Chapter 10 of 19 · 4843 words · ~24 min read

CAPITOLO X.

Il consiglio di guerra.

REDING. .... Ma, vedete! sul vortice de’ monti Mentre qui ragioniamo arde la fiamma Esploratrice del mattin. Si parta Pria che sovra ci cada il pieno giorno. FURST. Non ci cadrà; la notte a poco a poco Dalle valli si toglie. (_Tutti senza pensarvi si levano il cappello e contemplano, con silenzioso raccoglimento, il nascere dell’aurora_). ROSSELMAN. A questa luce Che, fra tanti mortali ancor sepolti Nell’aër greve di ristrette mura, Noi primieri saluta, il nuovo patto Si giuri — Esser vogliamo un indiviso Popolo di fratelli, eternamente Stretti nella sventura e nel periglio. TUTTI (_ripetono gli ultimi versi, alzando tre dita_). Liberi come gli avi, e pria la morte Che, vivendo, il servaggio... (_si abbracciano a vicenda_).

SCHILLER. _Guglielmo Tell_.

Palermo sorge in una pianura detta la Conca d’oro, tanto è ridente e fertile. La Conca d’oro è lunga circa dodici miglia, e larga cinque; s’estende tra il solitario monte Pellegrino, e la catena di monti verso la Favorita, dalla quale parte una strada che guida a Carini[27]; alla parte opposta, lungo il lido, un’altra strada conduce verso Messina, passando attraverso e presso le rovine dell’antica Solunto. Sono questi gli àditi più agevoli per giungere alla Conca d’oro. Vicino alla Favorita, una strada montana va in dritta linea da San Martino a Carini. A sinistra di essa si eleva una montagna rocciosa, forse un estinto vulcano, che si protende alquanto nella pianura formando uno sprone nella direzione stessa della catena principale. Questo sprone è Monreale, città di ventimila abitanti all’incirca, celebre per la sua magnifica cattedrale. Per questa città passa la strada di Trapani. Poco distante, la montagna forma una specie di anfiteatro, e dove questo termina e la montagna ricomincia a stendersi nella pianura, sorgono due villaggi, Parco e Madonna delle Grazie, presso i quali una strada conduce alla Piana dei Greci, e quindi a Corleone, antiche colonie albanesi emigrate dopo la morte di Scander-beg[28], e stabilitesi in questo ridente angolo dell’isola.

Lì presso apresi un altro anfiteatro ancora più pittoresco, signoreggiato dal monte Gebelrosso, e dal quale scende una stradetta verso Misilmeri, villaggio posto sulla via che da Palermo s’interna nell’isola. Monte Gebelrosso, al capo Zafferano, piega verso il mare, e alle sue radici è tracciata la strada che, come abbiam detto, mette all’interno e corre parallela all’altra del lido, fino ad Abate, ove piega verso il sud.

I regj, padroni del mare e della città, avevano tutti i vantaggi di una posizione concentrica. Essi radunarono tutte le loro forze nella pianura e sull’altipiano di Monreale, dominando così le poche strade di quel punto dell’isola.

Nei due socj Salzano e Maniscalco, prima dello sbarco dei garibaldini, era cresciuta la ferocia in ragione dell’aumentare della paura. A que’ due s’era aggiunto il luogotenente _alter ego_ di re Francesco, il principe di Castelcicala, il quale, memore delle raccomandazioni della corte, aveva sfoderate le arrugginite armi della tirannide poliziesca, onde atterrire, impastojare e tormentare i ribelli palermitani.

Per ordine del triumvirato borbonico non era lecito ai cittadini di passeggiare più di tre o quattro insieme, e molto meno di riunirsi nelle case; la sera, ciascuno doveva ritirarsi a casa sua per tempo e guaj a chi ne uscisse la notte senza motivi imperiosissimi!... Que’ pochi a cui era permesso l’uscir di nottetempo, dovevano portare un lampione, così le pattuglie, dal numero de’ lumi erranti, sapevano quante persone c’erano nelle vie. Poi... Ma a che tediarvi col noverare tutte le così dette _disposizioni pel mantenimento dell’ordine?_ Chi non le conosce per prova noi Milanesi in ispecie? I codici birreschi non sono eguali in tutti i luoghi del mondo? Guardate Venezia, guardate Varsavia!

Abbiam veduto come, nel momento in cui Garibaldi poneva il piede nella parte occidentale della Sicilia, allo scopo di liberare gli isolani dalla tirannide che li opprimeva, nella parte orientale il generale Lanza sbarcava (diceva lui nel suo programma) coll’istesso intento.

Ma so ben che mi burlate! (diceva il general Lanza ai Palermitani suoi concittadini, il 18 maggio). Rivoluzione! Voi?... Ma che diavolo vi è venuto in mente? Ma sapete cos’è una rivoluzione, ragazzi miei? Via, smettete, e considerate bene ciò che può aspettarvi all’avvenire. Quali destini vi offrono gli invidi della vostra prosperità ognor crescente? Quali guarentigie avete del bene di cui diconsi portatori?

«Prendete consiglio dall’esperienza. (Dalla sassata infuori, questo signor Lanza mi ha l’aria di quel capitano di giustizia, descrittoci da Manzoni ne’ _Promessi sposi_, e che, dall’alto della finestra del _prestino_, arringava i _buoni figliuoli_ milanesi). Sollevatevi all’altezza della posizione attuale per salvar voi medesimi, ora che sonosi sbrigliate tutte le cupide passioni, e non sapete di quali di esse dovrete essere vittima. Nella tempestosa lotta alla quale vi spingono stranieri aggressori, può solo tenervi incolumi il vostro coraggio civile, sorretto dalle reali milizie.

«Nel nome augusto del re, ampio e generoso perdono accordo a tutti quei che or traviati faranno la loro sommessione alla legittima autorità.» Vedete com’è conciata la città nostra! E di chi la colpa?... E compiangeva Palermo, e piangeva sullo squallore dell’amata sua patria;... ciò che non gli impedì, pochi giorni dopo, di bombardarla.

Fatto sta che il Lanza tolse di mezzo tutte le misure di rigore poste in attività dal triumvirato. Si passeggiò anche in quattro e persino in cinque; si andò a letto quando meglio piacque, e si spensero i lampioni. La fu una gradassata del general Lanza per mostrare che non aveva paura, ovvero fu per timore che la popolazione, stufa di tante tribolazioni, non irrompesse con un colpo disperato? Forse tutt’e due.

Intanto, in causa delle nuove larghezze del general Lanza, il comitato segreto di Palermo, respirò più liberamente e poté rianodare come prima le pratiche colla provincia, colle bande erranti de’ patrioti armati, e (ciò che premeva più) con Garibaldi.

La gran lotta tra il dispotismo borbonico e la libertà, l’avvenire della Sicilia e dell’Italia meridionale, dovevano decidersi a Palermo. Lo sapeva il general Lanza, che vi aveva concentrato venticinquemila soldati; lo sapeva Garibaldi, il quale, dopo la vittoria di Calatafimi, erasi avvicinato a Palermo per congiungersi colle bande armate che stavano sui monti attorno la città onde meglio conoscere le posizioni del nemico.

Il viaggio da Calatafimi a Misilmeri fu per Garibaldi un vero trionfo.

Il sergente Valentino, il quale alla testa della sua squadra marciava all’avanguardia, non capiva in sè per la meraviglia nel vedere la magnificenza di quella natura, nuova affatto per lui; nel contemplare quel cielo ora azzurro come il lapislazzuli, ora fiammeggiante d’oro e corruscante sulla marina sconfinata; gioiva udendo il canto degli uccelli svolazzanti tra gli arbusti e tra l’innumerevole e svariatissima famiglia di piante, di fiori, di erbe, ignoti alla nostra Lombardia. Ora erano boschetti di quegli stessi leandri che egli era solito vedere ne’ vasi; ora cedri e aranci, che spiegavano liberamente i rami, impregnando l’aria di quegli effluvj, imprigionati, tra noi, nelle serre; ora siepi di fichi d’India, che cingono colle spinose braccia gli orti e i vigneti, come da noi, la robinia, il rovo e il biancospino.

Posava estatico gli sguardi sui casolari che spuntano sui poggi, sui veroni su cui la vite serpeggiante spandeva l’ombrìa de’ nascenti pampini. Valentino godeva trascegliendo in suo pensiero il più ameno di quegli abituri, il più aereo, per sè e per la sua Rosa; se pure, diceva fra sè sospirando, mi sarà dato ritornare a casa mia, e mantenere la promessa che, senza dircelo, ci siamo fatta coi nostri cuori di non separarci mai più!...

Anche Roberto deliziavasi contemplando quell’avvicendarsi di panorami, di macchiette, le une più belle delle altre. Avrebbe voluto fermarsi ogni tratto a sbozzar quelle scene, ma aveva ben altro a fare. Si consolava intanto ripetendo in cuor suo: «A cose finite, prima di ripatriare, voglio rifarla questa strada, e allora potrò copiare o studiare con tutto mio comodo.» Ma più ancora de’ pittoreschi casolari, del cielo, del mare, dei monti, lo ferivano i negri occhioni delle isolane... Quei lunghi cigli di seta, quelle guardature gli rimescolavano il sangue. Gli occhi cilestri, diceva, sono belli, non c’è che dire! Ma anche i neri...

Proprio in quell’istante Dalia, la glauca Dalia, leggeva la di lui lettera per la settima volta, e la baciava e ribaciava di nascosto... Oh! come i cuori degli amanti, anche da lontano, s’intendono e battono all’unissono!

Dai monti, dai villaggi, dagli sparsi casolari accorrevano i pastori, i contadini siciliani, a frotte, a drappelletti, a coppie e si schieravano lungo la strada acclamando il generale che passava; poi, vinti dall’entusiasmo, dalla gratitudine, dalla gioja, si precipitavano intorno a Garibaldi baciandogli la mano gloriosa, gli abiti, le redini del cavallo. Vedevi i vecchi inginocchiarsi, curvare le venerabili canizie e pregare per lui; vedevi le fanciulle gettargli un nembo di fiori, e le spose sollevare a lui i loro bambini perchè li benedisse. Ed egli sorrideva commosso, salutava e stringeva le mani a lui tese, baciava, accarezzava i bambini; a tutti poi parlava della patria, scaldando i petti coll’amore della libertà, il più bello, e il più contrastato dei doni di Dio.

Intanto il comitato di Palermo, men sorvegliato dopo l’arrivo del general Lanza, aveva potuto mettersi in comunicazione con Garibaldi, il quale s’era arrestato presso Monreale, occupata, come dicemmo dai regj. Il generale mulinava sul modo di aprirsi una strada verso la capitale con uno di quei colpi di mano che gli sono famigliari, e che per lui tennero sempre il luogo delle artiglierie.

— Palermo insorgerà, gli mandava a dire il comitato, purchè voi, generale, vi presentiate alle porte della città.

— Accettato, rispose Garibaldi, e tosto si pose all’opera, onde mandare ad effetto il suo piano strategico.

I regj, accampati sull’altipiano di Monreale, tenevano d’occhio i Palermitani e i garibaldini, e intanto aspettavano il destro per piombare sui secondi e dopo sugli altri.

La notte del 21 maggio Garibaldi, seguito da alcuni dei suoi uffiziali, recavasi a visitare i posti. Tutto era silenzio; solo si udiva il grido alternato delle sentinelle avanzate che si tramandavano l’all’erta; grido che, mano mano si allontanava, affievoliva, morendo poi lontano lontano. Limpidissima era la notte; la luna cheta cheta veleggiava pel firmamento scintillante di stelle. Sulle vette dei monti che incoronano la Conca d’oro, rosseggiavano intorno intorno i fuochi degli insorti; fuochi che incoravano i Palermitani, i quali li vedevano da lungi, e li salutavano come fari di libertà e di sicurezza.

Tratto tratto s’udiva una schioppettata, cui tenevano tosto dietro molte altre. Allora Garibaldi arrestava il cavallo, spingeva lo sguardo là dove partiva il rumore, e fiutava l’odore della battaglia come il destriero di Giobbe.

Erano le bande degli insorti siciliani che, la notte, perlustravano i contorni, radendo i posti avanzati dei nemici, appiattandosi nei macchioni per sorprendere le pattuglie borboniche.

In una di queste avvisaglie, alcune ore prima che calasse il sole, era rimasto ucciso l’intrepido Rosolino Pilo. Egli aveva promesso di tutto spendere per la patria, averi e vita, ed aveva tenuta la parola[29].

Garibaldi, reduce al bivacco, radunò il suo stato maggiore e i capi siciliani, e presi seco loro gli opportuni concerti, comandò che all’alba si levassero le tende (modo di dire, chè i garibaldini per tenda non ebbero che il firmamento).

Il colore bianchiccio della marina annunciava già l’alba novella, quando Garibaldi, (lasciati parte degli insorti siciliani perchè la notte vegnente continuassero a mantenere accesi i fuochi sui monti, onde i regj lo credessero tuttora in quei dintorni) radunati i suoi si allontanò di là marciando... Ma che dico! inerpicando per burroni, sdrucciolando giù per le frane dei monti, pur traendo seco la sua poca artiglieria trascinata, portata, Dio sa con quali fatiche! dai suoi militi. Finalmente, dopo inauditi stenti, i garibaldini, il 23, giunsero a Parco sulla strada di Piana.

Roberto, com’era sua usanza, appena fu arrivato a Parco, cercò un ruscello, e cavatisi gli abiti, nudo com’era nato, vi si immerse, gustando deliziosamente quella frescura. Valentino, raggiuntolo, sedette anche lui sul margine del rivolo, e deterso il sudore e la polve, tolse dal suo sacco due camicie grossolane di canapa, ma bianche di bucato.

— To’ Roberto! disse all’amico porgendogli una camicia; una per me, una per te...

— Ah, ah! sclamò Roberto; due camicie! E dove le hai pigliate?

— Me le ha date un bravo Siciliano, il padrone di quel mulino a vento.... là, lo vedi?...

— Ma come hai fatto?

— Come ho fatto?... La mia camicia cadeva a brandelli... Sfido io!... col camminare che si fa, ce ne vogliono delle camicie, ce ne vogliono!... Ma perdio, che strade!... Saranno buone per le capre, ma per un cristiano!... Ma spiegami un po’, Roberto; perchè mo in Sicilia non ci sono strade come negli altri siti?

— Perchè i Borboni non vedevano di buon occhio che i Siciliani comunicassero liberamente fra loro... È una delle mille arti per tener disuniti e ignoranti i popoli...

— Che il diavolo si porti i Borboni e chi fa per loro!..

— Dunque, si può sapere come hai fatto ad aver queste camicie? chiese Roberto buttando via quella che aveva, sdruscita e bucherellata, e indossando quella nuova pòrtagli dall’amico.

— Che vuoi! povero figliuolo come sono, mi è sempre piaciuto aver roba netta almeno sulla pelle... Dunque, mentre stava pensando al modo per aver una camicia pulita, ecco farmisi incontro quel bravo mugnajo: — Ben arrivato! mi disse stringendomi cordialmente la mano; di che paese siete? — Sono Lombardo, gli rispondo. E lui: — Dio vi benedica, signor caporale... — Sergente... — Signor sergente!... Dio vi benedica, voi tutti e il vostro generale... Non so cosa pagherei se lo potessi vedere... L’ho cercato, ma inutilmente. — Se non volete altro, vi servo subito; venite con me.» Il brav’uomo non se lo fece dir due volte, e, pigliatomi a braccetto, mi seguì fino nella corte della casa dove alloggia il generale. Guarda la fortuna! Facciamo due passi... ed eccoti il generale, che sorridendo discorreva con Bixio. — Quello è Garibaldi! dissi all’orecchio del Siciliano — Qual’è dei due? — Quello a sinistra, colla barba bionda. — Ah! sclamò il mugnajo, e restò lì estatico con tanto di bocca aperta, colle mani in alto, e colle ginocchia piegate... Così, guarda! (e Valentino ne imitava l’atteggiamento). — Oh! se potessi baciargli la mano! borbottava il mugnajo gratandosi il capo — Perdio! gli dissi, ci vuol tanto! andate là... provatevi... Avete paura che vi mangi?» Allora l’amico si fa cuore, cava il cappello, e pian piano si avvicina al generale, sulla punta dei piedi, come camminasse sull’ova... Quando gli fu a due passi, non osò andar più in là: anzi era lì lì per tornare indietro, quando il generale, scòrtolo, gli sorrise affabilmente e gli chiese che volesse. Se tu, Roberto, avessi veduto la faccia del Siciliano in quel punto! Divenne.... meno nera, poi pavonazza... E che bocca apriva!... gli si potevano vedere i polmoni. Il generale gli disse alcune parole, poi strettagli la mano, entrò in casa.

— Chi sa come sarà rimasto contento il Siciliano!

— Figurati! Tornò da me, raggiante in volto come se avesse vinto un terno al lotto e colla mano ancora tesa... — E così? gli chiesi — Avete veduto? il grand’uomo mi ha stretta la mano.... — E cosa vi ha detto? — Mi ha chiesto se era del paese, e se era contento che lui fosse venuto a liberarci dai Borboni... Figuratevi cosa gli ho risposto! Intanto, il mio bravo Lombardo, questa fortuna la devo a voi... Fatemi dunque il piacere, venite a casa mia... Così dicendo mi pigliò per un braccio e mi condusse difilato a casa sua, lassù al mulino. Mi ha fatto vedere sua moglie, una donna con una ciera tutta bonomia; poi chiamò: Rosalia! Rosalia! e subito dopo entrò la sua figliuola... Ah Roberto! che bel fusto di ragazza.... Tu che sei pittore devi copiarla.... Che abito curioso, che colori vivaci!...

— Copiarla!... come ho a fare?

— Ti aspettano lassù a desinare...

— Io?

— Sì, in mia compagnia...

— Ma come...

— Se mi lascerai finire saprai tutto! Quella buona gente, quando il mugnajo ebbe loro raccontato come per mio mezzo egli aveva potuto parlare con Garibaldi e stringergli la mano, mi fu intorno soffogandomi di cortesie e di esibizioni. Io, in principio, ho fatto un po’ di complimenti, poi pensando alla camicia che aveva indosso, e parendomi che mi prudesse la pelle, domandai loro in favore, se per caso avessero una camicia. — Ma sì, subito, signor caporale! si posero a gridare in coro, e gesticolando babbo, mamma e tosa. (È però curioso come qui in Sicilia non si sappiano distinguere i galloni, e come si confondono i gradi!) Queste ultime due sparvero, ma subito dopo ritornarono. — Ecco una camicia di mio marito, nuova fiammante. — Ed eccone una delle mie, netta di bucato, disse la ragazza sorridendo; non è da uomo, ma può scusare...» Io la pigliai subito, e... Eccola, Roberto!» Così dicendo la sciorinò dinanzi agli occhi dell’amico che si mise a ridere.

— Ridi finchè vuoi, riprese Valentino; ma io non la darei per tutto l’oro del mondo...» Così dicendo indossò la camicia, la quale non aveva altro inconveniente che d’essergli soverchiamente larga sul petto, e di maniche brevi tanto, da non giungergli alla metà dell’omero.

— Ehi! Valentino!.... Ricordati però di non portarla con te quando tornerai a casa tua, o almeno di nasconderla ben bene.... Se la tua amorosa la vedesse....

— Che vuol che dica l’amorosa? Le dirò schietto come la fu la cosa... Ma questo è il meno; l’essenziale è di tornare a casa nostra; e se la va di questo passo, ho paura.... Basta quel che sarà sarà. Intanto che siamo al mondo pensiamo di passarcela il meglio che possiamo.

Vestiti che furono, Valentino, pigliato pel braccio l’amico suo, lo condusse seco al mulino, che in quel punto soffiando un po’ di brezza, cominciava movere in giro le sue braccia gigantesche.

— E tu dici che il mugnajo aspetta anche me?

— Sicuro! Quand’ebbi le camicie, credendo che il mio conto con lui fosse saldato, salutatili tutti e ringraziatili, stava già per andarmene pei fatti miei, quando il mio bravo Siciliano, piantatosi colle gambe aperte sull’uscio, e incrociatesi le braccia sul petto: Di qui non si passa, mi disse, senza prima aver mangiato un boccone in compagnia, senza aver assaggiato un gocciolo del nostro vino, dorato come il solfo entro cui è nato.

— E tu allora?

— Che vuoi che facessi? Come rifiutare un’offerta fatta col cuore in mano?.. .Ho detto: Sentite, amici, io accetto... ma a patto che mi permettiate di condurre con me un mio camerata milanese... — Venga, venga nel nome di Dio!... È caporale anche lui? — Sergente, volete dire! No, è più di me, è uffiziale. — Uffiziale! gridarono in coro. Ma allora bisognerà... perchè.... noi siamo povera gente, e... — Eh via! bando alle cerimonie!... noi siamo tutti eguali (quando non siamo sotto l’armi, ben inteso!)... siamo tutti come fratelli;... dormiamo tutti sullo stesso letto...

— Infatti dormiamo tutti sulla terra! rispose Roberto ridendo.

— E mangiamo tutti allo stesso rancio...

— Quando c’è.

— Benissimo! Fatto sta che si lasciarono persuadere, e dato un calcio ai loro scrupoli rispettosi, ci attendono a braccia aperte.

Così dicendo i due amici erano arrivati a pochi passi dal mulino, quando vennero incontrati dalla famigliuola, seguita da una mezza dozzina di majali, e da un lungo corteggio di galline e di anitre, animali che in Sicilia spingono la domesticità fino a dividere, se non a contendere, anche il desco e il letto coi padroni di casa. Mentre entravano, Roberto disse all’orecchio del suo amico:

— Perdio! hai ragione... che bel pezzo di ragazza! Anche Valentino, non sapeva distaccar gli occhi da Rosalia, non già che la guardasse sguajatamente, chè egli, oltre al non esser sfacciato per indole, conosceva abbastanza i doveri dell’ospitalità.

Naturalmente (tutto il mondo è paese) l’uffiziale fu il più accarezzato, e Valentino, non senza rodersi un pochetto, aveva osservato che Rosalia, lui partito, s’era affrettata ad attillarsi con maggior cura. Nei capelli della bruna Siciliana, apparivano i solchi recenti del pettine, e tra le nerissime trecce spiccava un mazzolino di fiori d’arancio, freschi, colti allor’allora.

— Ah donne, donne! borbottava tra sè il sergente: tutte eguali... tanto ad Angera che a Parco...

Poco dopo i due garibaldini sedevano a tavola unitamente al mugnajo; le donne andavano e venivano dal camino (sotto cui bolliva, friggeva, arrostiva il frugal desinare) alla tavola, alla quale, occupate com’erano, sedevano di rado. Rosalia poi, certamente per caso, occupava sempre la sedia vicina a quella del giovine pittore; ciò che sfuggiva a Valentino tanto occupato a masticare, che s’accorgeva nemmanco dei porci, i quali, festeggiando gli ospiti con festevoli grugniti, gli correvano tra le gambe.

— Miei bravi signori! disse il mugnajo, voglio che si beva un bicchiere alla salute del dittatore e dell’attuale nostro re Vittorio Emanuele.

— Volontieri! risposero i due convitati: e alzati i bicchieri, entro cui scintillava il più puro Marsala, ripeterono il brindisi:

— Viva il generale Garibaldi!

— Viva il re galantuomo!

In questo odono la trombetta che chiama frettolosamente i garibaldini a raccolta.

— Che diavolo sarà? sclamò Valentino interrogando collo sguardo il suo amico.

— Va a vedere, Valentino!... Va... presto...» Valentino, vuotato d’un colpo il bicchiere, scappò via gridando:

— Torno subito...

— Che può essere, signor tenente? chiese timidamente la fanciulla a Roberto, mentre il mugnajo e sua moglie si affacciavano alla finestra.

— Qualche allarme, bella Rosalia...

— Non partirete, vero?

— Forse sì e forse no!... dipendiamo tutti dagli ordini del generale... Ad ogni modo, Rosalia, non dimenticherò mai la cordialità con cui ci trattaste...

— Mai? chiese la fanciulla con un mesto sorriso, e guardando Roberto fisso fisso, con certi occhioni...

— Mai, ve lo giuro! rispose Roberto vivamente commosso. Rosalia... datemi una vostra memoria... Quei fiori d’arancio...

Non aveva finito di parlare che già quei fiori stavano in sua mano...

— Corri, corri, Roberto! gridò Valentino entrando a precipizio... Son già tutti sotto le armi.

— Ma che c’è? chiese Roberto cingendosi in fretta la spada.

— Vengono i Napoletani...

— Ah Madonna santissima! gridarono le due donne.

— Vengano pure... li riceveremo come meritano, disse il mugnajo, e pigliato in un angolo il suo fucile, se lo pose soldatescamente in ispalla. Addio, donne, o meglio, a rivederci...

— Addio, addio! dissero alla loro volta i garibaldini, e strette affettuosamente le mani alle due donne, uscirono frettolosamente di là, insieme col mugnajo.

La massaja stette alla finestra fino a che furono in vista; ma Rosalia, rifugiatasi nell’orto, sedette, e celatosi il volto nelle palme, proruppe in un dirotto pianto.

Quanto aveva detto Valentino era vero. I regj, il dì dopo la partenza di Garibaldi dalle vicinanze di Monreale, accortisi dello stratagemma messo in opera dal generale per guadagnar tempo, spedirono contro di lui tutta la truppa che in fretta in fretta poterono raccogliere, senza però sguarnire le posizioni.

Garibaldi, portatosi incontro a quella mano di regj, dopo breve scaramuccia li fugò.

Il dì dopo i regj tornarono numerosi, e alla lor volta attaccarono i garibaldini. Ferveva da qualche tempo il combattimento, quando Garibaldi ordinò la ritirata, la quale ebbe luogo così precipitosamente, con tale disordine, che a ragione i regj gridarono vittoria. E per festeggiare degnamente e glorificare il loro sovrano, entrati nei villaggi di Madonna delle Grazie e di Parco, li misero a sacco; vuotatili, e uccisi i pacifici terrazzani, appiccarono il fuoco alle case. I condottieri dei regj, al bagliore di quell’incendio, scrissero un bullettino (che pubblicarono il dì dopo) col quale annunziavano la disfatta delle squadre garibaldine.

Il mulino ove Roberto e Valentino avevano desinato, andò salvo per miracolo. Non fu tocco dalle fiamme, perchè posto fuor del villaggio. Anche la famigliuola potè riparare in tempo sui monti, ove venne raggiunta dal mugnajo. I regj sfogarono la loro rabbia sui pacifici majali e sugli innocenti pollastri, ond’era popolato il casolare.

Al sentire che la famigliuola era sfuggita di mano a’ borbonici, i due amici respirarono.

Garibaldi, come ognuno già se lo sarà immaginato, aveva simulato fuggire. Con questo nuovo stratagemma aveva raggiunto il suo scopo, imperocchè ritornato alla Piana, e mandatovi Orsini coll’artiglieria, mentre i regj ne seguivano ansiosamente le tracce, egli, co’ suoi Cacciatori delle Alpi e con bande scelte di _picciotti_, pigliava la via dei monti. Per viottoli appena, diremo così, sbozzati tra i burroni, dopo una marcia tanto faticosa da non aver riscontro negli annali de’ garibaldini, che con qualche altra eseguita nel quarantanove, nella celebre ritirata da Roma, e con quella di pochi giorni dopo, giungeva a Misilmeri, ove aveva dato convegno a tutti i capi, delle bande degli insorti.

A Misilmeri, Garibaldi assunse le più diligenti informazioni circa le ultime mosse dei regj, e potè convincersi che il nemico era caduto nel laccio, cioè che aveva preso sul serio la precipitosa sua ritirata e che attribuiva a scoraggiamento il rinvio de’ cannoni.

Esploratori[30] venuti dalla Piana annunziavano, essersi quivi il nemico considerevolmente rinforzato; che Parco era interamente occupato dai regj, e che, sulla strada che conduce a Palermo e a Monreale, trovavansi pure poderosi corpi; la piana di Borazzo e quella di Santa Teresa essere i punti di concentramento per parte dei regj, e poco o nulla guardate le altre uscite. Da questi rapporti Garibaldi comprese essere giunto il momento favorevole di irrompere su Palermo.

Ideato il suo piano, convocò lo stato maggiore, e i capi delle squadre indigene, e loro espose il suo disegno, soggiungendo non essere suo costume di adunare consigli di guerra, ma per questa volta credere opportuno di consultarli, dipendendo da questa risoluzione le sorti della Sicilia, e forse di tutta l’Italia meridionale. Disse potersi mettere in esecuzione due piani: o tentare un colpo di mano e impadronirsi di Palermo, o ritirarsi nell’interno ad organarvi un esercito regolare, e conchiuse: «Io sto per il primo».

La maggior parte del consiglio fu compresa da stupore per l’arditezza di tanto progetto, e alcuni uffiziali fecero osservare al generale il difetto di munizioni. Al che Garibaldi rispose: Non essere il numero dei colpi quello che sgomenterà i regj, ma piuttosto un’irruzione improvisa; fidare moltissimo nel valore de’ suoi Cacciatori e nell’entusiasmo delle bande siciliane, ricordando per ultimo l’attacco alla bajonetta che aveva sgominati e fugati i regj a Calatafimi. Una salva d’applausi accolse queste parole. Garibaldi allora congedò il consiglio, raccomandando agli uffiziali di trovarsi pronti ad ogni evento.

Valentino, ricevuto anche lui dal suo comandante l’ordine di tenersi pronto, disse fra sè:

— Per me son qua! Ma, e Roberto?... Dov’è Roberto?... È da jeri che non lo vedo... Andiamo un po’ a vedere dove si è ficcato.

Così dicendo, mosse in traccia dell’amico. Arrivato dove bivaccava la di lui compagnia, domandò ad alcuni militi, che stavano ingojando in fretta in fretta un po’ di rancio, ove fosse.

— Qui non c’è! gli rispose un garibaldino.

— Non c’è?

— No.

— Dov’è dunque?

— Chi lo sa! È partito jeri di scorta all’artiglieria di Orsini...

— Non sapete dov’è andato Orsini?

— È andato alla Piana... Il sito preciso poi come si fa a saperlo... Ohe! si parte, eh?

— Si parte a momenti... Ho veduto poco fa il generale... Aveva il cappello abbassato sugli occhi...

— Affare grosso allora!... affare grosso!...

Valentino, salutati i camerati, tornò al suo posto borbottando tra sè: Mi rincresce proprio che Roberto non sia con me... Siamo sempre stati insieme!... Forse è meglio per lui, perchè, a quel che pare, c’è in aria qualche cosa di straordinario... C’è un va e vieni, una pressa negli uffiziali di stato maggiore... Povero Roberto!... Almeno ne uscisse netto, chè anche laggiù nella Piana sento che non c’è da star molto allegri... I borbonici fanno il diavolo da quelle parti... E se ci pigliassero alle spalle?... e se... Baggiano che sei! Non ha da saperlo il generale?... Lascia fare a lui...

Intanto il sole era giunto a mezzo il suo corso. Valentino guardava con tenerezza un soffice tappeto d’erbe odorose, verdeggiante nel mezzo d’un boschetto e che, salendo un pochino, finiva circuendo un ciottolone, liscio alla superficie superiore, non troppo alto, un comodissimo origliere insomnia, che pareva sorgere da un paniere d’erbe e di fiori. Valentino sospirava guardando quel letto composto dalle mani stesse della Providenza:

— Che bella dormitona farei qui all’ombra! sclamava tendendo le mani verso quel profumato giaciglio.

E la Providenza non fu sorda verso chi dal fondo del cuore la ringraziava delle sue cure.

Secondo il piano di Garibaldi, la marcia dei volontari doveva aver luogo sullo stradale di Misilmeri; stradale largo abbastanza per permettere alle colonne di spiegarsi comodamente; ma i capi de’ Siciliani avevano invece suggerito di preferire il passo della Mezzagna, dal quale, per via più breve, dalle alture dietro il Gebelrosso, si scende nel piano di Palermo. Garibaldi accettò questo consiglio.

Valentino, quando il suo uffiziale gli ebbe detto che si partiva quella notte, si lasciò cadere sull’erba, stirando voluttuosamente le membra. Poi, disteso il suo fazzoletto sulla pietra che gli serviva di guanciale, vi adagiò il capo. Pochi minuti dopo egli russava tranquillamente.