corpo.

Il signor Plowden, riconducendola con ogni sorta di cerimonie fino alla sua carrozza, le promise che sarebbe stata obbedita.

— Madamigella, e non un’altra, ripigliò miss Arabella prima di salire; intendete, signor Plowden, o altrimenti non pago il vostro gioiello e ve lo rimando per non comprare più mai nulla da voi.

— La S. V. stia tranquilla, rispose il signor Plowden, che sarà fatto com’ella desidera.

Miss Arabella fe’ un cenno, e la carrozza partì a galoppo.

Io era annichilita: quell’inaspettato avvenimento, che io invocava senza poter specificare, come quelle magiche evocazioni improvvisate dalla bacchetta d’una fata, era accorso alla mia chiamata. Io non aveva cercata miss Arabella che mi avea rinvenuta: qualunque cosa derivasse da quest’incontro, io non mancava alla parola data al signor Hawarden.

Alle cinque il signor Plowden fe’ venire una vettura, non stimando prudente di lasciarmi andar a piedi per Londra con un astuccio di tanto valore. Era il momento decisivo. Si appiccò in me una lotta violenta; fui sul punto di pregare il signor Plowden a risparmiarmi la tentazione; ma il tentatore mi stava nell’animo, — e vinse.

La carrozza si fermò ad Oxford Street, n. 23. Riconobbi la palazzina col giardino al fondo e lo Svizzero sulla porta. Egli suonò colla stessa maestà, e la stessa cameriera comparve. Dissi che veniva per parte del signor Plowden; l’ordine era dato di farmi entrare.

Miss Arabella stava in un salottino bianco e oro, tappezzato di raso azzurro; vestita riccamente alla foggia turca, con un’acconciatura di zecchini sul capo, un giubbettino di velluto color ciriegia ricamato in oro, che lasciava scorgere una parte del petto; i suoi piedi ignudi calzavano pantofole orientali color ciriegia e d’oro come il cinto.

Era seduta o piuttosto sdraiata sopra dei cuscini.

Fe’ cenno a mistress Northon di chiuder la porta e lasciarmi sola con lei.

— Madama, le diss’io con voce tremula e senza ardire d’alzar gli occhi, ecco il fregio che voi avete scelto dal signor Plowden ed il conto da voi richiesto. Il signor Plowden vi fa dire che non avrebbe mandato il conto se l’ordine vostro non....

Ella m’interruppe.

— Siete dunque voi, piccola ingrata, disse; appressatevi.

La bellezza ha sempre avuto su me una potenza suprema, e miss Arabella era per vero d’una splendida bellezza.

Me le avvicinai, e mi posi in ginocchio come avrei fatto davanti a Venere, nel tempo in cui gli Dei scendevano in terra, se fossi stata una fanciulla di Pafo.

— Oh! madama, le dissi, completamente soggiogata, voi mi giudicate male. La mia prima visita a Londra fu per voi: si fu per seguirvi, per obbedirvi, per servirvi in ginocchio, come lo fo in questo momento, che io venni a Londra: vi sarà stato, spero, consegnato il mio nome, ma voi stessa lo avrete certo posto in obblio.

— Venite qui, mi diss’ella, e, prendendomi per mano, mi fe’ sedere su’ cuscini. Vedete pure, al contrario, che non vi ho dimenticata, giacchè vi ho seguita fino al magazzino di quell’orribile ebreo per nome Plowden. Ma perchè non siete tornata al palazzo?

Abbassai gli occhi, perchè stavo per mentire.

— Temevo che non foste ancora di ritorno.

— Perchè avete proibito in casa Hawarden che mi si desse il vostro indirizzo?

— Oh! non l’ho mai proibito, esclamai vivamente: fu senza dubbio il signor Hawarden che....

Ella m’interruppe.

— Che ha voluto salvare la vostra virtù, la quale, a parer suo, correa pericolo presso di me.

Chinai gli occhi arrossendo.

— Andiamo, voi non sapete ancora mentire: è letteralmente quel che io aveva indovinato.

E suonò il campanello. Madama Northon rientrò.

— Prendete, diss’ella, dandole un pacchetto di biglietti di banca già pronti: portate ciò al signor Plowden, e ditegli che io tengo il fregio e la persona che lo ha portato.

— Oh! madama, esclamai; come volete....

— Vorreste voi farmi credere che rimpiangiate il magazzino del signor Plowden e il posto di damigella da bottega? Andiamo, via, sarebbe un annientare le mie credenze in fisionomia. Qui, mia cara, soggiunse ridendo, potrete declamare a vostro bell’agio; nessuno si lagnerà che voi parliate sognando....

— Come, voi sapete...

— Sono assai curiosa: la curiosità, lo sapete, è il peccato delle belle donne. Dico dunque che potrete declamare a vostro bell’agio, senza contare che anderete in teatro ogniqualvolta vi piacerà.

— Oh! davvero, madama?

— Non è un gran favore ch’io vi faccio: ho un palco annuo che è sempre vuoto; ne profitterete a piacer vostro.

Rivolgendosi a madama Northon:

— Ebbene, che fate voi là, mia cara?

— Farò osservare a V. S. ch’ella attende una visita dalle cinque alla sei, e se vado io stessa dal signor Plowden, la persona può venire mentre io sono assente, e non troverà alcuno che la introduca.

— Avete ragione: mandate Tom. Se quella persona viene, voi la pregherete d’aspettare un momento in salotto, e mi farete avvertita; andate.

Mistress Northon uscì.

— Vediamo i diamanti, disse miss Arabella, con tuono svogliato.

Le presentai l’astuccio.

— Sono veramente belli.

— Oh! ne ho già tanti, mio Dio; ma Giorgio mi ha detto ieri che la pietra di sua preferenza è lo smeraldo, e bisogna pure far qualche cosa per coloro che vi... oh! la brutta parola che m’era venuta alle labbra! stavo per dire, che vi pagano, invece di dire, che vi amano.

Io la guardai: una specie di sudor freddo mi correva per la fronte: cominciavo a credere che il signor Hawarden avesse avuto ragione; ma era troppo tardi.

— Aiutatemi a mettere questo fregio, mi diss’ella.

E mi porse il suo collo, poi gli orecchi, poi le braccia.

Mi era io innalzata, od aveva disceso, passando del negozio dello Strand al palazzo della via Oxford? Là, era la serva del pubblico, qui la cameriera di miss Arabella.

Avevo appena affibbiato il secondo braccialetto, quando madama Northon rientrò.

— È lui, diss’ella.

— Dov’è?

— Nel salotto.

— Conducete madamigella all’appartamento che guarda sul giardino, e vegliate acciò non abbia a mancarle nulla. Incaricate Sara del suo servizio.

Mistress Northon aprì una porticina celata nell’intavolato e m’invitò a seguirla, mentre miss Arabella, alzatasi e fatti alcuni passi verso il salotto, diceva colla maggior dolcezza di voce:

— Entrate, mio caro principe.