Chapter 7 of 8 · 3620 words · ~18 min read

Part 7

Io potrei anche trattenervi sulle prepotenze che si veggono fatte agli impiegati borghesi facendo loro prendere il passo dai nobili, che per lo più sono ignoranti, perchè non istudiano, le quali sono sì spesse che può dirsi senza fallo, noi non ne facciamo più parola per esservi assuefatti, e se pur qualche volta mostriamo di risentirci, ce la prendiamo contro il destino, il quale ha fatto trovare dietro noi qualcuno di nobile schiatta. Potrei ragionarvi sugli scandali che si veggono nei nostri ministerii rispetto all’ammessione degli impieghi, non facendosi scrupolo certi Capi di divisione di vendere la firma del Ministro o del Re anticipatamente e a carissimo prezzo, e molte volte la stessa a più persone nel medesimo tempo; per lo che molti spesse fiate dopo avere sborsato considerevoli somme per essere raccomandato ed ottenere la nomina di _volontario_ in qualche ufficio, o anche di aspirante al _volontariato_, si trovano in bisogno, frustrati nelle loro speranze, e senza potere trarre partito dai loro studi e dai loro talenti. Potrei entrarvi delle ingiustizie d’ogni maniera che si commettono in qualsiasi branca delle pubbliche amministrazioni, delle regie cariche, e nelle milizie principalmente, dove per esempio il nobile ha sempre il dissù sul borghese, il quale giunto al grado di capitano vien mai sempre messo in ritiro, perchè i posti di ufficiali superiori sono riserbati alla pura nobiltà; meno nelle così dette _armi dotte, l’Artiglieria, e il Genio_, in cui il merito e la scienza possono dappiù, e per conseguenza il borghese può fare regolarmente il corso de’ suoi avanzamenti. E molte cose pure potrei toccare dell’_Opere Pie_, nelle cui amministrazioni spesso accadono degli inconvenienti gravissimi, dei ladroneggi fortissimi, e degli errori madornali; e per esempio estendermi sui limosinieri della _sfondolata Opera_ di S. Paolo, di cui alcuni, che io conosco, invece di portare alle indigenti famiglie quelle somme, che quel filantropo stabilimento loro assegna, a mensuale soccorso, ora le arrischiano e perdono al giuoco; ora con quelle proveggono a donne rotte alla libidine, i scialli, i vestiti, ed i divertimenti, non che il vitto; quindi inducono quelli cui spettava un tal danaro a far loro la ricevuta della intiera somma, di cui essi non avranno consegnato che una decima parte nelle loro mani. Potrei anche tener discorso della persecuzione portata ad un eccesso troppo vergognoso pei tempi che corrono, contro a parecchie migliaja d’Ebrei, i quali dopo di pagar un’annuo ed alto tributo al governo, oltre al non poter esercitare verun’arte e studiare scienza di sorta, sono costretti a viversene tutti in un isolato, la cui proprietà fu loro fatta pagare ad uno spropositato prezzo, ed in cui le regole igieniche appena comporterebbero ve ne abitassero un sesto del loro numero. Finalmente della persecuzione più ingiusta contro i Protestanti, i quali, dopo d’aver loro promessa e concessa tolleranza, dopo d’aver con sovrani rescritti annientati molti barbari editti contro loro emanati, Carlo Alberto ultimamente obbligò con suo motuproprio a rivendere tutte quelle terre, tutti quei poderi che avessero compri anche dietro autorizzazione del Senato e di se stesso oltre il termine stato loro anticamente assegnato, in un anno sotto pena di confiscazione? Nelle quali cose è consigliere, e stimolo potente di Carlo Alberto il Savojardo, Monsignore Andrea Charvaz, uomo che è Vescovo, Comandante, Intendente, Riformatore degli studi, Sindaco, e Commissario perfino di Polizia in Pinerolo, di dove quasi ogni settimana recasi a Torino per conferire col Re, co’ suoi ministri, e principalmente con _Avet_, il quale tiene il portafoglio per gli affari di grazia e giustizia.

Questo corpulento prelato qualora venisse a mancare il Re, ed il primogenito suo, l’augusto Duca di Savoja salisse il trono, sarebbe quegli che minaccerebbe di prendere le redini di tutto lo stato; tanta è la sua influenza sul Duchino di cui è stato precettore! tanta è la confidenza che questi gli usa, recandosi spesso a visitarlo nella sua villa e consigliandosi già adesso con lui in tutto. Non che amor evangelico, porta un’odio implacabile l’illustre Vescovo alle varie sette dei Protestanti, che abitano le valli di S. Giovanni, di S. Martino, di Pragelato, di Rorà, di Luserna, di Latorre, ec. ec.: sicchè dopo di averli guerreggiati inutilmente cogli scritti prese il consiglio di combatterli colle prepotenze, e colle vessazioni d’ogni maniera, lasciando di queste un’assoluto maneggio al suo Vicario generale Giacinto Brignone uomo altrettanto giovane per età, quanto adulto per iscaltrezza, e non animato da altra cosa, che dall’ambizione di dominare, e dal desiderio di elevarsi sulle ruine altrui. Uomo insomma infame, retrogrado, e per conseguenza nemico d’ogni progresso, che invece di far plauso a tutti que’ sacerdoti che dimostrano d’aver inteso i suoi tempi, e di volersi levare a paro delle umane cognizioni, e mettere anch’essi una mano all’opera della vera civiltà, li insegue accanitamente e senza riguardo ad età ed a meriti. E siccome Monsignor Charvaz tutto approva anzi commenda quel che egli fa, così egli prese tanto piede che riuscì ad essere un vero despota, un vero tirannello del clero e degli abitanti di quella diocesi, e tra lui ed il Vescovo costituiscono un governo non solo della Diocesi ma della provincia affatto tirannico. Tutti passano per le loro mani gli affari prima che possano avere il loro sviluppo, il quale unicamente dalla loro volontà dipende. Molti casi mi sarebbe dato di raccontare, se non avessi paura di essermi dilungato già troppo dal mio assunto, ad ogni costo non ne voglio passare uno inosservato, il quale attesta in pari tempo e l’usurpato loro potere, e la malvagia loro astuzia per crescere in merito presso chi si contenta di giudicare delle cose dal loro esteriore. Un protestante un giorno dopo aver tracannato più vino che non era solito, viene a rissa con uno che pareva si volesse canzonarsi di lui, e dopo d’essersi vicendevolmente scambiate alcune brusche parole, vedendo questi di non la poter dire e di non valere a liberarsi di quell’altro che aspramente il motteggiava, inconsideratamente toglie un coltello di tasca il minaccia, quindi trovandosi sempre alle stesse il passa fuor fuori con un colpo, ed il lascia freddo a nuotare nel suo sangue. Viene il protestante arrestato, sottomesso ad un processo criminale, ed in pochi giorni condannato nel capo, non perchè meritasse tal sentenza, gli omicidii fatti in rissa e da ubbriachi essendo ben altro secondo il codice sardo, che suggelli a tal pena; ma bensì perchè il prelodato Vicario Giuseppe Brignone coll’appoggio del Vescovo il quale mai gli si rifiuta, aveva fatto sì che si usasse il massimo rigore verso il reo, che appieno nell’interrogatorio era convenuto.

Ed ecco i motivi di tal procedere; prima perchè egli era protestante e perciò le leggi non sono più come per gli altri; secondariamente perchè sapendo egli che questi aveva una numerosa famiglia, era caduto in pensiero di intimorirlo con tal sentenza, per poi trarlo in un co’ suoi consanguinei alla nostra cattolica religione: di fatto poco dopo d’avergli comunicata la fatal sentenza, inaspettata per lui, e per tutti, gli fu fatto dire che se egli convertiva se, ed i suoi alla Santa Madre Chiesa, Monsignore il Vescovo gli avrebbe ottenuto la grazia dal re. Figuratevi qual tentazione non abbia fatto sul suo animo una tal proposizione! manda a chiamare la sua famiglia che a dieci individui ascendeva, e li informò della cosa; ma qual maraviglia non fu la sua trovandone li più di lui istrutti? tanta era stata l’operosità del Brignone! Caddero adunque d’accordo di mentire tutti alle loro convenzioni, al loro animo, promisero, e si fecero cattolici, apostolici e romani, e non solo il reo ebbe la grazia compiuta, ma lasciatolo ritornare a casa sua libero, fu incaricato da Monsig. il Vescovo di spionaggio con assegnamento d’annuo stipendio; giacchè sendo persona litterata più che comunemente non sogliono essere gente di mestiere, avrebbero voluto i nostri prelati valersi dell’opera sua per trarre nella rete altri merlotti. Ma egli fermo di carattere per prudenza condiscese in sulle prime, ma nulla mai fece che potesse tampoco macchiarlo di poi in faccia a’ suoi confratelli e compatriotti; però mi viene assicurato che tanto egli quanto li suoi non sono più nè cattolici nè protestanti; e come poteva accadere altrimenti? Atene guadagnò la Grecia coll’armi dell’Eloquenza, Sparta guadagnò Atene coll’eloquenza dell’armi, Monsignor Charvaz ed il Teologo Brignone suo vicario vorrebbero guadagnare i Valdesi col raggiro e colla persecuzione, anzi che colla forza del raziocinio e coll’armi della dottrina, e coll’esempio, testimone della verità e della parola; onde sono infelici nelle loro vittorie; chè i risultati della loro astuzia fin’ora neppur una volta ebbero buone conseguenze, da quella infuori di far circolare tra le indigenti classi di quelli infelici l’argento e l’oro che Carlo Alberto consegna a copia, forse in mitigazione dei suoi rimorsi, a tal fine nelle mani del Vescovo di Pinerolo, il quale, è vero, non si fa mica poi sempre scrupolo di impiegarlo altrimenti.

Che dirò poi io della pubblica e privata istruzione in Piemonte, la quale per tanto tempo fu diretta da un Gesuita per Eccellenza, il Conte Collegno, stato poi minato e surrogato, da quella buona lana, omai conosciuta da tutti, di Monsignore Pasio, più gesuita di qualsiasi gesuita, il quale non valse in cinque anni che tenne le redini del _supremo magistrato della riforma_ a fare miglioramento di sorta, e buon per noi ancora se avesse lasciate le cose come erano! ma fatto è che le peggiorò; ne sia una prova, per mille, quella d’aver scelto a maestro modello, ossia maestro de’ maestri un cotale D. Remigio Pelleri, il più ignorante uomo che mai sia esistito, il quale in un libro stampato per saggio di sua abilità, il _fanciullo guidato a suoi doveri morali e religiosi_ disse più spropositi che parole, e fu condegnamente smascherato in due articoli del Telegrafo Torinese dal Prof. Lorenzo Giribaldi. Successe al Pasio un discendente del gran tragico italiano, il march. Alfieri di Sostegno, il quale nel sobbarcare le sue spalle ad una tal carica rallegrato aveva tutto il Piemonte. Ma due anni sono che siede nel mezzo del magistrato della Riforma, e nulla fin’ora di importante ha operato; l’educazione anche in gran parte è sotto l’influenza Gesuitica, od in pieno lor potere; i Fratelli della dottrina cristiana, veri dragoni dei Gesuiti, inondano la capitale, le città di provincia, e tutti i paesi del Piemonte, dirigono l’educazione del basso popolo, e ne conservano ed accrescono i pregiudizi, ne ammorzano la generosità, e ne imbastardiscono l’indole. L’Alfieri aveva senza dubbio delle sante intenzioni, ma non fu abbastanza cauto, lasciossi attorniare da persone che la pensano all’opposto di lui, le introdusse di più nel conciglio da cui doveva invece guardare di tenerle lontane per sempre e perciò giammai sarà che egli possa arrivare l’intento, colla cui speranza era entrato in tanto ministero.

Per tacere gli altri nomino solo l’abate Peyron, il quale, vera anguilla, non è per lui conosciuto; ma già a quest’ora lo conduce pel naso, e lo gira e lo rigira a suo modo, valendosi non poco dell’opera del Cav. De Bayer, il panegerista di tutti gli opuscoli ascetici, morali, e mistici che possano uscire dalle penne della Veneranda Compagnia di Gesù. Una pruova inconcussa che l’Alfieri non potrà più migliorare la condizione degli studi, e della educazione dei subalpini ingegni, si è che invece di fare un passo avanti lo fece indietro; invece di rendere più libera, e facile l’istruzione, l’inceppò ed in angustissimi limiti la ristrinse, quando or è pochi mesi faceva che Carlo Alberto con suo motuproprio obbligasse i padri e le madri di famiglia a valersi dell’opera di certi determinati Professori, i quali perlopiù sono cattivi, perchè non degnamente corrisposti; di certi determinati libri, che fin’ora non s’hanno buoni, e quali sono necessari per l’educazione della figliolanza: cosa che sarà causa di molte male conseguenze, come di molte male conseguenze fu pure sempre l’avvilire i Professori con un basso stipendio, anzichè di rimeritarli ampiamente, perchè con amore ed impegno attendano al loro sacro ministero. In Piemonte un cuoco, un cocchiere ha assai più in compenso delle sue fatiche che non un Professore di Filosofia, di belle lettere, alla qual cosa subito doveva por rimedio l’Alfieri se pur intendeva d’avere buoni Professori; ma egli si consiglia con chi anzi ei dovria consigliare per trarre dalla sua, e mai nulla opererà di buono anche colla più grande volontà. Non parlo poi dell’educazione del sesso debole, da cui tanto dipende eziandio la prosperità del corpo sociale, giacchè è noto a tutti che in Piemonte gli _instituti_, le case d’educazione, e le scuole per le bimbe di qualsiasi condizione, sono tutte sotto la speciale direzione o delle suore del sacro Cuore di Gesù, o di qualche loro figliazione, sparse per tutti i paesi: di modo chè da noi l’influenza Gesuitica pesa su tutti i ceti della società più o meno; dalle quali cose non è chi non vegga, quante migliorazioni prima resterebbero a fare per il nostro governo, perchè noi potessimo un giorno sperare in lui, e crederlo potente stromento a rivendicare la causa Italiana. Si converrebbe o Massimo che voi ci provaste in qualche patente modo, che il nostro governo se non mostrasi intento all’opra, almeno non si oppone alle generose tendenze del secolo; che in questo moversi universale d’idee e di progetti, in questa mischia di opinioni, in questa irresistibile smania di nuove prove, di più energici tentativi, e di novelle cose si addimostrasse più propenso a tollerare, che non a spegnere quella sacra fiamma, da cui universale un incendio deve scoppiare ad incenerire i troni, li scettri dei nostri Tiranni, per far risorgere, qual fenice, più bella la libertà, la gloria nazionale. Sì, farebbe di mestieri voi attestaste con validi argomenti, che Carlo Alberto ami l’istruzione, ed il ben’essere del popolo; sia persuaso che la tranquillità degli Stati e la sicurezza dei Governi stia nell’amore e nel vendicare i diritti di quello, che approvi ora l’associazione degli individui, delle masse, e de’ popoli, e non faccia guerra al mutamento delle opinioni e delle cose, per ordinarne con sapienza l’andamento, e non tenti di farle retrocedere a vecchie ed ormai impossibili costumanze, che desideri insomma gli si scriva una storia d’illustri gesta, non una cronaca di debolezze, di prepotenti azioni, di viltà, e d’infamie. Non dubito punto, che voi a provare la protezione di Carlo Alberto alle scienze, alle lettere, addurrete principalmente quei segni di onorificenza, che egli va attaccando all’occhiello supremo degli abiti de’ suoi fedelissimi sudditi, per non dire, gettando negli occhi nostri per abbarbagliarci, per metterci le traveggole. Ma tutte le persone premiate di croci, sono esse tutte persone di merito? tutti li uomini che sarebbero degni a preferenza degli altri di simile onorifica testimonianza, sono dessi rimunerati, e fatti cavalieri dell’ordine di S. Maurizio, o di quello di Savoja? a mala pena ne trovereste qualcuno tra l’innumera schiera di coloro che pur le hanno, le portano, e ne menano vanto pubblicamente siccome di sudato trionfo; e questi tali raramente è ancora che voi li vediate a fregiarsene il petto, amando meglio lasciarle in casa in qualche tiratojo, che facendone mostra essere confuso con coloro, i quali se le guadagnarono con viltà, strisciature, adulazioni, inchini, scaltrezze, con fare il bacchettone sulle porte delle chiese a raccorre la limosina pei poverelli, con falsare qualche pagina dell’istoria della casa Sabauda, siccome fece spesse fiate il Cibrario, degno emulo di Adriano Balbi che non ha vergogna di adulterare la scienza per acquistar coccarde, cosicchè indarno uno si farebbe a cercare nella sua Geografia l’Italia, avendola egli squartata nel nome come già pur troppo lo era nel cuore; e finalmente con un qualche bugiardo panegirico diretto al glorioso regnante sulla foggia modellato di quelli del Paravia, Uomo, il quale mentre dovrebbe studiarsi in assiduo di gettare negli animi della subalpina gioventù il germe d’ogni più grande, più maschio e generoso affetto, di educare le giovani menti affidategli ad alti concepimenti, ad arditi e sublimi pensieri, pare si martelli il capo per intristire ed evirare l’indole dei più svegliati ingegni, per annientare in loro la facoltà d’innalzarsi sugl’altri, per sfiduciare e sfibrare i più magnanimi cuori. Del resto giova eziandio avvertire, che lo spargere molte croci è affatto secondo il sistema economico di Carlo Alberto, giacchè con esse si risparmia a giubilazioni, a gratificazioni, a risarcimenti in danaro, perchè i vecchi impiegati, i vecchi militari, gente per lo più ignorante, epperò facile all’invanirsi, preferiscono aver qualche soldo di meno in tasca, ed essere insigniti di tali decorazioni. Le quali per ottenere soventi volte basta a chi ne è bramoso il mettersi in relazione col padre Bresciani della compagnia di Gesù, ed il seguirne a puntino i consigli per qualche tempo. Ma un argomento chiaro e convincente per chiunque a dimostrare, che tra noi il vero merito difficilmente è rimeritato, hassi nel riflettere, che per conseguire siffatte ricompense, è mestieri che la persona istessa che se ne crede degna, le dimandi per via d’una supplica in cui siano in chiaro modo esposte tutte quelle ragioni, che possono meglio farla agli occhi del Sovrano benemerita. Formalità questa, alla quale non so chi avendo una dramma di buon senso, non arrossisca di abbassarsi: seppure è vero l’antico adagio, che merito e modestia non si abbandonano mai. Abbiamo troppe croci già ciascuno a portare segnatamente! Troppo pesante è quel crocione che pesa su tutti gli Italiani, e prostra al suolo le loro fronti! perchè da noi si possa anche far plauso ad un Carlo Alberto, che ogni giorno ce ne porge di nuove innanzi, rimunerando con esse degli individui, i quali davvero meriterebbero più d’essere appesi essi alle croci, che non affiggessero le croci a loro. Onde se la cosa cammina anco un pò di questo piede, noi vedremo queste onorifiche insegne, anzichè essere ambite, e tenute in pregio, venire derise e sprezzate universalmente. Se non che l’ambizione nell’uomo è tale e tanta, che spesso ci induce a lodare in noi quello che condannavamo in altri; al qual proposito deggio confessare, con disdegno, ed onta pel nostro onore, d’avere conosciuti uomini, che pur avevano diritto alla pubblica riconoscenza, ed ammirazione mutare di carattere, e di pensamenti al giungere loro la volgare croce di S. Maurizio in meno di tempo che un soffio di vento rivolta una foglia. Ma non perciò ci dobbiamo astenere da gridare ad alta voce, che vuolsi riputare piuttosto mezzo a corrompere il popolo che non a migliorarlo, la dispensa dei nastri, in cui si segnala tanto generoso, anzi prodigo il nostro re. Il vero compenso delle opere buone deve considerarsi nella soddisfazione dell’animo, nella scienza di aver compiuto ad un santo dovere, nella certezza che tardi o tosto le nostre azioni la società, e la patria approverà in quello, che le additerà ad esempio: Ecco ciò che dobbiamo inculcare nelle menti dei nostri fratelli, ecco quello che dobbiamo giammai restarci da predicare. Allora quella brama di notizie peregrine, quella smania di prevedere, quel desiderio intenso che c’induce a chiamare ogni giorno a chi prima incontriamo, se nulla occorra di nuovo, di singolare, fia si muti ben tosto in facoltà d’intraprendere, di resistere agli urti, di perseverare finchè non si rimanga vittoriosi.

Anche la determinazione di abolire il giuoco del Lotto, potreste in sua difesa mettere in campo, se io non vi osservassi a tal riguardo, che ella comincia ad esser vecchia, e sapere di stanzio, giacchè sono più anni che la manifestò e mai non la pose ad effetto, rincrescendogli di rinunciare ad un tanto utile, tantochè vergognosamente ed infamemente procurato. Ed in ciò anzi lo veggo maggiormente rimproverevole, perchè sarebbe da compatire se non ne conoscesse il danno; ma essere di ciò persuaso, e mostrarsi tuttavia in dubbio se a torre o a conservare quello anche si abbia, è cosa propria o da imbecille, o da malvagio. Chè qualsiasi governo, al quale stia a cuore il ben essere del popolo, conosciuto appena un male tosto vi appresta l’opportuno rimedio, tanto più quando dal sagrificio di picciolo bene puossene ricavare uno grandissimo. Come del rimanente lo volete scolpare? come farlo vedere sovrano moderato, splendido, magnanimo, generoso, e grande? siccome l’avete fin’ora predicato. Come difendere quelle leggi sue, le quali non mirando agli universali, ingenerano dubbi, coi dubbi le liti, colle liti la divisione degli animi, con questa l’impero, da cui procede il dispotismo? come lo mostrerete tendente a liberalismo?

A nulla servono le vostre parole diversamente, a nulla il mostrare quella medaglia, ideata dal Balbo, che racchiudendo tutti gli stemmi di casa Savoja si presta ad una forte e bella allegoria a prima vista; ma poi osservata attentamente non addita più altro che una delle tanto piccoline ambizioni che tengono in vita il nostro Carlo Alberto. Giacchè la posa del Leone raffigurato in essa, è tranquilla e tutt’altro che minacciante di scagliarsi sull’aquila, la quale pure non vuolsi confonder col biteste animale grifagno dell’Austria, essendo l’Aquila dell’Alpi, decorazione del nostro stemma reale. Le quattro somme glorie italiane non sono quivi ritratte che per significare essere Carlo Alberto l’unico principe attualmente regnante che sia di sangue italiano; epperciò più degno appunto di riprensione perchè meno compatibile degli altri nella sua maniera tirannica di governarsi. Il motto francese poi che puossi così tradurre alla lettera: _sto aspettando l’astro mio_, appartiene eziandio all’antico stemma della famiglia; del resto gli si potrebbe rispondere che più volte gli comparve quest’astro sull’orizzonte per guidarlo a virtù, ma egli colla esosa sua condotta insultò a quella luce, fece inorridire col fetore delle sue peccata quella stella, che ritiratasi dal cielo ricomparirà velata da una tinta di sangue, quando noi avremo redenta la patria e vendicato il suo ripetuto tradimento, e ci guiderà al suo sepolcro perchè maladicendo al suo nome, non obbliamo di disperderne le ceneri, di ruinarne la pietra, onde nulla resti ai posteri di lui memoria, perchè immeritevole della stessa celebrità dell’infamia.