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CAPITOLO I. Roberto pag. 5

II. Un avanzo di Russia » 14 III. L’incontro » 27 IV. Addio! » 40 V. Dalia e Rosa » 49 VI. Una spia » 59 VII. L’assalto » 78 VIII. L’imbarco » 93 IX. Calatafimi » 113 X. Il consiglio di guerra » 152 XI. Palermo » 172 XII. Troppo tardi! » 195 XIII. Le memorie di Elpis Melena » 219 XIV. Milazzo » 257 XV. Messina ed il _Monarca_ » 234 XVI. Lo sbarco » 277 XVII. Il 7 settembre 1860 » 204 XVIII. Da Caserta » 307 CONCLUSIONE » 328

NOTE:

[1] Il conte Rastoptchine, l’incendiatore di Mosca, odiato da’ suoi compatriotti: scacciato dallo czar Alessandro, riparò a Parigi e visse gli ultimi suoi giorni fra quegli stessi Francesi ai quali aveva giurato odio implacabile. Rastoptchine fu continuamente lacerato dai rimorsi e la notte lo tormentavano visioni e allucinazioni spaventevoli.

L’incendio di Mosca costò alla Russia tremila uomini e tre miliardi di franchi.

[2] In centosessantacinque giorni eransi perduti ventisettemila trecentonovantasette uomini, novemila cavalli, ottantotto cannoni, centonovantun cassoni, settecentodue carri di trasporto; e non per la salvezza del proprio paese, nè tampoco per la sua gloria.

CANTÙ. (_Storia degli Italiani; campagna di Russia_)

[3] Storico.

[4] Vedi l’antecedente mio romanzo i _Cacciatori delle Alpi_.

[5] Nel contado milanese soglionsi chiamar spose anche le vecchie, senza che queste se n’abbiano a male e sospettino di canzonatura.

[6] Les artistes ont des chagrins comme des maladies qui leur sont propres, et ces chagrins on ne peut ni les plaindre, ni les adoucir, car on ignore leur nature. DE LA HARPE.

[7] Vedi l’antecedente mio romanzo i _Cacciatori delle Alpi_.

[8] Napoleone I.º nel 1806, chiamava la regina Carolina «la moderna Atalia; una donna scellerata, che tante volte e con tanta sfacciataggine aveva violato quanto gli uomini hanno di più sacro; via costei dal regno, scriveva; vada a Londra a crescere il numero degli intriganti; non più perdono ad una Corte senza fede, senza onore, senza ragione; il più bel paese del mondo non porti oltre il giogo de’ più perfidi tra gli uomini.»

[9] Scrive C. Cantù, (_Storia degli Italiani_ Cap. CLXXVIII).

[10] Il fingere amore per una donna onde poterle strappare qualche segreto, non è arte nuova negli annali de’ criminalisti.

Il Claro riferisce questa opinione di Paride dal Pozzo. «_Paris dicit, quod judex potest mulierem ad se adduci facere secreto in camera, et eidem dicere quod vult eam habere in suam et fingere velle illam deosculari et ei pollicere liberationem; et quod ita factum fuit a quodam regente qui quamdam mulierem blanditiis illis induxit ad confidendum homicidium, quæ postea decapitata fuit._»

[11] Notiamo alcune tra le atrocità commesse dal Salzano e dal Maniscalco, che potrebbero servire di tema ai bassorilievi di un monumento d’infamia da erigersi ai re Borboni Ferdinando I.º e Francesco II.º

Un Vaizo di Messina, giovine d’ingegno, fu imprigionato a Messina e condotto a Palermo, senza che la famiglia sentisse più a parlare di lui. Fu prima orribilmente bastonato in casa del commissario Carrega, poi legato pei piedi ad una colonna e per le mani ad un’altra, e sul suo corpo, sospeso a quel modo, un birro ballava ripetendo: _su, canta! canta!_ che vuol dire confessa, confessa!... L’infelice è rimasto storpio per tutta la vita.

Un vecchio di onesta ed antica famiglia, per sospetto di corrispondenza coi proscritti, spirava sotto il bastone insieme alla figliuola incinta di cinque mesi.

Salvatore La Licata, intendente della marchesa di San Marco, perseguitato della polizia come inquisito di mene rivoluzionarie, ricoveravasi nel villaggio di Bagheria in una casa di provati amici. La polizia n’è istrutta, sorprende la casa, vi fruga, vi cerca, ma indarno; un birro, chiamato il _Corso_, antico sicario ed assassino, suggeriva un espediente al suo capo, il quale accoltolo con gioja, faceva condurre in istrada i due conjugi, e là alla presenza del marito, ordinava si spogliasse nuda la sposa, e restasse così esposta allo sguardo dei passeggeri; il pudore oltraggiato vinceva la fede ospitale, e La Licata era consegnato ai suoi persecutori.

In prigione l’infelice soffrì strazio così orrendo che la nuova della sua morte si sparse per la città; i parenti accorsero presso il procurator generale Pasciuta, e con caldissime istanze lo indussero a visitare la prigione. La prima volta gli ricusavano l’ingresso col pretesto che _La Licata fosse prigioniero della polizia, e non della giustizia penale_; finalmente le porte dell’antro si aprirono dinanzi al magistrato, ed egli trovò quasi un cadavere. La Licata gli mostra le piaghe di cui è coperto il suo corpo, gli racconta le torture sopportate, ed il procurator generale, vincendo ogni prudente riserva, redige processo verbale dei fatti, ma dalla polizia è costretto a lacerarlo, ed il codardo magistrato preferisce il conservar la carica al dovere ed all’umanità.

Un Giovanni Vienna da Messina nella metà di gennajo dello scorso anno recavasi a Palermo per affari di commercio; l’arrestavano come sospetto per ordine della polizia di Messina; frugato, gli trovarono una lettera in cifre, e senza indirizzo; interrogato non volle palesare a chi era diretta; la dimane il commissario di polizia Pontillo, l’inventore _della cuffia del silenzio_, lo faceva deporre in una barca con mani e piedi legati; indi ordinò ai birri vogassero verso il deserto capo Zafferano; quivi giunti rinchiudono il Vienna in un sacco, e lo tuffano nel mare, e ve lo tengono finchè non dà segno di vita. Lo ritirano allora, e con fregagioni ridestano in lui la vitalità, e lo esortano a parlare, e perchè l’intrepido uomo tace, lo rituffano in mare, indi lo ririportano a Palermo semimorto.

Vincenzo La Porta, fabbricante di paste, acciuffato per sospetti, è tanto tormentato, che perde l’uso delle braccia, essendosi rotte le articolazioni; il misero ora accatta il pane non potendo più lavorare.

In un villaggio presso Palermo un giovine, certo Scaduti, passando presso i birri è da costoro interpellato; se ne spaventa e fugge; un colpo di archibugio lo stende al suolo, e nessuno chiede conto dell’assassinio.

La polizia di Palermo cercava certo Casimiro Cusimano, e non riuscendo ad afferrarlo, imprigionò la di lui madre, la consorte ed i figliuoli, e tutti vennero torturati senza pietà pel sesso o per gli anni.

Alcuni proprietarj di giardini presso Palermo si nascondevano per non esser vittime della polizia; l’infernale genio di Maniscalco fece divergere l’aqua che irrigava i giardini, onde i miseri per salvare gli agrumi, loro unica ricchezza, si dessero in mano ai carnefici.

La tortura poi variava a norma dello spirito inventivo di ciascun commissario.

Pontillo faceva sedere il paziente nudo su d’un seggiolone a gratella, guarnito di lame di rasoj con al di sotto un braciere di carboni ardenti.

L’ispettore Luigi Maniscalco impiegava manopole di ferro con viti a pressione.

Il carceriere Bruno legava i prigionieri con la testa fra le gambe.

Altri servivansi di cordicine per stringere i cranj, finchè penetrassero fino alle ossa, stringendo quelle funicelle con un bastone.

Ve n’era per tutt’i gusti, per tutti gli appetiti.

Basterebbero questi strazj, uniti alla pessima amministrazione, per santificare la rivoluzione, ma altri ne racconteremo.

Furono arrestati e bastonati a Palermo moltissimi cittadini d’ogni classe, come impiegati di grado superiore, nobili, avvocati, negozianti, magistrati; nessuno poteva sottrarsi agli arbitrj ed alle feroci prepotenze del Maniscalco.

La polizia metteva inoltre le mani nei traffici, nella pubblica annona; un giorno, per mancati ricolti, i prezzi delle biade aumentarono; il feroce Carioca mise la mano sui sensali del grano, li accusò d’intendersela coi rivoluzionarj e li fece rinchiudere nelle segrete.

La città se ne commosse, i parenti implorarono da Maniscalco la libertà degl’innocenti sensali, e questi si lasciò commuovere ed ordinò che fossero fatti liberi; ma come i grani rincarivano sempre, nuove ingiunzioni della polizia imponevano loro di presentarsi dinanzi al noto Carrega; spaventati fuggirono, e allora la polizia riempì le loro case di birri che dovevano vivervi a discrezione, e nell’istesso tempo l’ispettore Maniscalco si faceva consegnare le chiavi dei magazzini dei più grossi negozianti di grani, e ne faceva vendere a prezzo infimo quella quantità che a lui piaceva, senza tener conto delle enormi perdite; si voleva contentare la plebe con la ruina di venti o trenta famiglie.

[12] Vedi op. cit.

[13] Giovanni Riso spirò pochi giorni dopo nel suo carcere.

[14] Vedi op. cit.

[15] Vedi Rüstow. _La guerra italiana del 1860_.

[16] Vedi op. cit.

[17] V. Rüstow op. cit.

[18] Vedi la relazione fatta dal capitano Marryat al vice-ammiraglio Sir A. Fanshawe (A bordo dell’_Intrepido_, Malta il 14 maggio 1860) e inserita nel _Daily-News_.

[19] Ecco come la gazzetta ufficiale (14 maggio) di Napoli raccontava il fatto:

«Jer l’altro, 11 corrente, all’ora una e mezza pomeridiane, due vapori di commercio genovesi, denominati il _Piemonte_ e il _Lombardo_ approdavano a Marsala ed ivi principiavano a disbarcare _una mano di qualche centinaja di filibustieri_. Non tardarono i due RR. piroscafi _Capri_ e _Stromboli_, che trovavansi incrociando su quelle coste, a principiare i loro fuochi sui due legni che commettevano l’atto il più manifesto di pirateria, e dal fuoco dei due mentovati piroscafi napoletani risultò la _morte di molti filibustieri_, la calata a fondo del _Lombardo_, che era il più grande de’ due vapori genovesi e la cattura anche dell’altro vapore il _Piemonte_, ecc. ecc.

[20] Vedi le note di A. Dumas nel giornale l’_Indipendente_.

[21] Nell’antecedente mio romanzo i _Cacciatori delle Alpi_, ho data la biografia del martire Ugo Bassi, citando preziosi documenti circa la sua cattura, il miserevole suo fine, e l’iniquità de’ suoi carnefici, tra cui si distinse il turpe cardinal Bedini.

[22] Ecco il proclama.

Ai preti buoni.

«Comunque sia, comunque vadano le sorti dell’Italia, il clero fa oggi causa comune coi nostri nemici, che compra soldati stranieri per combattere Italiani. Sarà maledetto da tutte le generazioni.

Ciò che consola però e che promette non perduta la vera religione di Cristo, si è di vedere in Sicilia i preti marciare alla testa del popolo per combattere gli oppressori.

Gli Ugo Bassi, i Verità, i Gusmaroli, i Bianchi non son tutti morti, e il dì che, seguito l’esempio di questi martiri, di questi campioni della causa nazionale, lo straniero avrà cessato di calpestare la nostra terra, avrà cessato di essere padrone dei nostri figli, delle nostre donne, del nostro patrimonio, e di noi.

G. GARIBALDI.

[23] E furono La Porta, Marinuzzi, Mocarda, Marcedo, Coppola, i fratelli Bruno ed altri.

[24] Garibaldi pubblicò la sua dittatura in Sicilia con un proclama datato da Salemi (11 maggio 1860) e firmato (per copia conforme) dal suo ajutante generale Stefano Türr.

[25] V. il citato giornale.

[26] A meglio conoscere però lo scoraggiamento del generale Landi, dopo la rotta toccatagli a Calatafimi, trascriviamo un suo documento, il rapporto cioè che egli inviava al governo di Palermo dopo la sconfitta.

_Calatafimi_ 15 _maggio_ 1860.

Eccellentissimo,

«Ajuto, e pronto ajuto — la banda armata che lasciò Salemi, questa mattina ha circondato tutte le colline dal S. al S. 0. di Calatafimi. La metà della mia colonna avanzata è stata colta in tiro ed attaccò i ribelli che comparivano a mille da ogni dove. — Il fuoco fu ben sostenuto, ma le masse dei Siciliani unite colle truppe italiane erano d’immenso numero.

«I nostri hanno ucciso il gran comandante degli Italiani, e presa la loro bandiera che noi conserviamo — disgraziatamente un pezzo delle nostre artiglierie caduto dal mulo è rimasto nelle mani dei ribelli; questa perdita mi ha trafitto il cuore.

«La nostra colonna fu obbligata battere un fuoco di ritirata, e riprendere il suo passo per Calatafimi, dove mi trovo io adesso sulla difesa.

«Siccome i ribelli, in grandissimo numero, mostrano d’attaccarci, io dunque prego V. E. di mandare istantaneamente un forte rinforzo d’infanteria, ed almeno un’altra mezza batteria, essendo le masse enormi ed ostinatamente impegnate a pugnare. Io temo di essere assaltato nella posizione che occupo, io mi difenderò per quanto è possibile, ma se pronto soccorso non giunge, io mi protesto non sapendo come l’affare possa riuscire. La munizione dell’artiglieria è quasi finita, quella dell’infanteria considerevolmente diminuita, sicchè la nostra posizione è molto critica, ed il bisogno pei mezzi di difesa mi mette nella più grande costernazione.

«Io ho settantadue feriti, non posso darvi esatto conto dei morti scrivendovi immediatamente dopo la nostra ritirata. — Con altro rapporto darò a V. E. un preciso ragguaglio.

«Finalmente io sottometto all’E. V. che, se le circostanze mi costringono, io devo senza dubbio, per non compromettere l’intera colonna, ritirarmi, e, se lo posso, in alto.

«Io mi affretto di sottomettere tutto ciò a V. E. perchè sappia essere la mia colonna circondata di nemici, di numero infinito i quali hanno assalito i mulini e preso le farine preparate per le truppe.

«V. E. non resti in dubbio sulla perdita del cannone di cui ho discorso. Io sottometto all’E. V. che il pezzo fu posto a schiena di mulo, il quale fu ucciso al momento della nostra ritirata, perciò non fu possibile ricuperarlo. Io conchiudo che da tutta la colonna si combattè con fuoco vivo dalle 10 antimeridiane alle 5 pomerediane, quando io feci la nostra ritirata.

A. S. E. Il P. CASTELCICALA.

_Il generale Comandante_ M. LANDI».

Questo rapporto del generale Landi cadde nelle mani dei nostri, e dall’ajutante Türr, vi furono aggiunte le seguenti osservazioni:

«Il cannone fu preso nell’atto di far fuoco, ed essendo sulle sue ruote è segno che il mulo non fu ucciso, ma piuttosto che i due muli appartenenti al cannone caddero nelle nostre mani.

«Il gran comandante non fu ucciso _fortunatamente_ per l’Italia. Quanto alla bandiera, essa non era di battaglione, ma semplicemente delle tante che esistono a volontà, e che il bravo Schiaffini aveva seco portata al di là della colonna, ove morì colpito da due palle.

«Il general Landi può mostrare negli annali della guerra un portabandiera simile?

«Ma basta leggere il suo rapporto per conoscere come egli _fu servito_ da una forza vestita da villani, e che combattè con tutta l’anima per la libertà della patria.

STEFANO TÜRR ajut. gen.»

[27] Vedi Storia dell’insurrezione siciliana.

[28] Scander-beg (Giorgio Castrioto), figlio di Giovanni Castrioto, principe d’Epiro e d’Albania, è giustamente chiamato da Pouqueville l’ultimo eroe della Macedonia. Nato nel 1404, dopo di aver disfatti i Turchi in più battaglie, morì di malattia a Lissa nel 1467.

[29] Rosolino Pilo della illustre famiglia dei conti Capaci, era nato nel 1820.

[30] Vedi op. c.

[31] In causa del bombardamento rovinarono, oltre molte case di privati, quindici conventi e diciotto chiese, ciò che prova come in quella città sia eccessivo il numero de’ tempj e dei chiostri.

[32] Vedi la Storia dell’insurrezione siciliana.

Certo signor E. de Gumoëns, ex-uffiziale borbonico, in una sua relazione su _La campagne de l’armée napolitaine du Volturne a Gaëte_ (relazione inserita nel fascicolo XLII — 20 giugno 1861 — della _Bibliothèque universelle de Genève_), dopo d’aver detto, tra le altre belle cose, che l’ex-re Francesco era _rempli des meilleures intentions et doué d’un cœur excellent_, lagnasi perchè i nemici del borboncino hanno osato _lui reprocher_ les quelques bombes _que le fort de Palerme avait lancées sur des rebelles!_

[33] L’albo del garibaldino milanese contiene anche un breve cenno storico della città di Palermo, cenni che noi riportiamo in una nota, onde non annojare il lettore che non amasse d’essere sviato di troppo con narrazioni di cose che egli forse sa già da un pezzo.

Secondo Tucidide e Polibio, questa città venne fondata da una colonia di Fenicj. I Cartaginesi, che se ne impadronirono di poi, ne fecero la capitale dei loro possedimenti nella Sicilia, ed il centro di un animato commercio. Cadde in potere dei Romani nel 255 prima di Cristo, dopo che Metello ebbe riportato, sotto le sue mura, una segnalata vittoria sui Cartaginesi. I Romani le concessero molti privilegi, e fu considerata come città libera ed alleata.

Più tardi i Saracini la scelsero anch’essi a capitale dei loro possedimenti nell’isola. Roberto e Ruggiero la presero nel 1077. Da quell’epoca in poi essa fu sempre considerata come la capitale della Sicilia, e soggiacque a tutte le vicende alle quali andò soggetta quest’isola. Nel 1282 fu teatro del famoso Vespro siciliano. Nel 1676, il duca di Vivone bruciò nel porto di Palermo una flotta olandese. I Borboni vi si rifuggirono nel 1806 e, due anni dopo, gli Inglesi, onde proteggerla, vi recarono forze considerevoli, e vi si stabilirono militarmente sino al 1814.

[34] Il maggiore Tückeri si era già segnalato a Kars, sotto gli ordini del generale Kmely.

[35] Cairoli venne raccolto su di una barella; mentre lo trasportano, una cannonata mette in fuga i portatori e il ferito è sconciamente rovesciato sul terreno.

Il bravo Cairoli soffre tutt’ora per la sua ferita.

[36] Rincresce anche a noi di non poter dare il nome di questo giovane, modesto al certo quanto eroico.

[37] Vedi, Storia dell’insurrezione siciliana.

[38] Vedi, op. c.

[39] Quest’ultimo forse rammaricavasi che tra i borbonici vi fossero tanti suoi connazionali prezzolati.

[40] Pochi giorni dopo, io riceveva una lettera, scritta in lapis, da mio fratello Giulio. Eccola:

Caro fratello.

Sto bene e ti scrivo a bordo dell’_Elvetie_, ancorata dinanzi a Cagliari.

La mattina del 10, alle ore due, ci imbarcammo a Sestri di ponente in 1200 — Fra due giorni, credo, partiremo per la Sicilia. Magni e Picozzi sono con me.

Addio. I saluti ecc.

G. O. Tuo fratello.

Cagliari, il 2 giugno 1860.

[41] Garibaldi’s Denkwurdigkeiten nach handschriftlichen Aufzeldinungen desselben, und nach authentischen Quellen bearbeitet und herausgegeben =von Elpis Melena=; 2 Band, Hambourg, 1861.

[42] V. i _Cacciatori delle Alpi_.

[43] La sera, per riposare e ristorarsi di quello stupido lavoro, scriveva le sue _Memorie_, le stesse che Elpis Melena, come abbiam detto, pubblicò in tedesco, e da cui noi cavammo queste notizie.

[44] L’isola della Maddalena alla punta _della moneta_ è separata da quella di Caprera da un stretto canale.

Elpis Melena, visitandola, vi conobbe tre Inglesi che l’abitano da tempo; i conjugi C... bizzarri eremiti, nella cui vita, dicono, si asconde qualche dramma misterioso, e il vecchio capitano R.... uno tra i più distinti uffiziali della marina inglese e che, finiti i suoi anni di servizio, si divertì per qualche tempo correndo i mari sul suo _yacht_; infine, attirato dal dolce clima di quel piccolo arcipelago, sedotto dalla caccia e dalla pesca tanto copiose in quei paraggi, si stabilì definitivamente in quella solitudine, ove egli offre un modello perfetto dell’eccentricità britannica.

Il capitano R..., che fu l’amico di lord Byron e di Shelley, rivelò ad Elpis Melena alcune notizie sulla misteriosa morte di quest’ultimo, le quali sono di grande interesse nella storia della letteratura inglese del secolo XIX. Noi le riprodurremo, certi di far cosa grata ai nostri colti e gentili lettori.

È noto che Shelley, nel luglio del 1822, perì in un naufragio sulla costa d’Italia, e si aggiunse (la è ormai una credenza consacrata dalla tradizione) che l’audace autore della _regina Mab_, dei _Cenci_, e del _Prometeo liberato_, rimase vittima d’una tempesta da lui volontariamente sfidata. Ora, Elpis Melena, ebbe dalla bocca del capitano R.... questi ragguagli.

«La sera prima del fatale avvenimento (le disse il capitano R...) Shelley assistette meco ad una festa datasi in onor suo e di Byron, a bordo d’un bastimento da guerra inglese, ancorato davanti a Livorno. Shelley, dopo la festa, montò in un battello a vela, accompagnato solamente da un suo amico di nome Williams, e si diresse verso Lerisi, piccolo villaggio situato sulla costa orientale della baja della Spezia, e presso cui sorgeva la villa del poeta. Poco dopo ci giungeva la notizia che i nostri due compatriotti avevano naufragato.

Io mi portai immediatamente con alcuni amici a Viareggio, ove trovammo i cadaveri dello due vittime, che il mare aveva rigettato sulla spiaggia. Ci facemmo tosto un dovere di render loro gli estremi ufficj; ma i pregiudizj degli Italiani contro la religione protestante (pregiudizj ancora tenaci in quell’epoca) non ci permisero di dar sepoltura ai due naufragati, sicchè altro non potemmo fare che bruciarne i cadaveri.

Io non dimenticherò mai il sublime spettacolo di questa cerimonia! (soggiungeva commosso il capitano R....) Venne scelto pel rito funebre un punto della spiaggia su cui si elevava una gran croce. A noi dinanzi spiegavasi il mare colle sue belle isole e, di dietro, la catena degli Apennini chiudeva maestosamente l’orizzonte; a destra e a sinistra la vista si perdeva entro i cespugli, e gli alberi dal vento marino stranamente contorti.

Il Mediterraneo era in perfetta calma; le onde cerulee si spingevano mormorando sulla sabbia giallastra della spiaggia, e il contrasto di questa sabbia dorata coll’azzurro cupo del cielo, offriva un quadro d’una magnificenza di tinte affatto orientale. Noi demmo principio alla lugubre cerimonia. Le fiamme che consumavano le spoglie dei nostri due amici, raggiunsero ben tosto la croce, appiedi della quale era la catasta, di modo che il simbolo cristiano, avviluppato alla base dal fuoco, apparve per qualche tempo come staccato dalla terra e sospeso nel cielo. Dal cadavere del poeta togliemmo il cuore, prima che le fiamme lo incenerissero; più tardi il cuore di Shelley, unitamente alle ceneri dei nostri due amici, vennero sotterrati a Roma nel cimitero dei protestanti.

S’è detto e ripetuto che il mare in quella notte fatale del giugno 1822, fosse agitato dalla tempesta e che Shelley abbia voluto sfidare gli elementi; altri affermarono che il poeta s’era annegato di sua volontà. Io affermo che non è vero; non un soffio di vento quella notte agitava il mare. Piuttosto io credo ch’egli abbia urtato contro qualche scoglio, o, ciò che è ancor più verosimile, sia stato di nottetempo violentemente urtato e calato a fondo da qualche bastimento.»

[45] La _Pineta_ è la più antica, la più bella, la più interessante tra le foreste d’Italia. La celebrarono Boccaccio, Dante, Dryden e Byron ecc. Si estende lungo la spiaggia dell’Adriatico al nord di Ravenna, circa trentacinque miglia; la sua larghezza è da uno a tre miglia.

[46] Vedi le citate Memorie.

[47] Con queste parole il maggiore Filippo Migliavacca, pigliava congedo da me, e da alcuni altri amici, il giorno prima di partire da Milano per Genova, onde imbarcarsi per la Sicilia. Pur troppo quel presentimento fu veritiero.

[48] «Da posteriori notizie ricevute jeri, mercoledì, risulterebbe che l’_Utile_ ed il _clipper_ americano (il _Charles and Jane_) da esso rimorchiato, non sarebbero stati catturati nelle acque di Gaeta, ma poco distante dal Capo Corso.

«Il capitano d’una fregata napolitana, vedendo l’_Utile_ tanto vicino da farsi udire, lo salutò in francese, chiedendogli ove fosse diretto.

«Quelli dell’_Utile_, credendo che la fregata fosse francese, risposero con fragorose grida: _Vive la France! Vive l’Italie! Vive la Sicile! A’ bas les Bourbons de Naples!_

«A queste grida la fregata napolitana rispose con due cannonate e fece prigionieri l’_Utile_ ed il _clipper_. (Vedi il giornale l’_Opinione_ del 21 giugno 1860).

[49] Vedi St. dell’ins. sic.

[50] Vedi op. c.

[51] Dopo la battaglia di Milazzo, cessato il fuoco d’ambo le parti, il comandante del _Veloce_ ebbe ordine dal dittatore di portarsi nella rada di Milazzo, ancorando fuori del tiro del castello. Durante questo tragitto, un capitano mercantile del paese, arrivato a bordo del _Veloce_, fece scorgere al Liparacchi un brigantino carico di viveri pei Napoletani, e che attendeva occasione favorevole per disbarcarli. Il comandante del _Veloce_ ebbe la tentazione di farne preda, ma non vi potè riuscire, perchè il brigantino, secondato dal vento e dalla notte, potè accostarsi agli altri legni Napoletani. Giunto alla meta ed ancorato al porto indicato da Garibaldi, un ajutante di questo salì a bordo e comunicò al comandante l’ordine di recarsi nel vicino porto di Milazzo. Egli ubbidì, e levò l’àncora; ma dato il comando, udì tre colpi insoliti nella macchina della fregata; il cilindro alla destra erasi rotto, quindi spargimento di vapore a segno che la macchina rendevasi momentaneamente inservibile. Ma avendo l’àncora levata, ed il vento venendo da terra, il bastimento s’accostò al forte, abbenchè subito si fosse dato ordine di far fondo. L’ajutante si incaricò di riportare l’accaduto al dittatore, e il Liparacchi, per ridursi col mezzo di rimorchj al porto fissato, lo incaricò, di mandargli quante barche poteva rinvenire. Molto tempo passò prima del ritorno dell’ajutante, e frattanto per sollecitare le manovra stabilita, la fregata erasi di nuovo messa in moto; ma il vento improvisamente aumentato, la fece ancora fermare. In questa situazione, nei piloti, ed in tutti gli ufficiali nacque la tema d’essere battuti dal cannone nemico, e dichiararono essere indispensabile uscire dal porto, e con le vele prendere la direzione di Palermo. Liparacchi si oppose a questo consiglio, mostrò quanto ciò fosse imprudente alla presenza d’un equipaggio formato di coscritti pescatori, e siccome voleva assolutamente dar corso agli ordini del generale, così fece ancorare di nuovo non curandosi della opposizione. Tornò l’ajutante senza i rimorchj, perchè disse non averne trovato, e siccome il generale dormiva, così era di avviso di ridursi in porto. L’operazione era difficile e lunga; l’alba spuntava, la fregata, ove fosse stata scoperta dal castello, sarebbe stata fulminata; non per tanto il Liparacchi e l’ajutante di Garibaldi insistevano perchè si andasse avanti, ma l’equipaggio, e gli ufficiali rinnovarono più fortemente le loro opposizioni.

Fu allora stabilito di riunire un consiglio di guerra a bordo, non per discutere sul comando del generale, ma piuttosto per decidere se il legno era tanto in pericolo da doversi allontanare dall’ancoraggio. Il comandante, primo ad esporre la sua opinione, disse essere suo precipuo dovere l’eseguire l’ordine avuto da Garibaldi; che non vedeva tanto pericolo per la vicinanza del castello, e che giudicava assai più pericolosa la partenza per Palermo, non potendo usare della macchina. Fra sette, cinque furono contrari all’opinione del Liparacchi; l’ajutante partì forse senza riflettere che in quel momento, rappresentando Garibaldi, poteva imporre l’assoluta sua volontà e non lasciare alla decisione del consiglio ciò che fosse da farsi. Ne nacque che il comandante dovette salpare, e con le vele ridursi a breve distanza dal forte, sempre con la ferma idea di ritornare in porto, anche affrontando la contrarietà degli uffiziali.

Due ore dopo, due ufficiali del dittatore vennero a bordo; uno di essi condusse a terra il comandante del _Veloce_, l’altro rimase sul bastimento. Il Liparacchi fu condotto alla presenza di Garibaldi; questi si mostrò molto malcontento dell’accaduto; ma il Liparacchi fece qualche osservazione, e chiese essere assoggettato ad un consiglio di guerra. Il suo voto fu esaudito, e dopo alquanti giorni, non solamente il consiglio di guerra lo dichiarava innocente, ma Garibaldi stesso, rallegrandosi di quella decisione, lo rimetteva al suo posto, nel quale continuò a prestar servigj alla patria. (_St. dell’ins. sic._)

[52] «Ho veduto io con questi occhi (mi diceva il tenente Malagrida che fece parte della spedizione di Bronte) un contadino lacerare coi denti una mammella recisa dal petto d’una fanciulla.

[53] _Expédition des Deux-Siciles_. _Paris_, 1861.

[54] V. St. dell’ins. sic.

[55] Anche il maggiore Ferdinando Lecompte, in un suo libro stampato di recente (_L’Italie en 1860, esquisse des événements militares el politiques. Paris, 1861_), paga un tributo di ammirazione ai grandi talenti militari del generale Garibaldi. Manco male!

[56] Così, ma ben mollemente, parla di quel tiranno il Monnier.

«De 1848, en quelques jours d’angoisse, le jeune roi s’était changé en vieillard. Ses cheveux blanchirent tout à coup. Il avait trente-huit ans. Et depuis lors il n’a plus vécu à Naples. Il a retirè à son peuple les fêtes et les joies qu’il lui donnait autrefois, jusqu’à la musique militaire qui égayait son jardin royal tous les dimanches. Il boude, il sent qu’on ne l’aime pas. Il est plus captif que ses prisonniers politiques, il est plus exilè que ses proscrits. Il rode tristement de château en château; il se cache à Castellammare, à Caserte; il s’enferme l’hiver dans sa forteresse de Gaëte. Il vit misérablement, sans bonheur et sans plaisir» (M. Monnier, _Histoire de la conquête des Deux-Siciles. Paris, collection Hetzel_; 1861).

[57] Morto a Rezzato nel 1859.

[58] La potenza di Garibaldi sugli animi è veramente grandiosa ed acquistata coi mezzi più semplici e più naturali. Garibaldi è l’uomo «senza educazione militare» il «fortunato avventuriere» per gli allievi delle accademie militari, dalle coste del Piemonte, fino alle coste della Russia. Ma non lo è per gli uomini che hanno cuore ed intelletto. Agli occhi d’ogni vero soldato, egli è un gran generale, e come egli sappia condurre rilevanti masse di truppe sopra un più vasto campo di battaglia, tuttochè egli adoperi altri mezzi che gli alunni delle scuole pedantesche, lo dimostrò nello stesso anno alla battaglia decisiva del Volturno, il 1 ottobre.

(RÜSTOW; _La guerra italiana del 1860, pag. 163. Milano, 1861_).

[59] Vedi il capitolo 1 a pag. 10 di questo romanzo.

Nota del Trascrittore

Ortografia e punteggiatura originali sono state mantenute, correggendo senza annotazione minimi errori tipografici.