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Part 1

SUL LIBRO DEGLI ULTIMI CASI DI ROMAGNA E SULLE SPERANZE D’ITALIA FONDATE SU CARLO ALBERTO

PAROLE

A Massimo d’Azeglio

D’UN SUO COMPATRIOTTA.

PARIGI. MAD. LACOMBE, STRADA D’ENGHIEN N.º 12. 1846.

A MASSIMO D’AZEGLIO.

Era lunga pezza, che aveva in animo di dirigervi qualche parola, ma più ragioni inutili a dirsi mi tennero sempre fin’ora in forse, e non ultima fra esse si fu la stima che altissima io portai ognora a voi tanto come a letterato e pittore, quanto come a uomo e cittadino d’Italia: cosicchè fino al giorno d’oggi io mi condussi senza mandar ad affetto il proposto mio, volendo anche illudermi per qualche tempo, por fede nelle vostre parole e dividere con voi e coi vostri seguaci quelle speranze che andavate rinfrescando nei nostri fratelli, ed aspettare insomma che finalmente la lima del più acuto rimorso avesse coll’opra continua di venticinque anni appianato, e corroso il callo che ad ogni magnanimo senso un Principe aveva fatto; Principe che mentre i natali, la patria, le condizioni dei tempi, tutto chiamavalo a grandezza, alla rigenerazione d’Italia, prefferse vigliacco infangarsi nella massima delle viltà, e macchiarsi della più schifosa fra le infamie.

Di qui potrete già addarvi, che io non vi intendo parlare nè di arti nè di lettere, sia perchè troppo difficile e malagevole si è il comparire in un’arte o scienza qualsiasi edotto discorrendo con persone in esse dottissime, chè ad altri per quanto io mi sappia non è mai incontrato quello che accadde all’immortale Cornellie, il quale poetando comparve valoroso guerriero al gran Turrena; nè io d’altronde vorrei arrischiarmi di guadagnar la taccia che ebbe quegli il quale fu ardito d’entrare di guerra al cospetto d’Annibale. Altra adunque più importante causa mi induce a dar di piglio alla penna, ed a distendervi questo opuscolo, causa d’alta levatura, perchè si riferisce al bene del nostro paese, alla futura sorte della nostra nazione; e siete voi istesso che non solo me ne avete in mente destato l’idea, ma anzi mi vi avete costretto, vuoi colle pur troppo bugiarde speranze che vi affaticavate in far riporre dagli italiani nel braccio di Carlo Alberto, vuoi col vostro libretto che ha per titolo: _Degli ultimi Casi di Romagna_, dove insieme a molte buone e belle verità avete pur lasciato, scusate alla mia schiettezza, sfuggire dalla vostra penna non poche corbellerie, dalle quali pensai prendere le mosse, appellando col nome di _osservazioni_ i capitoli in cui di esse sarò per entrarvi.

OSSERVAZIONE I.

L’epoca de’ tiranni è molto lontana da noi.

_Pag._ 5. MASSIMO D’AZEGLIO.

Quantunque io mi convenga pienamente su di alcuni punti del vostro scritto, pure non è che io non abbia a tenere per assurde varie sentenze, in cui vi siete lasciato forse dalla poca vostra esperienza in siffatte cose trascinare, il perchè non è che io supponga, sono anzi fermamente persuaso che tutto quello voi avete detto, l’avete detto di vera ed intima convinzione; chè se ciò non fosse neppur d’una parola in risposta vi crederei degno. Secondo le vostre viste l’epoca dei _Tiranni_ è molto lontana dai nostri giorni, anzi a pagina quinta del vostro libro non temete di asserire che vuolsi considerare una _Fanciullaggine Alfieriana_ il dire tirannici gl’attuali governi d’Italia; ma dalla maggior parte degli Italiani, ossia dai veri Italiani si pensa ben altrimenti, credetelo, onde la sentenza che voi lanciate contro di chi da voi dissente potriasi in mirabile modo ritorcere su di voi, e su chi infatuato del vostro nome giura ciecamente nelle vostre parole. L’esempio di Papa Gregorio; del Duca di Modena, del Re di Napoli, e di Carlo Alberto parmi debba essere più che bastante a convincere chiunque della verità. È vero che essi più non commettono le follie e le stravaganze che molte volte contro gli antichi oppressori della nostra patria destavano più la compassione che non l’odio, più il disprezzo che non la vendetta, ma è vero altresì che essi si reggono sul soglio con un dispotismo assoluto, il quale basta di per se per caratterizzare tiranno qualsiasi regnante; è vero altresì che le più inaudite prepotenze furono nei costoro stati commesse e si commettono tuttavia, che in spessissime occasioni il sospetto solo, il timore di qualche sinistro, una pretesa prova di morale induzione loro fu ragione sufficiente per farli appigliare ai più vergognosi e prepotenti partiti, per apportare la ruina a delle intiere famiglie, per cacciare individui innocenti in esiglio; o nei ceppi senza che processo di sorta venisse su d’essi instituito ad esaminarne la colpa, anzi senza che talvolta potessero perfino penetrare tampoco la cagione del loro arresto, delle loro persecuzioni, e non sono adunque costoro Tiranni? _È fanciullaggine Alfierana_ il crederli tali mentre al primo rumore, alla più breve causa brandiscono la mannaja? Oh Massimo mio! dove diamine avevate la testa quando ciò scrivevate? Perchè non informarvi esattamente prima di ciò che intendevate communicarci? Perchè non interrogarne gli individui del ceto infimo e medio, invece di chiederne lingua ai compri letterati ed artisti, ai nobili che non ponno soffrire l’agonia della loro aristocrazia, che solo ancora in Piemonte minaccia vita e trionfo? sì perchè non addentrarvi nei misteri della società, e studiarne le piaghe che l’avviliscono, immalvagiscono, e la rendono inatta perfino al giusto lamento, all’indignazione, al solo pensiero, non che all’intrapresa della più bella fra le vendette? Se voi ciò aveste fatto vi sareste facilmente convinto essere assai più crudele la tirannia dei nostri Principi attualmente regnanti, che non era quella degli antichi, tanto più pensando ai tempi in che viviamo, e facendone il paraggio colle passate età. Gli antichi nostri padroni per attutarsi nel loro potere, per rendere temuto il loro nome apertamente calpestavano le leggi umane e divine, spargevano il sangue dei loro sudditi; i Principi del giorno d’oggi fingono di rispettare l’opinione pubblica, fingono d’ignorare tutto, mentre tutto sanno quanto i loro ministri fanno di prepotente, di tirannico, e d’infame e per ritardare sempre più l’ora della ruina del loro dispotismo, che veggono fatalmente avvicinarsi, non solo ricorrono alla scure come i loro maggiori, ma come _Polinice_ appo il Tragedo Senecca si mostrano disposti di gridare quando che sia: _io brucerei e padre e moglie e figliuoli_, piuttosto d’uniformarsi alle imperiose esigenze del secolo, e discendere alle riforme volute dall’incivilimento. E voi cotestoro credete pazzia nominare tiranni? almeno non aveste lanciato qual sarcasmo contro quella grande anima del Tragico Italiano! che tutti dovremmo imitare non fosse in altro che nell’intenso desiderio d’esser utile alla patria, giacchè niuno più del fiero astigiano dimostrò mai d’intendere l’animo e la mano con più fervore e costanza alla causa della nostra indipendenza nazionale. Onde se qualche goccia di sangue italiano ci scorre anche nelle vene, se qualche fibra non guasta dal cancro della viltà anco si agita nel nostro animo alla nuova di qualche aggravamento, alla vista che ogni giorno più va crescendo la nostra schiavitù, e lo stesso pensiero, lo stesso affetto vorrebbesi, non che inceppato, servo, credetelo pure, lo dobbiamo in gran parte alle scritture di quell’immortale, ai forti e maschi concetti, in cui si apriva quella mente, alle energiche, libere ed infocate espressioni in cui irrumpeva quell’anima. Nè con ciò credete io vi voglia far da predicatore, chè solo intendo di rendervi avvertito che se mai conviene andar molto a rilento in affibbiarsi la giornea di giudici su gli altri, è senza dubbio quando abbiamo a fare con chi su noi giganteggia, su chi fu destinato a spargere torrenti di luce immortale sul cammino della sua vita, come Alfieri, simile a cui se uno per paese nella nostra penisola presentemente vi fosse per tenacità di volere, di desiderio, o di operare, non staremmo gran fatto a crollare quel giogo che da tanto tempo pesa sul nostro collo, ed a cui un gran numero di noi così si mostrano assuefatti da potere a ragione essere paragonati a que’ giumenti che più non paiono sapere camminare se non gravita loro sul dorso la solita soma.

OSSERVAZIONE II.

Non vedo, che a chi ho osato stampare liberamente le sue opinioni sul presente e sul futuro stato d’Italia sia stato torto un capello....

_Pag._ 4. MASSIMO D’AZEGLIO.

Siano pure, come voi e l’aristocratico per eccellenza vostro Balbo volete, i nostri Signori persone _di temperato costume ed illuminate_, cosa dicerto la quale non vi si potrebbe menar buona, qualora un colpo d’occhio si desse alla loro vita pubblica, o privata, ma niuno senza dubbio mai troverete, il quale sia sì nuovo delle cose governative dei varii stati del nostro paese, e sì baggèo da credere all’opinione vostra, siccome a detto infallibile, _che cioè il più gran rischio a cui uno possa farsi incontro per dire schiettamente quella verità che a tali Governanti non potrà giammai andar a sangue, sia la perdita degl’impieghi_, mentre non v’ha villaggio sto per dire della nostra penisola, che non porga la testimonianza di rigorosissime e barbare provvidenze prese non che contro chi fu conosciuto autore di simili scritti, contro a coloro i quali furono intesi parlare semplicemente di patria indipendenza, o furono sospettati d’appartenere a qualche società di liberali, o creduti divulgatori o possessori trovati di libri politici, di cui proibita se ne era l’introduzione. E voi ci venite dicendo che chiunque può scrivere quanto gli pare e piace sugli abusi, sugli infami trattamenti, e pessimi modi di procedere dei governi senza correr grande pericolo? Niuno vi niegherà che i Principi nostri abbiano dimostro qualche volta di non ardire affrontare direttamente la pubblica opinione, di trovarsi in forte imbarazzo nel dover prendere misure di rigore contro qualcuno che o cogli scritti o colla condotta li inquietasse; allora nelle loro determinazioni si ingegnarono di parere moderati, giusti, ed anche generosi, ma voi non mi potrete nemmanco contendere, che essi solamente ciò hanno fatto, fanno, e faranno in quelle occasioni, che temono un altro procedere loro riuscirebbe di pericolo e danno maggiore, cioè quando hanno che fare con persone di gran fama, di gran popolarità; il perchè quand’uno gode la simpatia, la stima e la venerazione della moltitudine facilmente trascina i più dei concittadini nel suo partito, e li obbliga a congioire e a compatire secolui nelle prospere e nelle tristi venture, ed al punto dal farci avere in non cale qualsiasi sagrificio quando si trattasse di salvare il loro capo, di arrivare qualche grande intento. In questi casi torna più a conto dei nostri Tiranni far orecchie da mercanti, far le finte di non vedere o di non sapere, addimostrarsi moderati ed anche generosi, e nell’istesso tempo guardare in segreto modo di rimediare alla meglio la cosa, e trattandosi di scritti di troncarne ogni via alla pubblicità. Che stranezza sarebbe infatti, che il popolo vedendo agire il governo con rigore e crudeltà contro di un qualche suo rappresentante, si levasse a rumore, e facessegli pagare lo scotto coll’ultima di tutte le antecedenti sue prepotenze? Così sembrami non dobbiate far le maraviglie come niuno con voi pensi che l’esempio di Niccolini libero in Toscana, e di Balbo libero in Piemonte possa riprodursi, ogni qualvolta uno scrittore osasse alzare alta e libera la sua voce contro il proprio governo, tanto più poi che riguardo al Balbo ci sarebbero molte cose a dire. Non sapete voi che egli appartiene a quel ceto di cui qualsiasi azione non può essere che buona, e lodevole? Non sapete che egli è di quel legno che in Piemonte è Sacro, e guai a chi lo crede infetto, ovvero lo tocca? Di più meditate le _sue speranze_, e poi ditemi qual utile si sia ottenuto o si otterrà da un libro che ci viene a predicare impossibile la nostra redenzione tanto, che sta in piedi l’impero ottomano, mentre offuscata, e spenta non è l’odrisia luna? Credete voi che la pensi in fatto della sorte futura della nostra Italia medesimamente che voi, uno che fa partire le nostre speranze dal Turco? Vi ingannereste a gran partito se ciò fosse, io l’ho studiato più davvicino di voi, penetrai più intimamente nell’animo suo, e vi ripeto che egli è troppo aristocratico, è troppo ligio allo splendore della sua casta, per essere davvero amante dell’indipendenza della nostra nazione; aristocrazia della nobiltà piemontese, ed indipendenza italiana son due contrarii, son due forze, di cui una trionfando, necessariamente deve rompersi e spegnersi l’altra: pochi si sentono capaci di resistere all’ambizione e loro basta l’animo come a voi di rinunciare a tanto privilegio di schiatta.

Ma veniamo di nuovo alle conseguenze che si deve aspettare chiunque prenda a scrivere la verità nel nostro paese: fino a qual punto si potrebbe istendere la massima moderazione dei nostri governi verso questi tali? Fino a lasciarli salvi dalla scure, sciolti dai ceppi, liberi dal carcere, ma intanto sarebbero essi fatti spiare attentamente nei loro passi, notati e riferiti i loro discorsi, e spesso contraffatti per modo che impossibile loro saria riconoscersi ancora per autori, e registrati andrebbero perfino i nomi delle persone con cui d’allora in poi usassero famigliarmente, con cui parlassero per via, e a che perfino facessero di saluto. Talmente che spesse fiate la loro moderazione qualora avesse luogo diventerebbe assai più funesta e nociva alla causa comune, che non può essere nemmeno il più fiero rigore, la più ferrea tirannide. Il perchè coll’autore dello scritto proibito andrebbero compromessi tutti quegli altri che o l’attorniano per vanità di trattare con un grand’uomo, o gli sono amici di cuore, o ne sono caldi ammiratori dell’ingegno, del carattere, ovvero l’avvicinano per avere consigli ed istruzione; la qual cosa potrà parere esagerata e falsa a chi non si curò di studiare addentro ai nostri costumi, a chi giova illudersi per condurre avanti la vita, a chi si lascia allucinare da un’atto di affettata urbanità, ed intrinsichezza, non certo a me addottrinato in ciò dalla esperienza. E poichè ho incominciato deggio assicurarvi che più d’una volta mi ebbi a sentire all’orecchio da miei superiori di carica: _se volete andare innanzi: se volete conservarvi la grazia del ministro, del sovrano: se volete anco tenere l’impiego: se volete evitare il rischio di venire congedato, o lasciato fermo senza promozioni: dovete frequentare altre compagnie, lasciare la gloria di appartenere alla classe degli spiriti forti, lasciare insomma lettere e letterati, ovvero occuparvi in cose che possano guadagnarvi il favore del sovrano, come sarebbe dire, in cose di religione, di aggradimento di chi vi fece benefizio nel darvi impiego e gradi in società_. Nè ciò tanto a me è che sia incontrato, ma di mia certa scienza a parecchi de’ miei conoscenti, ed a due miei intimi amici, i quali non conoscendosi per nulla colpevoli non vollero mutare tenore di vita a tali avvertimenti, ovvero usare più circospezione e prudenza, e quando si presentarono per ricevere dal nostro governo tratti di mera giustizia si dovettero sentire gli uni a dire, che il Re non permetteva che si avessero per buone le loro ragioni quantunque paressero giuste, e si prendesse interesse di sorta per allora in loro utile stante la loro caparbietà, e la loro ostinatezza; e gli altri vedersi minacciati, e tolti anche da impiego, mandati a viaggiare od in esiglio quando non ebbero bracci possenti che li sostenessero, o belle donne che li accomandassero, e corressero ad intercedere per loro, perchè (se molto altrove) in Piemonte la protezione di una bella Signora può più che non quella dell’oro eziandio presso i grandi dello stato, e controbilancia perfettamente quella dei Gesuiti.

Ma a quest’ora neppure a voi ciò può parere strano, o Massimo, perchè se per lo addietro non anco avevate ciò esperimentato, l’avete non è molto dovuto toccare con mano, dir voglio quando cacciato di Firenze vi siete restituito in patria, dove dopo il breve clamore d’un entusiasmo, che la gioventù subalpina, fra cui annoverate me eziandio, dimostrò pel autore dell’_Ettore Fieramosca_, pel pittore di cui ammirato aveva le sublimi creazioni già dei più anni, per l’illustre loro Compatriota insomma, vedeste con vostro dolore e sorpresa, tanto vale che il confessiate siccome l’avete dimostrato nel sembiante, cadere vittima i vostri partitanti della sorveglianza la più fina, e della persecuzione dell’ispettore Generale di Polizia, e vi trovaste abbandonato pressochè da tutti i vostri più famigliari ed intimi, i quali erano stati consigliati a lasciarvi, e non pochi minacciati, se continuato avessero ad accostarvi, fra cui non voglionsi tacere alcune distinte famiglie che pur vi stimano, e si riputavano fortunate di accogliervi nel loro seno a serali conversazioni, e furono costrette ad ismettere di tenere le loro adunanze per non incontrare il mal umore del Conte Lazzari ricevendovi tuttavia dietro consiglio dato loro da lui in persona, od in bella maniera da lui fatto loro per via d’un terzo pervenire.

Ed il vostro libro che voi credevate di poter introdurre quando che sia e spargere fra le mani dei vostri compaesani, ditemi di grazia ebbe forse una sorte migliore di quella, che fu toccata ai vostri partitanti? A migliaja mi scrivevano da varie città della Penisola esserne entrate le copie in Piemonte anzi nella capitale, ma invece quaranta persone, dalle quali nulla potrà sperare giammai l’Italia, nulla ponno temere i nostri tiranni, avevano ottenuto col permesso del ministro di Polizia di ritirarne una copia per uno con patto, anzi con sacramento di non la prestare o lasciar leggere ad altri, ovvero di tenerla scrupolosamente sotto chiave, e dopo qualche tempo anche queste in parte vennero ritirate per ordine di S. Maestà, da cui voi assicuravate avreste avuto immancabilmente coll’approvazione dell’opera l’assenso ad una illimitata introduzione. Chi mai avria detto, che un uomo di vostra età, con tante attinenze ed appoggi potesse venire ingannato nella sua aspettazione sì compiutamente? Io istesso che non conto la metà dei vostri anni, e che non sono dei più difficili a credere, e prestar fiducia, non avrei mai nemmeno per sogno preso un marrone di tal natura, e tornare in conseguenza più di danno che non di vantaggio a miei compaesani. Ma se per avventura queste cose non fossero sufficienti a convincervi del contrario della vostra asserzione, potreste leggermente assicurarvi meglio dei riguardi che il nostro Re ha pegli scrittori, i quali anche dopo una terribile falcidiatura della censura ottenuta l’approvazione, osarono pubblicare cose che in qualche maniera potevano muovere il mal’umore del governo; se di ciò interrogaste l’Avvocato _Angelo Brofferio_, il sig. _Edoardo Soffietti_, il sig. _Delpino_, il sig. _Tallone_, ed il sig. _Lorenzo Giribaldi_, da essi intendereste come sia facilissima cosa anche dopo l’approvazione, locchè è assai più ingiusto e barbaro, l’essere invitato ad una conferenza coll’ispettore di Polizia, e l’essere detenuto in arresto o in cittadella, od al palazzo di piazza Castello per uno scrittore, non dico ardito al punto da tentare colla penna e colla voce di illuminare il popolo, e farlo entrare in se, ma solo che non sia venduto, o che procuri a poco a poco di mettere sotto occhio la necessità delle più indispensabili riforme, che i governanti si ostinano a niegarci quanto più veggono avvicinarsi il tempo che a ciò saranno costretti contro loro volontà. Figuratevi quanto non sarebbe loro per accadere qualora la penna tingessero nel fiele, e togliessero a descrivere e disvelare i misteri della nostra società, a metterci sottocchio qualche quadro dell’intollerabilissima nobiltà piemontese, dei raggiri, dell’impostura, e ridicolezza di molti impiegati che tengono il maneggio delle cose e le conseguenze deplorabili della _via economica_ infatto di giustizia tanto accetta a Carlo Alberto, ed agli altri sovrani Italiani! In tal caso io sono d’opinione che non solo ci vorrebbe che ogni scrittore appartenesse ad una famiglia per affumicati diplomi, per resi servigi, per ricchezza e potenza di parentado ben visa dal governo, come si è appunto la vostra, ma sì ancora farebbe di mestieri la precauzione di svignarsela prima della pubblicazione delle loro opere, lungi dalla patria per non vedere tali puntelli a crollare, e dovere o presto o tardi essere fatti segni alla più accanita vendetta di chi non sa, non vuole, e non potrebbe mai perdonare, il perchè il perdono dipende da troppi affine possa liberamente nel nostro paese essere adottato, e d’altronde saria pressochè per tal gente un volersi ruinare da se, un volere rinunciare al loro passato, presente, e futuro, al qual punto come venissero in pensiero di discendere incomincerebbero, non v’ha dubbio, dalle dovute mutazioni di reggimento. Ma a che pro io mi spargo in cose, di cui al presente momento al pari di me sarete già forse convinto? Di fatto quelle maraviglie che dal Sovrano nostro, dai varii ministri, dai grandi della piccola nostra Corte, da ogni parte insomma vi venivano mosse intorno al fermare più a lungo la vostra dimora in Torino, quell’offerirvi incarichi per lontani paesi, ec. ec. non erano segni manifesti che il vostro soggiorno li inquietava, non erano taciti consigli perchè faceste la vostra valigia e partiste per qualche altra terra? Onde anche voi malgrado il sostegno della vostra fama, del vostro merito, della vostra famiglia che ha poderose branche, e dei vostri amici più possenti che schietti, temo forte abbiate presto a ricevere ordini in vece di esortazioni, e se stiamo a quanto si va ascoltando per via di Pò e di Dora, difficilmente alla comparsa di questa mia tontera vi potrò rivedere a percorrere questi nostri nuovi lastricati, ed udire la vostra parola che sebbene erronea perchè dettata spesso da mente illusionata, pure sempre interessante, perchè sincera e generosa.[1] Del resto riguardo a quanto voi diceste sul piccolo rischio che uno correrebbe nella nostra Italia prendendo a parlare delle universali tendenze della Società, e delle speranze del popolo Italiano, voglio ancora osservarvi qualche cosettina, ed è che non solo nel nostro beatissimo paese ciò è impossibile senza i più gravi pericoli, ma anzi appare poco meno che delitto agli occhi sovrani l’essere letterato, quando non siasi disposti a far l’apologia dell’augustissima Casa di Savoya, tanta è la tema che si ha, noi propaghiamo la conoscenza dell’onta, e della abbiezione nostra, il dovere di cittadino verso di noi e dei nostri discendenti, e della patria! Ne è chiara pruova il letto di Procuste in cui vengono messi i componimenti letterarii d’ogni genere, ma sopra tutto quelli drammatici, i quali per l’appunto sarebbero i più acconci a sussidiare la opera nostra, a giovare alla rigenerazione del paese; che nulla più che la commedia può educare il popolo a virtù, destarlo dallo stato di ignavia, di sonnolenza e di viltà, d’incitarlo a cose grandi, siccome nulla più che la tragedia è atta ad ammansare la ferocia dei tirannelli, a farci concepire contro d’essi odio implacabile ed eterno, ed a recare loro spavento col pensiero del nostro risvegliamento, quando davvero gli scrittori intendano gli obblighi loro, ed in ogni maniera s’adoperino per soddisfarli; insomma quando il concetto nazionale, come sempre dovrebbe essere, fosse il più vagheggiato nella lor mente, il più idolatrato nel loro core, e piuttosto ei si sentissero atti a gettare via la penna, che non ad obbliarlo. In Piemonte principalmente per potere far di pubblica ragione per via delle stampe o per via delle scene una commedia, od una tragedia, converrebbe dipingere nella prima i costumi di seicento anni fa, nella seconda sviluppare quelle passioni che più non possono riuscire di lezione in modo alcuno ai nostri potentati, e promovere il nostro utile, perchè anche nelle male cose i nostri signorotti sono infinitamente inferiori alli antichi, di cui i più anche nelle più turpi azioni addimostravano alle volte eroismo e grandezza, a differenza dei nostri che piccolissimi in tutto si addimostrano; sì per battere la carriera del tragico è d’uopo da noi mutare i principii costituenti il vero dramma italiano, è d’uopo darci uno scopo affatto opposto, cioè infame siccome fece ultimamente Domenico Cappellina il quale nel suo _Cola da Rienzo_ viene a predicarci la viltà e l’ignavia, e a tentar di metterci in uggia la più generosa, la più sublime, la più libera delle virtù.