VII.
Se il signor Hawarden avea creduto allontanarmi dalla tentazione, ponendomi in mezzo ai diamanti, agli smeraldi, ai rubbini, agli zaffiri, ed alle perle del signor Plowden, egli s’era di gran lunga ingannato. Quel dotto anatomico, che leggeva nel petto e nei visceri dei suoi ammalati le loro infermità fisiche, non avea saputo leggere nel mio cuore la infermità morale che lo divorava.
Farmi toccare ad ogni istante del giorno quei mille gioielli d’ogni forma, che costituiscono quel superfluo, tanto necessario, dirò anzi indispensabile, alla donna veramente donna: farmeli mettere al collo, ai polsi, agli orecchi di creature meno belle di me, ma che condotte a quella fonte di luce dai loro mariti o da’ loro amanti, se li portavano via per adornarsene ai balli, ai teatri, alle feste, era far giocare la polvere col fuoco.
Dieci o dodici giorni dopo il mio collocamento, il signor Hawarden venne a chiedere mie nuove: gli furono date eccellenti: il signor Plowden era soddisfattissimo di me; pretendeva che la maggior parte dei signori che venivano a far acquisto di gioielli per le loro mogli o le loro amanti, si servissero del pretesto di queste compere per veder me, e che, se avessero osato, ne avrebbero fatto piuttosto dono al mio collo ed alle mie braccia, che a quelli delle loro donne.
Eravi in ciò molto di vero, nè io m’ingannava sull’effetto che produceva.
Il signor Hawarden, tutto lieto, chiese al suo cliente di permettermi di andare a trascorrere in casa sua la vegnente domenica, volendo egli farmi una sorpresa: mi ricondurrebbe il domani per tempissimo. Il signor Plowden acconsentì, tanto più volentieri quanto che la domenica a Londra non un magazzino è aperto; talchè la gentilezza ch’egli mi usava era più un vantaggio che una privazione per lui.
La casa del signor Hawarden non era, come si sarà potuto giudicare da quel po’ che ne ho detto, d’una folle allegria, ma i quindici giorni trascorsi seduta in negozio, astretta a mostrare i gioielli, ad encomiare le persone che se ne adornavano, ed a spingere gli avventori alla generosità, mi avevano insegnato ad apprezzare ventiquatt’ore, se non di piacere, almeno di riposo.
Poi il signor Hawarden avea parlato di sorpresa, ed io chiedeva a me stessa quale poteva essere.
La domenica mi trovai a Leicester Square all’ora dell’asciolvere.
Madama Hawarden mi ricevè colla dolcezza e la benevolenza che le erano abituali. Era una magnifica giornata d’agosto: si attaccarono i cavalli alla vettura e andammo a passeggiare a Hyde Park.
Non conosceva di Londra che Williers Street, Oxford Street, Leicester Square e lo Strand; quest’aristocratica gita fu dunque il principio della mia introduzione in un altro mondo. Quegli squadroni di cavalieri vestiti della ricca assisa dell’epoca, quelle eleganti amazzoni dalle vesti e dai veli fluttuanti, quegli squisiti modi dell’alta società inglese mi stupirono.
Avrei dato metà del tempo che restavami a vivere, per condurre uno di que’ leggieri calessi, che ci passavan dinanzi rapidi come il turbine, o per corvettare con uno di quei bel cavalli nel viali riserbati ai cavalieri.
Decisamente il signor Hawarden avea adoperato per guarirmi dall’ambizione e dall’orgoglio una cura che correa rischio di produrre un effetto totalmente contrario a quello ch’ei s’attendeva.
Tornammo per Green Park, che traversammo a piedi, pel piacere del bimbo, e rientrammo a casa per desinare.
Chiesi ai signor Hawarden se quella era la sorpresa di cui mi aveva parlato.
— No, mi diss’egli: pare vi siate divertita al passeggio; ma ho assai meglio di ciò ad offerirvi; voglio farvi vedere Garrick.
Ignorava completamente chi fosse Garrick. Non ebbi la debolezza di nascondere la mia ignoranza; gliene chiesi la spiegazione.
— Ah! è vero, mi rispos’egli, Garrick è il primo attore che sia mai stato al mondo.
Spalancai gli occhi.
— Egli recita probabilmente stasera per l’ultima volta, mentre per la prima esordisce una giovane attrice, cui promettono un grande avvenire, madama Siddons. Sheridan, del quale sono amico e chirurgo ad un tempo, mi ha serbato un palco per questa solennità, e, come m’ero proposto, ho voluto farvi partecipe di questa munificenza.
— Come! esclamai, andrò al teatro, vedrò una commedia?
— No, una tragedia, ma spero vi piacerà egualmente.
Misi un grido di gioia, battendo l’una contro l’altra le mie mani come una bambina.
— Oh! quanto siete buono, signor Hawarden! Vedrò una tragedia! Vi saranno dunque re e regine sulla scena!
— Oggi no, ma vi saranno due amanti che valgono un re ed una regina.
— E qual’è il titolo di questa tragedia?
— _Giulietta e Romeo_, uno dei quattro capo lavori di Shakespeare.
— Ed io la vedrò! esclamai con giubilo. Dio mio, quanto sono felice!
— Orsù alla buon’ora! disse il signor Hawarden, è una soddisfazione il procurarvi un piacere.
Io era di fatti in estasi: aveva udito più volte a parlar di teatro, ma non aveva idea di quel che fosse. Alcune alunne di madama Colmann, che già avevano udito a recitare qualche compagnia di provincia, ne erano tornate tutte sorprese.
Che sarebbe dunque a Londra?
— A qual ora comincia? domandai al signor Hawarden.
— Alle sette e mezzo precise.
— E finisce?
— Presso a poco alle undici.
— Quindi lo spettacolo dura tre ore e mezzo?
— Ma da queste tre ore e mezzo bisogna detrarre gl’intermedj degli atti.
— Assisteremo al principio, non è egli vero?
— Saremo nel nostro palco all’alzar della tela.
— Ma Dio mio, non sono ancora che le sei!
— Meno cinque minuti, ma il tempo passerà: Abbiamo qualche cosa a fare; prima il thè da prendere, ed ecco appunto che ci viene portato; poi la vostra toeletta da preparare.
— La mia toeletta? Oh! sapete pure, signor Hawarden, che io non ho altro abito che questo, donatomi da madama; e, salvo che io non indossi una altra volta la famosa veste azzurra, cosa che, v’assicuro, non ambisco gran che....
— L’azzurro vi sta però bene.
— Sì, ma non l’abito: ricordatevi che tale è stata appunto la vostra opinione.
— Oh! ma tutto ciò si accomoderà, spero.
I miei occhi non si staccavano dall’oriuolo.
— Non ritarda il pendolo? chiesi.
— Nella famiglia Hawarden ciò non accade giammai; ed è perciò che, bevuto il thè, mangiato i dolci, ognuno entrerà nella sua camera, perchè saranno le sei e mezzo, e bastano dieci minuti per andare da qui a Drury-Lane.
Mangiato e bevuto, salii alla mia stanza che era la stessa ove avea già dormito: ignorava quel che vi farei durante i quaranta minuti che ci separavano ancora dall’istante di lasciar la casa, quando vidi sul letto un grazioso abito di taffettà cilestre, che pareva quello della peau d’âne tagliato da un lembo del cielo.
Al tempo stesso la cameriera entrò.
— Madamigella, vuol ella permettermi di aiutarla a vestirsi?
Ed alzò l’abito nelle sue mani.
Allora compresi ciò che m’era rimasto oscuro nelle parole del signor Hawarden: non solo egli aveva pensato a condurmi in teatro, ma ancora a darmi una veste per andarvi.
Le lacrime mi spuntarono sul ciglio: sentiva il bisogno di correre a lui ed esprimergli la mia riconoscenza.
— Ov’è il signor Hawarden? domandai.
— Egli veste madama, onde io possa aiutare madamigella, acciò che ognuno sia pronto all’ora stabilita.
Io restai muta e triste dinanzi a quella suprema bontà, di cui mi riconosceva del tutto indegna, e fin’anco incapace ad esprimere la mia gratitudine.
Ero divenuta più astratta che impaziente; pensava a quell’uomo che godeva d’una stima universale, che era uno dei primi chirurgi di Londra, anatomico eminente, scienziato di prim’ordine, e che si dava la pena di vestire sua moglie affinchè la figlia della povera serva di fattoria, l’aia dei bimbi di suo padre, la damigella di magazzino non giungesse troppo tardi allo spettacolo, e non perdesse alcun che della felicità che ne attendeva.
Avvi nel genio una misericordiosa bontà pe’ piccoli, una suprema benignità pe’ deboli, che lo avvicina alla onnipotenza di Dio.
Alle sette ed un quarto battè egli stesso alla mia porta.
— Ebbene, mi chies’egli, siamo presti?
Io gli afferrai vivamente la mano, e prima che egli avesse tempo di indovinare la mia idea, gliela baciai.
Egli mi guardò: doveva essere senza dubbio assai bella, perchè con un muover di spalle pieno d’affettuosa pietà:
— Confessa, diss’egli, additandomi a sua moglie, che usciva in quel momento dalle sue camere, confessa che la sarebbe pure una grave sventura se questo portento della creazione si avviasse al male?
Poi, come pentendosi d’aver dato questo alimento al mio orgoglio:
— Andiamo, andiamo, soggiunse; in carrozza: ho promesso a questa fanciulla che arriveremmo prima dello alzar della tela.
Difatti ci sedevamo nel nostro palco al momento in cui cominciava la sinfonia; ebbi tempo di volgere uno sguardo all’intorno. Sheridan, che era il direttore del teatro, lo avea fatto addobbare a nuovo dal primo decoratore di Londra.
Avremmo potuto crederci in un palazzo di fate.
Io, abbagliata dalla luce, magnetizzata dalla musica, affascinata dall’oro, dai diamanti e dai fiori, non potendo comprendere come si riunissero tante ricchezze senza rovinare l’universo, mi sentiva incapace di dire e di comprendere dove mi fossi.
Il sipario si alzò, ed io non vidi più altro che una pubblica piazza in Verona.