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CAPITOLO XV.

Messina ed il Monarca.

Nux erat, et placidum carpebant fessa soporem Corpora per terras, sylvæque et sæva quierunt Æquora: cum medio volvuntur sidera lapsu: Cum tacet omnis ager, pecudes, pictæque volucres, Quæque lacus late liquidus, quæque aspera dumis Rura tenent, somno positæ sub nocte silenti Lenibant curas, et corda oblita laborum.

(VIRGILIO. _Eneid. Lib. IV_)

Medici, conchiusa la convenzione, partì alla volta di Gesso, ove aveva stabilito il suo quartier generale.

La fama della stipulata convenzione si sparse immantinente lungo la spiaggia, e tra le campagne circonvicine, sicchè i Messinesi, che prima s’erano sbandati temendo il bombardamento, a torme rientrarono in città. Dai balconi, dalle logge, dalle vie, si videro sventolare i tre colori nazionali e tutta la popolazione si abbandonò al tripudio per la libertà con tanta ansia desiderata. Poco prima del mezzogiorno, la festa si animò di bel nuovo per l’arrivo di Medici che rientrava in città alla testa della sua divisione.

Due ore dopo si spargeva per Messina la notizia che arrivava il dittatore. Infatti egli era alle porte della città. Tosto i Messinesi accorrono, lo circondano, staccano i cavalli dalla sua carrozza e lo conducono in trionfo fino al palazzo ove alloggiava Medici. Quivi giunto, fu costretto ad affacciarsi replicatamente al balcone per mostrarsi al popolo, che lo acclamava liberatore dell’isola. La sera, la città comparve quasi per incanto illuminata tutta, e pavesata di un infinito numero di bandiere italiane. Quella notte stessa, verso le 11, da una mano di gente furono abbattute le due statue in marmo state erette in onore dei due sovrani borboni Ferdinando I e Francesco I. Il generale Medici ed il sindaco, informati di ciò, spedirono della forza imponente per evitare che si distruggessero le altre due, di Carlo III e Ferdinando II, capilavori d’arte, le quali in seguito vennero levate di là e custodite nel museo dell’università.

Giammai Messina era apparsa sì bella.

Messina, l’antica _Zancle_, detta di poi _Messana_ (ricorriamo di bel nuovo all’albo dell’infaticabile garibaldino milanese, che a Milazzo fu a un pelo di perderlo in una colla vita), siede sullo stretto a cui diede il nome.

Ha la forma d’un paralellogrammo, e s’innalza a mo’ d’anfiteatro ai piedi dei Nettunj, sopra uno spazio di circa una lega. Vista dal mare, è vaga assai, specialmente per il contrasto tra la bianchezza de’ suoi edifizj e la tinta oscura delle foreste che popolano il dorso di que’ monti.

Messina è piazza di guerra di prima classe, il cui circuito con bastioni, è difeso dalla cittadella (nella quale s’era, come avvertimmo, rinchiuso co’ regj il generale Clary), dai forti Gonzaga e Castelluccio, e da molte batterie elevate sopra una penisoletta, che dal porto si estende in semicircolo verso l’est. Questo porto, forse il più bello del Mediterraneo, è anche profondissimo. L’ingresso però è stretto e difficile; ma i bastimenti, una volta ancorativi, sono al sicuro. Sulla penisoletta, presso la bocca del porto, si eleva il faro.

Dopo il terribile terremoto del 1783, le case di Messina vengono costruite meno alte, e le strade sono più larghe e meglio allineate. Tra le principali vie, pressochè tutte lastricate di lava, distinguonsi quella detta della Marina, divisa dal porto da una bella spiaggia, e quella di San Ferdinando, decorate ambedue da statue. Due rapide correnti, che attraversano la città per poi gettarsi nel porto, sono disciplinate in modo da prevenire le inondazioni. I migliori edifizj sono, la cattedrale, la cui architettura è di stile gotico, il palazzo reale, quello dell’arcivescovo e quello del senato.

Al solito, trovi chiese ogni dieci passi; in Messina ve ne sono oltre cinquanta, delle quali alcune bellissime e adorne di preziosi dipinti. Anche i conventi, focolaj dell’ozio e della superstizione, vi abbondano a dismisura.

Messina vanta un cospicuo numero di setificj, da cui escono rasi pregiati, damaschi, moerri ecc. Il commercio è tenuto vivo dal continuo transitarvi delle merci dal Levante alla penisola italiana, dall’esportazione dei prodotti del suolo naturali o manufatti, come stoffe seriche, vini, olio, lana, lino, frutti freschi ed essiccati, agrumi, pece, catrame, terebentina, liquirizia, tartaro, soda, sale, coralli.

La popolazione di Messina, molto più numerosa un dì, ora è di settantatremila anime.

Il garibaldino, tenero com’era di tutto che ridondasse all’onore d’Italia, annotò con compiacenza sul suo albo i nomi dei più illustri messinesi, e, fra gli antichi, quelli di Simmaco, che riportò tante corone nei giuochi olimpici, di Ibico poeta, di Lico storico e del medico Policleto; fra i moderni Moletius, professore a Padova, Antonio da Messina pittore ecc.

Beati i popoli, la cui storia nulla offre di interessante! Ma così non si può dire di Messina, tante volte percossa dalla natura e dagli uomini.

Messina venne fondata da una colonia greca, 530 anni prima della distruzione di Troja, cioè 1814 anni prima di Cristo. I Messinesi scacciati dal monte Ida dai Lacedemoni, s’imbarcarono verso la Sicilia (circa 670 anni prima dell’era cristiana) e venuti ad abitare in questa città, le mutarono il nome di Zancle (cioè falce, dalla sua forma curva) in quello di Messana. I Mamertini poscia se ne resero padroni, ma assaliti alla lor volta da Jerone e dai Cartaginesi, chiesero soccorso ai Romani, che l’accordarono; di qui la prima guerra punica.

Messina fu di poi colonia romana. Fu presa dai Saraceni (1058); indi ebbe molto a soffrire al tempo dell’imperatore Federico II. Carlo d’Angiò, re delle Due Sicilie, volendo vendicare i Francesi trucidati nel famoso Vespro, assediò Messina, che si difese eroicamente. Soccorsa da don Pietro d’Aragona, Carlo dovette ritirarsi, perdendo buona parte delle sue navi.

Nel 1674 i Messinesi, stanchi delle continue vessazioni del governo spagnolo, e specialmente per le enormità commesse dal governatore don Luigi dell’Hojo, si ribellarono; già la flotta spagnola aveva bloccato il porto e minacciava lo sterminio della città, quand’ecco giungere le navi francesi commandate da Duquesne, che battè completamente gli assedianti. Dopo, la peste, il terremoto, e i Borboni congiurarono contro l’infelice città, gareggiando a chi le facesse più male.

Quando Dio volle, Garibaldi la redense.

Cadeva la sera del 13 agosto; una di quelle sere splendide e nello stesso tempo tranquille dell’Italia meridionale; sulla placida marina scherzava una auretta confortatrice. Innumerevoli canotti e barche pescherecce staccavansi dal porto di Palermo e pigliavano il largo; alcune di queste ballonzolavano dolcemente per pochi istanti sulle onde inalzate dalle ruote di un piroscafo che, uscito dal porto di Palermo, dirigevasi a tutto vapore verso Napoli; era il _Veloce_, ribattezzato col nome di _Tukery_, e comandato dal cavaliere Lercari. A bordo v’erano varj uffiziali, fra cui il segretario di stato per la marina, cavaliere Piola, e circa trecento uomini di equipaggio.

Roberto era della comitiva. Udito che si trattava di una spedizione sul mare di nottetempo, aveva chiesto ed ottenuto di prendervi parte, senza darsi fastidio di cercare più in là: «Una volta a bordo, aveva detto fra sè, domanderò schiarimenti; intanto l’essenziale è di passare una stupenda notte sul mare.»

Roberto, sdraiatosi comodamente a prora, entro un circolo di gomene, stava contemplando ora il cielo limpidissimo, scintillante di stelle, ora la luna che tratto tratto scompariva dietro qualche errante nuvoletta; poi chinava lo sguardo sul mare fosforescente, sulla candida schiuma sollevata dall’agile chiglia, e dalle ruote. A poco a poco Roberto, rapito in estasi da quello spettacolo tanto sublime nella sua calma, sollevato sull’ali dell’immaginazione, più non si ricordava d’essere a questo mondo.

Il _Tukery_ era già in alto mare; la Sicilia era sparita agli occhi di quegli audaci naviganti; altro non vedevasi che la curva del firmamento e il mare sconfinato. Alta era la notte; tutto era silenzio:

_Nox erat_ . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . _sub nocte silenti_ _Lenibant curas, et corda oblita laborum._

Ma a trarlo da quell’estasi ed a richiamarlo dalle nuvole, gli si avvicinò un uffiziale, il quale nojato di quel viaggio (pare che in costui il senso estetico fosse piuttosto ottuso), si chiamò felicissimo di barattar quattro chiacchiere col pittore, ch’egli aveva già conosciuto a Palermo.

— Ohe! gli disse, hai trovato un letto comodissimo a quanto pare?

— Eh! non c’è male, gli rispose Roberto, in modo che voleva dire: se aspetti che ti ceda il mio posto, stai fresco!....

— Avremo ancora tre ore di viaggio, continuò l’altro sgangherando la bocca ad uno sbadiglio.

— A proposito! sclamò Roberto levandosi a sedere sul suo letto di corde ed accendendo un sigaro, mi sapresti dire dove diavolo si va?

— Che! non lo sai?

— No.

— Davvero?

— Davvero... Che vuoi! Era un pezzo che desiderava di passare una notte sul mare...

— Ne avrai passate delle altre sul mare?

— Appunto per questo! Mi piaccion tanto queste belle notti, limpide, stellate...

— Matto! io preferisco un buon letto all’albergo.

— Ognuno ha i suoi gusti!... Io credo che non ci sia al mondo voluttà maggiore di quella di starsene comodamente sdrajati e (così dicendo si stendeva di bel nuovo nel suo giacilio) contemplando il cielo, il mare, e fumando un sigaro...

— Gran cervelli balzani che siete voi altri pittori! rispose l’altro frenando a stento colla mano un altro sbadiglio.

— Che c’entra la pittura! Fa egli mo’ bisogno d’esser pittore per godere di questo fresco venticello, dopo una giornata di fuoco?

— Io invece sono già stufo, e non vedo l’ora di arrivare a Castellammare...

— Ah! si va a Castellammare dunque?

— Sicuro; s’è saputo che in quella rada sta ancorato un magnifico vascello da guerra napoletano, il _Monarca_ e allora s’è detto: andiamolo a pigliare!

— Benissimo! rispose Roberto, che trovava la cosa affatto naturale.

— Così s’è fatto; noi adesso siamo in viaggio per questo...

— Ora capisco! Se il colpo riesce, dev’essere per noi una gran bella cosa il ritornar domani a Palermo con quel bastimento. Che festa! che stizza pei borbonici!..

In quella s’udì la voce di varj ufficiali che chiamavano l’equipaggio a raccolta. Allora Roberto ebbe nozioni ed ordini più precisi sul da farsi, e quando, sciolti i _ranghi_, fece ritorno al suo letto di cordami, egli sapeva perfettamente quanto gli rimaneva a fare, arrivati che fossero nella rada di Castellammare.

Ecco in breve come l’audace impresa era stata disposta il dì prima a Palermo, dal comandante Casalta d’Arnami.

Il I picchetto, composto di 36 uomini, doveva rimanere sul _Tukery_ onde rispondere al fuoco del forte; lo comandava il luogotenente Colombo Giuseppe; il II picchetto, di 24 uomini, doveva agire sulla coperta a poppa del _Monarca_ per tagliare certi cordami ecc.; era sotto gli ordini del sottotenente Vecelio Osnaldo; III picchetto, 24 uomini, a poppa 1.ª batteria; comandanti i sottotenenti Girardi Emilio e Lignarolo; IV picchetto, 24 uomini, a poppa 2.ª batteria per guardare il corridojo; comandante Gentiluomo Enrico e sottotenente Stoppani Diodato, marina Canevaro; V picchetto, 24 uomini, a poppa in coperta di riserva; comandante Sgavallino Andrea; VI picchetto, 24 uomini, a prora in coperta; comandante Gallo Guglielmi; VII picchetto, 24 uomini, a prora, 1.ª batteria; comandante sottotenente Frediani Francesco e Vassalla; VIII picchetto, 24 uomini, a prora, 2.ª batteria; comandato dai sergenti Mertello e Palagi; IX picchetto, ed il rimanente della forza (fra cui Roberto), doveva agire sul centro del _Monarca_, come riserva, per recare soccorso ove più abbisognasse. Gli uffiziali coi loro pelottoni dovevano recarsi ai punti indicati in silenzio, velocemente, senza spari. Pena di morte a chi senza ordine cambiasse di posto.

L’impresa era più che ardita, temeraria; per cui Roberto, avvicinandosi il momento del pericolo, si sentì chiamato a pensieri più intimi ed affettuosi.

Dolevagli che Valentino non gli fosse presso; egli era partito con Bixio alla volta di Bronte, ove la plebe, sorta contro i signorotti che la tiranneggiavano, aveva commesso ogni sorta di eccessi, di inauditi eccessi, fra i quali (per citarne uno solo che tenga per tutti) quello di masticare pubblicamente le carni sanguinolenti svelte dai cadaveri[52].

Roberto avrebbe voluto anche in quella notte rinnovargli le estreme sue disposizioni... d’affetto ben inteso, ch’egli non aveva altri tesori a lasciare: Per me, diceva fra sè sospirando, poco m’importa il morire; ma la povera Dalia... Chi penserà a lei?... Eh perdio! continuava levandosi e passeggiando per distrarsi sul ponte, ci penserà la Providenza...

E riandava colla mente la lettera che da pochi giorni aveva scritta alla giovinetta; una lunga lettera, in cui le narrava tutti i dettagli della battaglia di Milazzo, e che finiva colla nuova della morte di Ernesto.

Al tocco della mezzanotte il _Tukery_, entrato cheto cheto nella rada di Castellammare, s’era accostato al _Monarca_; calate le lance, i nostri circondarono il vascello e già cominciavano a segare le catene di ferro che lo univa alle àncore, quando una sentinella di bordo, entrata in sospetto di qualche insidia, gridò all’armi. Allora i nostri, vistisi scoperti, cominciarono un vivo fuoco di moschetteria, al quale risposero tosto i borbonici dal _Monarca_. I nostri sforzavansi intanto di avvicinarsi il più che potevano al vascello napoletano per pigliarlo all’arrembaggio, ma i soldati che guardavano il vicino forte di Castellammare, accorsi alle loro batterie, cominciarono a cannoneggiare il _Tukery_, che in allora dovette staccarsi dalla tanto agognata preda e girando dietro a due vascelli, uno dei quali era inglese, l’altro francese, riguadagnare il largo. La città di Castellammare si sbigottì a quei colpi di cannone; la guardia nazionale, con alcuni gendarmi, accorse ad acquietare gli animi, e dopo qualche ora tutto ritornava in calma.

Due giorni dopo, Garibaldi, reduce dal golfo degli Aranci (tra l’isola di Caprera e il capo Figari) ove erasi recato sul _Washington_ ad acchetare gli animi insofferenti di indugio dei volontarj colà raccolti, seppe l’infelice esito della spedizione.

Quanto a Roberto, che anche questa volta era uscito illeso dal tafferuglio, si consolava della mala riuscita dell’impresa, dicendo agli amici che se ne rammaricavano: Già fa lo stesso; un dì o l’altro quel bastimento ha da esser nostro... Intanto quello che vi posso dire di sicuro, si è, che una notte come quella non la vedrò più se dovessi campare gli anni di Matusalemme.