II.
Dopo la colezione, cui le tre grandi alunne assistettero senza parteciparne, tutte le fanciulle condotte da madama Colmann tornarono in città.
Il mattino innanzi sarebbe stato mio maggior desiderio di entrare il giorno stesso in collegio, ma dopo quel che era avvenuto, il mio entusiasmo s’era raffreddato, e chiesi a mia madre il permesso di rimanere quel dì ancora alla masseria. Fu dunque stabilito ch’ella mi condurrebbe al convitto la mattina del domane.
Nel lasciarmi, madama Colmann che, avendo visto la reazione operatasi in me, temeva di perdere una alunna, mi fece mille carezze, e incitò alcune delle fanciulle più piccole a far altrettanto, ma io sentii bene che sarei sempre per quelle signorine _la piccola contadina, la figlia della domestica della masseria_.
Mi dilungo su questi dettagli, che sembreranno forse a primo aspetto puerili, perchè questi ed altri, onde avrò occasione di parlare in seguito, ebbero una grande influenza sulla mia vita. I fiori devono il loro splendore ed il loro profumo, i frutti il loro gusto e la loro bellezza, non solo alle cure più o meno abili e premurose del giardiniere che li coltiva, ma anche alla temperatura atmosferica in cui il caso li pose. Il peccato mio originale era l’orgoglio; il vento dello scherno e del dispregio, soffiandovi sopra, non fe’ che infiammarlo invece di spegnerlo; e come Satana, il più bello ed il più amato di tutti gli angeli, io, povera creatura umana, caddi per orgoglio.
Uscite madama Colmann e le alunne, mossi verso la collina, ove, per tre o quattr’anni, aveva guidato il mio piccolo gregge. A questa collina convenivano la domenica alcune persone della città: tutte quelle della masseria mi avevano già veduta nel mio nuovo splendore; l’impressione prodotta su loro al mio primo apparire non potea più rinnovarsi; cercai dunque da nuovi sguardi nuovi encomi.
Di fatto nel salire la collina, col mio gran cappello di paglia, i miei lunghi capelli al vento, le guance porporine, incontrai varj gruppi d’individui che mi guardarono: alcune voci dissero: — Ecco una bella fanciulla. — Una sola chiese: — Non è ella la piccola guardiana del gregge di madama Davison? —
Oimè, sì, era ben quella.
Questa domanda, che del resto non avea nulla di malevolo, avvelenò tutta la gioia datami dalle lodi precedenti: — caddi in una triste meditazione, e seguii ad occhi bassi il mio cammino, lasciandomi ad uno ad uno cader di mano i fiori, che avevo raccolti per farmene una corona.
Ad un tratto udii i festevoli latrati d’un cane, e Black, che m’avea da lunge riconosciuta, si slanciò a me incontro, posandomi addosso le sue zampe: la povera bestia non si dava pensiero degli abiti ch’io portava, e credeasi sempre permesso di trattare la fiera alunna di madama Colmann come la piccola guardiana di pecore. Un — _va via, Black_, — accompagnato da un colpo di verga sulle irrispettose sue zampe, che gli strappò un grido di dolore, fu la sola ricompensa che ottenne per l’atto tenero questo amico, uno dei più antichi e più fedeli ch’io m’ebbi.
Black si allontanò ad orecchi bassi, e scuotendo la testa come se parlasse e rispondesse a sè stesso.
Il piccolo pastore, che m’avea surrogata a guardia del gregge, si alzò, vedendo ch’io m’appressava, e mi disse quando gli fui vicina:
— Ah! siete voi, madamigella Emma! Quanto siete bella!
Gli sorrisi; era il solo complimento senza misto d’amaro ch’io avessi ancor ricevuto. Gliene seppi buon grado: si vedrà l’influenza che queste parole ebbero più tardi sul mio destino.
— Buon giorno, Dick,[1] gli rispos’io, tu sei un buon figliuolo e saresti bello tu pure se fosti meglio vestito.
— Oh! io, seguitò egli, non sono che un povero contadino, nè muterò probabilmente mai il mio vestito; ma voi pare si sia saputo che siete una signorina.
Egli faceva allusione alle voci sparse intorno, circa una relazione che avrebbe avuto mia madre col conte di Halifax, dopo ch’ella ebbe ricevuto da quel signore cento lire sterline.
Non gli risposi, perchè non comprendeva ciò ch’egli volesse dire: gli chiesi nuove di sua sorella, fanciulla presso a poco della mia età, che serviva in una fattoria vicina alla nostra, e che avea nome Amy Sturg.
— Oh, diss’egli, ella sta bene, e sarebbe lieta di vedervi così bene abbigliata.
— Credi? gli chies’io.
— Certo, rispos’egli: ella vi ama molto, madamigella Emma, e non è punto invidiosa della fortuna altrui.
Era giunta vicino alla fontana: mi chinai per guardarmivi, ma non osai, — ne ignoro il perchè, — in presenza di Riccardo dare alla mia immagine il bacio ch’io le dava quand’era sola.
— Oh! disse Riccardo ridendo, guardatevi nelle nostre sorgenti, un giorno vi guarderete in grandi specchi dorati, quali ve n’ha nella bottega del mercante di Hawarden. Quando passerete dinanzi la sua porta, potrete fermarvi e guardarvi dalla testa ai piedi senza che ciò vi costi nulla.
Sedetti vicino alla fontana non pensando più a cercare in essa un’incompleta riproduzione della mia immagine, ma vagheggiando di vedermi dinanzi ad un grande e bello specchio dorato, in una camera elegantemente addobbata, dai tappeti turchi, dalle cortine di seta cilestri come il mio abito, dai mobili riccamente ornati. Chiusi gli occhi per non veder più la realtà, e concentrarmi nel mio sogno.
— Oimè! quante volte ho io avuto di questi sogni, profetici baleni dell’avvenire!
Donde poteano venirmi questo visioni di cose incognite? Forse i primi miei sguardi avevano veduto splendori prontamente svaniti, ma che aveano lasciato nella mia giovine mente i riverberi d’un mondo anteriore. Quando io parlava di queste vaghe rimembranze a mia madre, ella si contentava di rispondermi che io aveva probabilmente avuto a matrina una fata, che la notte mi avea fatta viaggiare nei suoi palazzi.
Questa volta ancora la mia matrina mi prese per mano, e per più d’un’ora mi fe’ trascorrere i suoi fantastici dominj.
Mi riscossi sorridente e lieta, e riaprendo quegli occhi che avean traveduti i più vaghi colori dell’arcobaleno:
— Addio, Dick, gli dissi; domani entro in collegio, ma i giovedì e le domeniche ritornerò alla masseria, e di tanto in tanto verrò qui per vederti.
E mi allontanai senza pensare a Black: il povero animale, che non avea compreso il mio accoglimento, non comprese il mio addio. Mi seguì di qualche passo, ma men lungi della prima volta, e sedette per guardarmi a scendere la collina.
Volsi un ultimo sguardo a quell’angolo che fu l’Eden della mia fanciullezza, e che io riveggo ancora col suo boschetto di querce e di ginepri, col suo poggio coperto d’un tappeto di surcelle rosse colla sua sorgente d’acqua viva, che va a cadere nella vallata a piccole cascate. — Black mi guardava con occhio triste, come fanno gli amici disconosciuti: io non pensai neppure a chiamarlo nè a consolarlo: la povera bestia avea al vedermi tentato di farmi comprendere il suo affetto, ma non avea potuto dirmi, come Dick, che io era bella.
Fu questa la mia prima ingratitudine.
Si vedrà invece come fui riconoscente, e troppo, a Dick.
Il domane, siccom’era convenuto, mia madre mi condusse da madama Colmann. Vi fui ricevuta come si riceve ogni alunna che entra in collegio, ogni monaca che fa noviziato. Le sotto maestre ebbero raccomandazione di usarmi indulgenza, e madama Colmann condusse ella stessa mia madre in dormitorio, le fe’ visitare il letto preparato per me, e le mostrò ad uno ad uno gli oggetti di toeletta che mi erano destinati.
Tutti quei nuovi oggetti, che erano per me un avviamento al lusso, mi fecero tollerare gli sguardi sdegnosi delle mie nuove compagne; e presi commiato dalla mia povera madre, assai più commossa di me, senza versare troppe lacrime.
Fui interrogata su quel che sapevo; l’esame non fu lungo: non sapevo assolutamente che le mie preghiere, secondo il rito anglicano, nel quale ero stata educata. Di lettura e scrittura non avevo mai avuto notizia: mi fu dunque forza cominciare dall’alfabeto, e, malgrado i miei nove anni, che già mi davan la pretensione di essere una giovinetta, entrare nella classe delle bambine di cinque a sei.
Fu una grande umiliazione per me; ma in questa occasione il mio orgoglio, che spesso mi fu tanto fatale, mi servì; vergognandomi della classe in cui mi trovava, feci sforzi inauditi per innalzarmi alle classi superiori. — In capo a due o tre mesi leggeva passabilmente e cominciava a scrivere: mi si fe’ allora passare nella classe dell’aritmetica e dell’inglese, ove trascorsi sei mesi, dopo i quali fui ammessa in quella classe che chiamavasi delle grandi. — Là imparavasi la geografia, la storia, la musica ed il disegno.
Avevo già fatto qualche progresso in queste due arti, quando un bel mattino mia madre, piangendo, venne a dirmi che il mio protettore, il conte di Halifax, s’era ucciso subitamente cadendo da cavallo, ed era morto senza nulla lasciarci.
La mia pensione era pagata per un mese ancora; ma dopo questo mese mia madre sarebbe stata obbligata ad interrompere la mia educazione, non avendo mezzo di pagarne le spese.
La novella che la piccola contadina, i cui progressi aveano spesso assai umiliate le belle signorine, sarebbe astretta di tornar a guardare i suoi montoni, cagionò una gioia generale nella classe delle grandi, dove facean parte le mie tre prime nemiche, che mi avevano serbato un rancore inglese. Ispirai qualche rammarico nelle classi inferiori, ove passando mi avea fatta qualche amica; madama Colmann finse d’asciugarsi una lacrima nel lasciarmi, per dare il buon esempio alle sue alunne, ma si guardò bene dall’offerirmi di continuar _gratis_ la mia educazione, sebbene mi avesse più d’una volta detto, soprattutto quando mia madre veniva a pagarle il trimestre, che io sarei fra uno o due anni la gloria del suo istituto.
Lasciai il collegio, portando meco, per unica consolazione, i miei oggetti di toeletta ed un uniforme nuovissimo, coll’ingiunzione però fattami da madama Colmann di non servirmene, non facendo io più parte del suo istituto.
Del resto me ne andai dopo 18 mesi, recando dalla casa di madama Colmann una educazione abbozzata su tutti i punti, ma imperfetta su tutti. Sapea leggere e scrivere; un po’ d’aritmetica, un po’ di geografia, un po’ di storia, i primi elementi di disegno e di musica, vale a dire, a parte la lettura e la scrittura, nulla che potesse essermi utile. Non era abbastanza per sovvenire alla mia salvezza; ma, dagli orizzonti traveduti, era più che non abbisognasse per la mia perdizione.
Mia madre pure avea ricevuto la ripercussione della sventura che mi colpiva. Saputo che ella era ridivenuta la povera vedova senza risorse, la massaia l’aveva risospinta alla sua prima posizione, vale a dire a domestica della fattoria.
Quanto a me, per metà signorina quale era diventata, non era più atta a nulla; non potea tornare a custodire il gregge come una pastorella di Marmontel col mio abito color di cielo e il mio gran cappello di paglia. Si cercò dunque per me un’occupazione diversa.
Un giorno la sorella di Dick, Amy Strog, venne ad annunziarmi che sua madre mi aveva trovato il posto nella famiglia del signor Tommaso Hawarden, che portava non so perchè il nome della città che abitava, cognato dell’ultimo Alderman Boydel e padre dell’illustre chirurgo di Leicester Square. Questo posto, che riuniva le incumbenze di aia de’ fanciulli e d’istitutrice per la prima età, era ben lungi dal corrispondere ai miei sogni d’ambizione; ma bisognava vivere, e non aveva la scelta dei mezzi.
Mi si compose un corredo dei resti di quello del collegio, si trasformò la mia veste azzurra in una veste ordinaria; e siccome io guadagnava dodici scellini al mese ed il vitto, si lasciò a cura della mia economia lo arricchirmi d’altri oggetti.
Fu una grande umiliazione per me il rientrare in Hawarden in una posizione poco dissimile dalla servitù, ma era questo uno dei primi capricci del Dio Caso, che pare aversi fatto un gioco di innalzarmi ed abbassarmi a vicenda.
Voi siete testimonio, o mio Dio, se dall’imo dell’abbassamento, da cui non ho più speranza di rialzarmi, vi benedico e v’imploro col cuore più riconoscente di quel che non ebbi al sommo della grandezza!