Chapter 9 of 13 · 2239 words · ~11 min read

IX.

Il mio appartamento componevasi di tre belle camerette che guardavano sul giardino: avevano l’altezza dei mezzanini comuni. Il balcone di quella del mezzo, tutto ricoperto di edera e di vite, prolungavasi a mo’ di terrazzo dinanzi alle finestre delle altre stanze, sotto a grandi alberi verdeggianti e frondosi.

La vista di questo poggiuolo fe’ balzarmi il cuore di gioia: mi ricordò la decorazione del secondo atto di Giulietta e Romeo: a mezzanotte, al chiaror della luna, con un accappatoio bianco, affacciata a questo balcone, nulla m’impediva di credermi Giulietta: non mancavami che un Romeo.

Appena mi vidi sola, pensai al nuovo mutamento fattosi nella mia vita, alla fatalità che mi spingeva, ed all’avvenire verso cui era trascinata. Certo, un volere più forte del mio disponeva della mia esistenza, senza lasciarmi tempo di resistergli.

Dapprima, un inaspettato sussidio del conte di Halifax mi toglie all’umile mia posizione ed alla mia ignoranza natía, per darmi un principio d’educazione più nocivo forse che utile; poi, questo soccorso mi manca, e il destino mi spinge in seno ad una buona ed onesta famiglia puritana, ove credo per qualche tempo fissata la mia vita, quando lo inaspettato incontro di Amy Strog, non crea, ma sviluppa con tal forza nel mio spirito nuovi progetti, che tento invano resistere alla mano che mi trascina, e vengo a Londra rispondendo all’appello d’una donna sconosciuta. La Provvidenza, che degna abbassare il suo sguardo infino a me, svia questa donna dal mio sentiero, e trovo, in luogo suo, un uomo dal cuore nobile, una donna dall’animo compassionevole e dolce; per essi io m’innalzo in un momento dallo stato di straniera a quello d’amica. Mi si cerca, mi si trova un posto, tanto più alto di quello ch’io occupava presso il signor Hawarden padre, quanto questo era già superiore alla mia prima posizione presso madama Davison. Da guardiana di montoni giungo ad essere damigella di fiducia d’uno dei più ricchi gioiellieri di Londra, e qui, la fatalità cui ho sfuggito, mi ritrova, mi avvinghia di nuovo, e mi getta, senza che io abbia il tempo d’accorgemene, in quella via tortuosa della quale il signor Hawarden mi ha fatto una così triste pittura.

Che fare?

È ancor tempo: correre dal signor Hawarden, fuggendo questa casa perduta; dirgli tutto, confessargli tutto, anche il mio desiderio di farmi attrice; pormi sotto la di lui protezione e dirgli: — Eccomi, salvatemi, salvatemi; e ciò prima che trascorra la notte, chè decorsa una notte sulla mia assenza, tutto è perduto.

O restare; lasciar la navicella, seguire il corso dell’acqua che la trascina, senza pilota e senza governale, in mezzo alle onde ed ai turbini che la spingono all’Oceano, vale a dire all’ignoto, forse al meraviglioso Cattai di Marco Polo, ma forse ancora ai geli del Polo.

Ma qual differenza fra la vita di questa donna che ha magnifici cavalli, splendide vetture, lacchè riccamente vestiti, un sontuoso palazzo, gemme a profusione e un amante cui dice: — Entrate, mio caro principe, io vi attendo, e l’esistenza di questa povera figlia di banco, che si alza alle otto del mattino, passa le sue giornate a toccar fregi, di cui le sue mani non serbano che l’impronta, e gli occhi il riflesso; che si corica alle dieci, non osando neppure declamare qualche verso di Shakespeare nella sua camera, per tema che i vicini se ne lagnino ed il suo padrone le chieda se parla dormendo.

Oh mio Dio, Signore! Sante sono quelle che hanno la forza di resistere al torrente, ma degne di scusa, nella posizione che le leggi umane lor fanno in società, scusabili assai, o mio Dio, sono quelle che si lascian da esso trascinare!

Oimè! io fui di queste! La sera trascorse: venne la notte senza che io avessi il coraggio di nulla decidere: avrei almeno dovuto scrivere al signor Hawarden; avrei dovuto dirgli di baciare per me i piedi della sua degna consorte: non solo mi rifugiai da lui, non solo non gli scrissi, ma, vergognosa di rivederlo, evitai il suo incontro, e sentendo che il ricordo stesso di lui m’era un rimorso, mi studiai a dimenticarlo, e non potendo riuscirvi, tentai almeno sbalordirmi.

Fu la mia seconda ingratitudine!

Eppure mancò ben poco che non facessi tutto all’opposto: voleva scrivergli: entrai in un piccolo gabinetto ove avea visto uno scrittoio, nel quale sperava trovare l’occorrente: ma non vi rinvenni altro che un libro: machinalmente lo apersi e vi lessi: Clarice Harlowe.

Non sapevo che fosse un romanzo, come ignoravo, venendo a Londra, quel che fosse teatro. Apersi il libro, o piuttosto schiusi una nuova porta in quell’incognito e fantastico mondo, nel quale ero entrata il giorno, in cui il sipario d’un teatro s’era alzato dinanzi ai miei occhi.

Questo romanzo, che assicurasi scritto con uno scopo morale, produsse in me un effetto opposto d’assai a quello propostosi dall’autore. Lovelace invece di apparirmi un infame seduttore, mi parve un gentiluomo seducente. Invidiai le sventure di Clarice Harlowe a prezzo della felicità ch’ella aveva avuta in amore; e mi sentii presta ad arrischiare gli stessi suoi casi, a cimento di cadere nelle stesse avversità.

Dall’istante in cui il libro mi cadde fra mani, dall’istante in cui l’ebbi aperto, non pensai più nè a scrivere al signor Hawarden, nè a tornare dal signor Plowden. La fata mi avea tocca di nuovo colla sua magica verga, ed io non mi apparteneva più.

Mistress Northon venne a chiedermi se voleva discendere per bere il thè, e mi trovò assorta nella mia lettura. Le chiesi se era un ordine di miss Arabella, o un invito di lei mistress Northon; ella mi rispose che miss Arabella avea gente nel suo appartamento, e probabilmente non pensava a me. La pregai allora a mandarmi in camera il thè ed i sandwich, che comporrebbero la mia merenda e la mia cena, e a lasciarmi alla mia lettura.

Un momento dopo, senza che il suo entrare ed uscire mi facessero alzar gli occhi dal libro, udii il lacchè portarmi quel che avevo richiesto: gli feci segno di porre il tutto sopra un tavolo e d’andarsene.

Siccome ei non chiedeva probabilmente meglio che di non servirmi, obbedì tosto.

Chiusi la porta quasi temessi di venir disturbata.

Obliai il thè, mistress Northon, miss Arabella, il mondo intero: ero divenuta Clarice Harlowe, come prima mi sentivo Giulietta.

Ma due o tre ore dopo una tanto ostinata lettura, si fe’ tale un caos nella mia mente, il sangue mi affluì con forza tale al cervello, che provai imperioso il bisogno di prender aria.

Apersi la finestra e andai a sedermi sopra uno degli scanni di pietra del poggiuolo.

Era una bella notte d’estate: una di quelle notti che Shakespeare scelse a popolare d’uno dei suoi sogni.

Il chiaror della luna, adombrato dagli alberi del giardino, marezzava il verde tappeto delle zolle e l’acqua tranquilla della fontana: il rosignuolo di Giulietta cantava in un cespuglio. Era una dì quelle notti che più inebbrianti del sole più ardente, maturano l’amore in un vergine cuore.

A traverso le seriche cortine, vedevansi le finestre dell’appartamento di miss Arabella, splendidamente illuminato: udivansi gli accordi di un’arpa e il suono indistinto d’una voce di donna.

Non avevo mai udito l’armonia delle corde del divino istrumento: quelle vibrazioni quasi soffocate dall’ostacolo che loro impediva di giungere fino a me, avevano un’infinita dolcezza: l’arte e la natura si univano per dare un concerto ai miei sogni: era il rosignuolo di Giulietta, era l’arpa di Clarice che dicevanmi ad una volta: Tutto ama; noi abbiamo amato; ama tu pure.

Tutt’a un tratto spalancossi una finestra e una parte del giardino ne rimase illuminata, lasciando me nell’ombra, di modo ch’io poteva veder non vista. Vi si affacciò una donna, quella donna era miss Arabella.

Mi mossi per ritirarmi, ma comprendendo che io non poteva essere scorta, rimasi al mio posto.

Colla luce un soave profumo si sparse al di fuori. Sentii quindi una voce domandare.

— Dove siete, Arabella?

— Qui, monsignore, rispose miss Arabella.

— Che andate voi facendo alla finestra, mia diletta regina?

— Bruciavo e cerco un refrigerio.

Dietro a lei comparve allora un leggiadro giovanetto, un ragazzo quasi, e venne ad appoggiarsi coi gomiti sul davanzale; la testa dell’una era sì vicina a quella dell’altro, che i capelli ondeggianti di miss Arabella celavano mezzo il volto del ragazzo, confondendosi coi di lui biondi ricci.

Il giovanetto altri non era, se non il principe di Galles, che fu di poi re Giorgio IV.

Ei presele con ambe le mani i capelli, e li baciò appassionatamente.

Porgevo attenta l’orecchio per sentir quel che si dicessero; ma parlavano tanto piano, che le parole loro non giungevano sino a me; udii soltanto lo scoccar di uno o due baci, quindi il giovane cinse colle braccia la vita di miss Arabella e la condusse nelle stanze. La finestra si chiuse, le cortine furono calate; l’amorosa e poetica apparizione era svanita lasciandomi immersa in un languore fin allora a me del tutto ignoto.

L’usignuolo seguitava a cantare, ma gli accordi dell’arpa erano dismessi.

Mi sovvenni della seconda scena di amore fra Giulietta e Romeo, e parevami di aver impressi in cuore accenti ancor più dolci di quelli ch’avevanmi colpito al teatro; pure esitai, sebbene sentissi il bisogno di sfogarmi con quella ammirabile poesia di Shakespeare. Non sapeva risolvermi a turbare questo silenzio, rotto soltanto dai gorgheggi dell’usignuolo, e dall’ineffabile rumore, che nelle trasparenti tenebre delle notti di estate rassomiglia al batter delle ali di Oberon e Titania.

Eppure, mio malgrado, tanta era in me la piena degli affetti, che proruppi in questo primo verso:

Partir già vuoi? Non viene il giorno ancora.

Poi, tremante, mi guardai attorno; era ben sola, e d’una voce più accentata continuai:

Fu l’usignuol, non già la lodoletta, Ch’or ti feriva il timoroso orecchio: Là sovra il melograno, ad ogni notte, Ei se’n viene a cantar. Credilo, o caro, Fu l’usignuol.

Mi fermai ansante, mi parve d’aver udito il rumore d’una finestra che s’apriva dalla parte del giardino.

Guardai dalla parte che supponeva venuto il rumore; ma non vidi niente: tutto era calmo, tutto sembrava solitario. Avea provato un immenso piacere a sentire il suono della mia voce, e continuai, rispondendo per l’assente Romeo:

La lodoletta ell’era, La nunzia del mattin, non l’usignuolo: Vedi, amor mio, di striscia invida ortale Le sparse nubi là nell’orïente: Le notturne facelle omai consunte, Ve’ il giocondo mattin, che coll’estremo Piè tocca i monti nebulosi! — È forza Ch’io parta e viva, ovver rimanga e muoia.

Superato questo primo timore, inebriata dalla melodia della mia voce, proseguii a declamare, con tutta la maggior espressione possibile, la scena fino alla fine. Venne il mio turno e con tutta l’anima mia, come se Romeo fosse stato presente per intendermi, o come se avessi avuto qual spettatore un pubblico per applaudirmi, risposi:

Quello splendor, ben io lo so, ben io, L’alba non è; ma qualche eterea sfera Dal sole uscita a rischiararti in questa Notte, qual face, a Mantova il cammino. Deh, resta! di partir non anco è l’ora.

Mi sembrava di non aver sentito abbastanza passione in quest’ultimo verso, e quindi lo ripetei con forza.

Questa volta fui contenta di me; mi parea di aver fatto vibrare tutte le corde del mio cuore nelle tre parole: Ti amo tanto!

Indi, rimpiazzando Romeo, risposi a me stessa:

Colganmi pur, mi traggan pure a morte; Pago son io, se così vuoi tu stessa. Quel barlume non è, dirollo anch’io, L’occhio dell’alba; è il pallido chiarore Della fronte di Cinzia. Oh! non è quella L’allodola che leva il canto arguto Sui nostri campi, e ne rïempie il cielo. Più di restar che di partirmi ho brama. — Vieni, o morte, e sarai la benvenuta: Giulietta così vuole. — Anima mia, Che hai tu? Parliamo ancor, non è il mattino.

Mi ricordai quanto era stata bella madama Siddons in questo momento, cioè quando, conoscendo ch’ella s’inganna, s’avvede in qual pericolo il suo errore, o piuttosto il suo amore, ha trascinato il suo amante, ed esclamai d’una voce non meno vibrante di terrore della sua:

È il mattino, è il mattin! fuggi, t’affretta! L’allodola quest’è, che in tuon discorde Sforza aspre note e disgustosi trilli. E dicon, che può far metri soavi: Ah no! che di partirci ora non teme. Dicon che dessa e il sozzo rospo han fatto Scambio d’occhi fra lor: perchè del paro Non iscambiâr la voce? È questa voce Che ne sgomenta, e braccio svelle a braccio, E te spinge di fuor col suo saluto Intempestivo al dì. — Pártiti, vanne: Splendida più e più la luce avanza.

Non appena ebbi detto quest’ultimo verso con tutta quell’espressione ond’io era capace, una voce gridò: Brava! e risuonarono applausi dalla parte ove erami sembrato sentir aprire una finestra.

Misi un grido, rientrai nella stanza, chiusi la finestra, e tutta tremante mi gettai su di un divano.

Erami creduta sola ma m’ingannava, qualcuno stava ad ascoltarmi, e chi? Un giovane certamente. La fresca voce ed argentina faceami così supporre. Gli applausi poi avean seguitato anche dopo che io ebbi chiusa la finestra, sarebbesi detto che, come al teatro, si raddoppiavano gli applausi per far ricomparir un’artista che avea esordito in tali strane condizioni.

Ma benchè turbata, il mio turbamento era pieno di dolcezza.

Tutte queste minuzie parranno forse puerili a chi le leggerà, eppure come dovrei cercare di impetrar perdono alla mia caduta, se non mostrassi quanto ripida fosse la discesa giù per la quale io precipitava?