Chapter 13 of 13 · 3012 words · ~15 min read

XIII.

Era io stessa fortemente turbata, e con voce commossa spiegai all’ammiraglio lo scopo della nostra visita, affermandogli ch’egli acquisterebbe un diritto eterno alla mia riconoscenza se mi desse il congedo del povero Dick.

Sia ch’ei lo credesse di fatto, sia che volesse dirigermi un’adulazione, mi domandò quale motivo una persona della mia condizione potesse avere ad interessarsi d’uno scapestrato, come quegli di cui chiedevo la liberazione.

Risposi allora con umiltà mista ad un certo orgoglio, che io non era una persona _di condizione_, ma una povera contadina compatriotta di Dick.

Egli mi prese una mano, la guardò, e scosse il capo con aria di dubbio.

Di fatto le mie mani, di cui con una civetteria superiore alla mia età aveva sempre avuto la più gran cura, erano assai belle.

— Queste mani, mi diss’egli ridendo, non sono mani da contadina.

Assicurai l’ammiraglio ch’ei s’ingannava.

— Allora, seguitò egli, levandosi dal dito mignolo un diamante, non mancano che di quest’anello per divenir mani da duchessa.

Io mi sentii arrossire, più di piacere che di vergogna però, e quantunque la mia mano mi sembrasse molto più bella coll’ornamento ricevuto, pure volli restituire all’ammiraglio l’anello che egli mi offeriva tanto galantemente; ma ei rattenne la mia nella sua mano, dicendomi che se io persisteva nel mio rifiuto, avrei a temere ch’egli pure persistesse nel suo.

Volsi gli occhi ad Amy; ella mi guardò con uno sguardo tanto supplichevole in mezzo alle lacrime che irrigavanle le gote, ch’io non ebbi il coraggio di durare una più lunga resistenza. Tenni l’anello.

Allora Amy ripigliò coraggio.

— E il mio povero Dick? chies’ella.

— Ascolta, rispose l’ammiraglio; io non sono solo a decidere la quistione: posso proporre il congedo, ma debbo farlo accettare dall’ammiragliato.

— Sì, diss’io, prendendo le mani di sir John Payne: ma domandato da voi, questo congedo sarà accordato, non è egli vero?

— Lo spero.

— Dite che ne siete certo.

— Farò quanto mi sarà possibile per esservi accetto, disse l’ammiraglio, inchinandosi cortesemente.

— Oh! se riusciste, ve ne sarei tanto riconoscente! esclamai.

— È egli proprio vero quel che mi dite? chiese l’ammiraglio, guardandomi fisso e con occhio, se non pieno d’amore, almeno pieno di desiderio.

Io arrossii, e chinai il capo senza rispondere.

Parvemi allora vedergli scambiare uno sguardo con Amy; ma questo sguardo poteva essere come il mio, uno sguardo di preghiera.

— Ascoltate, ci diss’egli, voglio darvi una prova del mio buon volere: oggi stesso andrò a Londra, e farò i passi opportuni.

— Oh! quanto siete buono! esclamai.

— E, domandò Amy, come e dove avremo noi la risposta?

— V’ha un mezzo assai semplice, rispose l’ammiraglio, attendetemi qui.

— Qui? chies’io con esitazione, giacchè pensavo al mio appuntamento della sera.

— No, a Londra nel mio palazzo di Piccadilly.

Guardai Amy come per interrogarla.

— Domandatelo ad Emma, diss’ella; io sono agli ordini della Signoria Vostra.

— Aspetterò dove vi piacerà, Mylord, rispos’io, nella fiducia che la risposta sia buona: solo...

— Solo che? ripetè l’ammiraglio.

— Devo esser rientrata a casa alle dieci della sera.

— Sarete padrona di ritirarvi quando vi piacerà; ma siccome la risposta può farsi attendere e ritener me stesso fino a tard’ora, prenderete almeno una tazza di thè ed un dolce, dopo di che vi rendo la vostra libertà e vi chiedo la mia, cosa che non farei certamente, se non fosse per rendervi servigio.

E suonò un campanello chinese che fece udire un suono prolungato e vibrato.

Entrò un servo.

— Il thè, domandò l’ammiraglio.

Senza dubbio gli ordini erano stati dati dapprima, perchè il domestico rientrò subito con un vassoio coperto di pasticcerie che posò sopra un tavolo.

— Vediamo, mia bella interceditrice; fateci gli onori del thè, mi disse l’ammiraglio.

Obbedii arrossendo, e versai una tazza di thè che gli offersi con una mano, presentandogli coll’altra lo zucchero, e facendogli un inchino da collegiale.

— In verità, mi disse sir John, non m’era stato detto nulla di troppo, e voi siete adorabile.

Volsi uno sguardo di rimprovero ad Amy: ciò che era sfuggito di bocca all’ammiraglio provavami che la mia venuta non era imprevista, come io il credeva, ma attesa.

— Sapreste a lei mal grado, ripigliò il capitano, di avermi detto ch’ella aveva ad amica la più bella creatura terrena, ed a me di aver bramato vedervi? La sarebbe cosa crudele, perchè rifiutando di venire, avreste fatto del vostro amico Dick un marinaio, stato che parmi non sia di sua inclinazione, e non mi avreste permesso di dirmi vostro servitore, ciò che parmi proprio la mia.

Non sapevo che rispondere a questa cortesia facile ma irrispettosa: egli mi porse la sua tazza perchè vi lasciassi cadere qualche goccia di crema, e s’accorse del tremito della mia mano.

— Che? mormorò egli, in una donna sola virtù, cortesia e pudore, oltre la bellezza e la gioventù?

Io lo guardai sorpresa.

— Non avete visto recitare Amleto?

— No, rispos’io.

— Ebbene, ciò che vi ho detto è quel che Amleto dice ad Ofelia quando è sorpreso di trovar tanta grazia, tanto affetto e tanto pudore riuniti in una stessa donna.

Scossi il capo.

— E, seguitò sir John, siccome ella non crede all’amore del principe di Danimarca, questi prosegue:

«Dubita pure che gli astri splendano, Dimmi che il sole più non appar, Dimmi che il vero mente e sa fingere Ma, deh! ch’io t’ami non dubitar.»

Sir John mi prese ambo le mani, e dando alla sua voce la più tenera espressione, seguitò:

«O cara Ofelia! il mal che m’addolora Cresce con questi versi. I’ non ho l’arte Di vestir di bel metro i miei sospiri, Ma pure io t’amo tanto! Oh non è cosa Che agguagli l’amor mio! Credilo, addio. Per sempre tuo, soave e cara donna, Fin che sia questa macchina d’Amleto,»

— E che risponde Ofelia a questi versi?

Sir John si alzò.

— Amleto, rispos’egli, non le lascia tempo di rispondere, ed esce, rimettendo al cuore di lei, che egli ama, la cura di parlare per lui nella sua assenza.

— Voi ci lasciate? chiesi a sir John.

— Dopo le tre non rinverrei più i lordi dell’ammiragliato, e voglio avere almeno il merito di mantenere la mia promessa, dandovi oggi, buona o cattiva, una risposta.

— E noi? domandò Amy.

— Voi, rispose sir John, avrete la bontà di attendermi a Piccadilly, ove il mio servitore vi accompagnerà.

— Dareste frattanto un congedo di 24 ore al povero Dick?

— Sì, disse l’ammiraglio ridendo, purchè miss Emma impegni la sua parola che il mariuolo non diserterà: nel qual caso, miss Emma risponderà di lui corpo per corpo.

— Odi, Emma? disse Amy.

Stesi la mano a sir John.

— Lo prometto, Mylord, diss’io.

— Ed ora ripigliò l’ammiraglio, non desidero che una cosa, la fuga in capo al mondo del mariuolo. Venite voi con me, o bramate ch’io vi metta a terra?

— Eravamo venute a bordo di questo bastimento per Mylord, diss’io; e dal momento che Mylord lo lascia, non abbiamo nessun motivo di restarvi.

Sir John suonò una seconda volta il campanello. Lo stesso domestico comparve.

— La iolo, disse l’ammiraglio.

— È pronta, Mylord.

— Venite a terra con noi, e conducete le signore a Piccadilly. La cena per le sette.

Volli fare un’osservazione sulla cena alle sette, ma sir John non me ne diede il tempo, ed offrendomi il suo braccio, mi condusse alla scala.

Tutti gli ufficiali erano schierati in doppia fila a noi dinanzi.

Io chinai non solo gli occhi ma il capo: tutti quei sguardi pesavano in certo modo sulla mia fronte, curvandola sotto il loro peso.

Mi trovai nella iolo senza saper come vi fossi discesa: udii la voce di sir John ordinare a Dick di seguirci; poi la barca si staccò dal bastimento leggera come un uccello, e mosse verso terra.

Quivi attendevaci la carrozza di Mylord, e poco discosta stava l’umile nostra vettura.

— Non tornerete a Londra lì dentro, non è egli vero? ci diss’egli.

— Ma in che volete voi che vi rientriamo? gli chies’io.

— Piccadilly è sul mio cammino, e quivi vi lascerò passando.

Fe’ un cenno al suo domestico che andò a pagare la nostra vettura; aprì egli stesso lo sportello e mi fe’ scendere prima, mentre Amy scambiava qualche parola con Dick per dargli un appuntamento, e farlo avvertito del risultato della faccenda.

Dick, meno fiero di noi, entrò nella vettura e si fe’ trionfalmente condurre a Londra.

Sir John sedette al dinanzi, cedendoci i due posti di fondo: il domestico montò accanto al cocchiere, e la carrozza partì, riconducendomi, strana condizione del mio destino, immersa in tutt’altri sogni di quelli con cui era partita.

Oh! fu ben per me che la vita ebbe a simbolo una ruota che gira incessantemente; ma da qual lato girava questa ruota? Era per elevarmi o per avvilirmi?

Mi era io innalzata dal dì in cui era la pastorella di mistress Davison, od aveva disceso?

La mia meditazione era tanto profonda, che quasi non sentii sir John impadronirsi della mia mano: gliela lasciai inerte nelle sue.

Dopo una mezz’ora di corsa la carrozza si arrestò: ci trovavamo a Piccadilly.

Lo sportello si aprì: scese primo sir John per darci la mano: io mi sentiva riconoscente ad un gentiluomo di tal fatta, che ci trattava come duchesse: per un moto involontario strinsi la destra ch’ei mi stendeva.

— Grazie, mormorò egli sottovoce.

Ritrassi violentemente la mano.

Egli mi guardò con una certa sorpresa, ma vide dal mio sorriso che non vi era nulla d’offensivo per lui nel mio atto.

Erano le tre: non doveva egli perdere un minuto se volea giungere in tempo all’ammiragliato; risalì dunque in carrozza; e noi, guidate dal servo, entrammo in casa.

Questa casa, sita presso a poco a metà strada fra Londra e la stazione, era una graziosa palazzina costrutta colla maggior eleganza, il cui solo locatario e proprietario era l’aristocratico protettore di Dick.

Il lacchè lasciatoci per introdurci, ne condusse ognuna nella nostra camera.

All’entrar nella mia, io mi fermai, cercando nelle mie rimembranze, ove avessi già veduta questa stanza.

Eravi qualche cosa d’impossibile nella realtà di questa visione: le mie gite non mi aveano mai condotta dalla parte di Piccadilly, e si sa che venendo a Londra vi veniva per la prima volta.

Mi trovava dinanzi ad un grande specchio dalla cornice dorata, in una camera elegante con cortine di seta azzurra e mobigliata di toelette e cassettoni in legno di rosa: aveva sotto ai piedi un tappeto turco, sovra il capo un soffitto adorno di affreschi, che si sarebbero detti sortiti dal pennello di Boucher o di Watteau.

Senza fallo io aveva veduta questa camera.

Mi lasciai cadere sopra una sedia a bracciuoli simile alle cortine: e questo colore azzurro mi ricordò per analogia il primo abito azzurro da collegiale: mi rividi seduta con quella veste vicino alla sorgente della collina, ove pascolava il mio gregge, il giorno in cui Dick mi avea detto:

— Guardatevi nelle nostre sorgenti, madamigella Emma; un giorno anderete alla città e vi guarderete in grandi specchi e cornici dorate, come quelli della bottega del negoziante di Hawarden.

Condotta dal filo de’ miei ricordi, rammentai il tutto.

Questa camera, questo specchio, questo turco tappeto, queste cortine del colore del mio abito da collegiale, così lungi da me, sì, io li avea visti in un sogno della mia fanciullezza, ed ecco che sette od otto anni dopo, io li ritrovo in realtà!

E Dick che me ne avea fatta la predizione era causa del suo avverarsi: strana concatenazione di circostanze che radicò nel mio cuore la fatale idea, che un potere più possente della mia volontà disponesse del mio destino, e che invano tenterei di oppormi al fascino di questo potere.

Amy Strog entrò nella mia camera mezz’ora dopo, e mi trovò nello stesso seggiolone ove m’era abbandonata entrando: il mio meditare parve inquietarla e tentò distrarmene parlandomi di sir John Payne, della sua bontà per Dick, e della sua cortesia per noi.

Io sorrisi senza rispondere; comprendeva lo scopo di questa cortesia, il calcolo di questa bontà, e sentiva per istinto che il mio onore sarebbe il riscatto di Dick.

Disgraziatamente sir John Payne era giovane, era bello, era ricco; disgraziatamente era amabile e parea buono: tutto concorreva dunque alla mia perdizione, perfino i buoni istinti del mio cuore che mi portavano a salvar Dick ed a consolare Amy.

Alle cinque una vettura arrestossi davanti alla porta: trasalii: Amy corse alla finestra.

— Non avea bisogno, esclamò, di andare alla finestra per sentire che era sir John che rientrava.

Un istante dopo la porta si aprì, ed ci comparve tutto lieto.

— Che mi darete voi, miss Emma, mi disse egli, se vi porto una buona notizia pel vostro protetto?

— Che posso io darvi Mylord, risposi alzandomi e stendendogli ambo le mani, se non i sinceri ringraziamenti di un cuore oltre ogni dire riconoscente alle vostre bontà?

— Sta bene, seguitò egli; prendo per ora i ringraziamenti: regoleremo più tardi i conti.

— Avete dunque ottenuto, Mylord? domandò Amy.

— Sono almeno a buona via di riuscirvi: mi fu promesso il congedo di vostro fratello per questa sera: lo aspetteremo, se il volete, a tavola: dovete avere gran fame, avendo appena gustata una ciambella; ed io confesso, che le corse fatte mi hanno dato grand’appetito.

Stavo per fare un’osservazione sulla necessità che io aveva di tornare a Oxford Street, quando il domestico entrò, annunciando che Mylord era servito.

Sir John afferrò il mio braccio, e mi condusse nella sala da pranzo.

— Andiamo, andiamo, mie belle commensali, a tavola, diss’egli.

Il giorno cominciava a cadere, e dalla mezza oscurità della mia stanza, aumentata dallo spessore delle cortine, entrammo in una sala da pranzo sfolgoreggiante di luce che riflettevasi nel cristallo dei bicchieri e nello splendore delle argenterie.

Si sarebbe detta una mensa imbandita dalle fate pel loro re Oberone e la loro regina Titania: l’atmosfera era tepida ed imbevuta d’un profumo acre e dolce ad un tempo, che parea penetrarmi per ogni poro.

Alla vista di tutto quel lusso, all’impressione profumata di quest’atmosfera, provai un subito offuscamento: mi sentii quasi mancare: le mie mani tremavano, la mia testa s’inclinò sulle spalle: sir John mi sentì pesare al suo braccio, e vedendo al languore dei miei occhi ed alla curva del mio corpo ciò che avveniva in me.

— Siete della specie delle sensitive, mi diss’egli; donna e fiore ad un tempo: felice quegli che spirerà l’olezzo del fiore e suggerà la parola amore sui labbri della donna.

Trassi un sospiro e vacillante sedetti sulla scranna ch’egli mi indicò accanto a lui.

Il fascino dell’opulenza è sempre stato possente su me quanto l’orrore della miseria. Sono io dunque realmente d’un sangue aristocratico e tutti i miei istinti tendono essi a ripigliare il livello distrutto dalla mia nascita illegittima? La mia vita non fu sotto a questo rapporto che un lungo inebbriamento; e quando ricca, e gran dama, non ebbi più nulla da chiedere al rango ed alla fortuna, sentii l’abbagliamento della gloria, come povera fanciulla aveva avuto quello dell’aristocrazia e della ricchezza.

Per la prima volta io sedeva ad una mensa riccamente imbandita: per la prima volta i miei occhi erano accecati dallo splendore di fiamma dei cristalli simili ai diamanti: per la prima volta io appressava le mie labbra a quello spumoso vino di Francia, che simile a quel dell’antichità, pare premuto dalle mani delle Baccanti nella coppa del piacere.

Nulla di tutto ciò bastava a scuotermi dal mio abbagliamento, a calmare il sangue che scorrevami più rapido per le vene, a spegnere il fuoco che, serpeggiando, salivami dal petto alla fronte. Nel sedermi a tavola era già ebbra di profumo e di luce.

Al pospasto un domestico entrò latore d’un dispaccio a largo sigillo.

Sir John lo ruppe, accertossi che fosse il congedo di Dick e lo porse ad Amy.

Amy si alzò subito, e sotto il pretesto di non ritardare a Dick l’annuncio di così buona novella, chiese di ritirarsi.

Sir John non vi si oppose, lodando questo slancio d’una buona sorella.

Compresi che tutto l’avvenire della mia vita dipendeva da’ cinque minuti che stavano per decorrere: vedendo Amy alzarsi, mi levai pur io, e sir John non vi si oppose: ma restavami a prendere nell’altra camera il mio cappello e la mia mantiglia; feci uno sforzo di volontà, decisa a svellermi dalla seduzione, e mi slanciai nella mia stanza che trovai fiocamente rischiarata da una lampada d’alabastro.

Nulla di più incantevole di quella camera, vista al suo dolce chiarore, che parea quel della luna in una bella notte d’estate: restai un istante muta, immobile, estasiata, in lotta fra il desiderio di rimanere e quello di seguire Amy: compresi allora che mi era mestieri cercare un appoggio altrove che in me; misi la mano sul cuore vi cercai e sentii la lettera di Harry.

Respirai allora e volli uscire dalla stanza; ma dietro a me, la porta s’era chiusa, e perduta nella modanatura dell’intavolato, s’era fatta invisibile: sarebbesi detto che la magia fosse entrata nella mia esistenza e mi spingesse in un palazzo di fate.

Mi volsi per chiamare qualcuno; ma, fra me e il camino stava ritto sir John, colle braccia aperte, mormorando la parola:

— Ingrata!

Al suono di quella voce, il fascino mai assopito si ridestò: una nube di fuoco passò dinanzi ai miei occhi e caddi fra le braccia che m’erano aperte.

Vi ringrazio, o mio Dio, d’aver permesso che la prima mia colpa fosse una caduta per amicizia e bontà, non per cupidigia e dissolutezza!

FINE DEL PRIMO VOLUME.

NOTE:

[1] In inglese Dick è il diminutivo di Riccardo.

[2] Non mettere al mondo che figli maschi, giacchè il tuo cuore invincibile non dovrebbe produrre che uomini.

[3] Possedendo l’Italia la traduzione in versi di Shakespeare per Giulio Carcano, sarebbe stato profano la intendere ad altra versione e credemmo perciò di trascriverne la scena suddetta.

Nota del Trascrittore

Ortografia e punteggiatura originali sono state mantenute, correggendo senza annotazione minimi errori tipografici.