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CAPITOLO IV.

Addio!

..... e se dev’essere per sempre, per sempre addio!

BYRON.

La mattina del giorno seguente, il capitano Federico *** passeggiava sotto gli alberi, che in doppia fila chiudono la piazza di Angera dal lato del lago, e specchiano in esso i loro rami, rivestiti in quei dì delle prime foglie primaverili. Tratto tratto fermavasi, e guardava il lago verso occidente; poi ripigliava il passeggiare impazientito:

— A che ora arriva il Vapore? chiese ad un barcajolo. La stessa interrogazione l’aveva già poco prima ripetuta ad altri.

— Alle dieci. Se intanto il signore vuol spassarsi sul lago, lì c’è la mia barca.

— No, grazie!...» rispose Federico e si tolse di là. Poi, cavato l’oriuolo, borbottava istizzito: Ancora un’ora... Che eternità!...

Federico (e il lettore l’avrà indovinato) aspettava Valentino, il suo messaggiero. Giunto la sera a Sesto e reduce da Milano, si era portato ad Angera per incontrarlo e partir tosto seco lui per Arona e di là per Genova.

— Un’ora!... Ma che fare intanto?...» chiedeva a sè stesso Federico, e alzati gli occhi li fermò sulle vetuste mura della Rocca d’Angera, che dall’alto d’un ripido promontorio domina per largo tratto il lago Maggiore. La vista della Rocca, gli fece nascere desiderio di salirvi: Di lassù, diceva, vedrò meglio se viene questo sospirato battello a vapore.... Intanto avrò tempo di dare un’occhiatina a quell’anticaglia.

Così dicendo, lasciò la piazza, e trovatosi fuori del borgo, e ai piedi del promontorio, cominciò a salire, sostando tratto tratto a pigliar fiato, e a godere della bellissima vista, che aumentava d’amenità e di estensione mano mano s’approssimava alla Rocca. Giuntovi, sedette sopra uno dei tanti ruderi seminati per lo spianato; guardò il lago verso Laveno, ma non vedendo traccia alcuna di fumo, rivolse lo sguardo sulle amene colline dell’opposta riva, sul colossale San Carlo di bronzo che giganteggia dal monte a lui consacrato, e sulla piccola città di Arona che gli stava schierata di fronte.

— Vede lei! saltò su a dirgli una vecchia contadina, che custodiva un branco di capre brucanti l’erba tra le rovine. Una volta questo monte qui era unito con quello là in faccia, sull’altra riva del lago...

— Davvero! sclamò Federico ridendo. E, ditemi un po’, sposa[5], com’è successa questa separazione?

— Ma! chi lo sa? Dicono sia stato un terremoto... Per me credo che ci sia entrato il diavolo in questa faccenda.

— Il diavolo?..

— Signor sì, il diavolo... Vede quel pozzo?... lì presso lei?» Federico, levatosi si avvicinò al pozzo.

— La provi a buttarvi dentro una pietra...

Federico, raccolto un ciottolo, lo lasciò cadere nel pozzo.

— Non si sente il tonfo!... esclamò stupito.

— Sicuro! non si sente il tonfo!...» riprese trionfalmente la vecchia.

Federico ripetè più volte l’esperimento, e sempre collo stesso esito.

— Ma dove va a finire questo pozzo?

— Dicono giù nel lago... Ma mia madre mi assicurava che quel pozzo va dritto...

— Dove?

— A casa del diavolo!...» conchiuse la vecchia con voce bassa, e facendo il segno della croce.

Federico proruppe in una sonora risata, e la vecchia brontolando e crollando il capo s’allontanò di là, scendendo la china, seguita dalle sue capre.

La vecchia non aveva fatto che ripetere una tradizione tuttora in voga da quelle parti.

Federico, data un’altra occhiatina al lago, entrò nella Rocca. Noi non ve lo seguiremo, perchè allora saremmo costretti a descriverla minutamente, ciò che di certo annojerebbe il lettore, e ci svierebbe oltre ogni discrezione dal nostro còmpito. Però dal dirne troppo al dirne nulla, ci corre.

Ci permettiamo di narrare a chi nol sapesse (intanto che arriva quel benedetto piroscafo con Valentino), che Angera (sempre secondo la tradizione) venne fondata da un certo Anglo, compagno di Enea (nientemeno!), e scampato secolui dall’incendio di Troja. In seguito fu stazione romana, come lo fu il vicino Laveno. (Da _Titus Labienus_, uffiziale di Giulio Cesare; dicono, ve’!)

Ataulfo, nella sua qualità di re dei Goti, rovinò Angora nel V secolo; ma di poi i Longobardi la riedificarono aggiungendovi la Rocca. Nel medio-evo ebbe i suoi conti, il cui dominio estendevasi fino al San Gottardo, tanto che formava un piccolo regno.

L’Imperatore Ottone I diede questa contea in feudo agli arcivescovi di Milano. Ottone Visconti vi ristaurò il castello che, secondo i cronisti, era a que’ tempi magnifico e fortissimo edifizio, e di cui scorgonsi tuttavia gli avanzi. In una gran sala a pian terreno si vedono dei dipinti rappresentanti le gesta di Ottone Visconti e la battaglia di Desio (1277). Gian Galeazzo duca di Milano, decretò, che il titolo di duca d’Angera fosse per sempre portato dai primogeniti dei Visconti. Di poi Filippo Maria Visconti cedette Angera in feudo ai Borromei.

In Angera, e specialmente nella piazza parrocchiale trovansi avanzi di antichità. Quando nel secolo XI (è il Giulini che parla), i preti ammogliati s’accapigliarono coi preti celibatarj, Arialdo Alciati di Cucciago, partigiano de’ secondi, fuggendo l’ira di Guidone arcivescovo di Milano, e probabilmente anche dalle ugne delle inviperite donne milanesi, si rifugiò sul territorio di Angera. Arrestato di poi, venne condotto a Milano, ove la contessa Oliva, nipote dell’arcivescovo, (vedete se c’entrano le donne!) lo consegnò a certi satelliti, i quali lo trascinarono fino alla riva del lago Maggiore, ove lo fecero barbaramente morire. Bell’argomento per un romanzo, se il pubblico, e quindi anche gli editori, oramai non avessero voltate le spalle ai romanzi che trattano di storia antica.

Roberto, uscito dalla Rocca, vide che il battello contrassegnato da una banderuola e destinato a recarsi a mezzo il lago onde ricevere dal piroscafo i passeggeri avviati ad Angera, era giunto al solito punto d’aspetto. Alzati gli occhi verso occidente, scorse il piroscafo che s’avanzava celeremente, lasciando dietro di sè una lunga e negra colonna di fumo:

— Finalmente! esclamò Federico, e a passo celere scese dal promontorio, dirigendosi verso la riva del lago.

Appena Federico si fu partito, s’aprì una macchia di castagni che sorgeva tra i ruderi della Rocca; apparvero due mani che scostarono i rami, e subito dopo s’affacciò il fresco e paffuto viso d’una villanella, che alla sua volta appuntò verso il piroscafo i suoi occhioni, azzurri come l’aqua del lago.

Il volto della giovinetta, fiorì d’un subito rossore e balenò d’un sorriso. L’amore ha la vista lunga, e Rosa aveva saputo discernere tra i diversi passeggeri, aggruppati sul ponte del piroscafo, un giovane di statura alta e spigliata, il quale portava su d’una spalla, appeso ad un bastone, un fardelletto a scacchi rossi e bianchi...

Come vedete Federico non era il solo che aspettasse Valentino.

Poco dopo Federico e Roberto, chiusi in una camera dell’albergo di San Carlo (non è nostra colpa se il Borromeo è trascelto di preferenza dagli osti per figurare sulle insegne delle loro osterie), si riabbracciavano con maggior effusione, chè al primo incontro, erano stati trattenuti dall’importuna curiosità della folla, solita ad attendere sulla riva quelli che sbarcano dal piroscafo.

Mentre Federico e Roberto si intrattenevano interrogandosi a vicenda, Valentino cavava di tasca le risposte alle lettere che gli erano state affidate dal capitano.

Ordinatele come meglio seppe, le consegnò a Federico, il quale, mano mano le apriva, annotava su d’un libriccino i nomi con cui erano firmate. Finito che ebbe, esclamò:

— Ah! che brava gente!... Nessuno mi dice di no... tranne uno che è malato... Bene, benissimo!... E tu mi dicevi, o Roberto, che a Varese....

— A Varese, Cattaneo sta radunando una compagnia che condurrà egli stesso a Genova....

— E così fa Setti, e molti altri de’ nostri amici ufficiali.... Nobile terra che è la Lombardia!... E tu Roberto...

— Io?... Vorrei parlarti prima...

— Ora sono da te. Valentino?

— Son qua.

— Ti avverto che si parte per Genova dopo pranzo alle quattro...

— Per me sono pronto... Intanto, se lei non ha nulla in contrario, vado a salutar mio padre... e.... i parenti...

— È più che giusto, diavolo! Va pure... verrai qui a desinare n’è vero, Valentino?

— No, grazie! Voglio mangiare un boccone con mio padre... Può esser l’ultimo... Ella mi capisce.

— A rivederci dunque...

— A rivederci!... Addio Valentino...

Partito che fu, Federico si rivolse a Roberto dicendogli:

— Ora sono con te.

— Dimmi un po’, Federico, di che si tratta?... Questa nuova spedizione di Garibaldi, dov’è diretta?... Tu forse lo saprai...

— Ne so meno di te.

— Davvero?

— Sull’onor mio...» rispose Federico ponendosi una mano sul cuore. Garibaldi ripete le parole di Cristo: Chi ha fede mi segua... E noi lo seguiremo... Che ne dici eh!

— Dico... dico... che voglio partire anch’io!... Mi sono deciso adesso...

— Adesso?... Ma non sei venuto qui per questo?

— Sì, e no a dirtela schietta... Tentennava un pochino...

— Come, come? Un garibaldino di vecchia data ha da tentennare, quando il generale innalza il suo grido di guerra?

— Che vuoi!... Ho una relazione... un’amorosa... e... lasciarla... mi capisci! Non per me chè son uomo... ma lei... ne soffrirà e quanto!

— E io non ho forse più che un’amorosa, non ho una moglie?... Eppure partirò? E tanti altri nostri amici non fanno sacrificio delle loro affezioni?... Lui stesso il generale, non sagrificò alla causa italiana la diletta compagna de’ suoi giorni, non lascia ora di bel nuovo parte della sua famiglia per darsi tutto tutto all’Italia...

— Zitto, zitto per carità... — sclamò Roberto arrossendo — Non parliamone più... Eccomi!... quando si parte?

— Vuoi esser de’ primi?

— S’intende.

— Allora partirai con me oggi alle quattro. Domattina saremo a Genova....

— E poi?

— E poi vi imbarcherete quando... lo dirà il generale... Egli può dar l’ordine anche domani... Chi lo sa? Quanto alla tua bella (chè alla fine son un uomo anch’io, e so cosa è voler bene a qualcuno) le potrai scrivere...

— Bellissima idea!... Scriverle... e dirle che al momento in cui ella leggerà la lettera, io sarò già in alto mare.... Se non le scrivo così la vien dritta dritta a Genova e allora... son fritto. Voglio scriverle subito...

— No, aspetta fino a domattina... Le scriverai da Genova, così la lettera porterà il timbro della posta di quella città... ed essa allora ti crederà già partito...

— Farò come tu dici. Le scriverò da Genova; rispose Roberto, a cui quel ripiego aveva levato un peso dal cuore.

Pochi minuti prima che scoccassero le quattro, una barca staccatasi dalla riva di Angera, spinta da quattro robuste braccia dirigevasi, attraversando il lago, verso Arona, che sorge dirimpetto sulla opposta sponda. A prora sedevano Federico e Roberto, che silenziosi salutavano collo sguardo la riva lombarda. Valentino e suo padre, in piedi a poppa, l’uno avanti l’altro, vogavano facendo un passo innanzi ogniqualvolta tuffavano i remi nel lago, e uno indietro quando li traevano fuori, secondo il costume de’ barcajoli del lago Maggiore. Il vecchio, curvo sui remi, teneva fissi gli sguardi sul suolo della barca, assorto nel doloroso pensiero di doversi separare dal suo figliuolo, e forse per sempre. Valentino, tratto tratto guardava all’indietro, e fissava la Rocca, dal cui fondo bruniccio spiccava la forma di una villanella ritta su di un macigno.

La comitiva sbarcò ad Arona poco prima che il convoglio partisse per Genova. Valentino, prima di separarsi da suo padre, gli parlò sommessamente alzando gli occhi di quando in quando sulla Rocca. Poi, baciata la veneranda canizie del vecchio, con voce accorata gli disse:

— Addio... o meglio a rivederci presto.

— Che il Signore ti guardi, il mio Valentino!... e faccia ch’io ti abbia a vedere ancora una volta prima di morire. Li saluto, i miei signori! — proseguì volgendosi a Federico ed a Roberto — Raccomando a loro il mio figliuolo... che spero si farà onore come l’altra volta. Mi salutino Garibaldi...» proseguiva il buon uomo...

— Lo saluteremo, risposero sorridendo i due giovani.

— E gli dicano che io, pover uomo come sono, non ho nulla a offrirgli.... all’infuori del mio Valentino..., ma che questo glielo do di tutto cuore... Ancora una volta... li saluto... Dio vi protegga, tutti i miei cari giovani!..

Poco dopo la locomotiva, fischiando e sbuffando, partiva alla volta di Genova.