CAPITOLO IX.
Calatafimi.
Terran Pugliesi; Calabri e Lucani De’ gesti di costui lunga memoria . . . . . . . . . . . . E nome tra gl’invitti capitani S’acquisterà con più d’una vittoria . . . . . . . . . . . .
ARIOSTO — _Orlando furioso_, Canto III.
Intanto tutt’Italia aspettava ansiosamente l’esito dell’ardita spedizione. Sapevasi che Garibaldi era salpato da Genova, ma circa il cammino che egli avrebbe percorso, correvano le voci più strane e contraddittorie. A Milano, era un fermarsi per le vie ad ogni tratto per chiedersi l’un l’altro novelle di Garibaldi e de’ suoi mille; il popolo non parlava d’altro.
Finalmente giunse un telegramma che annunziava lo sbarco de’ garibaldini a Marsala, l’arenamento di uno dei due vapori, e qualche altra notizia accessoria, incerta. Queste poche novelle convenivano però tutte in questo, che i nostri erano sbarcati felicemente, senza che vi fosse a deplorare una sol vittima.
Figuratevi quale doveva essere il chiacchierio nelle _scuole_ delle modiste, le quali se, generalmente parlando, simpatizzano per l’uniforme militare in genere, andavano pazze per quelle de’ garibaldini, che non avevano viste mai (quelle rosse), e forse appunto per questo. Naturalmente quelle fra di esse crestaje che avevano un fratello, un parente, o un amico tra i volontarj di Garibaldi, in quei dì trionfavano invidiate dalle compagne, che non ne avevano; e queste ultime si vendicavano coi loro fratelli, o cogli amorosi, pungendoli perchè erano rimasti qui a _passeggiar Milano_, ed eccitandoli, col canzonarli, ad affrettarsi a partire almeno con Medici.
Dalia in quei giorni, nella scuola, era cresciuta in considerazione. Le di lei compagne, le quali (a malgrado del macchiavellismo femminile messo in opera da Dalia onde tener celato a tutti l’amor suo e chi ne era l’oggetto) subodorato l’arcano della giovinetta, non le avevano risparmiato i sarcasmi e le trafitture, avevano mutato vezzo, e sopportavano in buona pace le frequenti punture che Dalia alla sua volta rimandava loro, vendicandosi così dei dispetti divorati tante volte in silenzio.
Ma il dì 19 maggio, un sabato, Dalia crebbe a dismisura nell’opinione delle sue compagne. Mentre se ne stavano al solito chiacchierando in giro alla tavola da lavoro, ecco entrare il portalettere, il quale chiese alla maestra se certa Dalia *** era nel di lei negozio.
— Eccola lì, rispose questa levando gli occhi dallo scartafaccio dei conti, e indicando la ragazza colla penna.
Il portalettere porse sorridendo una letterona alla fanciulla, che la prese arrossendo. Tutti gli occhi delle astanti si appuntarono su quella carta.
— Com’è grossa! sclamò una di esse.
— Da dove viene? domandò Dalia al portalettere.
— Viene da... Aspetti...» e ripigliata la lettera dalle mani della giovinetta, esaminò il timbro postale sulla sopracarta, e compitando lettera per lettera, rispose: Calata... Calatasi... Diavolo d’un nome!... par turco! Poi per cavarsi d’impaccio senza dir bugie, visto un altro timbro soggiunse. Viene da Genova. Indi temendo gli rivolgessero altre domande indiscrete, per tagliar corto chiese l’importo della lettera; importo che parve enorme (infatti era doppio, perchè doppio era il volume della lettera), a Dalia in ispecie, la quale sarebbe stata imbarazzata a soddisfarlo, se la maestra non fosse venuta in di lei soccorso, sborsando del suo quel che mancava a raggiungere la cifra della tassa postale.
Tale generosità da parte della maestra non sembrerà soverchia, quando si consideri che quello era un giorno di paga, e che quindi l’anticipazione, non era che di qualche ora; in secondo luogo anche la maestra era donna, e forse meno forte delle sue scolare contro gli assalti della curiosità.
Dalia, aprendo la lettera, assunse (benchè il di lei viso imporporasse sempre più) una cert’aria d’importanza. Certo, avrebbe voluto riporre la lettera, per poi leggerla nel silenzio della solinga sua cameretta, lontano dalle compagne, le quali parevano suggere cogli occhi le notizie contenute in quei fogli.
Dalia, benchè affettasse disinvoltura, in realtà era impacciata, e non senza ragione. Non le conveniva cedere al desiderio manifestatole in coro dalle sue compagne, di legger forte quella lettera, in primo luogo perchè non sapeva leggere correntemente, sicchè avrebbe dovuto fermarsi quasi ad ogni parola, ciò che ferendole l’amor proprio, le avrebbe nociuto nella considerazione, e amareggiate le dolcezze dell’orgoglio soddisfatto pienamente in quel dì, (tanto più che il darne la colpa alla scrittura ingarbugliata dello scrivente, era pretesto magro e insufficente). Oltrecciò temeva di ripetere inavvertitamente qualcheduna delle tante espressioni amorose (una sola avrebbe bastato per far ridere le maliziose compagne), colle quali Roberto soleva ingemmare con disordinata profusione il suo carteggio.
Quest’ultimo riflesso era stato sì potente sull’animo di Dalia, da farle respingere risolutamente tutti gli assalti che le davano le compagne, che offrivansi a far da lettrici, tanto da carpirgliela quella benedetta lettera... Ma a tutte quelle insidiatrici proposte, Dalia aveva resistito gagliardamente, rispondendo, che se non era franca nel leggere, non era però inferiore a nessuna di esse. Risposta che non risparmiò nemmeno alla maestra, la quale con istudiata bonarietà, si era offerta anch’essa a risparmiarle quella fatica.
La maestra, com’è naturale, offesa nell’amor proprio, e tanto più offesa perchè Dalia aveva colto nel segno, ripicchiò, sostenuta dalle allieve, le quali irritate dalla supremazia della compagna, l’assalirono, scoccandole contro un nuvolo di frecce avvelenate, alcune delle quali punsero Dalia sì al vivo, da farla prorompere per la stizza, e per la vergogna in uno scoppio di pianto, a cui fecero eco le risate delle astanti.
In questo entrò in bottega una vecchia signora, al cui aspetto tutte le bocche si chiusero. Era costei la contessa Emilia ***; abitava il primo piano di quella stessa casa, ove era amata e riverita da tutti i casigliani, e perchè ricca, e anche perchè d’un’ottima pasta. La maestra poi nutriva per lei una più sviscerata deferenza, chè la contessa Emilia, modello delle avventore, pagava senza dilazione e senza lesinare, com’è vezzo delle dame in generale.
La contessa, vedova già da un pezzo, con un nipote che aveva preso il posto di un unico figlio morto di coléra nel cinquantasei. Era solita passare la miglior parte dell’anno in una villa che unitamente ad un podere, possedeva nel piano d’Erba, riparando a Milano l’inverno. Ma in quell’anno aveva prolungata oltre il solito la sua dimora alla capitale, trattenutavi dal suo avvocato, il quale le aveva dichiarato essere la di lei presenza indispensabile per condurre a fine certi litigi, che di causa in causa, duravano già da quasi mezzo secolo.
Appunto in quel giorno l’avvocato le aveva concessa licenza (così le aveva detto sorridendo) di andarsene in campagna. Del che lietissima la contessa, prima di salire al suo appartamento onde disporre il tutto per la partenza, aveva voluto entrare dalla modista per lasciarle certe commissioni di non so quali cuffie che le si dovevano a suo tempo spedire alla campagna.
La maestra al comparire della contessa, si era tosto levata offrendole una sedia; le _madamine_ avevano tutte simultaneamente chinate le teste, come spiche al buffo del vento.
La contessa Emilia, che prima di lasciar Milano voleva approvigionarsi di notizie, date che ebbe le commissioni per le cuffie, e fissato colla maestra il modo più sicuro di inviargliele sane e salve, chiese che ci fosse di nuovo:
— Nulla, signora contessa, almeno ch’io sappia... le rispose con tutta dolcezza la maestra.
— E di Garibaldi?
È a notarsi che l’eccellente dama, per un fenomeno che di dì in dì si fa men raro, voleva tutto il suo bene a quel grand’uomo del generale.
— Ma!... esclamò la maestra fissando Dalia, la quale in pari tempo raccolse, senza alzar la testa dal lavoro, tutte le occhiate obblique delle compagne.
— A quest’ora, ripigliò la contessa immergendo le dita in una piccola tabacchiera d’argento, qualche cosa di nuovo in Milano si dovrebbe sapere. Si sa che sono sbarcati a Marsala; si sa che è partito.... per... Non mi ricordo più il nome di questo paese...
— Quella tosa là dovrebbe saperlo..., disse la maestra indicando Dalia.
La contessa Emilia si volse verso la giovinetta, sorridendole graziosamente al suo solito.
— Fammi il piacere, Dalia, proseguì la maestra con affettata dolcezza, dì quello che sai, qui alla signora contessa...
Vi lascio immaginare la confusione della povera ragazza, la quale se resisteva energicamente quando la trattavano colle brusche, ammolliva e cedeva subito presa colle buone. Cavatasi dal seno la lettera (che non aveva ancor letta per puntiglio, benchè si struggesse di farlo) si alzò e si avvicinò alla contessa.
— Che cara creatura!... come è bellina!... sclamò questa, contemplando la giovinetta e fermando gli occhi su quelle magnifiche trecce. Guardate, guardate che stupenda capigliatura! Quel peso lì alla testa ti deve dar fastidio, eh! la mia tosa?
Dalia, sorridendo, accennò col capo di no.
La maestra guardò svogliatamente in istrada, battendo rapidamente pel dispetto il piede sullo sgabellino. Le altre ragazze si sarebbero volontieri scagliate sulla povera Dalia, e le avrebbero strappati tutti i capelli, tanto invelenivano.
— Sentiamo un po’ queste novità, la mia bella... Come ti chiami?
— Dalia.
— Dalia?... che nome curioso! E, dì un po’, chi è che te le manda queste novità?
Dalia abbassò il capo, e si fece di fuoco; avrebbe voluto scappare, ma le gambe le tremavano, senza aver forza di moversi. La maestra sorrise affettatamente mordendosi le labbra; le allieve finsero fare sforzi inauditi per trattenere le risa, ma a queste surrogarono certi sibili, certi frusci, simili a quelli che fa la birra quando gorgoglia e fischia intorno al turacciolo, tanto che la contessa Emilia, non potè a meno di capire il latino, come si suol dire, e, ignara della scena di prima, di sorridere anche lei, fiutando una presa di tabacco.
Dalia impallidì, girò un sguardo sì minaccioso sulla maestra e sulle compagne, che queste non seppero sostenerlo, e, fattesi serie, abbassarono gli occhi. La giovinetta, incontrata la dolce e compassionevole guardatura della contessa, sentissi scorrere nelle vene una tenerezza, confortatrice; all’ira tenne dietro un bisogno di sfogo, che anche questa volta si disciolse in uno scoppio di pianto.
— Oh! oh! che c’è?... che c’è?... Cosa ti è successo la mia tosa? le chiese la contessa intenerita.
— Solite smorfie... Non le badi... non le badi... disse sprezzantemente la maestra. Anzi... senti, la mia cara Dalia (e disse quel mia cara coi denti serrati), per evitare che queste scene abbiano a succedere un’altra volta è meglio che... che tu rimanga a casa tua. Qui si viene per lavorare, non per piangere...
Dalia, soffogata dall’umiliazione e dall’angoscia nulla rispose; ma levatasi, d’un balzo afferrò il suo sciallo e se lo gettò sulle spalle; indi, preso il cappellino, se lo acconciò alla bell’e meglio sulla testa, annodando con fretta convulsa i nastri sotto il mento. Ciò fatto, senza dire una sola parola, mosse difilata verso l’uscio... Ma la contessa Emilia, andatale incontro, la fermò, ponendole una mano sulla spalla:
— Fermati, la mia ragazza!... le disse con voce carezzevole, fermati... Non istà bene pigliar le cose con tanto fuoco... Non è vero, proseguì rivolgendosi alla maestra, che lei acconsente a tenerla qui ancora?..
— Veramente..., rispose la maestra facendo la preziosa, mentre in cuor suo, sbollita già la stizza, pentivasi d’aver licenziata Dalia, la più abile tra le madamine del suo negozio. Veramente... con quel carattere così superbo... Quando si è poveri come Giobbe, la superbia bisognerebbe lasciarla dietro l’uscio... Però... però... per riguardo a lei, signora contessa, che da tanti anni mi onora delle sue commissioni... Basta non se ne parli più... Dalia, torna pure al tuo posto.
Ma Dalia restava immobile, cogli occhi bassi e il labbro fremente. Un lampo iracondo balenò negli occhi della maestra... Uh! se non c’era lì la contessa!... Ma questa, presa amorevolmente per un braccio la fiera fanciulla, pian piano la ricondusse al suo posto, dicendole con un garbo tutto materno:
— Andiamo, andiamo!... Si è già detto che quel che è stato è stato, dunque... Una bella ragazza come tu sei, deve mostrarsi docile bonina...
— Vieni qui, vieni qui, Dalia! le susurrarono in coro facendole posto le compagne, le quali, per uno di quei rapidi mutamenti tanto frequenti ne’ cervelli femminili, le avevano ridonata d’un tratto la loro simpatia.
Dalia, commossa, cedette, e levatosi lo scialle e il cappellino, sedette al suo posto, e riprese il lavoro.
— Così va bene! disse la contessa, soddisfattissima d’aver dispersa la bufera di cui essa, benchè involontariamente, era stata l’origine. Così va bene! brava tosa! Però, ripigliò sorridendo e accarezzando le bionde trecce della fanciulla, ti avverto che non ho rinunciato al desiderio di aver quelle tali notizie... Anzi, se lei lo permette (e si rivolse alla maestra) condurrò di sopra con me questa ragazza; così le darò quei tali fiori che le ho detto per le cuffie, e nello stesso tempo saprò quello che mi preme...
La contessa (avendo la maestra annuito con un inchino) pigliò Dalia per mano e seco lei salì al suo appartamento. Giunti nel gabinetto, disse alla fanciulla:
— Aspettami qui un istante, e torno subito... Vado a spogliarmi... Vuoi far colezione con me?
— Grazie, signora contessa, ma non ho fame.
— Bene, bene.... fa come vuoi... Un minuto e sono da te.
Infatti poco tempo dopo la contessa, in abito casalingo, entrava nel gabinetto, e sedeva presso la fanciulla:
— Ah! ora che siamo qui sole, spero che vorrai leggermela quella benedetta lettera!... Chi l’ha scritta?...
Dalia sorrise arrossendo.
— Ho capito, ho capito! Ebbene che c’è di male?... La è d’un garibaldino tuo amoroso?
La fanciulla, incoraggiata dal fare disinvolto della contessa, accennò col capo di sì.
— È il tuo promesso sposo dunque?... Di che professione è questo tuo giovine?
— È pittore.
— Pittore?... Ah! è di buona condizione dunque! tanto meglio, tanto meglio!... E, dì, i tuoi genitori vedono di buon occhio...
— I miei genitori sono morti.
— Avrai qualcuno che ne farà le veci...
— No, signora contessa, rispose sospirando la giovinetta, sono sola soletta al mondo.
— Oh poverina! sclamò la contessa pigliandola affettuosamente per mano. Sì giovane, sì bellina... e sola!
— Sola.
— E questo giovane... Come si chiama?
— Roberto.
— E questo tuo Roberto...
— È solo anche lui come me.
La contessa Emilia contemplò un istante la fanciulla, poi, quasi rispondesse a sè stessa, soggiunse:
— Ecco due poveri orfani... abbandonati da tutti... si incontrano... e si vogliono bene... Uno s’appoggia all’altro... Vi volete proprio bene davvero, eh?
— Oh! tanto... tanto!
— E siete poveri ambedue?
— Poverissimi. La s’immagini, signora contessa; io guadagno trenta soldi il giorno...
— E lui?
— Lui, poveretto, lavorava quando poteva....
— E ti ha lasciata qui sola?...
— Doveva far così... L’ha chiamato Garibaldi sicchè...» e non compì la frase che, anche piantata lì a mezzo, voleva dire: Quando è Garibaldi che chiama, non c’è ragione che tenga.
— E tuo padre chi era?
— Non lo so. M’ha allevata da piccina uno zio, che, poveretto è morto poco tempo fa nelle mie braccia... e in quelle di Roberto. Era un vecchio soldato di Napoleone I... Ha fatte tutte le campagne, era mutilato...
— Aveva qualche grado?
— Sicuro, rispose Dalia con un certo orgoglio, era capitano.
— Allora gli avranno data la pensione...
— Non ha voluto niente dai Tedeschi, il bravo uomo...
— Come si chiamava questo tuo zio?
— Il capitano Bernardo ***.
Questa volta toccò alla contessa di farsi rossa. Però, per nascondere quell’indiscreta vampa che la richiamava ai beati tempi della sua giovinezza, piegò il capo dalla parte opposta, col pretesto di saturarsi il naso con una grossa presa di tabacco.
Poi ricompostasi immediatamente (a settant’anni è l’affare d’un momento), ripigliò:
— Il capitano Bernardo ***! Ma io devo averlo conosciuto questo tuo zio... Dì un po’, Dalia, era capitano dei Veliti, mi pare?
— Proprio dei Veliti...
— È lui, è lui senz’altro! seguitava la contessa fingendo di raccapezzarsi a poco a poco, mentre invece, al solo udire il nome del capitano, le era paruto vederselo dinanzi (come un certo dì, in una certa occasione), ginocchioni a suoi piedi, giovane robusto, innamorato, e nella sua splendida assisa.
— Raccontami, raccontami la sua storia. Tuo zio ve’! era... amico strettissimo di quella buon’anima di mio marito...
— Oh! guarda mo’ che combinazione! sclamò Dalia, e, eccitata dalla contessa, si fece a narrarle quanto sapeva della vita del capitano Bernardo.
La contessa Emilia (il lettore se ne sarà già accorto) era stata ai suoi tempi una donnetta galante; nè sarebbe giustizia il movergliene rimprovero chè, come dice Foscolo de’ letterati, anche le donne vanno giudicate a seconda de’ tempi in cui vissero. E appunto i tempi nei quali la contessa era in fiore, non erano gran che severi in fatto di costumi. Tutto era disordine allora, tutto era stato scomposto dalla rivoluzione, sicchè non è meraviglia se anche la morale ne andasse un pochino sconquassata.
La contessa era stata in grido di leggiadría, e molti vagheggini avevano farfalleggiato intorno al lume de’ suoi begli occhi, come dicevano gli Arcadi d’allora. Ma ciò che l’aveva resa di moda, tanto che per un mese in Milano non s’era parlato d’altro, fu una certa sua avventura, che noi pure racconteremo ai nostri lettori, anche per seguire un precetto raccomandato agli scarabocchiatori non so se da Longino, o da Alberto Lollio, di intercalare cioè, al racconto, quando è lunghetto, qualche piacevole episodio.
Poche miglia fuor di Erba, a destra della strada che scende per risalir tosto verso Longone, sorgeva (e sorge tuttora) la villeggiatura di un ricco negoziante, il quale, rimasto vedovo, dato un calcio agli affari, soleva passare in campagna i più bei mesi dell’anno in compagnia della propria figlia.
Un giorno (un bel giorno d’ottobre) alcuni Milanesi villeggianti in quei dintorni, passando a caso di là, videro su di un terrazzo attiguo alla villa, e tutto ammantato di piante rampicanti, una leggiadra giovane, la quale stava leggendo il giornale ad un rubizzo vecchietto che sedevale al fianco.
— Che bella signorina! esclamò uno della comitiva.
— Graziosa davvero! soggiunse un altro.
— Che portamento disinvolto!
— Hai veduto che occhi lampeggianti?
— È un angelo! gridò il conte ***, giovane che godeva di molta celebrità nel bel mondo d’allora, per la pazza foga con cui correva dietro alle galanti avventure. Chi è quel vecchio?
— Dev’esser suo marito... gli rispose un tale che piccavasi di conoscer tutto. Anzi lo è di sicuro.
— Peccato! esclamò il conte sospirando; lei sì giovane, lui sì vecchio!... Così dicendo fermavasi fissando gli sguardi verso il terrazzo; poi raggiungeva i compagni, per fermarsi di bel nuovo, finchè, voltando la strada, l’ebbe perduta di vista.
Da quel momento il conte non ebbe pace; il suo pensiero era sempre là, fisso sul terrazzo. Lei sì giovane, lui sì vecchio! esclamava coricandosi; lei sì giovane, lui sì vecchio! andava ripetendo appena desto.
Passò, ripassò per quella strada, e non sempre invano, chè qualche volta gli venne fatto di rivedere la graziosa giovane, la quale, non ostante il sesto comandamento, finì co’ suoi begli occhi, coll’innamorarlo perdutamente.
Al solito, la passione del conte, crebbe cogli ostacoli, fra i quali primeggiava il marito, immancabile come l’ombra del corpo di sua moglie, innamovibile come il dio Termine.
Il conte usò tutti gli artifizj che la passione può suggerire per communicare col suo idolo o a voce, o in iscritto, ma sempre invanamente. Quell’originale di negoziante emerito viveva isolato come un selvaggio, senza fare nè ricever visite, tantochè nessuno sapeva dar contezza de’ fatti suoi. Che era riuscito a sapere il giovane innamorato? Che la giovane aveva nome Emilia; null’altro!
Il conte fu lì lì per impazzirne. Finalmente, volendo riuscire a qualunque costo, risolse di ricorrere ad uno stratagemma, disperato, se volete, pericoloso, ma decisivo.
Il dopopranzo di una bella giornata, il conte, sdrajatosi nel suo calesse, ordinò al cocchiere di portarsi su d’una collina, dalla cui cima scende la strada su cui, circa un miglio in giù, s’apre la casa di Emilia. Giunti sul colle, il conte disse al cocchiere di fermarsi, e alzatosi, fissò quella casa con un cannocchiale, spiando se mai comparisse la giovane o sulla porta, o alla finestra, o sul terrazzo.
Non andò guari che Emilia e il suo inseparabile compagno comparvero sul terrazzo.
— Animo! gridò il conte afferrando il cocchiere per un braccio; una frustata ai cavalli e giù di corsa...
— Giù di corsa? chiese attonito il cocchiere.
— Giù di corsa, sì... giù di corsa! strillò il conte, battendo i piedi in modo che parve volesse sfondare la carrozza.
Il cocchiere ubbidì, maledicendo in cuor suo le stramberie del padrone, e i cavalli partirono di galoppo.
— Giù, giù frustate... gridava il conte.
— Ma, signore, ci romperemo il collo... I cavalli mi piglieran la mano... Si va già sì forte che...
Ma il conte per tutta risposta, strappata di mano al cocchiere la frusta, la menò gridando come un invasato per dritto e per traverso sulla groppa dei cavalli, i quali spinti anche dal peso del legno, precipitarono di carriera, nonostante gli sforzi sovrumani del povero cocchiere il quale, pallido pel terrore, coi capelli ritti (il berretto, volatogli via di testa, rotolava anche lui giù perla china), puntando i piedi, tirava a più non posso le redini.
Quando la carrozza fu a pochi passi dalla porta della casa d’Emilia, il conte allungato il braccio, afferrò la redine del cavallo destro, tirandola con una strappata. Il cocchiere cacciò un urlo; il legno urtò violentemente contro uno degli stipiti della porta; un cavallo stramazzò per terra. Il conte balzato in aria, ricadde sul lastrico sotto la porta; e il povero cocchiere, balzato anche lui dal lato opposto, calò di piombo sul collo di una lavandaja che stavasene ginocchioni sul ciglio d’una roggia che fiancheggia l’altro lato della strada. Cocchiere e lavandaja precipitarono nell’aqua, framezzo ad uno stormo di anitre che scapparono schiamazzando e sbattendo l’ali.
Il vecchio negoziante, Emilia ed i domestici (alcuni dei quali corsero in soccorso del cocchiere e della lavandaja) furono tosto attorno al conte, che, fingendo d’esser svenuto, non capiva in sè per la gioja di aver ottenuto il suo intento. Era presso il suo idolo!
Trasportato in un salottino terreno, venne adagiato su di un sofà. Intanto che il fattore andava pel medico, Emilia, sorreggendo la testa del conte, gli poneva sotto le nari essenze odorose onde richiamarlo a sè. Finalmente aprì gli occhi, incontrandoli con quelli di Emilia, che li abbassò tosto arrossendo. Venuto il medico, che abitava a pochi passi di lì, visitò il conte e palpatolo ben bene, scoprì che una costola era rotta. A quell’annunzio il conte fu lì lì per gettare le braccia al collo al dottore e soffogarlo di baci, tanto era felice!.. Ma questo slancio di affetto si mutò repentinamente in odio feroce, quando il medico (a fin di bene) ebbe detto: Però il signore è trasportabile....
— Così presto? sclamò Emilia. No, no; non facciamo imprudenze...
— Certo, certo, soggiungeva il vecchio.
— Aspettiamo almeno qualche ora... proseguiva Emilia.
Il conte la ringraziò con una lunga occhiata. Partiti che si furono il medico ed il vecchio, Emilia sedette a fianco dell’innamorato giovine, il quale dopo poche parole dette con labbro tremante e con voce interrotta dalla passione, presale una mano e strettala tra le sue, coll’accento della più viva tenerezza le disse:
— Emilia!... cara Emilia!... io ti amo perdutamente....
La giovane non ebbe forza di ritirar la mano; investita, attratta dal fluido magnetico che emanava dagli occhi del giovane, posò il capo sulla di lui fronte infocata...
— Caro signor conte, si calmi... Adesso non è il momento... Guarisca e poi... e poi discorreremo.... Così entrò a dire il vecchio, che accompagnato il dottore, era rientrato, non visto, nel salottino.
A queste parole il conte restò come di sasso. Emilia si tolse lestamente di là.
— Il marito!... costui mi strozza al certo! disse fra sè il conte vedendosi solo col vecchio, il quale sedutoglisi al fianco sulla seggiola abbandonata da Emilia, proseguì con voce pacata.
— Da bravo, signor conte!... Ora procuri di guarire... dopo vedremo...; se ella vuol proprio bene alla mia Emilietta, per me fin d’ora non mi oppongo... non le dico di no...
Il conte stupefatto, puntando sulle gomita, voltossi verso il vecchio guardandolo fisso:
— Certo, certo, proseguiva quest’ultimo sorridendo; io non sono lontano dall’acconsentire... purchè le vogliate proprio bene...
— Scusate, signore, balbettava il conte, io non capisco... voglio dire che non so come voi...
— Io ho già prese le dovute informazioni sul conto vostro, o signore. Ma sì!... So che siete d’ottima famiglia, che siete benestante..., un po’ scappato... ma sono certo che in seguito non vorrete bene che ad Emilia, vero?
Il conte guardava in giro pel salottino per sapere se sognava o se era desto.
— Credete voi forse, continuava il vecchio sempre sorridendo affabilmente, ch’io non mi fossi accorto che voi corteggiavate Emilia? Oh! lo sapeva, vedete, lo sapeva!..
— Lo sapevate?
— Certo.
— E....
— E aspettava da voi, come si usa tra gente onesta, una domanda in regola.
— Una domanda?
— Che voi, signor conte, (e il vecchio minacciava giocosamente coll’indice) avete creduto bene di fare direttamente alla figlia e non al padre.
Il conte all’udire che Emilia era la figliuola, non la moglie del vecchio, fu in procinto di gettarsi dal sofà e fuggir via a precipizio nonostante la costola sfondata. Però, da quel giovane ben educato che era, si trattenne, e compostosi il meglio che seppe, pregò il vecchio di lasciarlo solo per brev’ora chè aveva bisogno di riposo.
Il conte, sbollito quel primo corruccio del suo amor proprio che ricalcitrava trovandosi preso nel laccio teso da lui ad altri, richiamatisi in mente i begli occhi di Emilia, fatto riflesso che quella ragazza alla fin dei conti, oltre all’esser leggiadra, era onesta, d’ottima famiglia, e ricca per giunta, riconobbe che quella sua scappata poteva tornargli utile. Così pensando e ripensando, a poco a poco si addomesticò all’idea di un matrimonio, commendevole per tutti i rapporti. Sicchè alla fine, alzatosi a sedere sul sofà, esclamò: Giacchè siamo in ballo, balliamo... Già non c’è altro mezzo per cavarmela onorevolmente.
Tre mesi dopo Emilia sposava il conte.
La contessa ascoltò con vivo interesse il racconto che Dalia le fece delle avventure del capitano Bernardo, interrompendola nei passi più patetici con un sospiro, collo stringer le labbra, coll’esclamare: pover’uomo! pover’uomo!
— Ma, proseguiva quella buona signora, quelli erano tempi curiosi davvero! Quante vittime, quanto sangue... e perchè? per chi? Almeno adesso, se si fanno sagrifizj di vite e di denaro, sono a vantaggio del paese nostro... Se non li goderemo noi questi vantaggi (già bisogna lasciar tempo al tempo), saranno pei nostri figliuoli... Oh! a proposito... Spero che adesso non avrai più difficoltà, e che sapremo finalmente le novità che ti scrive il tuo pittore...
— La si figuri, signora contessa! s’affrettò a rispondere Dalia, e spiegazzata la lettera, cominciò a leggerla ad alta voce. Roberto, chiesto novamente perdono alla sua amica d’esser partito a di lei insaputa (non c’era più bisogno, chè era già bell’e perdonato), le narrava per filo e per segno tutto quello che era successo, incominciando dal suo imbarco a Quarto e via via fino all’approdo a Marsala.
— Questo la sapevamo già, disse la contessa. Va un po’ innanzi, la mia tosa... di su quello che avvenne di poi.
Dalia continuò a leggere:
«Il 12, noi garibaldini e circa un centinajo di _Picciotti_ (li chiamano così i volontarj siciliani, perchè mo, non lo so) verso le quattro pomeridiane, lasciammo Marsala e ci incamminammo alla volta di un sito detto Salemi. A poche miglia di Salemi, il generale fece sonar l’alto. Era tempo!... non potevamo quasi reggerci in piedi per la fame... Figurati, Dalia! dalla sera innanzi non aveva mangiato...»
— Povero giovane! sclamò la giovinetta.
— Povero giovane! ripetè la contessa. Robusti come si è a quell’età, figurarsi se l’hanno a sentire la fame!... E Roberto, m’immagino, sarà di buona bocca eh?
Dalia sorrise annuendo.
— Proprio come mio nipote Ernesto!... proprio come lui!... Si sa! sono giovani e... Ma va innanzi mia cara, va innanzi.
«Noi facemmo alto ai piedi d’una fattoria che sorge a sinistra della strada; la si chiama Rebingallo, e m’hanno detto che è proprietà di un certo barone Mistretta di Salemi. Un brav’uomo ve’! tanto è vero che, saputo che Garibaldi sarebbe passato da quelle parti, ci aveva spedito incontro un suo nipote, il quale disse al generale che la fattoria con tutto quanto conteneva era a nostra disposizione. Infatti in men che nol dico zio e nipote (Dio li benedica!)....»
— Oh sì proprio! sclamò la contessa sorridendo e salutando que’ due signori siciliani come se proprio fossero lì dinanzi a lei.
«... ci regalarono montoni, pollame, formaggio, pane, latte, farina, vino... e che vino, Dalia! che vino.... (La giovinetta rise). Questo Rebingallo è uno dei luoghi più pittoreschi ch’io mi conosca; ne ho fatto uno schizzo così alla buona, chè c’è giusto il tempo di dipingere!... Mentre dunque stavamo facendo onore a quel ben di Dio (il generale mangiò con noi al solito, e alla buona) eccoti arrivare un dei nostri, posto a sentinella sulla sommità della collina, colla notizia che un corpo di regj si avvicinava al nostro bivacco. In un attimo fummo sotto le armi; ma poco dopo, gli esploratori mandati dal generale, tornarono a riferirgli che non si trattava di nemici, ma bensì di una banda di insorti siciliani comandati dai due fratelli Sant’Anna. Figuratevi se li ricevemmo a braccia aperte! Che begli uomini, Dalia! Bruni di carnagione (già qui il sole tinge come il carbone, e chi sa come concerebbe la tua pelle delicata e bianca come il fior della magnolia).»
— Matto! esclamò arrossendo la giovinetta, poi seguitò:
«... colle barbe nere, e gli occhi ancor più neri; alti di statura, forti, snelli... insomma bella e ardita gente. A proposito! intanto che mi ricordo, sappi che appunto in quel giorno abbiamo fatto acquisto di un cappellano. Ecco come fu la cosa. Poco prima che arrivassero i fratelli Sant’Anna coi volontarj siciliani, venne al nostro bivacco un frate francescano. Devi sapere, tra parentesi, che qui i frati non assomigliano affatto ai nostri, e sono, generalmente parlando, liberalissimi. Questo francescano (che è un bel giovane ricciuto e dallo sgardo vivace) chiese del generale, il quale stava appunto facendo bere il suo cavallo ad una fontana. Il frate va dritto a lui e gli si inginocchia dinanzi sclamando «Mio Dio! ti ringrazio d’avermi fatto vivere in un tempo, in cui doveva nascere il Messia della libertà. Da questo momento giuro morire, se bisogna, per voi, generale, e per la Sicilia[20]» Allora Türr gli disse: Volete venire con noi? — Eccomi! rispose il francescano levandosi — Venite; venite, gli disse Garibaldi, voi sarete il nostro Ugo Bassi[21]; eccovi intanto un proclama che ho apparecchiato pei preti buoni; leggetelo e ditemi il parer vostro. — Il francescano, lettolo, esclamò: Per me, non ho bisogno d’eccitamenti... Sono già vostro...; lo serberò per quei preti, la cui fede nella santa causa, ha bisogno d’essere sostenuta[22]. Questo francescano ha nome padre Giovanni Pantaleo ed è del convento di Santa Maria degli Angeli di Salemi, ove insegnava filosofia.»
— Che avessero a diventar buoni cittadini anche i frati e i preti! sclamò Dalia.
— Eh! la mia ragazza... Io non spero tanto... Sono al mondo da un pezzo e so per prova che... Basta! in questi giorni ne vediamo di così strane!... Ma continua». Dalia obbedì:
«Intanto i fratelli Sant’Anna e gli altri capi che erano con loro[23] diedero ragguagli al generale sullo stato in cui si trovava la rivoluzione nell’isola, chè, a dirla schietta, noi non ne sapevamo nulla. Per loro mezzo dunque si seppe che la rivoluzione in Sicilia si riduceva a poca cosa, cioè ad alcune bande armate, sfuggite ai combattimenti di Palermo, di Monreale e di Carini, le quali battevano la campagna, senza però che si sapesse con precisione ove fossero. Si seppe però che Rosolino Pilo e Corrao (due bravi ed intrepidi patrioti) erano alla lor testa e che la Sicilia era disposta a sollevarsi appena fosse giunto Garibaldi. Ora che sai com’erano le cose quando eravamo a Salemi, proseguirò più speditamente la mia narrazione.»
— Ma davvero, sclamò la contessa Emilia, questo tuo Roberto è un prodigio di precisione!
— Che vuol che le dica!... Resto anch’io meravigliata... Lui che era la confusione personificata! È un miracolo, un vero miracolo!
«Prima però è necessario che tu sappia che tutti d’accordo hanno convenuto in questo, che si doveva ubbidire ad un sol capo per schivare disordini. Naturalmente Garibaldi fu gridato da tutti capo ed egli assunse la dittatura in nome del re Vittorio Emanuele[24].»
Roberto nella sua lettera, dopo d’aver detto che la mattina del 15, il generale, avuto avviso che le truppe regie facevano un movimento sopra Calatafimi, aveva immediatamente dato ordine a tutti i suoi di porsi in marcia verso il punto minacciato, si fa a descrivere la battaglia oramai celebre col nome del villaggio presso cui venne combattuta.
Questa battaglia, che decise dell’avvenire dei Borboni in Italia, merita d’esser conosciuta in tutti i suoi dettagli. Anteporremo quindi la descrizione che ne fa il Dumas[25] (che trovandosi lì presso ebbe comodo di raccogliere notizie fresche e veritiere), a quella troppo rapida e succinta data da Roberto nella sua lettera.
Il corpo dei volontarj di Garibaldi aveva subita una nuova modificazione: le sette compagnie erano state portate a nove; l’VIIIª e la IXª erano state affidate ai capitani Bassini e Grigiotti. Le nove compagnie, come quelle de’ bersaglieri piemontesi, erano state divise in due battaglioni, il primo comandato dal colonnello Bixio, il secondo dal colonnello Carini.
Ecco in qual’ordine si marciò incontro al nemico.
Il colonnello Sirtori, capo dello stato maggiore, in nome del general Garibaldi aveva fissato l’ordine della marcia in questo modo:
Le squadre Coppola e Sant’Anna, dovevano marciare sui fianchi della colonna.
La IXª compagnia (Grigiotti) d’avanguardia. Cento passi dietro, seguiva l’VIIIª comandata, come abbiam detto, dal capitano Bassini. La VIIª veniva appresso; sotto gli ordini di Cairoli; poi la VIª, comandata da Ciaccio, che era stato sostituito a Carini, poi la Vª comandata da Anfani. Queste cinque compagnie stavano sotto gli ordini di Carini.
Seguivano l’artiglieria ed il genio, comandati da Orsini e da Minutilla, come pure una compagnia di volontarj formata dalle ciurme de’ due battelli, il comando delle quali era naturalmente toccato a Castiglia.
Alla testa del suo battaglione, subito dopo l’artiglieria, veniva Nino Bixio, e le quattro compagnie di carabinieri genovesi.
Le quattro compagnie erano comandate:
La IVª da Forni, invece di La Mara. La IIIª da Stocco. La IIª da Forni, invece d’Orsini, e la Iª da Bixio che avea posto in vece sua il proprio luogotenente. Infine i carabinieri genovesi erano sotto ordini di Mosto, ch’egli aveva formati a Genova.
La colonna aveva attraversato in questo ordine il villaggio di Vita, celebre per il suo brigantaggio, e che accolse, poche ore più tardi, i feriti di Calatafimi.
Il generale, col suo stato maggiore, era alla testa della colonna con Sirtori e Türr. Egli si era spinto fin sulla cima della collina per esaminare la posizione del nemico.
Un uffiziale d’ordinanza venne allora da parte sua a dar l’ordine ai volontarj di abbandonare la strada, e di portarsi sulla posizione alta, a destra, lasciando solamente sulla strada l’artiglieria con una compagnia per difenderla. Mentre l’esercito nazionale prendeva quella posizione, si cominciarono a vedere alcune compagnie di bersaglieri regj del IXº battaglione leggiero, che discendevano nella valle, e venivano incontro ai nostri. Per la prima volta regj e patrioti si trovavano in faccia gli uni dagli altri.
Il grosso dell’esercito regio era in Calatafimi, ed occupava la città posta sul pendio d’una montagna che s’innalza alla sua destra, e, per conseguenza, alla sinistra dei nostri. Gli avamposti regj stavano ad un miglio prima di Calatafimi.
Appena il general Landi seppe che i volontarj erano a Vita, ed appena potè vedere dall’alto della montagna un gruppo d’uffiziali che osservavano i suoi movimenti, diede ordine a’ suoi d’uscire dalla città, di fare una discesa nella valle, e salire dipoi le tre collinette a sinistra, ed una a destra, onde impadronirsi della strada.
Il general Garibaldi, che era l’anima di quel gruppo d’uffiziali veduto da Landi, e che aveva intorno a sè il colonnello Türr, il maggior Tuchery, il capitano Missori, ed alcuni altri uffiziali, mandò dall’alto della collina i seguenti ordini:
Türr coi carabinieri genovesi, esperti quanto intrepidi, si stenderà sopra una larghezza d’un mezzo miglio, e formerà un cordone di bersaglieri destinato ad incominciare il fuoco contro gli avamposti nemici. Dietro Türr, marcerà a destra la VIIª compagnia, a sinistra, l’VIIIª, come sostegno, e la VIª e la IXª. Queste quattro compagnie staranno sotto gli ordini del colonnello Carini.
La VIª portava la bandiera tricolore data a Garibaldi dalle signore di Montevideo.
Seguiranno i volontarj di Coppola e di Sant’Anna, quelli stessi che raggiunsero Garibaldi sulla strada di Salemi.
Questi _picciotti_ formavano un totale di duecento cinquanta uomini circa.
Bixio, ed i suoi quattro compagni, come anche il capo di stato maggiore Sirtori, dovevano momentaneamente formare la riserva. I due cannoni che potevano servire (giacchè gli altri due mancavano d’affusti) dovevano restare sulla strada per respingere le cariche di cavalleria che i regj sembravano minacciare.
Con quest’ordine si doveva attendere il nemico, il quale cominciava le sue mosse coll’inviare alcune compagnie di cacciatori, che s’avanzarono gridando a gola aperta: viva il re!
Il generale, vedendo che passerebbe un buon quarto d’ora prima che il nemico fosse a tiro di fucile, scese dalla posizione elevata che occupava, e venne a porsi tra i carabinieri genovesi, e le due compagnie che li seguivano da vicino, ed ordinò che tutti sedessero lì al posto dicendo: «Riposatevi, figli miei!... avremo di che affaticarci...»
E dando, per il primo, l’esempio, sedette, e cavato un pezzo di pane, fece colazione.
Allorchè i regj giunsero a due tiri di fucile, il generale, chiamati intorno a sè i trombetti, ordinò loro di sonare tutti insieme la diana. I trombetti ubbidirono. I volontarj, saltarono in piedi, e presero le armi.
Nel medesimo istante i cacciatori regj si fermarono.
In quel momento, sulla cima d’un monticello (a destra de’ volontarj, ed a sinistra de’ regj) comparve una forte colonna di quest’ultimi, la quale mise in batteria due cannoni. I regj riprendono la loro marcia offensiva, interrotta per un istante dallo strepito delle trombe di Garibaldi. A tiro di fucile si comincia il fuoco da ambedue le parti, o, per parlare più esattamente, a causa della portata e della precisione delle armi, il fuoco comincia dalla parte de’ Napolitani, micidiale per i volontarj, mentre quello dei nostri era quasi inoffensivo.
Difatti i cacciatori regj erano armati di carabine rigate ed a palla conica, mentre i volontarj avevano semplici fucili di munizione.
I _picciotti_ di Sant’Anna, e di Coppola, incaricati di girare la posizione a destra fecero, debolmente ed incompiutamente il movimento, poichè una sola parte di loro si spinse avanti con Sant’Anna.
In mezzo a’ _picciotti_ si distinguevano un cappuccino ed un francescano, tutti e due armati di fucile, i quali marciavano alla testa delle file facendo fuoco come vecchi soldati.
Fin là il generale era restato in osservazione, tranquillo ed immobile al suo posto; ma, vedendo che dopo aver ceduto sul principio, i battaglioni de’ cacciatori regj s’erano riordinati, e che da tutte le file nemiche partivano scariche micidiali, ordinò l’attacco generale.
Appena dato l’ordine, si pose egli stesso alla testa delle prime compagnie, e prese il posto del colonnello Türr, che andò sulla fronte di battaglia a dar l’ordine dell’attacco.
Carini condusse le sue compagnie a destra. Bixio fece lo stesso movimento a sinistra; ma l’ordine d’un attacco generale era diventato quasi inutile, poichè il combattimento aveva cominciato spontaneamente da ambe le parti.
Le compagnie de’ cacciatori napolitani cominciarono allora a ritirarsi in disordine, avendo la bajonetta de’ volontarj sul petto, ma si riordinarono subito sulle loro colonne d’attacco.
Allora, in mezzo al combattimento generale, si fecero ammirabili cariche parziali; ogni uffiziale con cento uomini, con sessanta, con cinquanta, caricava alla loro testa. Queste cariche erano dirette dal generale stesso, da Türr, che era ritornato a prendere il suo posto, da Carini, che continuava a marciare alla testa delle sue compagnie a dritta del generale, da Bixio che copriva la sinistra, da Stocco che dirigeva una compagnia di volontarj napolitani e calabresi, da Schiaffini, da Menotti, da Cairoli, da Bassini, da Gruggiotti, e da Ciaccio ecc. ecc.
Ad ogni carica i Napolitani stettero fermi, ricominciando il fuoco di fila, finchè si videro luciccare a dieci passi di distanza le bajonette de’ garibaldini, tanto più terribili perchè piantate su canne mute.
Allora si ritirarono, ma si riordinarono subito in una posizione migliore di quella che avevano lasciata, perchè tutti i vantaggi del terreno erano per loro; l’artiglieria ne proteggeva i movimenti, mentre la nostra, posta sulla strada, poco poteva contro di essi.
Nulla di più maraviglioso del generale in mezzo a quella mischia, sempre dove il fuoco era più micidiale, dando gli ordini con un sangue freddo ammirabile. Suo figlio, Menotti, che si trovava, per la prima volta al fuoco, (quello stesso che è nato a Rio Grande, e che suo padre, in una ritirata di otto giorni ha portato appeso al collo dentro un fazzoletto, e che ha riscaldato col suo fiato) corse a domandare alla VIª compagnia la bandiera, e avutala, si slanciò subito contro ai cacciatori col _revolver_ in una mano, e la bandiera nell’altra, seguito da tre o quattro volontarj, e tra questi da Schiaffini. A venti passi di distanza dal nemico Menotti è colpito da una palla nella mano stessa che portava la bandiera.
La bandiera cadde, Schiaffini raccoltala continuò avanzarsi. Ma a dieci passi di distanza dalle file regie è ucciso; due de’ suoi compagni si precipitano sulla bandiera per afferrarla e cadono morti; i Napolitani allora se ne impadronirono. Questa perdita recò un momento di gioja all’esercito nemico, ma raddoppiò anche l’ardore dei volontarj. Il combattimento durava già da circa due ore. Il caldo era estremo. I nostri, che avevano dovuto caricare sempre salendo, non ne potevano più; ma gli ultimi sforzi della VIIª compagnia composta in gran parte di studenti di Pavia, e che s’era impadronita d’uno de’ due pezzi d’artiglieria de’ regj[26], aveva compensata la perdita della bandiera.
La nostra artiglieria, che avea ricevuto l’ordine d’avanzarsi sulla strada per essere più a tiro, ma che non aveva potuto eseguire quest’ordine in causa delle fortificazioni posticce che aveva fatte essa stessa per propria difesa, tirava di tanto in tanto qualche colpo che non faceva gran danno, ma che contribuiva molto a sostenere il morale de’ volontarj, spossati dalla fatica.
In questi primi attacchi erano caduti il tenente De Amicis, colpito in bocca da una palla, e Majocchi pure da una palla, che gli aveva spezzato un braccio, e da un’altra nel fianco.
Vedendolo cadere, Carini si slancia verso di lui e: Sta tranquillo, gli disse, non ti mancherà nessuna cura. — Non pensate a me, rispose Majocchi. Io sono un uomo morto, ma muojo contento, perchè voi andate avanti.
Affrettiamoci a dire che il maggiore Majocchi, in seguito ad una abile amputazione, e ad una lunga convalescenza, è ora perfettamente guarito.
Stocco, anch’egli, ricevette una palla nel braccio destro. Il projettile girò intorno all’osso senza romperlo. Sprovieri venne ferito accanto a lui. Missori ricevette una scheggia di mitraglia sotto un occhio. Rovesciato a terra per effetto del colpo, s’era rialzato credendo d’aver perduto l’occhio; guarì. Manin rimase ferito da una palla in una coscia. Sant’Anna da un’altra nel braccio.
Elia, Bandi, Martignoni, Perducca, Palizzolo, Nullo, e molti altri uffiziali, i cui nomi non ricordiamo, furono feriti più o meno gravemente.
Questa sanguinosa scena era dominata da Sirtori che, a cavallo, stavasene presso un albero, in mezzo ad un fuoco vivissimo. Egli aveva già ricevuta una palla che gli aveva lacerato l’abito, e ne aveva sfiorata la pelle, quando una seconda lo colpì alla gamba. Nè l’una nè l’altra di queste due ferite gli fece fare il minimo movimento. Soltanto si vedeva, sotto i suoi calzoni rialzati dalla staffa, scorrere il sangue.
Malgrado queste due ferite il colonnello Sirtori restò a cavallo sino alla fine del combattimento, e prima di permettere che lo medicassero, volle scrivere tutti gli ordini che aveva a dare.
Bixio fece, al solito, egregiamente il proprio dovere; n’uscì incolume per miracolo.
Il cavallo di Carini era stato ucciso da una scheggia di mitraglia: Carini combatteva con la sciabola in una mano, ed il _revolver_ nell’altra.
A fianco di Garibaldi, egli, Türr, Cairoli e tutti i capi delle compagnie tuttora in piedi, fecero prodigi di valore.
Ma giunti a piè dell’ultimo monticello, ove i Napolitani s’erano trincerati, la stanchezza cominciò a paralizzare i nostri, e nello stato in cui erano l’ultimo sforzo, lo sforzo supremo pareva impossibile.
Garibaldi scriveva in quel momento in mezzo alle file abbattute. Egli solo sembrava aver fatta una passeggiata ginnastica, e, se non fosse stata la sua fronte corrugata, si sarebbe potuto credere che non prendeva nessuna parte a ciò che accadeva. Egli era pienamente tranquillo.
I nostri erano a sessanta passi dal nemico; una elevazione del terreno, permetteva un momento di riposo. Abbassandosi, si evitavano le palle del nemico; ma appena una testa si alzava, essa serviva di mira. Un volontario siciliano, per nome Buscemi, provò ad alzarsi, e ricevette una palla in fronte.
— Riposatevi un momento, disse il generale, i nostri colpi vanno falliti. Ci bisogna adesso una buona carica alla bajonetta.» I volontarj si gettarono a terra cheti cheti.
In capo a dieci minuti il generale, che era rimasto solo in piedi, ordinò la carica, e si pose alla testa degli assalitori. Senza dubbio i regj l’aveano riconosciuto, perchè, nel medesimo tempo, il fuoco di tutte le file si concentrò su lui. Allora alcuni legionari lo circondarono, e vollero fargli riparo del loro corpo.
— Andiamo! disse il generale allontanandoli. Non troverò mai per morire un giorno più bello e in miglior compagnia di questa...
Sonò la diana che serviva per la carica, e i volontarj si precipitarono sul nemico, il quale aveva in linea tremila uomini.
I nostri volontarj erano poco numerosi; ma la presenza di Garibaldi produceva un effetto magico. Il grido dei Napolitani: Viva il re, fu soffogato da quello: Viva l’Italia. La vittoria è con Garibaldi. I soldati regj, vedendosi sul petto le bajonette, si ritirarono precipitosamente sopra Calatafimi, ed andarono a raggiungere il loro generale, che non aveva mai lasciato il suo prudente Osservatorio. Si è avuto ragione di paragonare, nelle debite proporzioni, la battaglia di Calatafimi a quella di S. Martino; essa non è stata (proporzionalmente, ripetiamo) meno sanguinosa, nè meno decisiva ne’ suoi risultamenti poichè, fino al momento dell’ultimo attacco alla bajonetta, la resistenza del nemico fu accanita e quasi eroica.
Lasciamo del resto, costatare questa verità dallo stesso general Garibaldi, nel suo
Ordine del giorno.
Calatafimi, 16 maggio.
«Con compagni come voi posso tentar tutto, e ve l’ho provato jeri, conducendovi ad una intrapresa ben difficile, visto il numero dei nemici, e le loro formidabili posizioni. Io contava sulle vostre fatali bajonette, e voi vedete che non mi sono ingannato.
«Deplorando la dura necessità di dovere combattere soldati italiani, dobbiamo confessare che abbiam trovata una resistenza degna d’una miglior causa, e ciò prova di che sarem capaci quando tutta la famiglia italiana sarà riunita sotto la bandiera della redenzione.
«Domani tutto il continente italiano sarà in festa per la vittoria de’ suoi fratelli liberi, e de’ nostri bravi Siciliani. Le vostre madri, le vostre amanti, superbe di voi, usciranno nelle strade con la fronte alta e raggiante.
«Il combattimento ci costa la vita di fratelli diletti, morti nelle prime file. Questi martiri della santa causa d’Italia vivranno nei fasti della gloria italiana. Indicherò ai vostri paesi nativi, i nomi de’ prodi, che hanno sì valorosamente guidato al combattimento i soldati più giovani ed inesperimentati, e che condurranno domani alla vittoria, in un miglior campo di battaglia, i soldati destinati a spezzare gli ultimi anelli delle catene, delle quali fu caricata la nostra Italia diletta.
«Italia e Vittorio Emanuele!
=G. Garibaldi=.»
La battaglia durò dalle dieci della mattina fino alle cinque della sera. La vittoria costò cara, ma l’effetto morale fu immenso, poichè molto più che della presa di Palermo, decideva della evacuazione della Sicilia.
Si passò la notte sul campo stesso di battaglia, nella posizione già occupata dai regj, fra i cadaveri dei nemici, e dei fratelli.
Non v’era una goccia d’aqua, nè un pezzo di pane, nè un mantello per coprirsi, e nessun mezzo per procurarsi nulla di tutto ciò; la notte era sì oscura che non si potevano fare dieci passi senza smarrirsi.
Le conseguenze della vittoria di Calatafimi furono incalcolabili; tutta Sicilia ne fu scossa. L’Italia comprese quale importanza avessero le imprese di Garibaldi in Sicilia, e quali influenze avrebbero esercitato su Napoli, su Roma e sulla Venezia; comprese che la Sicilia diveniva il principio di un nuovo movimento, per il quale l’Italia tutta poteva divenire una, e sottrarsi completamente allo straniero dominio per propria forza e per semplice movimento popolare e nazionale virtù. Quindi si moltiplicarono le offerte per la Sicilia; in breve tempo si giunse ai milioni, e tutta la gioventù delle libere provincie italiane, fortemente concitata, determinò d’accorrere sotto la bandiera di Garibaldi, d’ingrossarne le file, e dividerne le glorie ed i pericoli, e dare sangue e vita sull’altare della patria.
Un insolito movimento cominciò allora, e Genova divenne il punto ove affluiva tanta gioventù italiana, e donde imbarcavasi per recarsi in Sicilia. Nell’isola poi le conseguenze della battaglia di Calatafimi furono straordinarie, ma quali si dovevano aspettare in quei momenti di politiche turbolenze; le città principali crebbero di animo e di coraggio; i paesi dell’interno compirono la rivoluzione; dappertutto fu abbattuta la bandiera borbonica, stabiliti governi provisorj, disseppellite le armi, trovati modi di moltiplicare le munizioni di guerra; contadini, artigiani, nobili, ricchi, si armarono, e si posero sotto gli ordini del generale dittatore, e dei suoi uffiziali. Tal che può dirsi, la vittoria di Calatafimi aver deciso le sorti di Garibaldi, e la rovina irreparabile dei Borboni. Questi frattanto, continuando la vecchia politica della menzogna e dell’inganno, intendevano a scemare le popolari impressioni, e spacciavano che i soldati comandati dal generale Landi avevano fatto il loro dovere, cioè disfatto l’esercito garibaldino, ma che pure avevano dovuto ritirarsi in Palermo per le solite viste strategiche. Ridicole contraddizioni di governo cadente, il quale più non sapeva quello che si dicesse.
Intanto, ad arrestare la rivoluzione che, ingrossandosi, avanzava dietro i passi del vittorioso condottiero, re Francesco spedì in Sicilia il generale Lanza colle qualità di commissario straordinario, e le facoltà dell’_alter ego_.
Com’è naturale tutti questi dettagli mancavano nella lettera di Roberto, il quale, scrittala due giorni dopo la battaglia di Calatafimi, nulla poteva sapere di sicuro di quanto accadeva negli altri punti dell’isola. Egli però finiva la sua lettera con una notizia, che fece ingrandire d’un pollice la giovinetta; con una notizia che le fece battere il cuore d’un giusto orgoglio. Ecco la fausta, la cara notizia «Il colonnello Sirtori, fattomi chiamare, mi disse battendomi una mano sulla spalla: Jeri vi ho tenuto d’occhio... Vi siete portato bene... Il generale vi nomina sottotenente! Eccovi una spada; fatene buon uso.» Così dicendo mi porse la spada di un uffiziale borbonico morto jer l’altro in battaglia.
— Ci ho gusto, ci ho gusto davvero!... sclamò la contessa Emilia. Ma sai la mia ragazza, che hai tutte le ragioni d’esser superba di quel tuo... giovine!
— Oh sì, poveretto! È tanto buono!...
— Cosa pagherei che anche mio nipote diventasse uffiziale!...
— Domani rispondendo a Roberto, gli raccomanderò questo suo nipote... Ernesto, n’è vero?...» Chiese Dalia, con una cert’aria di bontà protettrice, che faceva un curioso contrasto con quel suo visetto infantile.
— Ernesto, sì! si chiama Ernesto... Mi farai proprio un regalo, raccomandandolo... Tra loro giovani si fa presto amicizia, e in certi casi giova più l’ajuto di un bravo camerata, che tutte le commendatizie del mondo... Intanto, la mia Dalia, ho caro d’averti conosciuta... Vienmi a trovare ve’! quando sono a Milano. Intanto addio...
— Buona campagna, signora contessa!
Dalia scese in negozio, e sedette tra le sue compagne, alle quali la lunga assenza della giovinetta aveva centuplicata la curiosità.
— E così? le chiesero in coro.
— Si può sapere finalmente...
— Che nuove abbiamo?
— E così, rispose Dalia sorridendo, si sono battuti a Calatafimi... È un sito bellissimo, presso una fattoria, dove due bravi signori hanno fatto una festa ai garibaldini da non potersi immaginare... Che fame avevano que’ poveri giovani!... E hanno trovato pane, pollastri, formaggio, vino... Insomma tutto quello che volevano. Poi è venuto un frate, ma! di quelli della legge, e si è inginocchiato dinanzi a Garibaldi, dicendo che da quel dì, gli avrebbe sempre tenuto dietro... Dice in seguito che la battaglia è stata un affar serio, ma serio assai!... il sangue scorreva come l’aqua... Ma Garibaldi ha vinto... i soldati del Bombino scapparono da tutte le parti... e lui è stato fatto uffiziale...
— Chi, lui?
— Quello... che mi ha scritto, insomma... A voi altre poco deve importare che sia uno piuttosto che un altro!
— Uffiziale? chiese una ragazza facendo una smorfia dubitativa.
— Sissignora, uffiziale!... Il colonnello Sirtori lo ha fatto chiamare, gli ha dato una bellissima spada e gli ha detto: Garibaldi vi nomina uffiziale.» Siete contente adesso?... ne sapete abbastanza?
— Sì.
— Manco male!