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CAPITOLO XVI.

Lo sbarco.

.... parecchie galere ed altri legni di guerra, valendosi dell’opportunità di una notte propizia, salirono il fiume ed oltrepassate felicemente le batterie nemiche, si ripararono a salvamento alle parti superiori.

(BOTTA, _Storia della guerra dell’Indipendenza degli Stati Uniti d’America_. Libro VIII.)

La mattina del 28 luglio, il breve tratto di spiaggia che separa la torre del Faro dal mare, presentava un curioso spettacolo.

I garibaldini, che da un pezzo arrostivano (è la lor frase) su quelle arene infocate, contemplando l’opposta riva calabrese e il breve stretto che anelavano oltrepassare, in quel dì, come risorti a nuova vita, correvano gaj e snelli per la spiaggia, e si radunavano in folla intorno ad una straordinaria quantità di barche che erano arrivate in quella da Milazzo, salutate con grida di giubilo dai volontarj, che avrebbero voluto buttarsi dentro addiritura e oltrepassare lo stretto, tanto erano nojati dall’aspettare sì lungo, tanto erano infastiditi dall’afa che loro toglieva il respiro, senza che loro fosse concesso almeno il refrigerio del nuotare, che presso quelle rive vagavano numerosi i pescicani, crudeli quanto i Borboni e molto più oculati di questi.

Valentino, alla vista di quelle barche, sentivasi tornare in petto l’amor della professione; saltava da una in altra, con tanta foga da compromettere un pochino la sua dignità di sergente. Acquetato quel primo tumulto, Valentino, lasciate le barche e sedutosi sulla riva, stava pensando tra sè come diavolo s’era potuto trovare, così improvvisamente, tante barche; da dove venivano? chi le conduceva? a che erano destinate? A passar lo stretto; va bene; ma quando?

In quella, ecco arrivare alcuni uffiziali (i più, dello stato maggiore), e fra questi anche Roberto, la cui bella condotta alla barricata durante la battaglia di Milazzo, gli aveva fruttato il grado di capitano.

Valentino, da quel giovine discreto che era, si avvicinò pian piano a quel gruppo di uffiziali che s’era arrestato dinanzi alle barche; poi appressatosi a Roberto, lo tirò per l’abito:

— Oh! sei tu, Valentino! esclamò il pittore volgendosi e stringendo affettuosamente la mano all’amico. Non ci siam veduti da un pezzo!

— Che vuoi! gli rispose Valentino; m’hanno inchiodato qui, in questo maledetto sito... Uf! non vedo l’ora d’andarmene!... Che vita che si fa quì! Figurati! si sta quì tutto il giorno a cuocere a bagnomaria sulla sabbia, cercando un po’ d’ombra dietro i muri come le lucertole, tanto da metter al coperto la testa dal sole... La notte, tira una brezza che ti fa battere i denti... Nell’aqua non si può andare in causa di quei diavoli di pescicani... Ah Roberto! ne ho veduto uno jeri... Crederesti! benchè fosse morto e disteso sulla sabbia, mi faceva paura... Altro che i lucci del nostro lago! Misericordia! che bocca, che denti...; sei fila di denti!... Se ti acchiappa una gamba, te la spicca via netta... Al solo pensarvi mi vien la pelle d’oca!... Poi c’è un altro.... So io cos’è! lo dicono un pesce, ma, io che di pesci credo di intendermene, ti assicuro che non lo è affatto.... Figurati! è come un lenzuolo color rosa, sta nell’aqua, ha cento occhi, dicono, e cento bocche, ti si appiccica alla pelle come vischio, e ti tira giù giù fino in fondo... e buona notte!... Gli danno un nome a questo mostro... un nome che so io!... Aspetta... politico,... no!... polizia,... nemmeno!

— Polipo! disse Roberto ridendo.

— Giusto così! polipo... Ah tu ridi?... Va là che se ti sentissi tirar in fondo al mare da questo mostro, non rideresti, no! Ma lasciamo stare i pesci; di’ un po’ Roberto, da che sito vengono tutte queste barche?

— Dal porto di Milazzo.

— Passeremo di là dunque?

— Lo spero; le barche son qui per questo.

— Mi pajono poche.

— Poche? ma se sono centosettanta!

— Capisco! ma per trasportarci tutti, ci vuol altro!

— E tu credi dunque che si andrà di là tutti in una volta?

— E perchè no?

— Non ci mancherebbe altro! Un pajo di vapori napoletani che ci passasser sopra, siamo tutti in bocca ai pescicani.

— No, per l’amor di Dio! non dirlo nemmeno per ischerzo. E quei marinai là, chi sono?

— Sono i marinaj del _Tukery._

— E cosa fanno qui?

— Hanno con loro i cannoni del _Tukery_, che ora sta disarmato nel porto di Milazzo; domani si pianterà là, sotto il Faro, presso la riva del mare, due batterie che ci proteggeranno, nel caso che venisse il ticchio a qualche vapore napoletano di dar la caccia alle nostre barche.

— Ho paura che con tutte quelle barche abbia a nascere confusione.

— Perchè? non sai che tutto è già disposto, ordinato dal generale?

— Ma che ha a che fare....

— Ti spiego subito come va la faccenda. Chi comanda tutte queste barche è Salvatore Castiglia...

— Ma se n’intende poi?

— Diavolo! vuoi tu che Garibaldi abbia ad affidare il comando della sua flottiglia...

— Flottiglia?....

— Sì, flottiglia; quando si tratta di tante piccole barche si dice così.

— Ho capito; va innanzi.

— Castiglia dunque, oltre all’essere buon patriota (era in esiglio fin dal quarantanove) è un eccellente marinajo. Egli, pratico com’è, ha divisa la flottiglia in quattro divisioni, e io, che ho un gusto matto per le cose di mare, mi sono informato di tutto, e so già chi le comanda queste divisioni, e di che si compone la loro forza. La prima divisione è di cinquanta barche, le altre tre di quaranta; ogni divisione poi è suddivisa in cinque squadriglie, e ogni squadriglia è di cinque barche, in ognuna delle quali c’è un timoniere e sei marinaj. Vuoi sapere anche chi comanda le quattro divisioni?

— Dì su.

— Ecco; la prima è comandata dal capitano Rossi, la seconda da Sandri, la terza da Marini e l’ultima da un volontario francese, uomo di mare, certo La Flotte. Capo di stato maggiore poi è un tal Tilling.

— Ho capito, ho capito.... Guarda, se lo avessi saputo!... Di’, Roberto, non potresti tu farmi entrare nell’equipaggio della flottiglia? Per dio! sono nato in barca!

— Si tratta solo di un pajo d’ore, poi dovresti buttare il remo per pigliare di nuovo lo schioppo, dunque mi pare inutile...

— Hai ragione, Roberto; non ci aveva pensato... Ma tornando al discorso di prima, e se, come dicevi benissimo, i vapori napoletani ci vengono addosso a mezza strada?

— Si è pensato anche a questo; si sono armate cinque grosse barche, ciascuna delle quali è munita di un cannone da quattro; queste barche le comanda un vecchio lupo di mare; guardalo là!

— Chi? quel vecchio?

— Proprio lui, Bartolomeo Loreto.

Poco dopo i due amici si separarono; Roberto ritornò a Messina, e Valentino alla torre del Faro. Là per ripararsi dal sole, si accoccolò di bel nuovo dietro un pezzo di muro in rovina, aspettando il tanto sospirato segnale della partenza, chè egli credeva di passar di là quel giorno istesso.

Ma invece i garibaldini, sempre cogli occhi fissi sul breve tratto di mare che li divideva dalla terraferma, passarono al Faro tutto il luglio, ed i primi d’agosto.

Quando Dio volle, il generale Garibaldi, chiamato a sè il Castiglia, gli impose stesse pronto la notte dell’8 agosto con una flottiglia di venticinque barche. In queste si imbarcarono trecento militi della brigata Sacchi, e comandati da Missori; seppero deludere la vigilanza degli incrociatori borbonici, sicchè prima che spuntasse l’alba, erano tutti sbarcati sulla spiaggia calabrese, in un luogo detto la Fiumaretta.

Missori si inerpicò tosto col suo drappello sul sentiero che conduce ad Aspromonte, luogo naturalmente forte e dove i volontarj calabresi dovevano congiungersi coi nostri.

Tre giorni dopo, Garibaldi ordinò un imbarco di altri seicento militi, parimenti della brigata Sacchi, ma non ebbe buon esito. I borbonici stavano all’erta in causa dell’antecedente sbarco, e tempestarono di palle la flottiglia, numerosa di cinquanta barche, sicchè Castiglia, fulminato anche dai cannoni del forte d’Alta Fiumara, dovette retrocedere.

Quando Garibaldi ebbe di questo modo richiamata tutta l’attenzione de’ regj su quel punto di litorale, partì per Taormina, ove bivaccava la divisione Bixio, e di là ordinò altre spedizioni più verso il sud della Calabria.

Noi, raggranellando le relazioni dei diversi imbarchi, relazioni che i nostri amici Roberto, Federico e Valentino si fecero da poi l’un l’altro, quando tutta l’armata garibaldina ebbe passato lo stretto, daremo un breve cenno di tutte.

La seconda spedizione salpava da Taormina il 18 agosto, circa alle dieci di sera. Il mare era tranquillo, nè si vedevano incrociatori. I garibaldini imbarcaronsi su due piroscafi il _Franklin_, e il _Torino_. Sul primo stava Garibaldi che aveva preso il comando della spedizione. Dopo d’aver navigato felicemente tutta la notte, all’alba giunsero al capo Pellaro, e subito dopo entravano nel porto di Melito. Su questa spiaggia, il _Torino_, spinto a tutto vapore, arenò con tanto impeto, che rimase mezzo incassato nella sabbia.

Garibaldi, quando tutti quelli che erano a bordo del _Franklin_ furono sbarcati, scese anche lui a terra ed ordinò che il _Franklin_ si portasse tosto ad ajutare il _Torino_, e a cavarlo d’impaccio. Per ben sei ore la ciurma del _Franklin_ lavorò per disimpacciare il _Torino_, ma inutilmente: si dovette quindi abbandonarlo. Il _Franklin_ tornò a Messina il giorno dopo; cammin facendo venne inseguito e raggiunto dal _Fulminante_ e dall’_Ettore Fieramosca_, vapori regj, ma giunti all’altezza dello stretto, girarono di prora e sparirono.

Cosenz avuta notizia dello sbarco di Garibaldi a Melito, si accinse tosto a passare anche lui lo stretto colla sua divisione, in modo di costringere le truppe borboniche ad una diversione, sbarcando alla sinistra di Reggio; così i regj sarebbero rimasti chiusi tra lui e Garibaldi.

Nella notte del 20 al 21 agosto, Castiglia e Cosenz concertarono tutto, ed alle 2 del mattino, le cose vennero disposte in modo che l’operazione riuscisse non avvertita dai regj. Quindi, in ogni barca vennero imbarcati quattordici uomini delle truppe destinate a quella spedizione. Erano vari reggimenti della divisione Cosenz, i carabinieri genovesi e la compagnia degli esteri. Montati che furono nelle barche, alle 3 fu dato l’ordine di salpare. Per punto di riunione fu fissato la parte verso ovest di torre del Faro. Quivi vennero disposte le quattro divisioni, la prima in cinque linee, le altre in quattro ciascuna di due squadriglie; in testa della colonna stavano le cinque barche cannoniere.

Alle 4 e mezzo, le divisioni si trovavano pronte a salpare. Da un canotto fu fatto esplorare il canale, e riconosciutolo libero di legni nemici, fu dato il segno della partenza, ed ordinato alle tre ultime divisioni, essendo il mare in perfetta calma, di seguire co’ remi il movimento della prima, l’una dopo l’altra. La flottiglia dirigendosi verso Favazzina, avrebbe dovuto navigare verso il nord, ma il forte Scilla, posto all’imboccatura del Faro, l’avrebbe danneggiata, e quindi fu diretta per nord-ovest affinchè facendo un semicerchio, si trovasse sempre fuori di tiro. Il tutto riuscì felicemente; il forte Scilla tirò molte cannonate, ma la flottiglia, fuori di pericolo, potè continuare il suo cammino in buon ordine. Varcato il punto in cui si potevano temere le cannonate del forte, la flottiglia piegò a destra, e si diresse verso il nord. Giunta a mille metri circa dalla spiaggia di Favazzina, fatto allentare un poco il vogare, venne dato ordine alle cinque barche cannoniere di avanzarsi, e di inclinare, tre di esse, a sinistra, e le altre due a destra lasciando in mezzo tanto spazio bastevole perchè la flottiglia potesse eseguire lo sbarco con tutta facilità, e nel caso, con l’incrociare i fuochi, spazzar via le truppe nemiche dal luogo fissato per lo sbarco.

All’allarme dato precedentemente dal forte Scilla, i regj che trovavansi in Bagnara, si erano avanzati verso Favazzina per la strada militare; allora le tre cannoniere di sinistra aprirono il fuoco sopra di essi, sicchè i regj furono costretti a retrocedere. Sicuro allora che la spiaggia era libera da nemici, il comandante Castiglia ordinò alla flottiglia di avanzarsi e poco dopo la prima divisione cominciò lo sbarco delle truppe.

Il primo a metter piede a terra fu Andrea Rossi comandante la prima divisione. Egli, ajutato da alcuni marinari, corse immediatamente a tagliare il filo elettrico. Dopo la compagnia degli stranieri, sbarcarono i carabinieri genovesi, sotto il comando del bravo Mosto; essi salendo sulle colline soprastanti alla strada militare, aprirono con le loro carabine di grande portata, il fuoco sulle truppe regie, e così le costrinsero sempre più a indietreggiare. Già le prime divisioni avevano sbarcate le loro truppe, e la quarta stava per mettere a terra le sue, quando s’incominciò a sentire tuonare i cannoni delle batterie di torre di Faro. Ciò diede indizio che i legni a vapore nemici, chiamati dal cannoneggiamento del forte Scilla, forzavano il passaggio del Faro per venire sopra la flottiglia. Ed in fatti, le quattro divisioni avevano già preso il largo, quando vennero vedute quattro fregate a vapore nemiche. Nulladimeno, le cinque barche cannoniere continuavano senza interruzione il loro fuoco, per dare agio al generale Cosenz e alle sue truppe di allontanarsi da quella spiaggia. Il comandante Castiglia, dopo avere assistito allo sbarco dei volontarj, s’imbarcò insieme ai due uffiziali di marina Capezzi e Bottoni, ma la mancanza assoluta di vento, tale da non potersi adoperare le vele, faceva sì che la flottiglia venisse sopraggiunta nella sua ritirata dalle fregate nemiche, le quali, dopo avere tirato qualche colpo di cannone a mitraglia e di fucile sulle barche, ne prendevano circa trenta facendone prigionieri gli equipaggi insieme ad undici uffiziali, tra i quali Tilling, che in quel dì comandava la terza divisione.

Dopo qualche ora, i marinarj fatti prigionieri venivano dai nemici rinviati su tre sole delle nostre barche, colando a fondo le altre. Alcuni dei marinarj rilasciati erano stati feriti, un timoniere ucciso. Gli undici uffiziali e dieci soli marinarj ritenuti quali prigionieri di guerra, venivano trasportati dai regj nella cittadella di Messina.

Intanto le cinque barche cannoniere, cessato il fuoco, non potevano più pigliare il largo senza rischio d’essere anch’esse predate, quindi le due di destra venivano tirate a secco, e le tre di sinistra, costeggiando la sponda calabrese, riparavano verso Palmi. I cannoni delle prime e gli attrezzi furono sepolti nella spiaggia, e più tardi ricuperati; ma i loro scafi si perdettero, perchè una delle fregate nemiche, accostatasi al luogo ove era seguito lo sbarco, mandava le sue lancie armate a terra e faceva bruciare le barche.

Il comandante Castiglia riusciva a riparare a Raisicolmo, ove riuniva molte barche della flottiglia già messe in pieno disordine per l’accaduto.

Lo sbarco della divisione Türr avvenne il 24 agosto. Riproduciamo un brano dell’opera di Massimo Du-Camp[53] nel quale appunto narra l’esito di quella spedizione.

«Un ordine di Garibaldi, ci ingiungeva di tenerci pronti a passare in Calabria. Io l’accolsi con gioja; perchè il soggiorno di Messina incominciava a nojarmi. Feci con tutta la possibile lestezza i miei apparecchi; cavalli e ordinanze mandai al Faro, onde si provedesse al sollecito loro imbarco; e fatta qualche visita di convenienza, stetti pronto ai cenni del generale.

La divisione del generale Türr aveva già varcato lo stretto, ad eccezione della brigata Eber, che col suo stato maggiore attendeva al Faro i battelli a vapore, onde guadagnare le rive calabresi. Due uffiziali dovevano partire soli col generale Türr, la cui affranta e debole salute, sì gravemente compromessa dalle prime fatiche della campagna, era per gli amici suoi argomento di serie inquietudini. Da tre giorni egli non aveva potuto abbandonare il letto; in preda ad una febbre ardentissima, affievolito e spossato da lievi sbocchi di sangue, che la scienza indarno tentava diminuire, Türr, sollevando il povero suo corpo infermo, dava ordini, vegliava su tutti i servizj, dettava lettere, e ricadeva vinto dalla fatica, per riaversi tosto; e quando noi con una insistenza a cui dà diritto l’amicizia, gli dicevamo: «Ma, generale! non partite sì tosto».

— «Noi ci imbarcheremo oggi a quattr’ore» rispondeva. Non mai più gagliarda energia di questa, animò sì debole corpo, ed io m’ebbi campo a convincermi, vivendo con lui, che nessun dolore, nessun patimento può in quell’anima di bronzo.

Fin dal 1848, il generale Türr consacrò la sua vita ai combattimenti per la libertà delle nazioni. All’epoca della guerra di Crimea, era stato incaricato di non so qual missione sulle rive del Danubio per conto dell’Inghilterra, al servizio della quale era entrato in qualità di colonnello. È noto come l’Austria lo facesse arrestare, e porre in carcere, reclamandolo siccome antico uffiziale disertore dell’esercito imperiale. Ma l’Inghilterra su certe cose non ama scherzare, e fece sì che Türr fosse rilasciato. Dotato di una penetrazione di spirito a tutta prova, e sempre anelante alla liberazione del suo paese, egli non potevasi ingannare sugli indizj forieri della guerra del 1859.

Türr accorse in Italia, e fece con Garibaldi la campagna di Como e Varese. In un combattimento presso Brescia, cadde colpito da una palla austriaca. Una ferita al braccio sinistro lo tenne settimane e mesi immobile in un letto. Oggi l’inerte suo braccio pende senza forza lungo il corpo, e della mano affievolita a stento può servirsi. A Marsala, Türr sbarcò il primo; era a Calatafimi; era a Palermo ove fu ferito; sempre presso Garibaldi; con lui sempre vegliando quando gli altri dormivano, studiando le posizioni, preparando le prossime pugne; egli era a tutti d’esempio.

Dopo la capitolazione di Palermo, avviandosi nell’interno del paese, moveva verso Catania; ma la salute sua non poteva lottare contro l’ardente clima della Sicilia, letale nel luglio, e ad onta dei suoi sforzi e della abituale sua energia, cadde gravemente ammalato. Garibaldi turbossene, e comprese che il giovane soldato, che offriva con tanta annegazione la sua vita, avrebbe avuto più tardi imperiosi doveri a compiere verso l’Ungheria; per cui lo costrinse a prendersi un mese di permesso, onde ristabilirsi e sotto clima più mite. Il generale Türr recossi alle aque d’Aix, in Savoja, da dove ai primi d’agosto riprendeva le mosse per la Sicilia, riassumendovi il comando della sua divisione.

Türr ordinò che si passasse lo stretto; ci mettemmo quindi in una lancia. Türr si stese su d’un materasso, nel fondo di essa, col tremito della febbre, e la debole sua mano tentava proteggere gli occhi dalla luce vivissima del sole siculo. Prendemmo posto sulle panchette, difese da una povera tenda, e dieci barcajoli diedero mano ai remi, mentre dalla riva altri ci mandavano il loro addio.

Arrivammo al Faro, ove Türr doveva sostare alcuni minuti onde dare, e rinnovare ordini. Il sole erasi già nascosto e il crepuscolo disegnavasi nel cielo allorchè vi giungemmo. La notte era vicina, e si accendevano i fuochi sulla riva fra tumulti, e clamori d’ogni sorta; le barche spinte dalla corrente sì urtavano; tre _steamers_ sprigionavano il vapore, mandando sibili acuti; uffiziali e soldati movevano in cerca di qualche cantina, ove potessero bagnare le labbra con un bicchier d’aqua di sambuco. I cavalli, che eran tratti sulla sabbia onde imbarcarli, atterriti, nitrivano, si impennavano, mordevansi fra loro; i tamburi battevano l’appello, le trombe davano il segno della raccolta, i capitani gridavano a tutta gola cercando di raccogliere i loro militi; luogotenenti, forieri, sergenti, caporali, facevano lo stesso; quelli che non parlavano, gridavano; quelli che non gridavano, cantavano; tutti bestemmiavano. Fatto il da farsi, ci allontanammo tosto da quella Babele, e movemmo verso la Calabria. I nostri rematori erano stanchi; il vento soffiava contro di noi, ed essi agitavano senza energia i pesanti loro remi. Talvolta il generale aveva per loro parole di incoraggiamento: «Animo, figliuoli, voghiamo!» E i marinaj a fargli eco e a farsi cuore fra loro col dare qualche vigoroso colpo di remo; ma tosto dopo ricadevano nella loro neghittosità.

Noi eravamo immobili e silenziosi, avvolti nei nostri mantelli, ed impazienti della lentezza dei marinaj, accorgendoci che l’uomo che accompagnavamo soffriva, e sospirava un letto coll’impazienza nervosa di chi è tormentato dal male. — D’un tratto l’uno di noi esclama: — Veh! veh! una fregata napoletana che ci dà la caccia.» Lo scherzo ebbe un successo prodigioso; i marinaj raddoppiarono i loro sforzi, e con degli _han!_ profondi, spinsero i loro remi ben addentro i fiotti; curvi e anelanti, non osavan volgere lo sguardo indietro, ed imprimevano alla barca una velocità straordinaria. Un marinajo si fe’ coraggio, e chiese:

— Vedete voi ancora la fregata?

— Ella guadagna ancora su noi; animo! remate presto....

Ci avvicinammo finalmente alla riva, e l’afferrammo con tale impeto, che la barca, lanciandosi sulla sabbia, ebbe la parte anteriore quasi completamente fuori dell’aqua.

— Ma dov’è dunque la fregata?

— Ella avrà al certo avuto paura di voi, miei bravi, ed avrà preso il largo....

I marinaj compresero lo scherzo, che loro non garbò assai...; ma noi intanto eravamo giunti a riva.

Trenta case, una piccola chiesa ed alcuni giardini, formano il borgo di Canitello, situato tra la punta del Pizzo e Scilla. Alcuni uffiziali ci attendevano, e dietro la loro guida ci recammo al presbiterio, ove era stato preparato l’alloggio pel generale Türr, e per il suo stato maggiore.

Lo sgomento era in quella casa; sarebbesi detto che vi fosse arrivato il diavolo. Il curato, e un suo fratello, che era sindaco, tremavano, balbettavano, si inchinavano, e ci chiamavano tutti, da Türr all’ultimo palafreniere: «Sua eccellenza monsignor generale in capo». I poveretti facevan pietà; lividi per la paura, essi ci precedevano, e cogli abiti a lembi, volevano mostrarci come, ridotti ad estrema miseria, noi avremmo fatto un cattivo affare spogliandoli. Eravamo considerati quali banditi della peggior specie. Il curato, vecchio orribile, dal volto angoloso e a rughe, affettava un sorriso forzato, che ne scomponeva i lineamenti; egli aveva una voce stridula, che il terrore rendeva ancor più disgustosa; uno dei nostri uffiziali, udendone l’aspro suono, esclamò: «La è una voce più che di testa, di cappello!» Tutti ci mettemmo a ridere, il curato compreso; ma questo sforzo sorpassava il suo coraggio; cadde sulla sedia, e s’asciugò la fronte grondante di sudore.

Suo fratello il sindaco, uomo ben tarchiato e robusto, alzava le spalle, giungeva le mani, e a tutto quanto gli domandavamo, ripeteva: — «Che la signoria vostra ci perdoni! ma noi siamo povera gente!...»

Il cuore ci veniva meno a quello spettacolo! Sotto quale terribile oppressione questa gente deve aver vissuto per essere ridotta a tale stato! Le persone di servizio, ritte, immobili, impastate quasi sul muro, facevano tanto d’occhi; quando si bussava alla porta, non osavano discendere per aprire, e noi eravamo obbligati ad accompagnarli, affine di rassicurarli. — Frattanto nelle altre case del villaggio, si cantava a piena gola, o si gridava: Viva Garibaldi!

I nostri cavalli erano giunti, e dai battelli a vapore partiti dal Faro, sbarcavano incessantemente nuove truppe; tutti gli uffiziali dello stato maggiore arrivarono. Ad ogni nuova figura che entrava nella casa, i nostri ospiti eran presi da spavento; e alla voce del curato montava di tre di quattro tuoni, e ancora più. Verso le undici della sera ci venne offerto da cena. Accettammo; e udimmo tosto il rantolo d’un gallo, che veniva sgozzato secondo le nostre intenzioni. Un’ora dopo eravamo serviti. Prendemmo posto in giro alla tavola, allestita con piatti di terra da pipa, per la maggior parte rotti, e con posate di ferro. Il curato ed il sindaco, simultaneamente ci spiegarono come avesser mandata la loro argenteria a Napoli, affinchè la si foggiasse secondo la moda. Per un caso che essi deploravano, non avevano a disposizione delle nostre signorie che indegni coperti, di cui però le nostre eccellenze avrebbero avuto la bontà di accontentarsi. Noi non rispondemmo, perchè poco ci importava che le posate fossero di questo o di quel metallo; ma uno dei nostri, traendosi di dosso, una cintura che conteneva seimila franchi in oro, la consegnò al curato, dicendogli: — «Fatemi il favore di conservarmela sino a domattina, perchè ora la mi dà fastidio.» Il curato si fece rosso scarlatto; s’assise costernato, e comprendendo vagamente che gli veniva data una lezione, non sapeva più come contenersi.

Allora il colonnello Spangaro, adattando il discorso a cotesti cervellacci, spiegò loro lo scopo della nostra missione».