CAPITOLO VIII.
L’imbarco.
«_Italia e Vittorio Emanuele!_ gridammo passando il Ticino. _Italia e Vittorio Emanuele!_ rimbomberà negli antri infocati del Mongibello.»
GARIBALDI.
La sera del 5 maggio 1860, la spiaggia del mare che si estende in semicerchio dinanzi a Quarto presso Genova, offriva un curioso spettacolo.
Alcune centinaja di soldati (chè n’avevano tutta l’aria), vestiti quali della rossa assisa, quali in semplice abito borghese, se ne stavano lungo la spiaggia aggruppati in capannelli. Quasi tutti poi portavano cappelli a larghe tese, e borse ad armacollo, come chi sta per intraprendere un viaggio. Marinaj e pescatori colle loro famiglie, si frammischiavano a questi belligeri pellegrini, rendendo così più pittoresca la scena.
Gli sguardi della folla erano rivolti ora su due piroscafi ancorati a poca distanza dal lido, e che, colla colonna di fumo che sprigionavano, mostravano d’esser pronti a salpare; ora sulla strada che, costeggiando il mare, da Quarto conduce a Genova; questa strada era animata da numerosi viandanti che a due, a quattro, a sei per volta arrivavano a passo celere e si arrestavano sulla spiaggia dinanzi a Quarto, mischiandosi colla folla. Anche costoro ad ogni tratto si volgevano e guardavano cogli altri.
Tutti aspettavano il generale Garibaldi.
Roberto e Valentino se ne stavano seduti l’uno accanto l’altro, fumando le loro pipe di gesso. Valentino indossava la sua vecchia assisa di Cacciatore delle Alpi; un farsetto bruno di tela coi paramani color verde, un berretto di panno con sopravi cucita la cornetta, e calzoni bigi stretti alla caviglia entro uose di cuojo.
Roberto, tranne i calzoni che portava simili a quelli di Valentino, nulla aveva che lo indicasse soldato.
— Sicchè Valentino, si parte o no?
— Ah! questa volta si parte di sicuro.
— È un pezzo veh! che ci tengono sulle spine... Guarda quanto tempo siam restati a Genova colle mani in mano!
— Tanto tempo? Sei curioso davvero, Roberto! Tanto tempo! Ma credi tu che spedizioni di questa fatta siano cose facili come bere un ovo?
— Capisco! Ma la è una eternità...
— Per noi che bruciamo per la smania di andarcene, è naturale! Ma adesso è inutile pensare al passato; ora si parte... finalmente!
— Quanto tarda il generale!
— Come puoi dire che tarda?... Ha forse fissata l’ora precisa? Trovatevi a Quarto verso sera, ci ha mandato a dire, ma l’ora non l’ha fissata...
— Oh! quando sarò in alto mare! sclamò Roberto, emettendo un lungo sospiro.
— Capisco cosa vuol dire quel tuo sospiro! rispose Valentino, traendo dal petto un altro sospiro ancor più lungo. Ma non pensiamo a queste cose, Roberto... Fra mezz’ora tutt’al più saremo in mare... e allora... avremo altro a fare... Vedi!... i vapori fumano alla più bella... Vorrei sapere su qual dei due mi imbarcherò...
— E sull’uno, o sull’altro per me è tutt’uno.
— Anche per me...
— Quello là a destra è il _Lombardo_, vero?
— Sì, lo comanda Bixio, che è un marinajo consumato... Garibaldi comanderà quell’altro là, il _Piemonte_...
— E Federico non si vede ancora? chiedeva Roberto guardando verso Genova.
— Chi sa se verrà qui... Lui, lo sai, resta...
— Lo so, lo so,... partirà dopo con Medici. Però mi ha detto jeri che sarebbe venuto ad accompagnare il generale... A proposito! Mi diceva jeri Federico, che quel vapore là...
— Il _Lombardo_?
— Sì, il _Lombardo_, è quello stesso su cui nel quarantanove egli è tornato dopo la spedizione di Roma...
In quella si udì un _hurra!_ prorompere dalle bocche di tutti, e una salva di battimani. Tutti gli astanti si volsero verso la strada, alzandosi sulle punte de’ piedi per veder meglio. Roberto e Valentino balzarono sul sasso su cui sedevano:
— È lui... è lui... Viva Garibaldi!
— Viva Garibaldi! gridò replicatamenle la folla.
Pochi minuti dopo il tratto di mare tra la spiaggia e i due piroscafi era solcato da innumerevoli barchette, gremite di volontarj garibaldini; fra queste distinguevasi una sdruscita barca peschereccia entro cui vedevansi ritti Türr e Sirtori, e in mezzo a loro Garibaldi, che salutava agitando il cappello la folla plaudente e i suoi amici accalcati sulla spiaggia.
Tutte quelle barchette circondarono i piroscafi; i garibaldini, arrampicandosi sulle corde, in un attimo furono a bordo. Valentino e Roberto salirono insieme sul _Piemonte_.
S’intesero due acutissimi fischj; poi il suono della campanella, e i vapori si mossero. La folla mandò un ultimo grido di addio; con altre grida risposero i garibaldini dai piroscafi, che in breve si perdettero tra le ombre che erano già calate sul mare.
Dio vi accompagni o giovani, onore d’Italia!
Ci siano intanto permesse due parole su Garibaldi dall’epoca di Villafranca in poi.
Garibaldi che, alla testa de’ suoi Cacciatori delle Alpi aveva esercitata un’influenza tanto decisiva sul modo con cui vennero aperte le operazioni nella campagna del cinquantanove, all’epoca della pace di Villafranca trovavasi presso i passi del Tirolo meridionale, ed aveva il suo quartier generale a Lovere, sul lago d’Isèo.
Garibaldi, dopo la conclusione della pace, essendosi manifestato ne’ suoi volontarj (com’era naturale) un vivo desiderio di far ritorno a’ loro domestici focolari, fino dal 19 luglio, gli aveva confortati a restare, per qualunque evenienza, sotto le armi.
Le sue idee erano[15]; che l’Italia non dovesse darsi in braccio alla diplomazia; che non dovesse accettare quella soluzione qualunque con cui la diplomazia europea volesse imbrigliarla; che dovesse agire di proprio impulso, senz’altro rispetto alla diplomazia, se non quello di attraversarle la strada, di modo che tutt’al più essa fosse tratta a rimorchio dai fatti compiuti.
Per l’Italia non esservi che una meta ed una via; meta, l’Italia una sotto lo scettro costituzionale di Vittorio Emanuele; la via, avendo Napoleone colla pace di Villafranca separata la sua causa da quella d’Italia, essere altrettanto sicura quanto chiaramente disegnata. Gli Italiani, da sè, dovevano spingere la rivoluzione più a mezzogiorno; (a mezzogiorno, non ad occidente, onde non disturbare il Piemonte dal suo riposo necessario, e quindi non usare delle forze piemontesi per la rivoluzione italiana) colle truppe che l’Italia centrale avrebbe potuto organizzare. S’intende da sè che tali forze non risultavano semplicemente dall’Italia centrale, e molto meno potevano rimanere dell’Italia centrale, giacchè dopo la pace, come prima si rafforzarono coi volontarj d’ogni angolo d’Italia.
Senza aver la pretesa di dichiarare esser queste proprio le idee di Garibaldi, diremo che il Rüstow pare non si scosti gran fatto dalla realtà.
Ma la diplomazia, e Napoleone (il quale dopo la pace di Villafranca pare non abbia separato niente affatto la sua dalla nostra causa, come lo provano la partenza della flotta francese da Gaeta, e il successivo riconoscimento del regno d’Italia) non ne vollero sapere di inforcare il focoso puledro della rivoluzione, chè alle volte.... Preferirono il tardo ma docile ronzino della diplomazia, e memori del proverbio: chi va piano va sano, procedettero trotterellando, invece di correre di buon galoppo.
Eppure Garibaldi diede splendide prove di equitazione, percorrendo di carriera le Due Sicilie in groppa a questo focoso puledro, senza inciampare, nè perder le staffe mai!
Garibaldi, il principio d’agosto, fu chiamato nell’Italia centrale, ove da principio doveva assumere il comando supremo di tutte le truppe colà scaglionate. Con ordine del giorno datato da Bergamo (11 agosto), il generale si congedò da’ Cacciatori delle Alpi; partì alla volta di Livorno, ove giunse il 15, e di là si recò a Firenze, poi a Modena, e quindi nelle Romagne.
In quel frattempo[16] (19 agosto) ebbe luogo una riunione di deputati delle quattro province, anche delle Romagne, nella quale si intavolarono i preliminari per la formazione di una lega militare; ai 3 di settembre questa lega venne ratificata per la Toscana, Modena e Parma, mentre per il momento la Romagna restava ancora esclusa.
Nella camera dei deputati a Modena era stato in pari tempo scelto il generale Fanti, e ad esso, non a Garibaldi, venne offerto il comando supremo dell’armata dell’Italia centrale; comando che egli tosto accettò, prendendone possesso con un ordine del giorno (24 settembre).
Garibaldi venne nominato generalissimo in secondo, e la cosa non si potè altrimenti comporre che coll’attribuire a Fanti in modo speciale la direzione del ministero della guerra, mentre Garibaldi sarebbe stato il vero comandante delle truppe nelle operazioni che, sia in senso difensivo, sia in senso offensivo, si dovessero intraprendere dall’Italia centrale verso il mezzodì. Ad onta di ciò era difficile che altri potesse illudersi circa il carattere della nomina di Fanti, contromina del partito diplomatico, al quale egli stesso apparteneva, e disposta all’effetto di paralizzare Garibaldi, e mantenere tranquilla l’Italia centrale, in attesa delle determinazioni della pace di Zurigo, e del congresso che, speravasi, le avrebbe tenuto dietro.
Garibaldi e Fanti, già divisi per ragione di partito, lo erano ancora più per le loro nature, e le loro viste militari; all’anima, al fuoco di Garibaldi, per il quale non v’ha rischio che appaja soverchio (senza ch’egli si stacchi un dito dalla più oculata prudenza, benchè in sulle prime non paja), contrapponevasi il freddo calcolo di Fanti; all’ardito condottiero de’ Corpi franchi, il soldato regolare, che tutto misura col compasso e colla squadra, e che alla sola vista delle camicie rosse sentesi il mal di mare.
Fanti poteva giovare assai all’idea che era destinato a rappresentare, e che infatti rappresentò, cioè, che l’Italia centrale aveva bisogno di quiete per un efficace e durevole organamento militare.
L’Italia centrale aveva al principio di settembre, circa 20,000 uomini sotto le armi, la maggior parte dei quali erano volontarj, senza una _ferma_ determinata. Per tutte le vicende della guerra non poteva quest’armata misurarsi con una truppa regolare bene organata; non era un’istituzione che fosse calcolata per durare. Fanti oltre a ciò trovava che l’armata dei volontarj difettava d’armi, d’attrezzi ecc.; e a ciò si doveva provedere. Finalmente anche l’effettivo non era soddisfacente, e per quanto potesse essere grande l’entusiasmo della gioventù dell’Italia settentrionale e centrale, è chiaro che su tali fondamenti non si poteva erigere un durevole edifizio, e che ad un vecchio soldato la coscrizione piemontese doveva sembrare un fondamento assai più sicuro[17].
Finalmente potevasi anche dire: mentre ogni tendenza del movimento dell’Italia centrale è verso l’annessione al Piemonte, non è opera assennata il sistemare sul modello piemontese le truppe ivi raccolte?
Garibaldi nulla aveva da opporre a tutto questo se non la fede nel successo, la fede della gran causa italiana, alla quale aveva consacrata tutta la vita: la fede nel coraggio e nell’amore de’ suoi volontarj, cose tutte che le nature fatte col regolo sono avvezze a chiamare illusioni...
Non è quindi meraviglia se questi due uomini, per le loro differenti attitudini, fino dal primo momento venissero reciprocamente a dissensi, che di giorno in giorno più inasprirono.
Garibaldi, il 28 ottobre, assunto il comando supremo dei volontarj raccolti nella Romagna (provincia insorta, non ancora unita alle altre tre cogli stessi legami, e quindi in diritto di trasportare l’insurrezione sull’attiguo territorio pontificio) credette giunto il momento di strappar di dosso al papa gli ultimi lembi del poter temporale.
La conclusione della pace di Zurigo, fu l’ostacolo che la diplomazia gli gettò dinanzi, acciò non potesse progredire.
Napoleone acconsentì che anche Toscana si unisse al resto dell’Italia libera; ma chiese il sacrifizio di Garibaldi, il quale, amareggiato dalle continue lotte che doveva sostenere col partito della diplomazia, rinunziò al comando (14 novembre), e si ritirò nella solitaria sua Caprera. Ma il grand’uomo, prima di lasciar la terraferma, avvertì con un suo proclama gli Italiani che la politica la quale inceppava i passi di Vittorio Emanuele, doppiamente li obbligava a serrarsi intorno al re; egli stesso sarebbe senza indugio ritornato al suo posto, appena il re avesse chiamati i suoi soldati alla guerra di redenzione.
Molti de’ suoi fedeli compagni, imitarono l’esempio del loro generale, e abbandonarono l’armata dell’Italia centrale.
Sulla punta occidentale dell’isola di Sicilia, dietro il Lilibeo, sorge Marsala, coronata di bastioni, e specchiantesi nel porto; scalo frequentato dai navigli che percorrono il Mediterraneo da Oriente a Occidente, toccando Malta. Questo porto era anticamente molto più ampio e frequentato, ma venne in parte turato nel 1532, onde chiudervi l’accesso alle galee dei corsari turchi che infestavano quei mari.
Circa alle 9 antimeridiane dell’11 maggio 1860, due legni inglesi da guerra, l’_Intrepido_, (capitano Marryat) e l’_Argo_ (capitano Ingram) provenienti da Palermo, giungevano dinanzi a Marsala. L’_Intrepido_ gettò l’áncora a un miglio circa dal fanale ove termina il molo, e l’_Argo_ (che doveva fermarsi a Marsala tre o quattro giorni) due miglia più in là, ove il fondo offre più sicuro ancoraggio.
Per qual motivo que’ due navigli erano venuti a Marsala?
Eccolo. Il generale borbonico comandante quel distretto, aveva disarmate le popolazioni col pretesto che i dintorni erano infestati dai briganti (così, col linguaggio solito dei governi _bene costituiti_, venivano da quel generale chiamati gli insorti condotti da Rosolino Pilo e da altri patrioti). Alcuni Inglesi, negozianti di vino e residenti in Marsala, avevano dovuto essi pure consegnare le loro armi al generale borbonico, protestando però contro quella soperchieria: chè (dicevano essi con tutta ragione) se è vero che siamo minacciati dai briganti, è una ragione di più perchè ci siano lasciate le armi.
Fiato perduto! Le armi furono sequestrate.
Allora que’ sudditi inglesi, a mezzo del loro vice-console Cossins, chiesero protezione al capitano Cochrane che dimorava a Palermo; e costui spedì tostò a Marsala le due navi da guerra.
I capitani Marryat e Ingram, coi loro uffiziali, si recarono nelle loro lance a terra, indi, incontrato il vice-console Cossins, in sua compagnia si portarono dai loro connazionali negozianti di vino, onde trattare l’affare del disarmo.
Mentre discutevano, ecco sopragiungere un Inglese, il quale disse alla brigata che si avanzavano due vapori dal nord-est, inalberando bandiera sarda (allora dicevasi così). Tosto la comitiva salì sopra un’altura, e di là, con un telescopio, poterono distintamente vedere i due _stheamers_, il più piccolo dei quali rimorchiava un battello, il che ci fece credere essere questo di un piloto tolto da terra, cammino facendo.
I due vapori[18] non mostravano la menoma esitazione nell’approdare; girarono intorno la prora dell’_Intrepido_, dirigendosi verso il molo, ove giunsero circa alle 2 pomeridiane.
Il primo entrò felicemente; era il _Piemonte_ comandato da Garibaldi; l’altro il _Lombardo_ diretto da Bixio, arenò a circa centocinquanta metri dalla spiaggia.
In quel punto comparvero tre legni napolitani, i quali incrociavano tra Marsala e Mezzara (piccola città verso il sud, lungi circa dodici miglia dalla prima): erano lo _Stromboli_ ed il _Capri_, che rimorchiava una fregata a vela. Queste navi erano già a sole sei miglia dai Vapori sardi.
Intanto il _Piemonte_ aveva già sbarcate le persone che aveva a bordo; erano uomini ben armati e disciplinati; appena toccata terra, tosto si ordinavano in compagnie e colle carabine in ispalla marciavano in perfetto ordine.
L’altro Vapore però che erasi arenato, dovendo sbarcare la sua gente col mezzo di barchette, non era ancor riuscito a metterne fuori più di un quarto; quando i legni napoletani vi furono sopra a tiro di cannone.
Io (scrive il capitano Marryat) aveva già consigliato i proprietarj di alcuni _schooners_ inglesi a condurli fuori del porto, credendo corressero pericolo di trovarsi in mezzo al fuoco; ma non si potè seguire il mio consiglio perchè non fu possibile far movere gli _schooners_, per l’assoluta mancanza del vento.
I legni napoletani non fecer fuoco; lo _Stromboli_ calò in mare una lancia, e mandò un uffiziale verso i Vapori sardi; ma percorsa appena la metà della distanza che lo separava da quelli, la lancia retrocedette a tutta forza di remi. Eravamo in questo momento sicuri che il fuoco comincerebbe, ma con nostra sorpresa, ecco che lo _Stromboli_ spinge la prora verso l’_Intrepido_, invece di avvicinarsi alla spiaggia ed impedire che continuasse lo sbarco.»
L’ufficiale che in assenza del capitano comandava in quel momento l’_Intrepido_, venne chiamato a parlamento dal capitano Caracciolo dello _Stromboli_, e richiesto se fra le truppe sbarcate ve n’erano di inglesi; l’uffiziale rispose che no; ma soggiunse che i due capitani dei due legni inglesi e alcuni dei loro uffiziali erano a terra.
In questo frattempo tutti i garibaldini erano sbarcati. Scoccavano le quattro.
I capitani Marryat e Ingram, ed il vice-console Cossins, si recarono tosto a bordo dello _Stromboli_, il cui capitano dichiarò loro che era obbligato a far fuoco sugli sbarcati, promettendo che avrebbe scrupolosamente rispettata la bandiera inglese ovunque la vedesse sventolare. E il fuoco cominciò.
Il capitano non mancò di scusarsi per la poca elevazione ch’ei dava a’ suoi projettili, dicendo che era suo desiderio risparmiare la città, e solo colpire gli insorti che marciavano dal molo verso quella.
La fregata napoletana, staccatasi dal _Capri_ dal quale era tratta a rimorchio, trasse una bordata di projettili, ma inutilmente chè i garibaldini erano già al sicuro dietro le mura di Marsala.
Il capitano Marryat, ritornato a bordo dell’_Intrepido_, vi trovò un uffiziale dello _Stromboli_. Era venuto per chiedere all’Inglese di spedire di comune accordo una lancia verso i legni sardi per intimare loro di arrendersi. Era chiaro che l’uffiziale napolitano voleva, coperto dalla bandiera britannica, accertarsi se quelle navi erano vuote o no. Nel primo caso egli non avrebbe corso rischio alcuno, nel secondo avrebbe avuto il vantaggio di essere moralmente assistito nella resa che si voleva intimare. Il capitano Marryat vide il laccio, e seppe schivarlo rifiutandosi.
Allora i Napolitani spedirono alcuni battelli equipaggiati ed armati verso i navigli sardi; e riconosciutili abbandonati, se ne impossessarono, abbassando tosto la bandiera italiana. Erano le 6 pomeridiane.
Il capitano Marryat, levò l’àncora onde recarsi tosto a Malta e di là spedire la notizia dell’accaduto all’ammiragliato inglese. Però, prima che partisse, il capitano Ingram pigliò coll’_Argo_ il posto lasciato dall’_Intrepido_, onde comunicare più facilmente colla città, ed essere in miglior posizione di proteggere gli interessi dei sudditi inglesi stabiliti a Marsala.
Garibaldi, disposto in fretta in fretta il suo piccolo esercito, e occupati gli avamposti dalla parte del mare, fece affiggere sulle mura della città due proclami, uno alle truppe napolitane, l’altro ai Siciliani. Quest’ultimo diceva:
Siciliani
«Vi ho condotto un pugno di bravi, accorsi al grido eroico della Sicilia, sopravissuti alle battaglie lombarde. Eccoci presso di voi. Noi non domandiamo altro che l’affrancamento della patria. Siamo tutti uniti. Allora l’impresa sarà facile e breve. All’armi!
«Chiunque non afferra un arme, è un vile, un traditore della patria.
«Che la mancanza d’armi non sia un pretesto. Avremo dei fucili, ma in questo momento ogni arma è buona nelle mani d’un bravo. I municipj penseranno ai vecchi, alle donne, ai fanciulli abbandonati. All’armi dunque! La Sicilia insegnerà una volta di più al mondo come un paese si libera da’ suoi oppressori per la volontà di un popolo concorde.
=G. Garibaldi.=
Roberto e Valentino erano sbarcati tra i primi dal _Piemonte_. Il giovane pittore, pallido e sbattuto pel mal di mare che durante il viaggio non gli aveva dato un istante di tregua, appena ebbe posto piede a terra, si inginocchiò e la baciò; poi rizzatosi stirò le braccia e le gambe ingranchite:
— Ah! finalmente ho i piedi in terra!» sclamò mandando un lungo sospiro. Non dondolo più come un ubbriaco... Ora perdio! mi sento un altr’uomo...» Così dicendo impugnò con ambe le mani la carabina per la canna e la fece roteare intorno alla testa con rapidi giri di mulinello, per meglio snodare le braccia.
Valentino taceva; guardava trasognato la città, il mare, i vascelli, i compagni; gli pareva sognare. Ma a trarlo dalla sua estasi, gli si accostò il general Türr, seguito da un uffiziale:
— Animo giovinotti!... qui con noi...» Così detto, si incamminò celeramente verso la città. Valentino e Roberto, postesi in ispalla le carabine, seguirono tosto il generale ungherese e l’uffiziale.
Mentre salivano verso un’altura, Roberto guardò di traverso il taciturno amico, e al vedere quella ciera attonita, non potè a meno di ridere.
— Che diavolo hai, Valentino! gli disse. Sembri un uomo dell’altro mondo?... Si può sapere a cosa pensi...
— Penso, rispose l’altro con voce bassa, che tutto quello che è successo non è... non è cosa naturale... Prima di tutto ti dirò che Garibaldi non è un uomo... Non voglio bestemmiare dicendo che è un Dio!.... non istà bene... però... però... è un fatto che egli è qualche cosa di più degli altri uomini... Non è la prima volta che mi trovo con lui...; l’ho veduto far cose che... Ma questa qui le vince tutte.... Poi tutti i contratempi che sono successi in viaggio, invece di far danno hanno giovato... Insomma, povero pescatore come sono, io non credo un’acca a tutte le fandonie che certi preti, e certi bigotti ci vogliono dare a bere, però la mia religione, quella che fa del bene a noi e agli altri, quella di mio padre, l’ho qui nel cuore...
— E così?
— E così nessuno mi caverà dalla testa che questa spedizione è stata protetta dalla Providenza... Bisognerebbe esser cieco per negarlo... Punto primo, ad Orbitello, quando nessuno se lo immagina, Garibaldi manda giù a terra... (e segnava Türr col dito) a cercar munizioni... E lui (e replicava il gesto) torna indietro colle munizioni, e con quattro cannoni per giunta...
— Ma se ti ricordi, Garibaldi in quell’occasione si mostrò a bordo vestito da generale piemontese; volevi tu che il comandante d’Orbitello avesse a dir di no ad un generale del re?
— Lasciamo andare!... Poi, mentre si andava cheti come olio, ecco quel matto che si butta in mare... Il _Piemonte_ si ferma; si lascia giù una lancia e si manda a pescare quel povero diavolo, e là si perde un’ora di tempo. Poi ci passa vicino quel brigantino a vela;... Te ne ricordi? Che fa Garibaldi? Chiama il capitano del brigantino e gli dice: Dove andate! — A Genova — Bene! direte ai nostri amici che Garibaldi è sbarcato felicemente» e gli butta un pane in cui c’era una lettera. Capisci? un uomo come un altro non le dice le cose con tanta sicurezza... Ma Garibaldi sapeva già come la doveva finire; forse lo sapeva fino da quando era a Genova; come sa di sicuro (ci giuoco la testa) quello che succederà domani, doman l’altro, tra una settimana tra un mese....
— Questo poi...
— La è così... te lo dico io! (rispose Valentino con tale accento che dinotava in lui una fede cieca, a tutta prova pel suo condottiero). Ma andiamo innanzi. Il matto, che voleva annegarsi ad ogni costo, torna a buttarsi in mare... Un altro avrebbe detto: se ha questo capriccio, se lo soddisfi... peggio per lui. Ma il generale, no, fa fermare una seconda volta il Vapore, e perde un’altra ora di un tempo preziosissimo per salvare quest’uomo.... Dopo siamo quasi in porto... crac! il _Lombardo_ di Bixio si arena,... poi troviamo là gli Inglesi che non vogliono che si incominci il fuoco prima che tutti i loro uffiziali, ch’erano a terra, siano ritornati a bordo... Intanto sbarchiamo noi e la roba.... Finalmente ci fanno fuoco addosso, senza nemmeno toccarci un capello[19]. Quando siamo arrivati a Marsala erano le due, è vero?.. Ebbene! poco prima di mezzogiorno c’erano in città circa ottocento soldati del re-bomba... Se strada facendo non si perdevano quelle due ore nel salvare il matto, chi sa come la sarebbe andata la faccenda.... No, no; credilo a me, Roberto... Garibaldi non è un uomo come gli altri...., o per lo meno è il Beniamino della Providenza.
Intanto erano giunti all’uffizio del telegrafo. L’impiegato, visto da un finestrino avvicinarsi le quattro camicie rosse, prese la fuga.
I nostri entrarono nell’uffizio. Il tenente che seguiva Türr era stato impiegato negli uffizj telegrafici di Genova; quindi, poste le mani sui dispacci, lesse questo, diretto al comandante militare di Trapani: «Due battelli a vapore, con bandiera sarda, sono testè entrati nel porto, e sbarcano gente» Mentre l’uffiziale leggeva a Türr il dispaccio, ecco arrivare la risposta: «Quanti sono? per qual fine sbarcano?» Allora l’uffiziale garibaldino fa lui la risposta: «Scusatemi, mi era ingannato. I due battelli a vapore sono bastimenti mercantili; vengono da Girgenti carichi di solfo.» Pochi minuti dopo, il telegrafo rispondeva da Trapani «Siete un imbecille» e buona notte.
Spezzati i fili telegrafici, Türr e i tre garibaldini ridiscesero a Marsala.
Intanto gli altri uffiziali superiori, s’affrettavano ad ordinare i volontarj in diversi corpi. Tra questi uffiziali distinguevansi: La Masa, conosciuto per la parte brillante che ebbe nell’insurrezione avvenuta in Palermo nel gennajo del quarantotto, come anche per aver partecipato alla guerra d’indipendenza quale capo de’ volontarj siciliani. Egli contribuì egualmente alla difesa di Messina contro le truppe borboniche nel settembre del quarantotto. Durante il suo esiglio, pubblicò alcuni scritti politici e storici, fra i quali un racconto degli avvenimenti di cui fu teatro la Sicilia nel 1848 e 1849. Oltre a ciò, prevenendo col desiderio i presenti avvenimenti, fin dal cinquantanove tracciò il disegno dell’insurrezione italiana, prescrivendone le leggi e designando le milizie che dovevano soccorrerla e svilupparla. Questo lavoro fu giudicato ricco di ottime cognizioni pratiche; è l’abbozzo primitivo dell’organamento dei Cacciatori delle Alpi.
Carini, Siciliano anch’esso, improvisò a Palermo un reggimento di cavalleria, durante il periodo rivoluzionario del 1848 e 1849. Caduta la rivoluzione, cercò servir nell’esiglio, non solo la causa della Sicilia, ma quella di tutta l’Italia col suo _Courrier franco-italien_ che pubblicavasi a Parigi.
Stocco, Calabrese, è assai noto e popolare in quella parte d’Italia. Nel quarantotto ei si mostrò uno dei più valorosi capi della insurrezione calabrese, e fece in special modo prova di coraggio e di abilità nel combattimento sostenuto ad Angitola; combattimento che durò circa dodici ore, e in cui un pugno di Calabresi (circa quattrocento cinquanta) fu visto lottare vantaggiosamente contro le truppe comandate dal generale Nunziante, il quale sarebbe stato completamente disfatto, se Stocco fosse stato soccorso in tempo dagli altri capi calabresi.
Cairoli, il cui fratello morì combattendo a San Fermo. Non appena conobbe il progetto di Garibaldi, partì da Pavia, sua città natale, e la stessa sua madre, allora in gramaglie per la morte del primogenito, lo presentò al generale, mettendo a sua disposizione insieme al figlio la somma di 30,000 franchi. Nobile famiglia!
Bixio, nome oramai popolarissimo e caro a tutti. Ferito a Roma nel 1849 accanto al suo amico Goffredo Mameli (gentil poeta, quanto prode soldato, che morì sul Gianicolo per la gran causa italiana), fece parte nel cinquantanove della legione comandata da Garibaldi, e fu in allora uno dei più brillanti capi di battaglione. Marinajo espertissimo, al pari di Garibaldi, rese importantissimi servigi alla spedizione, assumendo il comando del _Lombardo_.
Orsini, già uffiziale d’artiglieria nell’armata napoletana, sostenne l’insurrezione siciliana del quarantotto e fu uno dei principali difensori di Messina nel settembre dello stesso anno. Nel successivo, difese il resto della Sicilia contro i borbonici comandati dal generale Filangeri. Obbligato a spatriare, prese servizio in Turchia in qualità di colonnello d’artiglieria, ma al primo grido della rivoluzione siciliana, accorse.
Anfossi, fratello di quell’Anfossi che perì gloriosamente ne’ cinque giorni di Milano. Nullo di Bergamo che, lasciati gli agi e i lucri, seguì fedele il generale, rendendo segnalati servigi alla causa, come ne aveva già resi combattendo nel quarantanove a Roma, e dieci anni dopo nei Cacciatori delle Alpi. Missori, secondo. Manara, Majocchi, la cui devozione per la causa italiana può solo stare al pari colla sua modestia; infine Türr, Sirtori, l’eroico difensore di Venezia, Giorgio Manin, figlio del celebre dittatore veneziano, e altri di cui verremo parlando in seguito, mano mano si svolgeranno gli avvenimenti.