Chapter 6 of 13 · 2170 words · ~11 min read

VI.

Anche il signor James Hawarden era fuor di casa, ma dovea rientrarvi prima delle sette, ed erano le cinque e mezzo.

Mi si offerse d’attendere. Io pregai Dick di rientrare all’albergo e tornar a prendermi due ore dopo.

Dopo una mezz’ora, udii battere tre o quattro colpi alla porta; era il padrone che, rientrando, s’annunciava in tal modo.

Io lo aspettava in una specie di parlatorio; e quantunque la luce fossa scemata per l’appressar della notte, egli mi riconobbe subito.

— Ah! siete voi mia bella fanciulla? mi diss’egli con un sorriso misto ad una certa tristezza; m’immaginavo, nel lasciare Hawarden, che non tarderei molto a rivedervi a Londra.

— È egli un rimprovero che mi fate, signore? chies’io.

— No, la gioventù è ardita, e la bellezza ha i suoi destini venturosi o fatali, ai quali non può sfuggire. — Volete entrare nel mio gabinetto? Vi saremo più liberi per parlare, giacchè suppongo che avrete non poche cose a dirmi.

— Se voi siete tanto buono da ascoltarmi....

— Venite, figliuola mia.

E, prendendo un candeliere, mi precedette.

Entrammo e sedemmo in un gabinetto elegante e semplice in una volta.

— Ebbene, eccovi dunque, mi diss’egli; e che venite a far qui?

— Signore, gli dissi, quando vi ho chiesto se conoscevate il pittore Romney, dicendovi ch’egli era parente d’una mia compagna di collegio, ho mentito.

Il signor Hawarden sorrise d’un singolare sorriso.

— V’ingannate, signore, soggiunsi arrossendo; non ho visto che una sola volta il signor Romney: egli stava alla spiaggia del mare con una dama a nome miss Arabella.

— Diffatti, disse il signor Hawarden, mi fu detto ch’egli viaggiava con essa.

— Ora, ripigliai, lasciate ch’io vi dica la verità.

E gli raccontai il nostro incontro in tutti i suoi particolari; l’indirizzo datomi da miss Arabella; le offerte fattemi da ambedue; gli dissi senza nulla celargli come avevo lasciata la casa di suo padre, come ero venuta a Londra, e la visita senza risultato fatta poco prima ad Oxford Street.

Egli mi lasciò dir tutto, poi, guardandomi fiso e serrando le mie nelle sue mani:

— Figlia mia, mi disse con una gran dolcezza, ma al tempo stesso con una certa solennità, quando si ha l’età vostra e la vostra bellezza, due sono i cammini nella vita: l’uno, diritto e semplice attraverso una pianura dall’aspetto monotono e tranquillo, che mena col matrimonio e la maternità ad una vecchiezza onorata ed onorevole; l’altro, che si eleva talvolta per lasciarvi travedere splendidi orizzonti, talvolta si abbassa per forzarvi a traversare fangose paludi: seguendo questo, si giunge per tre stadi al fine della vita: l’uno si chiama l’orgoglio, il secondo la fortuna, il terzo l’onta. Voi siete al bivio delle due strade. Vedete quale delle due volete seguire.

— Oh! signore, potete voi domandarmelo?

— Sì, fanciulla mia, posso e devo chiedervelo, giacchè, prima d’essere moralista, lasciatemelo dire, sono filosofo. Ora io non credo, come dicono certi spiriti assoluti, che l’uomo fruisca interamente del suo libero arbitrio; credo al potere irresistibile della materia sull’anima, più che al comando dell’anima sulla materia. Ancorchè prendiate la via retta e semplice, talora l’oscurità della notte, talora l’ebbrezza de’ sensi, ve ne faranno ritorcere. Buoni consigli ed una buona guida vi rimetteranno in cammino; ed io sarovvi, ove il vogliate, guida e consiglio; ma hanvi condizioni primitive in certe organizzazioni, di cui non possono trionfare nè i consigli, nè l’esempio: la società le respinge, la legge stessa le punisce, ma la scienza le compiange e qualche volta anche le assolve. È però sempre una fortuna di più lo scegliere il buono anzichè il cattivo sentiero: è già una bontà della Provvidenza il non aver trovata quella donna: volete voi promettermi di non andar mai di moto proprio, nè a casa di lei nè da Romney?

Stetti muta.

— Voi esitate? mi diss’egli.

— No, signore; ma io aveva vagheggiato un avvenire melodioso e dorato, mi si è tanto detto che, venendo a Londra, vi farei la mia fortuna, che vi sono venuta senza punto curarmi del modo con cui la si farebbe. È egli troppo il chiedervi cinque minuti per dar tempo all’illusione di dileguarsi?

— Povera fanciulla! mormorò il dottore.

Restai pensierosa: sentivo il suo sguardo fiso nel mio, e parevami che questo sguardo mi penetrasse nell’animo, dandogli una forza di volontà sconosciuta fin allora.

— Signore, gli dissi dopo alcuni momenti, vi prometto di non cercar mai di rivedere nè miss Arabella nè il signor Romney: vi prometto di non andar da loro, ma se essi vengono a me, se io li incontro senza cercarli, non vi prometto di aver la forza di resistere alla tentazione.

— Avrai fatto quanto potevi, rispose il signor Hawarden, e non si può chieder di più ad una figlia d’Eva.

In quel momento si udì batter due volte la porta; questi due colpi indicavano l’umiltà di colui che picchiava.

Io trasalii.

— Che avete? mi chiese il dottore.

— Signore, gli dissi, è probabilmente Dick, il fratello d’Amy, che viene a cercarmi. Se volete che io profitti dei vostri buoni consigli non mi lasciate tornare presso l’amica: è dessa che m’ha fatto abbandonare Hawarden, è dessa che m’ha trascinata a Londra; e, se mi perdo, ho il presentimento di perdermi per mezzo suo.

— Sta bene; dite che vi fermate qui stasera, e che vi ritengo, perchè ho promesso di trovarvi un posto domani.

Il servitore che mi aveva introdotta aprì la porta del gabinetto, e volgendosi al suo padrone:

— Signore, disse, il giovinetto che ha accompagnato madamigella viene a riprenderla.

— Fatelo entrare, rispose il signor Hawarden.

Poi, aprendo una porta da cui vedevasi un salotto ove stava ricamando una giovin donna di 23 a 24 anni, con ai piedi un bimbo seduto che sfogliava un libro d’incisioni:

— Amica mia, le diss’egli, eccoti la giovinetta di cui ti ho parlato, tornando da Hawarden: ella è arrivata dalla casa di mio padre; sii buona tanto da darle ospitalità fino a domani: domani spero trovarle il posto che le conviene.

La signora si alzò e mi venne incontro.

In quel momento Dick comparve alla porta.

— Dick, gli diss’io, scusatemi con Amy, perchè mi fermo presso i signori Hawarden: se la speranza datami dal mio degno protettore si realizza, vi scriverò tosto.

— Ebbene, ve lo diceva io, madamigella, che non bisognava diffidare? Il buon Dio è buono, e v’ha a Londra posto per tutti: in ogni caso, signor Hawarden, potrete vantarvi di aver reso servigio a quella che era ieri la più bella fanciulla della provincia, e che è oggi probabilmente la più bella fanciulla di Londra. A rivederci, madamigella Emma; signore e signora, Dio vi rimeriti.

Ed uscì felice della mia felicità.

Questa felicità non era precisamente quella che io aveva vagheggiata: ciò che a me pareva felicità era la vita clamorosa, agitata, colle subitanee fortune, le repentine catastrofi, le inaspettate peripezie. Certo quella donna che or ora m’aveva abbracciata come una sorella, che aveva abbracciato suo marito come un fratello, ed erasi, sorridente e tranquilla, riseduta accanto al bimbo, che dal canto suo non avea neppure alzato gli occhi dal libro per vedere chi entrasse; quella giovin donna che avea ripreso il suo ricamo con una mano, cui le passioni parevano non avere agitata giammai, che assortiva i colori dei fiori con una noncurante destrezza, ed una paziente abilità, quella donna era felice; ma come lo avea così bene spiegato il sapiente dottore hanvi nature alle quali non può bastare questa fredda e monotona felicità.

E ancora, qual probabilità eravi per me di giungere al punto cui ella era giunta? Era io nata ricca ed onorata com’essa, per trovare a diciott’anni uno sposo illustre nella scienza, che mi condurrebbe in un elegante salotto, caldo, dolce ed aggradevole come un nido? — No, io era una povera contadina senza beni di fortuna e quasi senza educazione: non osava rispondere quando mi si chiedeva quel che facesse mia madre, e poteva appena rispondere quando mi si domandava il nome del padre mio. Era bella, ecco tutto: dovea dunque chiedere alla mia bellezza ciò che le altre si aspettavano dalla nascita, dalla educazione e dal loro stato: non avendomi largito che questo dono, Dio me lo avea forse dato per supplire a tutto ciò che mancavami.

Spettava dunque alla mia bellezza il decider di me, anzi che a me il decidere della mia bellezza.

Ecco le riflessioni che io facevo in vedere quella placida famiglia, in cui il marito leggeva, mentre la moglie ricamava ed il bimbo guardava le incisioni.

Ma, quale distanza da questa tranquillità a quel portamento altero e risoluto di miss Arabella, a quell’ardente entusiasmo, a quella vita libera, a quella gloria artistica di Romney! Erano senza dubbio bimbi che si trastullavano, e una moglie che ricamava come la donna ed il bimbo che io aveva sott’occhi, quelli ch’egli aveva abbandonati, e per verità, se ciò era così, io non mi sentiva coraggio di fargliene un delitto!

O folle giovinezza! o immaginazione insensata!

Oimè! quando, giunta all’altra estremità della vita, io guardo oggi con gli occhi del pentimento quel che guardava allora cogli occhi dell’illusione, come vorrei essere stata la dolce giovine, e aver trascorsa la mia vita a ricamar fiori, col marito accanto ed il bimbo a’ piedi, anzichè la brillante e colpevole Emma Lyonna, la ricca e possente Lady Hamilton!

Alle sette, madama Hawarden fece il thè: alle nove cenammo; tutta la differenza fra il signor Hawarden padre ed il Hawarden figlio fu nel far cenare il bimbo con noi. Alle dieci fui condotta nella mia camera. Dick aveva avuto cura di portarmi il mio piccolo fardello: i pochi panni che lo componevano e le cinque lire che mi restavano, dopo pagato il viaggio, erano tutto il mio avere.

Il domani, non sapendo se dovessi discendere attesi che mi si prevenisse di quel che dovea fare: vennero ad annunciarmi che la colezione era pronta, e discesi.

Il signor James Hawarden rientrava allora appena.

Egli mi mosse incontro tutto lieto, dicendomi:

— Ebbene io sono riuscito, e sta ora e voi lo scegliere il cammino indicatovi ieri. Uno dei miei clienti, il signor Plowden, uno dei più ricchi gioiellieri di Londra, ha bisogno d’una damigella di magazzino. I vostri occhi potranno spesso far danno a’ suoi diamanti, ed i vostri denti alle sue perle, ma, in fede mia, tanto peggio per essi. Voi avrete cinque lire al mese dapprima, in seguito, si vedrà: dico in seguito, perchè non intendo che basti la raccomandazione che gli ho fatto per voi questa mattina. Ora è convenuto che voi entrate domani in funzioni; vi conduco da lui e vi colloco.

Poi guardandomi dal capo ai piedi:

— Diavolo! esclamò.

Io arrossii.

— La mia toeletta; non è egli vero?

— Sì; non avete un abito più fresco e un po’ più di moda?

Scossi il capo.

— Siete bella, per Dio, e non è ciò che m’inquieta; sareste vezzosa anche vestita di bigello e di cenci; ma bisogna avere una certa apparenza per entrare in siffatti negozi alla moda. Se vi fosse tempo da qui a domani...

In quel momento la cameriera di madama Hawarden entrò.

— Madama non è qui? chies’ella.

— No; che volete da lei?

— Madamigella Cecily la domanda.

— Appunto la sarta! disse il signor Hawarden; pregate Cecily di attendere, e madama di venir qui.

La cameriera uscì, e cinque minuti dopo entrò madama Hawarden. Io aspettava tutta confusa.

— Ti ho fatto chiamare, amica mia, le disse suo marito, per chiederti se, da qui a domattina, madama Cecily può fare un abito a questa fanciulla.

— Ciò mi par difficile; ma, aspetta.

Madama Hawarden mi guardò a sua volta con attenzione, ed appressandomisi, misurò alla mia la sua spalla.

— Credo che potrò trarvi d’impaccio, diss’ella.

— M’affido a te.

— La sarta, seguitò madama Hawarden, mi porta appunto un abito semplice ma elegante; madamigella ha la mia statura, è forse un po’ più gracile di me, in ogni modo se credi potremo combinarci così: essa potrà prendere il mio abito, e siccome io posso attendere, Cecily me ne farà un altro.

Suo marito la baciò in fronte.

— Tu sei un angelo, rispos’egli; no, m’inganno una santa, o piuttosto l’uno e l’altra ad un tempo.

Poi, volgendosi a me:

— Ciò vi conviene, madamigella, e vorrete voi portare un abito fatto per mia moglie?

— Ne sarò felice e orgogliosa.

Il signor Hawarden suonò il campanello.

— Fate entrare madamigella Cecily.

La sarta entrò.

— Vi lascio, ripigliò il signor Hawarden, la cosa dee passarsi fra voi.

Ed uscì.

L’abito pareva fatto a mio dosso.

Il domani alle dieci del mattino io era stabilita presso il signor Plowden, nel più bel negozio dello Strand, e il signor Hawarden prendeva commiato dal padrone del negozio, raccomandandomegli come fossi stata sua figlia.

Ho certo avuto molte vesti dipoi, ma non ne ebbi mai una che mi facesse più bella, e mi andasse meglio di quella di madama Hawarden.