IV.
Se si ricorda l’effetto che m’avea prodotto Dick quando, parlandomi di un grande specchio dorato nel quale mi vedrei dal capo ai piedi, mi avea trasportata nel magico regno della fata Morgana, è facile ideare le folli visioni che sursero nel mio cervello dopo la mia conversazione col pittore e la sua bella compagna.
Non comprendeva metà delle parole ch’essi aveano scambiate fra loro, o che mi aveano dirette, ma aveva capito soltanto l’offerta fattami dal pittore di cinque lire ad ogni seduta, in cui gli poserei dinanzi; e da miss Arabella di dieci lire al mese, se accettava di essere sua damigella di compagnia. Ambedue insomma mi avean detto che, andando a Londra, una fortuna mi attendeva.
Certo non era un posto molto elevato quello di damigella d’una donna, la cui condizione mi pareva dubbiosa, ma per me, povera figlia d’una domestica di fattoria, per me, guardiana di montoni, tre anni innanzi spregiata alunna di madama Colmann, da dodici mesi istitutrice di bimbi a quattro _pences_ circa il giorno, era un gran passo fatto verso questa promessa fortuna lo arrivare a ricevere cento lire l’anno invece di sette od otto.
Poi Londra, Londra dal magico nome, la città di cui tutti parlavano, ove tutti volevano andare, ove si gettano tutte le ambizioni, come tutti i fiumi al mare, — Londra! — Non era già egli un gran che lo essere a Londra, in una città che conta un milione e mezzo d’abitanti, invece di vivere in un borgo di Flintshire, in mezzo ai monti del paese di Galles, presso le spiaggie triste e deserte del mar d’Irlanda?
E nel rientrarvi il lunedì mattina, la casa del signor Tommaso Hawarden mi parve di fatti più fosca e malinconica che mai.
Una cosa ancora contribuì alla mia mestizia. Come al solito, il vegnente lunedì condussi a far trastullare nel prato i fanciulli: — era seduta sopra un albero atterrato, errando col pensiero in quella vasta città sconosciuta, cui tendevano i miei desiderj, quando udii un rumore di passi e un cicalìo, che mi si appressava.
Alzai il capo: erano le mie antiche compagne che si dirigevano dalla mia parte.
Il caso non me ne avea condotto alcuna dinanzi dopo la mia uscita di collegio, ma in compenso me le menava oggi tutte in massa.
Mi levai in piedi per salutare madama Colmann, ma parve ella appena riconoscermi, e mi rispose con un lieve cenno del capo, senza volgermi parola.
Le mie tre nemiche, invece, mi riconobbero: nel passarmi dinanzi, la maggiore, che avea nome Clarice Damby, disse alla sua vicina, Clara Sulton:
— Vedi, ecco la nostra antica compagna Emma Lyon. Pare ch’ella non guadagni di più come aia di bimbi, che come guardiana di montoni, giacchè ha ancora l’abito del collegio.
E si posero a ridere.
Alcune delle più giovani mi riconobbero; una sola lasciò le compagne e venne ad abbracciarmi; si chiamava Fanny Campbell: era la figlia d’un sergente di marina.
Ventidue anni dopo, questo bacio salvò la vita a suo padre.
Ma il bacio non cancellò il sarcasmo che lo avea preceduto.
Ed era vero, io aveva ancora il mio uniforme: aveva tanto avuto cura di quel della domenica, che durava ancora, e aveva potuto metter da parte gli uni dopo gli altri i dodici scellini che riceveva al mese.
Era il mio tesoro, vale a dire la libertà.
Dacchè stava presso il signor Hawarden avevo accumulato sei lire sterline: le mie sei monete d’oro erano chiuse in un cassettino dell’armadio nella camera mia, la cui chiave io non abbandonava un momento, precauzione inutile per altro nella casa del signor Hawarden, ove si avrebbe potuto lasciare il diamante del gran Mogol senza tema che fosse derubato.
Sì, io aveva sempre lo stesso abito; Clarice Damby aveva detto il vero, ma andando a Londra e divenendo damigella di compagnia di miss Arabella con dieci lire il mese, e modello del signor Romney con cinque lire ogni seduta, potrei bene mutar le mie vesti tutti i mesi, tutti i quindici giorni, tutte le settimane!
Mai tentazione morse più violentemente il cuor d’una donna di quella che m’assalì in quell’istante: guardai la carta che teneva in seno ripetendo ben dieci volte:
— Miss Arabella, Oxford Street, 23.
Anche perdendo quel foglio, l’indirizzo era indelebilmente scolpito nel mio cervello.
Rientrata in casa, vi trovai un nuovo ospite; il Signor James Hawarden, quegli che, come ho detto, era chirurgo a Leicester Square.
Egli giungeva da Londra, e doveva restare otto giorni presso suo padre: durante otto giorni udrei dunque a parlare di Londra!
Il mio aspetto produsse su lui l’impressione che produceva su tutti: ei m’interrogò sulla mia famiglia, su me: mi chiese quel che contassi di fare e il perchè non andava a Londra, ove ei s’incaricherebbe, mi disse, di trovarmi un posto.
Poi, mentre il mio cuore batteva tanto da spezzarmi il petto di desiderio e speranza, dopo avermi guardata un momento con una suprema espressione d’interesse:
— No, diss’egli, è meglio assai che non vi veniate.
Io moriva dal desiderio d’interrogarlo, ma non l’osai in presenza del signor Hawarden padre: fece il caso che questi uscisse; allora, prima ancora che la porta si richiudesse, queste parole m’erano uscite di bocca:
— Conoscete voi il signor Romney?
— Quale Romney? chiese il signor James.
— Il pittore, rispos’io.
— Chi non conosce Romney! È il più gran ritrattista dei tempi moderni. — Poi, crollando le spalle: Che peccato!..... seguitò egli.
Ma non terminò la sua frase.
Io lo guardai interrogandolo cogli occhi, non osando farlo colle labbra.
— Sì, soggiunse egli, che peccato che una sì grande immoralità sia congiunta a tanto genio! — Egli aveva una moglie adorabile, due vezzosi bambini, ed ha tutto abbandonato per vivere con donne di teatro e cortigiane, che logorano la sua salute e smungono il suo avere. Egli pagherebbe un modello venticinque lire sterline, se questo modello gli offrisse qualche nuova bellezza. — Ma come conoscete voi Romney?
— Non lo conosco, rispos’io, arrossendo; una mia compagna di collegio era sua parente.
Il signor Hawarden rientrò: io mi tacqui. Il severo puritano avrebbe per certo trovato mal fatto che io tenessi con suo figlio una conversazione su tal materia.
Non riparlai più di Romney col signor James Hawarden: sapeva quanto volea sapere. Non osai interrogarlo su miss Arabella; temevo di conoscere quel ch’ella fosse; il dubbio mi permetteva di servirmi della sua offerta.
D’altronde la prima parola di quelli che mi vedevano non era essa che io doveva andare a Londra? Vero si è che riflettendovi ognuno se ne disdiceva; ma che avea dunque Londra di tanto spaventevole? Sopra un milione e mezzo d’individui che l’abitavano eranvi ben certo due o trecento mila fanciulle dell’età mia. Per abitar Londra erano elleno perdute?
Dopo gli otto giorni il signor James Hawarden partì: il suo interesse per me non avea fatto che accrescersi durante il suo soggiorno dal padre; e nel lasciarmi, egli mi disse che se mai io andassi a Londra, cosa ch’egli non mi augurava, mi ricordassi di lui.
Non era a temersi ch’io nol facessi; aveva scritto nella mia mente il suo indirizzo con quel di miss Arabella.
Qualche giorno dopo la partenza di lui, fece il caso che, uscendo per andar a riprendere i bambini che erano andati a scorrere un’ora da una loro parente, passassi dinanzi il negozio di specchi, di cui mi avea parlato Dick cinque o sei anni innanzi.
Trasalii nel vedermi tutta intera in uno degli specchi esposti alla porta del magazzino; mio malgrado, sostai come affascinata dalla mia propria immagine.
In quel momento sentii toccarmi una spalla; mi volsi e riconobbi Amy Strug, che io non aveva vista da un anno.
Senza essere elegante era vestita assai meglio di quel che non convenisse al suo stato: la guardai dunque con sorpresa.
Ella vide ch’io stava per interrogarla, e non me ne diè il tempo.
— Che facevi tu là, mi chiese.
Mi posi a ridere.
— Lo hai ben veduto, risposi.
— Sì, ti guardavi in uno specchio, e ti vedevi bella; ed avevi ragione. Vorrei esserlo quanto lo sei, e so ben io quel che vorrei fare.
— Che faresti?
— Non resterei a lungo nel ducato di Galles.
— Dove andresti?
— A Londra; tutti dicono che con un bel fisico si fa fortuna a Londra: procura di andarvi; e quando sarai milionaria mi prenderai teco per cameriera.
Trassi un sospiro.
— Non è il desiderio che mi manca, le dissi.
— Ebbene, chi te lo impedisce?
— Come vuoi tu che all’età mia io parta sola per Londra.
— Se non ti manca che una compagna di viaggio, eccomi.
La guardai.
— Parli seriamente? le dissi.
— Nol potrei più seriamente.
— Ma fa mestieri di molto denaro per andare a Londra.
— No, al contrarlo; con una lira vi si va: me ne sono informata a Chester. Con una lira si ha un posto nell’interno della diligenza: noi prendiamo due posti con due lire e in tre giorni siamo a Londra.
— Ma tua madre?
— Mia madre, disse Amy, con una smorfietta; oh! v’ha un po’ di freddezza fra noi dopo la mia uscita dalla fattoria.
— Non sei dunque più da madama Rivers?
— No..... anzi, tanto vale che io ti dica il tutto. Immagina dunque che suo figlio Carlo venne a vederla. Nel tempo ch’el fu da sua madre mi ha fatto la corte; in fede mia io lo trovava troppo bello per non lasciarmela fare: sua madre se l’ebbe per male e mi ha messa alla porta. Carlo ha creduto di dovermi un compenso pel posto ch’io aveva perduto a cagion sua, e prima di partire mi ha dato quindici lire. Cinque mi sono occorse nella compera d’abiti onde avea gran bisogno; me ne restano dieci, vuoi tu venir meco a Londra? te ne do cinque. Oh! me le renderai, non ne sono inquieta.
— Grazie, Amy, le rispos’io; ma son quasi ricca quanto lo sei: ne ho sette.
— Hai sette lire, ed io dieci: abbiamo diciassette lire! ma abbiamo tanto da fare il giro del mondo! aggiungendo soprattutto che Carlo è a bordo d’un vascello.
— Oh! le diss’io, se fossi certa...
— Certa di che? chiese Amy.
— Che la dama, di cui ho l’indirizzo, fosse tornata a Londra.
— Una dama ti ha dato il suo indirizzo?
— Sì.
— E a quale scopo?
— Perchè io vada da lei come damigella di compagnia. Mi offre dieci lire al mese.
— Dieci lire al mese! e tu esiti?
— Son quindici giorni appena che la ho veduta, in riva al mare, presso alla campagna del signor Hawarden.
— Dove abitava?
— Ho udito loro a nominare Park Gate.
— Hai _loro_ udito nominare! Ella non era dunque sola?
— Era con un pittore, il quale m’ha offerto cinque lire per ogni volta che io volessi servirgli da modello.
— Come! hai trovato una dama che ti offre dieci lire, un pittore che te ne offre cinque ad ogni seduta, ed hai rifiutato? — Se tu fossi cattolica, direi che vuoi essere canonizzata. Partiamo, Emma: tu farai la tua fortuna dapprima, quindi la mia.
— Se vi fosse mezzo di sapere se sono ancora a Park Gate, o partiti.
— Nulla di più facile.
— E come?
— Non abbiamo noi Dick che vuole egli pure venire a Londra, e che noi condurremo con noi, giacchè siamo tanto ricche? In qual giorno vai tu alla campagna coi tuoi padroni?
— Tutte le domeniche.
— Dammi il nome del tuo pittore e quel della tua dama.
— Il pittore si chiama Romney, la dama miss Arabella.
— Romney — miss Arabella — Prender notizia a Park Gate del luogo ove si trovano. — Sta di buon animo, non dimenticherò nulla. Sabato sera partirò per Chester con Dick: domenica, alle dieci del mattino, io passeggerò in riva al mare: fa di trovarviti e ti darò la risposta.
— Ma Dick, vuoi fargli perdere il posto di pastore?
— Oh! da gran tempo egli non è più a guardia dei montoni.
— E che fa egli allora?
— Nol saprei bene — nulla — un po’ di contrabbando, probabilmente.
— Oh! mio Dio! ma i contrabbandieri son mandati in galera.
— Sì, quando li prendono, ma Dick è furbo e non si lascia prendere; solo, siccome egli comincia ad essere conosciuto sulle nostre sponde, non gli dorrebbe di mutar paese, — quindi, a domenica.
— A domenica, ma non ti prometto nulla.
— Chi ti chiede di promettere qualche cosa? Quando saremo là, combineremo. Solo, non dimenticare nè il tuo denaro nè la valigia.
E si allontanò con passo noncurante e leggero, a provarmi che per conto suo tutte le sue riflessioni erano fatte.
Io restai un istante immobile e pensosa allo stesso posto: mi allontanai a mia volta volgendo un ultimo sguardo allo specchio.
Disgraziatamente lo specchio mi diede lo stesso consiglio di Amy Strog.