Chapter 5 of 8 · 3257 words · ~16 min read

Part 5

Sarà per interessarsi a nostro pro l’Austria, che su tutta la penisola vorrebbe distendere le ladre sue zanne? forse l’Inghilterra la quale in Malta si governa prepotentemente del pari che i nostri Principi in Italia, la quale giunse ad annientare in quell’isola tutta cosa, la quale potesse ricordare agli abitanti d’appartenere alla nostra nazione? Perocchè dal _Giurì_ in fuori non v’ha legge, non v’ha regola, nella procedura di qualsiasi atto del governo, non v’ha instituzione che comprovi tampoco la libertà Britanna, che non accusi anzi il più assoluto dispotismo. L’università ridotta al punto che qualsiasi ginnasio più piccolo, peggio in piedi è a quella superiore immensamente per ogni risguardo, l’istruzione bandita, l’educazione affidata da un anno ai Gesuiti, il commercio languente per la mala fede dei Negozianti, la religione manomessa dai protestanti, e dai gesuiti, che tra loro fanno a gara in essere più generosi, e larghi. La persecuzione agl’Italiani portata ad un grado incredibile, perchè quivi non si fermino, e non possano riaccendere lo spento amor patrio[7]. Libertà di stampa per lanciar contro il prossimo, villanie, insulti, e calunnie, per propagar l’immoralità, e l’odio all’Italia, ma non per discutere su cose di scienza, di letteratura, e di politica; che anzi cose pubblicate in Piemonte ed in Lombardia coll’approvazione della censura non poterono quivi venire ristampate, e gl’Italiani emigrati dal governo fortemente proibiti di pubblicare checchesia dal Novembre del 1845, contro il qual ordine si può leggere l’inutile protesta fatta subito dopo dal migliore, anzi dall’unico buon giornale il Mediterraneo; e soppressa la cattedra di Storia, e di Economia politica perchè tendenti a liberalismo, e le altre rette da persone pressochè imbecilli; insomma barbarie, oppressione, e schiavitù in tutto e per tutto. Forse la Russia parteggierà la nostra causa, il cui padrone giunse ad uno scalino più su di tutti gli altri tiranni, tenendo schiava, non che il popolo, la stessa nobiltà? Forse la Prussia il cui Re tiene a bada i suoi sudditi con rinnovare le promesse a quando a quando di concedere le riforme chieste al suo padre, e con promoverle giammai? Forse la Francia che sempre ci frodò e perfino quando le sarebbe tornato a grandissimo suo vantaggio il darci il suo patrocinio? Forse la Spagna tuttora incerta sulla via che ha da battere per risanarsi, e che troppo per conseguenza ha da pensare per se? Io non veggo in verità su chi si possa riposare da noi, giacchè le Nazioni che potrebbero non vogliono, quelle che vorrebbero non possono, e quando fia che possano anch’esse più non vorranno giovarci. Tanto è vero che l’invidia, la gelosia può dappiù sull’animo degli uomini quasi sempre della generosità!!! Ma se non dobbiamo confidare nel braccio degli Stranieri, tanto meno poi abbiamo seguire il consiglio di Voi, di Balbo, di Gino Capponi, e di tutta la schiera dei moderati, che per una strana combinazione rilevo appartenere tutti alla prosapia de’ Semidei, alla aristocrazia della nobiltà, che vorrebbesi rimettere in piedi negli altri paesi d’Italia, siccome serbasi ancora in Piemonte, eccettuatone un solo, che non nomino perchè porto fiducia presto si ricreda pubblicamente, ed il quale è del ceto secolare, dir voglio del popolo, e questi fu, quantunque avveduto e di felicissimo ingegno, tratto nella rete, men che egli e noi ci pensassimo; sì, tanto meno poi abbiamo a seguire il vostro consiglio e riporre la nostra speranza nella confederazione dei nostri Signori.

Ogni confederazione dei Principi Italiani, oltre ad essere difficilissima sia perchè non ci pensano e non ci vogliono menomamente pensare, sia perchè niuno fra essi si eleva per energia d’animo dal livello dei vili, pronti ad adulare sempre a chi loro soprasta, e ad incrudelire contro chi loro obbedisce, e non mai a difendere i propri diritti con calore, ed a tutelare gli altrui, non potrebbe poi effettuarsi che a danno della nostra nazionalità, il perchè con apportare qualche piccola modificazione governativa nel nostro paese troncherebbe affatto ogni via alla nostra indipendenza, al risorgimento della nostra libertà; un vetro ustorio tutti sanno concentrando e condensando i raggi solari ne avviva e centuplica la forza e la luce, il medesimo opererebbe in nostro danno una confederazione Italiana, perchè in un punto adunando e raccogliendo le forze dei nostri Tiranni, accresceria di peso quel giogo che segnatamente con tutta la lor possa di volere e di mezzi premono sulle nostre cervici. Sarebbe buona tal confederazione nel caso che i nostri Principi avessero buone intenzioni verso i loro sudditi, e fossero impediti a metterle in pratica dall’influenza, dall’oppressione straniera, allora unendosi potrebbero come suol dirsi, tener al Tedesco il _bacino alla barba_ e conseguire l’intento loro; ma questo caso non è il presente, la tirannia dei nostri principi supera quella dello stesso Tedesco, quella di qualsiasi oppressione mai abbia avuto l’Italia od altra nazione nei tempi passati, ed abbia, e possa avere nei giorni avvenire; ed il darsi fra loro la mano in ogni altro caso torna peggiore alla nostra condizione presente futura che non l’istessa attuale schiavitù in cui siamo, la qual cosa parmi abbia dimostrato assai bene il Ricciardi nel suo libro che non è molto pubblicò in Parigi.[8]

E quello che non possiamo, non dobbiamo sperare da molti in massa, potremo e dovremo sperare da uno? quello che uniti i nostri Principi non hanno il coraggio, la volontà, ed il solo pensiero di fare, potrà uno d’essi di per se aver tanto di ardire da tentare, e tanto senno da volere? Lasciamo che parecchi d’essi brutti di danaro, privi di milizie, ed alcuni imbecilli del tutto, che in verun modo anche volendolo non potrebbero metter mano ad una cosifatta impresa: sarà il Papa colui che porrassi alla testa degl’Italiani, il quale crede dovere suo strettissimo il seguire l’esempio de’ suoi antecessori? Sarà un Gregorio XVI. il quale fa a gara col Re di Piemonte, col Re di Napoli per ottenere la gloria d’essere il più famoso fra i Tiranni suoi contemporanei in Italia, che con valore gli è da que’ due disputata? Davvero non parmi possibile che vi siano taluni che idoleggiano una tal idea, come non parmi possibile potersi scrivere anch’oggi in discolpa dei Papi rispetto alle vicende antiche del nostro paese; riandiamo adunque un momento la storia. Chi furono se non i Papi che divenuti capi politici, datisi a combattere, trovatisi in pericolo, abbandonati dai Greci si diedero in braccio dei Franchi, e comprarono la sovranità dell’esarcato, e della Pentapoli col prezzo enorme dell’indipendenza della nazione? Chi chiamava per ben due volte Pipino mentre duravano le lotte col Longobardo Astolfo? Papa Stefano II. Chi traeva sull’Italia le armi di Carlo Magno? Papa Adriano I. Chi chiamava le falangi barbare del Sassone Ottone contro un Re italiano? Papa Agapito. Chi le richiamava contro gl’istessi Romani? Papa Gregorio V. Chi commoveva primo nelle viscere italiane il tosco guelfo e ghibellino? Papa Alessandro II. Chi invocava il Tedesco figliuolo di Federico Barbarossa contro l’Italiano Tancredi Re di Napoli? Papa Celestino III. Chi ritraeva Carlo d’Angiò con armata di saccheggiatori barbari contro il Napolitano Manfredi? Papa Adriano IV. Chi poi alla sua volta traeva sulla misera Italia, e contro Carlo d’Angiò il Tedesco Imperatore Rodolfo? Papa Adriano V. Chi richiamava con altre e più infeste armi Carlo d’Angiò contro la Romagna? Papa Martino III. Le stragi civili fra i Colonna e gli Orsini donde ebbero l’origine e ’l fomento? Da Papa Bonifacio VIII. Chi alzava contro le vite e la libertà degli italiani Lodovico di Baviera? Papa Giovanni XXII. Diremo noi le orrende sciagure tratte su l’Italia dal Guelfismo seduto in Avignone, quando per sue politiche passioni faceva mettere a ruba e a sangue queste nostre già tanto misere contrade per mano di scorribande tedesche, brettone, mandate a combattere i Principi Italiani? Chi chiamava lo straniero Luigi d’Angiò contro il Re di Napoli Ladislao? Chi contro il medesimo da poi l’Ungherese Sigismondo condusse? Papa Giovanni XXIII. Seguendo di tal passo verremmo fino al termine della istoria italiana, di cui qui non siamo che ad un terzo, verremmo ai tempi moderni, al giorno che corre, e sempre toccando con mano che le precipue nostre calamità originarono dal Governo Pontificio. E noi c’intenderemo con alcuni a riporre la nostra fiducia nel Papa? In un Gregorio XVI, che tutti i suoi antecessori non solo imitò ma superato ha di gran lunga nell’incatenare ed opprimere la patria nostra? Ah non fia giammai! Torciamo lo sguardo da un uomo che dovrà essere esecrato per tutte le età, in tutti i paesi ed in tutte le lingue, e che anima e corpo dovria piombare tosto nel centro d’inferno a formare il zimbello, anzi il disprezzo degl’istessi Demoni, perchè non vada del tutto a ruina quell’augusta religione, di cui senza intenderla nelle sue sublimità, e ne’ suoi doveri è destinato ad esserne il sommo Gerarca; imitiamo i Longobardi, i quali noi chiamiamo barbari, ma intanto essi c’insegnano col loro esempio che vuolsi rispettare il Papa, ma si deve ad ogni patto disgiungere la forza dei due poteri.

Veniamo al Re di Napoli, sarà forse costui che vorrà parteggiare la causa Italiana? un Ferdinando sulla cui faccia è ancora fresco e fumante il sangue dei martiri d’essa, dei fratelli Bandiera? Un uomo che inventò supplizj, torture, e prigioni di nuova foggia, da disgradare tutti i già conosciuti tormenti in atrocità? Un uomo che quando fu costretto a perdonare, e mutare la sentenza di morte in un carcere a vita, volle montassero gli incolpati sul patibolo e tra le mani del Boja rendessero grazie alla sua clemenza?[9] Rispondino per me i suoi sudditi sì dell’una che dell’altra Sicilia, fra cui se alcuno pruovami trovarsi un solo il quale ciò pensi, mi lascio tagliare per la mia asserzione in contrario la lingua.

Sarà adunque il Re di Piemonte, sarà Carlo Alberto? Sì, sì, mi rispondono più voci, sì, sì, sento ripetermi in eco dai liti nostri, sì, sì mi rispondete voi eziandio o Massimo. Ebbene eccomi alle pruove, che con voi disinganneranno tutti gli altri Italiani nel cui capo ha potuto trovar nicchia una sì stolta, sì pazza opinione.

In verità più io ci penso, e meno posso darmi ragione dei motivi, che a quest’ora possono ancora indurre in errore gl’Italiani rispetto alla volontà, al coraggio, al carattere di Carlo Alberto. Che cosa ha egli mai fatto fin’ora da appalesare la più piccola disposizione ad un tal passo? abbandonò forse la verga del dispotismo con cui flagellava li suoi sudditi? Si pentì forse del passato suo infame, o mostrò tampoco di voler coll’avvenire rimediarvi? Perdonò a suoi compagni del ventuno sì malvagiamente abbandonati da lui? Richiamolli ne’ suoi stati senza costringerli ad avvilirsi a giuramenti ai quali niun uomo di carattere potrà mai sottomettersi? ha mai manifestato fermezza di volere almeno tanta, da non farsi chiamare una frasca, da non lasciarsi condurre pel naso ora da uno, ora da un’altro de’ suoi ministri? Si è mai slacciato dal guinzaglio con che i gesuiti da pezza lo muovono a loro talento? dalla museruola che i suoi grandi di corte gli posero alla bocca per lasciarlo, e farlo parlare solo quando loro torna a vantaggio? ha mai frenato la prepotenza della nobiltà piemontese? ha mai seguito l’esempio de’ suoi maggiori in cessare ogni vessazione contro i Protestanti, e promossa la tolleranza religiosa, che Emmanuele Filiberto loro usava? ha concesso forse tanto agli Ebrei da non tentar di affogarne nella miseria e nella immondizia la generazione? ha mai egli resa più libera, più facile l’istruzione de’ suoi sudditi? ha dato leggi quali si esigono dai tempi, giuste ed uguali per tutti alli suoi popoli? Rispondetemi o Massimo voi che tanto v’intesi a sfiatarvi in commendarlo, che di tutto questo egli operò anche in minutissimo grado? nulla, nulla affatto, se non che passionato altrettanto che pel inginocchiatojo e pel Crocifisso, per la milizia, mise su un corpo di truppe che non stanno forse al disotto di verune altre per la loro perizia in ogni sorta di guerreschi esercizi, e le quali sono una vera peste pel paese stante la loro oltracotanza, e le spese che si richiedono pel loro mantenimento, cose che volentieri sopporterebbero i Piemontesi, qualora potessero sperare tampoco di vederle muovere per la causa italiana, ma che invece lamentano in continuo non rilevando in esse altro che _polvere pe’ gonzi_, ed un’inutile ambizione. E lo stesso vuolsi dire del patrocinio che egli dimostra per le belle arti, il quale gli procaccierà qualche lode, farà obbliare per qualche momento le tante sue colpe, ma nell’istesso tempo prova mirabilmente la sentenza d’Angiolo Brofferio che le belle arti più fiorirono, e più fioriscono in un paese quand’esso più è stretto dai ferri della schiavitù. Ma perchè non crediate asserisca ciò gratuitamente entrerò in materia più assai che non dovrei con un altro, il quale avesse qualche cognizione del governo sardo.

Dalle leggi, e dal modo di farle osservare più che non da qualsiasi altra cosa si può conoscere lo stato d’un governo. Però che nelle leggi sta il vero bene degli uomini, dalle leggi la volontà degli uomini retta e scevera da passioni vien dichiarata; perchè le leggi natura dapprima le stampava ne’ cuori, ed appresso la società scrivendone i codici alle varie condizioni de’ suoi bisogni le attemperava; perchè esse sono il voto del popolo o interpellato o presunto, il voto del popolo, che a ben proprio e degli altri patteggia limiti e facoltà, premi e pene consente. Un codice infatti nuovo di leggi ha lo stato di Sardegna per opera di Carlo Alberto, ma quali sono queste leggi? sono quali abbisognavano? vi risponda per me l’ombra venerata del Conte Barbaroux, il miglior ministro che abbia mai avuto, e mai incontrerà d’avere il nostro paese; questi, tutti sanno, aveva avuto dal Re l’incarico della compilazione del nuovo codice, e come uomo profondo quant’altri mai sia stato nelle scienze legali, d’alta nobiltà d’animo, di vastissime viste, e dei più sublimi intendimenti, e fornito a dovizia di tutte quelle eccellenti qualità che si richieggono ad un magistrato, rivolse ogni cura all’opra, ad affrontare contrasti, ed indicibili fatiche, e non badando nè a sudori, nè a sagrifici, nè alle nimicizie, od agli odii che si traeva contro principalmente dalla nobiltà, condusse il suo lavoro a termine, e preparato aveva allo stato Sardo un codice, che sotto qualsiasi punto si considerasse non poteva che commendarsi, perchè a tutto aveva avuto e mente e coraggio di farsi incontro, a tutto provveduto come si doveva da un uomo pari suo che mettesse la giustizia in cima d’ogni sua azione, d’ogni suo desiderio, affetto, e pensiero. Terribili guerre e pubbliche e private, che discendevano fino alla viltà della calunnia egli ebbe a sostenere per fare che il suo codice fosse appruovato; non è martirio che si possa mettere in confronto di quello sofferto da quella grand’anima per difendere ogni sua proposizione, combattere ogni malvagia altrui interpretazione, appianare ogni contorcimento fatto alle sue idee dai suoi nemici, ma alla fin fine credevasi in porto, confusi i suoi oppositori e messa berta in sacco, Carlo Alberto gli dava solenne parola che il suo codice sarebbe stato adottato per gli stati senza modificazione di sorta. Passò qualche tempo ed il codice del conte Barbaroux compare alla luce mutilato, innovato, manomesso da capo a fondo dai nemici di lui per modo, che egli a tal vista recossi immantinenti dal Re a chiedere licenza della sua carica di _Segretario e Ministro di Stato col portafoglio per gli affari di grazia e giustizia_, il Re lo accolse con amorevoli parole, come sogliono tutti i traditori, e non volle permettere che egli si ritirasse dal suo impiego; cosicchè il ministro ricondottosi a casa straziato nell’animo, e col pensiero di quell’inganno che gli bolliva in mente, poco andò che divenne taciturno, incerto nel guardo, temente di tutti, e facile a soliloqui che pareva dessero a sospettare gli fosse per dar volta il cervello, di fatto un giorno dalla somma galleria del palazzo del ministero si gettò giù nel sottostante cortile e rimase freddo, sfracellato sul colpo con dolore acutissimo di quanti nel nostro paese sono capaci d’ammirare un uomo che per ogni rispetto grande si poteva appellare.[10]

Ma fosser almeno fatte osservare egualmente per tutti le leggi d’un tal codice, sarebbe sempre minore il male! che giova la legge se altri non vigila a porvi mano? opera in che poggia la ragione ad un tempo e la origine de’ governi, sia che molti o pochi, od alcuno soltanto ne pigli le redini; origine e ragione, che tutta consiste in ciò di far valere l’autorità sacrosanta delle leggi. E come le leggi a beneficio del corpo sociale furono e sono date, chiaro è la istituzione de’ governi a ciò propriamente essere destinata che per via delle leggi procurino il bene dei popoli; chè non i popoli a beneficio dei governi, ma i governi a salute dei popoli sono posti ed ordinati. Ed in Piemonte voi non potete niegarmi che per molti non ci sono leggi; che i Nobili possono fare da più o meno quel che più loro torna a bene e a piacimento; che l’integrità d’animo rispetto a molti rappresentanti della Sovrana Autorità non è pure conosciuta; che il militare è quivi odiato perchè oltre ogni credere prepotente, ed insultante.

Ma ditemi, vi prego; qual è il vero bene dei popoli, a cui procurare sono promulgate le leggi, o delle leggi detti custodi, ministri e vindici sono i magistrati, bracci, o menti altrettante dei Governanti e dei Re? Questo bene è giustizia, la quale tiene bilancia pari e diritta, ond’abbia ciascuno il debito suo: giustizia che in ogni cosa vuol salvo l’ordine, che i diritti alterna coi doveri, e questi con quelli ragguaglia e misura; giustizia che madre è di concordia e di pace, che fa le nazioni fiorire, che è stabile fondamento dei Troni, che di tutte sociali virtù è sodo principio, caldo eccitamento; giustizia che l’amore di noi coll’amore dei nostri simili, le private ragioni con le pubbliche, l’autorità coll’obbedienza, il servigio coll’impero, gli onori coi carichi, le privazioni coi compensi, l’opera colla mercede in bell’accordo stringe ed avvicenda; giustizia che il cittadino ed il soldato, l’uomo del campo e l’uomo del foro, il sacerdote ed il magistrato, il suddito ed il principe, tutte le condizioni, tutti gli stati con bella reciprocanza di vincoli congiunge, e rende la società una famiglia i cui membri son tutti fratelli. Adunque il grande ufficio dei governi dimora in ciò che vegliando le leggi procurino la giustizia, e con essa la conservazione, e quanto è dato la perfezione, il miglioramento del corpo sociale. E quest’ufficio è desso compiuto in uno stato, dove come nel nostro da certi individui si possano commettere ogni maniera di prepotenti azioni? dove la così detta _via economica_[11] sia come nel nostro cotanto in uso? dove non s’abbia dai governanti tema alcuna di abbandonare, tradire, ed oltraggiare gli interessi de’ sudditi per non curanza, per favore, e per orgoglio? Dove non si voglia menomamente intendere che i rappresentanti ed i ministri della pubblica autorità deggiono essere in pari tempo i rappresentanti ed i ministri della pubblica virtù, che la loro potenza non è altro che un augusto dovere? Dove il Principe il quale porta in mano la sacra coppa che racchiude i più gran benefizi dell’umana società, la sicurezza e la pace, pare goda di aizzare le discordie, li odii delle classi, delle provincie, delle masse, non meno che delle famiglie? Dove insomma non vuolsi capire che il giusto operare, il giusto vivere mentre ne’ privati cittadini è un limite, un freno, diventa nei governanti una potenza attiva, energica, infaticabile, austera insieme e generosa?