CAPITOLO XI.
Palermo.
L’undici maggio, a Marsala, sbarcano 800 uomini. Ventisette giorni dopo, il 7 giugno, a Palermo, 18,000 uomini sbaragliati s’imbarcano. Gli 800 sono il diritto, i 18,000, sono la forza.
V. HUGO.
(_Discorso tenuto nel_ meeting _di_ Yersey).
Tre giorni dopo Sua Eccellenza il generale Garibaldi, dittatore della Sicilia in nome di S. M. Vittorio Emmanuele, dall’alto del palazzo reale di Palermo, riceveva l’umile preghiera del generale Lanza, colla quale chiedeva l’onore di una conferenza a bordo dell’_Hannibal_, nave dell’ammiraglio inglese. Il filibustiere aveva mutato titolo.
Palermo presentava uno spettacolo lieto e luttuoso ad un tempo. Tripudiavano i cittadini per l’avuta libertà; ma tripudiavano tra le rovine della loro città bombardata[31]. Giammai il contrasto tra la letizia e la desolazione fu sì vivo. Come la gioja ed il riso valseggianti del poeta alemanno, ti si presentava alternativamente, ora un volto roseo e gajo, ora un volto pallido e lagrimoso.
Dall’alto del castello grandinavano spesse le bombe; dal mare, i legni napoletani lanciavano continue bordate a mitraglia entro le principali vie di Palermo. Molte case della parte bassa della città caddero in rovina; rimasero uccisi o mutilati gran numero di donne e di bambini; molti perirono sepolti sotto i rottami; ovunque scoppiarono incendi, ovunque vi ebbero morti e feriti. Così il generale Lanza, palermitano, bombardava ferocemente la sua patria, e si preparava, tra le maledizioni di un popolo, un posto nella storia delle infamie umane, e l’odio di quello stesso governo a cui serviva[32].
I volontarj, festeggiati, ospitati, accarezzati, ricevevano dai redenti Palermitani il premio delle loro fatiche, de’ loro eroici sacrifizj. Garibaldi, circondato a tutte l’ore dalla folla, visitava i posti, passeggiava la città seguito solo da qualche uffiziale. Ovunque era acclamato, benedetto. Certamente quei giorni furono fra i più belli della sua vita avventurosa.
Calmato quel primo entusiasmo, cominciò in Palermo la caccia dei _Sorci_ (così il popolo palermitano chiama gli sgherri della polizia borbonica). Avvennero scene di sangue, orribili rappresaglie, condannabili al certo, ma che sono pur troppo la necessaria conseguenza di una non mai interrotta sequela di soprusi, di prepotenze, di torture efferrate, con cui i barboni di Napoli cruciarono i Siciliani, con una calcolata freddezza, con crudeltà sì fina, da pareggiare la santa Inquisizione; il che è tutto dire!
I Garibaldini, impiegarono tutta la loro influenza per reprimere quelle rappresaglie; e più d’una volta, gettatisi fra le coltella sguainate del popolo, che urlando precipitava su qualche _sorcio_ scovato nei sotterranei (in cui celavansi i poliziotti lividi per la paura), strapparono di là a forza il malcapitato sgherro, salvando chi, se la sorte ci fosse stata avversa, avrebbe esperimentato sui nostri, caduti nelle sue mani, la _cuffia del silenzio_, o lo _speculum ani_.
Il mattino del 30 maggio, Valentino, attraversata Palermo, moveva di buon passo verso la strada che conduce alla Piana, allo scopo di incontrarvi Roberto, il quale doveva recarsi a Palermo in quel giorno, anzi in quella stessa mattina, latore di un dispaccio pel generale.
Valentino, in quei tre giorni, aveva impiegate le ore di libertà nel visitare la città. Ignorante com’era, sentiva però istintivamente il bello; certamente egli non si fermava a discutere sull’architettura moresca di qualche edifizio, nè sull’antichità di un altro; contemplava però a bocca aperta quanto gli si parava dinanzi di grandioso, di nuovo, di strano come diceva lui. Epperò aveva seguito, senza sbadigliare, un instancabile garibaldino, côlto e d’ottima famiglia milanese, il quale andava pazzo per le anticaglie ed in ispecie pei monumenti architettonici che arieggiano lo stile arabico ed il normanno.
Poco importava a Valentino il sapere che Palermo anticamente chiamavasi _Panormus_, e che quel mare fosse il ceruleo Tirreno. Però godeva vedendo le vaste piazze della città le innumerevoli fontane, paragonando per ciò la capitale della Sicilia alla nostra Brescia (da lui visitata l’anno prima, appunto con Garibaldi); spaziava lo sguardo per le ampie vie del Cassaro, di Toledo, di Maqueda, che trovava molto superiori a quelle di Sesto Calende.
Ma il suo compagno garibaldino soleva invece arrestarsi ad ogni tratto, esaminando con scrupolosa attenzione ogni angolo della città, e tenendo nota di tutto in un suo albo, mischiando la politica, coll’architettura, col culto, coi costumi ecc. ecc. Così, per esempio, scrisse nel suo albo, che gli era piaciuta moltissimo la gran piazza ottagona, ornata di begli edifizj di stile dorico, jonico e corinzio, decorata di molte statue, barocche le più, e che ha nel mezzo una fontana, giustamente celebre per la sua grandezza e per gli ornamenti architettonici.
Quella piazza chiamavasi un tempo _Piazza del sole_, e adesso, de’ _Quattro cantonieri_, da che la città fu divisa in quattro quartieri, cioè delle sante, Cristina, Ninfa, Oliva ed Agata, giacchè in Sicilia i santi c’entrano dapertutto. Più ancora della piazza, gli piacque la _Marina_, che è il passeggio più frequentato (è un argine che costeggia la baja e che è largo 80 passi) e la _Flora_, delizioso giardino pubblico, ornato di statue, di fontane, di chioschi. È il luogo in cui, la sera, si riuniscono i Palermitani a godervi la frescura e il profumo dei fiori, proveniente dal vicino orto botanico, il cui ingresso ha la forma di un aulico tempio. Il palazzo reale sorge in una bellissima situazione; è circondato da graziosi giardini. Vi rimarcò la famosa cappella di Ruggiero, curioso monumento, il cui interno produsse nel garibaldino antiquario un’impressione di stupore commista ad un non so che di misterioso. Non potè visitare tutte le chiese ed i conventi; ci voleva un anno, tanto sono numerosi; vi basti dire che quest’ultimi sono nientemeno che novanta, quaranta pei maschi, e cinquanta per le femmine! Quanto ai prodotti del suolo, dice che sono copiosissimi; seta, vino, olio, aranci, cedri, pistacchi, mandorle, frutta secche, tonno e altro, pesce moltissimo, poi cordami, ambra gialla, manna, coralli, sale, seme di lino, canape ecc. ecc.
La popolazione di Palermo è, a un dipresso, pari in numero a quella di Milano; ma al vedere il va e vieni continuo per le vie, l’ingombramento, l’incontrarsi delle carrozze da nolo (meschine assai), dei passeggeri d’ogni condizione, d’ogni età e sesso, si crede in sulle prime che la popolazione sia molto più numerosa, e l’industria, il commercio più considerevoli; ma poi si scorge che questa attività proviene in parte dall’ozio della maggioranza del popolo, e dalla necessità di andare a cercar mezzi di sussistenza nelle case di carità, e nei conventi, ove si fanno giornaliere distribuzioni; quindi, allato del lusso sfoggiato da pochi, si vedono migliaja di mendicanti, alcuni dei quali di schifoso aspetto. Nella state il calore vi è sì intenso, che si chiudono le case e le botteghe prima del mezzodì, per riaprirle verso le cinque della sera; in quest’intervallo tutto è silenzio e quiete, e il viaggiatore che, sfidando il sollione, visitasse Palermo in quelle ore, crederebbe di camminare nelle spopolate vie di Ercolano o di Pompei. Ma al vespro, gli affari e i piaceri (che ne sono la causa) riprendono il loro corso e si prolungano fino a notte inoltrata[33].
Ma è tempo di ritornare a Valentino che, camminando veloce, era già un pajo di miglia fuori di Palermo. Dopo un altro tratto di strada, ad uno svolto, vide venirgli incontro una carrozza di una forma tanto antica che pareva un confessionale, tirata da uno slombato ronzino, che trottellerava però di buona voglia, sapendo di esser vicino alla città. Nella carrozza scorgevasi un uniforme rosso.
— Dovrebb’esser lui! sclamò Valentino, e sedendosi sul margine della strada attese la carrozza.
Infatti era Roberto.
— Ohe! gridò Valentino affacciandosi allo sportello.
— Oh! sei tu Valentino! sclamò Roberto, e tesa la destra all’amico che gli correva al fianco, tirò per l’abito il suo Automedonte, il quale piegando all’indietro tirò anche lui di conseguenza le redini e fermò il cavallo.
— Oh! quanto m’è caro di vederti!
— E io?... ti sono venuto incontro, tant’era la smania di sapere cos’era avvenuto di te.
— Mille grazie il mio buon Valentino!... Aspetta che scendo... Questa maledetta carrozza mi ha tutto sconquassato... Palermo è lontano?
— Due miglia, non più.
— Bene, facciamole a piedi insieme.
— Volontieri.
Roberto, pagò il vetturale, si cinse la spada, trasse dal legno la sua borsa da viaggio, e pigliato il braccio dell’amico s’avviò seco lui di buon passo alla volta della città.
— Dì, Garibaldi è a Palermo?
— Sì.
— Tanto meglio... ho una lettera per lui...
— Ti fermi a Palermo?
— Spero di sì... a meno che il generale non mi rimandi colla risposta.
— Ah! che ne dici della nostra entrata in Palermo? disse Valentino fermandosi, e ponendosi le mani dietro la schiena.
— Una meraviglia, mio caro, una meraviglia!... Non vedeva l’ora d’esser teco per sapere per filo e per segno come fu la cosa...
— Chi sa cos’avrete detto voi altri al sentire questa bella notizia...
— La fu una Providenza, mio caro! una vera Providenza!... Senza questa bella notizia che sospese le mosse dei borbonici che ci attorniavano, forse a quest’ora.... io non era qui a chiacchierare con te.
— Diavolo!
— Ma, certo! Che volevi che facessimo noi, un pugno di gente, contro di loro che erano a migliaja? Sì, ci siamo barricati bell’e bene... avremmo fatto un fuoco d’inferno, ci saremmo difesi fino all’estremo; ma poi, come continuare senza rinforzi, senza munizioni, e quel che è peggio, senza notizie di Garibaldi?... Intanto la è andata bene; i borbonici sono là sbalorditi, senza notizie, senza comunicazioni col loro generale in capo...
— Ora sono fritti, te lo dico io! A Palermo vedi... Ecco la città! guarda quanti campanili, guarda il castello... È in mano nostra, vedi!
— Raccontami, Valentino, raccontami come avete fatto ad entrare in Palermo. Brucio di voglia di saperlo.
— Ecco qua. La sera del 26, a Misilmeri, io dormiva pacificamente, quando mi sento tirare una gamba. Apro gli occhi, e vedo il mio capitano che con altri uffiziali e sott’uffiziali andavano svegliando senza far rumore i nostri sdrajati qua e là sulla collina. In un attimo fummo in piedi e in rango, sotto le armi. Mezz’ora dopo tutti, tutti ve’! marciavamo sui monti. Potevano essere le dieci di sera.
— Chi marciava innanzi gli altri?
— Ecco com’eravamo disposti; te lo posso dire di preciso, perchè mi sono passati sotto gli occhi tutti, prima ch’io potessi trovare la mia compagnia.
— Era notte fitta eh!
— C’era la luna... (Pare che in Sicilia non ci sia notte senza luna), ma capisci! non si può veder da lontano come di giorno...
— Dunque?
— Dunque, ecco con che ordine si marciava.
L’avanguardia era formata dalle Guide e da un corpo formato di militi levati dai Cacciatori delle Alpi, tre per compagnia, ed era comandata dal maggiore Tückeri, quell’uffiziale ungherese che sai[34].
— Vedo, vedo!... e poi?
— Poi veniva La Masa coi _picciotti_. Dopo i _picciotti_ c’erano i bersaglieri genovesi; e finalmente due battaglioni di Cacciatori delle Alpi, ed io con loro.
— E avete camminato...
— Senti, Roberto! rispose Valentino ponendosi una mano sul petto; ne ho vedute, ne ho fatte delle strade in vita mia... Non è la prima volta che fo il soldato sotto Garibaldi...; ma ti assicuro che strade così scellerate... così inique... Ti ricordi quella strada che abbiam fatta assieme per arrivare a Parco?... Era cattiva vero?... Ebbene fa conto che la sia il Sempione in confronto di quella che ti dico...
— Capisco, capisco!...
— Ma no, chè se uno non le ha fatte quelle strade non può capire come le sieno! Perchè, vedi, io ho detto strade, tanto per spiegarmi; ma non le sono strade, ma piuttosto screpolature del monte, tracce di ruscelli passati per l’erba dopo un temporale... Insomma ad ogni tratto s’udiva una bestemmia, e uno di noi, o scappucciava, o cadeva rotoloni, o picchiava della testa contro un masso; talvolta credevi di mettere il piede sul sodo e invece lo affondavi in un buco, a rischio di scavezzarti una gamba. Su, giù, poi ancora su, per discendere di bel nuovo; si voltava a destra, poi subito a sinistra; si attraversarono certi torrenti coll’aqua fino al ginocchio. Buon per me che so nuotare!.... diceva io; poi se sono passati gli altri prima di me, passerò anch’io;... e via!... C’era de’ momenti in cui credevamo di andar dritti dritti all’inferno... Oh che strade! Oh che notte! Oh che strapazzi!
— E poi? chiese Roberto ridendo delle smanie dell’amico.
— Finalmente, quando Dio volle, rotti per la fatica, con una spanna di lingua fuori, si arriva, che faceva già chiaro, alle prime case, a Porta Termini. Ci siamo! ho detto fra me. Avanti! e silenzio... silenzio! ci dicevano con voce bassa gli uffiziali. Ma i _picciotti_, avvezzi a far baccano, invece di starsene zitti, si mettono a saltare, e a gridare con quanto fiato hanno in corpo: Viva Garibaldi!... viva Garibaldi!
— Silenzio, perdiosanto! dicono i capi con voce strozzata; silenzio! Eh sì! I _picciotti_, ritoccano: Viva qua! viva là!
— Che fatalità!
— Che vuoi! adesso che la è finita, li compatisco; l’allegria uno la tiene in corpo, un altro no; è quistione di temperamento!... Quelle maledette grida diedero l’allarme ai Napoletani. Dàlli, dàlli! presto, presto! In un momento sono tutti in piedi,... arrivano di corsa, difendono porta Termini colle barricate... La nostra avanguardia, che senza quelle grida entrava in Palermo addiritura, senza trar colpo, visto che era scoperta si fa innanzi...; ma è ricevuta a fucilate... I _picciotti_, non ancora avvezzi alle schioppettate, piegano un pochino... Allora ci avanziamo noi,... cioè si fa innanzi il primo battaglione de’ Cacciatori delle Alpi... Si fa fuoco, si cerca di correr dentro... ma non c’è verso... Arriva a passo di carica il secondo battaglione... Allora anche i _picciotti_ piglian coraggio... Avanti, avanti!...
— E io non ci doveva essere! gridò Roberto tendendo i pugni.
— Tutto ad un tratto si sente il cannone... Corpo del diavolo! erano i Napoletani che ci tiravano cannonate a più non posso dalla Porta S. Antonino... Ci pigliavano di fianco!
— E allora?
— E allora, al solito: Alla baionetta! avanti! Il maggiore Tückery, e tre guide, scavalcarono pei primi la barricata... Tückery cade;... una palla lo aveva colpito nel ginocchio. Subito dopo stramazza Benedetto Cairoli, ferito anche lui in un ginocchio[35]. Avevamo dinanzi lo stradone che mette dritto nella città.... e non potevamo avanzare...
— Perchè?
— Per un maledetto cannone, piantato là in faccia a noi, e che tirava a mitraglia... Un colpo dopo l’altro, con una furia!... Quando... Indovina un po’ cosa succede?... Succede che uno dei volontarj genovesi, per far coraggio ai _picciotti_, visto che le parole servivano poco (forse non si capivano bene), decise di spingerli avanti animandoli col suo esempio. Piglia quattro sassi, se li pone sulle braccia; poi dice ad un compagno: «Ficcami quella bandiera sotto un’ascella.» Detto fatto. Allora corre innanzi a testa bassa, infischiandosene della mitraglia; poi, arrivato ad un certo punto, si ferma in mezzo allo stradone; mette giù i suoi sassi e vi pianta in mezzo la bandiera...
— Pare impossibile!
— Poi le si pone a sedere vicino, tranquillamente, colle braccia incrocicchiate sul petto...
— Ma è proprio vero? sclamò Roberto fermandosi sui due piedi, e fissando l’amico.
— Se è vero? Ma l’ho veduto io con questi occhi!... E poi domanda ai nostri e vedrai!... Allora _picciotti_ e garibaldini si precipitano avanti, oltrepassano il Genovese e la bandiera, e giungono fin presso la porta della città...
— Bravi, bravi, perdio!... E come si chiama questo intrepido Genovese?
— Non lo so!... mi rincresce, ma non lo so![36]
— Peccato!... E così?
— Siamo al punto decisivo. Noi, a dirtela in confidenza, non ne potevamo più; il nemico ci serrava addosso di fronte, ai fianchi... Io non sapeva in che mondo mi fossi! Quando ad un tratto sentiamo un baccano d’inferno dalla parte della città; erano grida confuse, era un fracasso come quando all’avvicinarsi d’un temporale, sbattono con violenza porte, griglie, usci;... oltre ciò un maledetto scampanare...
— Cos’era?
— Erano i Palermitani che si levavano in massa addosso ai Borboni...
— Che rimasero tra due fuochi?
— Tra due fuochi, proprio tra due fuochi! Allora dovettero battersela per salvar la pelle, e noi, dentro con Garibaldi, e innanzi innanzi fino alla piazza di Fiera vecchia, dove trovammo quei del comitato, il municipio e migliaja e migliaja di persone, che ringraziarono il generale, che ci abbracciarono levandoci di peso da terra. Vecchi, donne, fanciulli, preti, frati, monache... sì, Roberto, anche le monache... (e ve ne sono di belline ve’!); chi piangeva, chi rideva... Senti, Roberto!... ne ho ricevute delle dimostrazioni (e così dicendo s’arrotolava fra le dita le estremità dei baffi), a Varese, a Como, a Bergamo e Brescia, e poi anche qui a Salemi, a Misilmeri ecc. ecc. ma come quelle di Palermo...» e agitava le braccia come a dire: è impossibile vederne di più calorose, di più entusiastiche.
— Cos’avrei pagato per essere presente! disse Roberto sospirando.
— Te lo credo, Roberto, te lo credo! Vedi... al solo parlarne mi vengono le lagrime agli occhi,... ma le son lagrime che danno piacere... perchè rammentano una buona azione. A pensare al divertimento, al gusto che si piglia a far del bene, non so capire come ci sia a questo mondo della gente, la quale potrebbe farne tutti i giorni, e che invece arrabbia, soffre, si dispera, e crepa se occorre, e tutto questo per far del male...
— Seguita, seguita il tuo racconto.
— Quando entrammo in Palermo potevano essere le cinque e mezzo del mattino. Tanto noi che i Palermitani ci ponemmo subito all’opera, barricando contrade, chè il già fatto era molto, ma c’era bene altro!... Intanto che si lavorava, che si correva di qua e là, che si stanano i regj, ecco che verso le dieci casca giù una bomba, poi due, dieci, cento, e via via, in men che nol dico, le venivan giù fitte che parevan gragnuole... E che bombe ve’!... ce n’eran di quelle che io arrivava appena appena a circondare colle braccia... E non solo bombe, ma palle arroventate, e certe altre... Non so come le chiamano!... ma dicono che, dove toccano, nasce subito un incendio.
— Chi sa quante vittime!
— Te lo lascio immaginare! Ma quasi non bastasse il bombardamento, ecco i legni napoletani che erano nel porto, schierarsi e cominciare il fuoco dall’altra parte.
— E il generale?
— Il generale stava sulla piattaforma nella piazza del Pretorio insieme ai capi dell’insurrezione ed ai suoi uffiziali di stato maggiore. Intanto s’era fatto notte e il bombardamento continuava, non colla furia di prima, ma continuava. Palermo era tutto illuminata e in festa...
— Sarà stato un curioso contrasto.
— Altro che!... La mattina del 28 si sentì un baccano indiavolato per le strade; erano i prigionieri politici liberati e condotti in trionfo;... scapparono però in quella confusione anche dei birbanti, che di politica non se ne impicciarono mai, e che avrebbero fatto meglio a restar dove erano. Intanto i regj seguitavano a ceder terreno, vuotando la Vicaria e le caserme e riparando nel castello...
— In quel giorno respirammo anche noi là a Parco. Mentre ci aspettavamo un assalto in tutte le regole, che è che non è, i regj se ne vanno via quatti quatti...
— Mi ricordo infatti che in quel giorno ci venne fatto di sapere che le truppe napoletane che erano a Monreale e a Parco, cercavano rifugiarsi a Palermo... Arrivarono nel porto due vapori carichi di soldati e che parevano volessero sbarcare... Ne avevano tutta la voglia, ma altro è volere altro è potere!... Di lì a poco corse voce di una sospensione d’armi. C’entrò di mezzo un ammiraglio inglese, ma a dirtela schietta non so bene come sia stato questo negozio...
Riempiremo la lacuna lasciata da Valentino.
Il castello continuava il bombardamento, infame ed inutile opera di distruzione. Intanto l’ammiraglio inglese Mundy faceva le sue pratiche presso Garibaldi, e questi dava il suo consentimento alla sospensione delle ostilità; ma non per tanto il bombardamento del castello continuava, e i regj, approfittando della rilasciatezza dei nostri nel guardare i posti, avevano preso possesso di alcune barricate presso alla piazza Reale, e incendiate alcune case. Il dittatore già si preparava a scrivere all’ammiraglio, e a lamentarsi della violazione dei patti, quando giunse a lui il luogotenente di vascello Wilmot, dicendo che non avendo il commodoro data risposta, il generale era libero di riprendere le ostilità. Così fu fatto, e poche bombe alla Orsini lanciate contro i regj, bastarono per metterli in fuga, e per riprendere le posizioni perdute.
Da queste velleità dei comandanti l’esercito napolitano, si vede chiaro come essi si trovassero da una parte spaventati da Garibaldi e dalla rivoluzione, e dall’altra stimolati dall’amor proprio d’una rivincita, sembrando loro troppo disonorevole, che un esercito bene ordinato di venti e più mila uomini si ritirasse in faccia a gente senza disciplina e senza armi.
Nella notte dal 28 al 29 partivano nella direzione di Termini alcuni legni della flotta napoletana. Il bastione di Montalto, a sinistra del palazzo reale, veniva sgombrato dai Napoletani che vi lasciarono un cannone da trentadue. Il 29, il corpo dei regj che occupava il palazzo delle finanze, mandava un parlamentario per ottenere di ritirarsi; ciò non veniva concesso. Si veniva a conoscere che il castello, mancando di aqua e di viveri, non poteva a lungo sostenersi. Un caposquadra recava notizie sullo stato delle vicine campagne ingombre d’insorti; altri dispacci accennavano a forti guerriglie che molestavano i regj a San Martino, alla Favorita, a Monreale, a Parco; e che già gli insorti venivansi raccogliendo nelle piane del Borazzo, e di Santa Teresa.
— Verso le tre dopo mezzodì, (prese a dire Valentino continuando il suo racconto), la città fu tutta sossopra.
— Perchè?
— Ti dirò; due vapori che, come t’ho detto, erano nel porto, tentarono di sbarcare le truppe che avevano a bordo, presso la porta dei Greci; la popolazione di quelle vicinanze cominciò a fuggire in città, portandovi l’allarme e la confusione. Quasi nello stesso momento s’udirono cannonate e schioppettate sul bastione, tra il castello ed il palazzo reale. Erano alcuni cittadini coraggiosi, i quali avevano tentato d’impadronirsi di un certo gruppo di case, per tagliar le comunicazioni tra i regj ch’erano sul bastione e quelli chiusi in castello.
— La era ben pensata!
— I Napoletani fecero un fuoco del diavolo; i Palermitani risposero; ma dopo un po’ di tempo s’accorsero che non avevano più munizioni; se ne accorsero anche i regj, e ne approfittarono, sbucando fuori e ricacciando i cittadini là dove erano venuti. Garibaldi se ne stava desinando, quando gli si presentò il capitano Piva narrandogli l’occorso. Il generale, udito che l’ebbe, si alzò dicendo: È meglio che vada io stesso.» Vi andò, e, al solito, colla sua presenza mutò la faccia delle cose, e i regj ebbero di grazia di potersi ritirare. Garibaldi, nonostante le preghiere di noi altri tutti, rimase durante il tafferuglio nel bel mezzo della strada parlando, e incoraggiando i combattenti. Un Siciliano, ferito nel capo, cadde dinanzi al generale, che lo sostenne tra le sue braccia; Türr, fu colto in una coscia da una palla di rimbalzo mentre stava allato del generale. Infine, vedendo che la cosa andava per le lunghe, Garibaldi rivoltosi ai nostri che gli stavano intorno, gridò: Andate un po’ là voi altri e finitela.» E noi, serratici insieme, via di corsa!... Ci trovammo tanto vicini ai borbonici, da poter gittare in mezzo a loro una bomba all’Orsini, che scoppiò, e buttò in terra sette soldati napoletani. Allora Garibaldi disse al trombettiere che aveva presso, di suonare la carica... e i regj scapparono. Questa mattina poi, quand’io, attraversava Palermo per venirti incontro, ho sentito dire che il general Lanza, a mezzo dell’ammiraglio inglese, aveva chiesto un abboccamento.
Intanto Valentino e Roberto erano arrivati a Palermo.
L’abboccamento chiesto dal general Lanza, e a cui Valentino fece allusione, è quell’istesso da noi accennato nel principio di questo capitolo.
Il dittatore aveva risposto, non avere alcuna obbiezione a fare, ed esser pronto a venire a conferenza col generale napoletano a bordo dell’_Hannibal_; manderebbe a’ suoi, ordine di cessar il fuoco: l’armistizio comincerebbe a mezzodì, e che ad un ora pomerediana il convegno avrebbe luogo sul legno ammiraglio. Il colonnello Türr, ispettore generale delle forze nazionali, mandò la risposta del dittatore al general Lanza, a mezzo del luogotenente di vascello Wilmot[37].
Perchè l’armistizio cominciasse a mezzodì, Garibaldi aveva mandato l’ordine di cessare il fuoco un’ora prima. Ma in quel momento una colonna napoletana, provista d’artiglieria presentavasi a porta Termini. Invano la bandiera bianca segnò l’armistizio; la colonna mosse all’assalto, ed il castello vi cooperò con le solite bombe. Parecchi uffiziali dei nostri montarono sulle barricate proclamando l’armistizio, ma la colonna non ne volle sentire, e fece fuoco. Garibaldi in quel punto cominciò a credere che l’armistizio non avesse più luogo, quando due parlamentarj regj vennero a lui chiedendogli scusa dell’occorso e dichiarando essere stato un malinteso. Intanto i Napoletani si avanzavano, e il luogotenente Wilmot, che veniva recando il consenso dell’ammiraglio, si trovò involto tra le schiere dei regj. Garibaldi, raccolte allora le sue riserve, marciò innanzi. Una bomba lanciata dal castello, scoppiò vicino a lui; i borbonici abbassarono i fucili, vi fu un momento in cui la vita del dittatore si credette perduta. Finalmente il luogotenente Wilmot, persuadendo i regj del loro errore, riuscì a farli retrocedere.
All’ora determinata ebbe luogo l’abboccamento; da parte dei regj, v’era il generale Letizia, e il comandante la stazione navale; da parte nostra, lo stesso Garibaldi, accompagnato dal colonnello Türr.
L’ammiraglio inglese aveva frattanto invitato i comandanti della squadra francese ed americana perchè fossero presenti alla conferenza.
Il generale Letizia porse in iscritto i sei punti sui quali desiderava aprire la conferenza.
Queste proposte mostravano chiaramente in che stato si trovassero i Napoletani.
Erano le cinque quando la conferenza terminò. Il ritorno di Garibaldi e l’annunzio dell’armistizio di ventiquattro ore (benchè non si conoscesse ancora il risultato dell’abboccamento) infuse nuovo coraggio nei cittadini, che si apparecchiarono con maggiore alacrità alla difesa. Preti, uomini e donne, tutti lavoravano alle barricate; sui tetti si ammassavano pietre ed altri projettili da rovesciare sugli assalitori; ai Cacciatori delle Alpi ed ai _picciotti_, furono assegnati i posti da difendere; i più intelligenti e stimati tra i cittadini andavano rassicurando il popolo, e lo incoraggiavano a combattere per la libertà e per l’Italia.
Il popolo era ansioso di sapere il risultato della conferenza, e Garibaldi non lo fece lungamente aspettare. Apparve un suo proclama il quale diceva. — Il nemico mi ha proposto un armistizio. Io accettai quelle condizioni che l’umanità dettava si accettassero; ma fra queste una ve ne era umiliante per la brava popolazione di Palermo, ed io la riggettai con disprezzo. Il risultato della mia conferenza di oggi fu dunque di ripigliare le ostilità dimani. Io ed i miei compagni siamo festanti di potere combattere accanto ai figli del Vespro, una battaglia che deve infrangere l’ultimo anello della catena con cui fu avvinta questa terra del genio e dell’eroismo.»
Garibaldi non aveva accettato dal generale Letizia la quinta proposta, cioè: che il municipio dovesse indirizzare un’umile petizione al re, esponendogli i bisogni della città. Noi non possiamo capire come si potessero fare ad un generale e ad un popolo vincitori, proposte di simile natura; ma è questo un segno della collera di Dio, di istupidire chi n’è colpito.
La mattina del 31, militi e popolo si preparavano a riprendere le ostilità, quando un parlamentario, inviato da Lanza al dittatore, gli domandava una scorta pel generale Letizia, che per le dieci antimeridiane desiderava un colloquio con lui; il dittatore accondiscese, e alle dieci in punto il generale borbonico entrava nel palazzo Pretorio ed esponeva al dittatore: Essere impossibile trasportare tutti i feriti prima del mezzodì in modo che, ove l’armistizio non venisse protratto, il suo scopo riuscirebbe vano. Domandò inoltre un armistizio indefinito, facendo sperare la probabilità di un accomodamento, onde schivare altro spargimento di sangue[38].
Il dittatore negò l’armistizio indefinito, ed offrì il prolungamento di giorni tre, che venne accettato dal generale Letizia.
La città ricevette a malincuore l’annunzio del protratto armistizio; il fervore di combattere aveva invaso l’animo dei cittadini, i quali inoltre sospettavano che la tregua potesse riuscire di vantaggio al nemico, e di scapito per essi. Invece l’armistizio giovava alla causa della libertà; perciocchè, non solamente si guadagnava tempo onde costruire nuove barricate, e organare alla meglio le squadre dei volontarj, ma si dava agio ai Napoletani di disertare, come infatti accadde di molti ufficiali, che trascinati dalle idee liberali, abbandonarono la bandiera borbonica e si raccolsero sotto quella di Garibaldi. Di più, l’esercito napoletano a poco a poco stancavasi e demoralizzavasi, mentre all’annunzio della presa di Palermo, altri comuni dell’isola si ribellavano, e nuovi volontarj venivano ad ingrossare le nostre schiere.
Nel pomeriggio di quel giorno stesso il dittatore fece un giro d’ispezione per la città. Fu uno di quei trionfi già da noi descritti, e che forse sembreranno troppo grandi per un uomo; quell’idolo popolare vestito della sua casacca rossa, e con un fazzoletto colorato intorno al collo, camminava a passo lento in mezzo al popolo numeroso che delirante gridava, acclamava, si gittava ai suoi ginocchi, e come a liberatore gli baciava la mano, e toccava religiosamente i lembi delle sue vesti. E in mezzo a tanto fremito e delirio, Giuseppe Garibaldi era calmo, sereno e col sorriso sulle labbra. Egli fermavasi, ora a raccomandare la quiete, ora ad ascoltare i lamenti degli infelici che avevano avute le case arse e saccheggiate. Quanto un popolo meridionale sa fare e dire in momenti di tanta esaltazione, tutto fu fatto e detto intorno al generale in quelle ore sublimi di morale trionfo.
Ritornato al palazzo Pretorio, fu come assalito dagli uffiziali inglesi ed americani, dal console degli Stati Uniti, e dal console svizzero, venuti a salutarlo, o a congratularsi con lui della sua vittoria.[39]
Poco dopo, dal palazzo delle finanze sventolava una bandiera parlamentare, e da quel momento furono aperti i negoziati perchè i regj sgombrassero quel palazzo, che poi fu ceduto il 2 giugno, nel quale giorno, perchè prossimo al termine dell’armistizio, i lavori delle barricate e i preparativi di guerra per parte dei nostri procedevano, e si recavano a compimento col concorso di tutte le classi di cittadini, e con tanto ardore che lo stesso Garibaldi meravigliato se ne congratulò in un suo proclama ai Palermitani.
Il general Lanza era intanto riuscito a far conoscere alla corte di Napoli che qualunque ulteriore resistenza in Palermo sarebbe tornata inutile, e che quindi bisognava sgombrare la città; e il governo fu costretto a cedere a quello stesso che egli aveva poc’anzi chiamato sprezzantemente un filibustiere. Al cospetto de’ suoi popoli, al cospetto di tutto il mondo, i Borboni di Napoli, dovettero volgersi supplichevoli al vittorioso popolano, se vollero salvare la truppa dal furore della rivoluzione.
Tanto dispetto veniva però raddolcito dalla speranza di una rivincita, perciocchè concentrando il nerbo delle loro forze in Messina e possedendo ancora i forti di Siracusa e di Augusta a tempo ed a luogo lusingavansi di riconquistare la Sicilia, come nel 1849 aveva fatto Ferdinando II per mezzo del generale Filangeri. Non per tanto fu raccomandato al generale Lanza di capitolare non da vinto, ma da soldato forte ancora, e che cedeva unicamente per principj di umanità; l’onore delle armi in ispecial modo doveva essere salvato in faccia all’Europa.
Era nelle intenzioni di Garibaldi di non umiliare troppo l’esercito napoletano; chè anzi giovava cattivarsi l’animo di esso con atti generosi; perciò determinò di agire secondo la bontà dell’animo suo, e tanto più nobilmente, quanto più feroce, e inumano egli era stato dipinto dal governo di Napoli.
Oltracciò il castello, presidiato da molta truppa poteva ancora resistere, e, dove avesse continuato il bombardamento, la città sarebbe andata in rovina, e molta strage sarebbesi consumata, e danni incalcolabili ne sarebbero venuti. Sotto la pressione di questi riguardi, che per altro grandemente onorano la prudenza, la politica e i sensi umanitarj di lui, il dittatore acconsentiva alle molte richieste del nemico, e il 6 giugno stipulava una convenzione, la quale venne fedelmente mantenuta, e che pose fine alla ruina di Palermo.