Chapter 2 of 8 · 3624 words · ~18 min read

Part 2

Interrogate il Nota, il Marenco, insomma tutti coloro che si diedero a coltivare questo ramo della nostra letteratura, ed ispecie i giovani letterati che valorosamente di continuo scendono in sì difficile palestra, a rinnovare le pruove, vi diranno quanto si struggano e giorno e notte non per incarnare il loro pensiero, ma per poterlo adombrare tampoco alla lontana, per cui tutti i tentativi riescono nulli, per cui non hassi teatro italiano, per cui Nota, Corelli, Marenco non poterono ancora emulare le glorie di Goldoni e d’Alfieri, e vendicarci dalle giuste rampogne che tutto giorno ci movono contro i nostri più grandi nemici, i Francesi.

OSSERVAZIONE III.

Si merita l’indipendenza colla virtù degli opportuni, de’ lunghi, de’ grandi sagrifizi...

_Pag._ 7. MASSIMO D’AZEGLIO.

Nè meno di queste sentenze si presenta bizarra, strana, per non dire ridicola l’interrogazione, in cui a pagina settima usciste colle seguenti parole: _noi Italiani possiamo forse alzar la fronte, metterci la mano al petto e dire a Dio ed agli uomini: ci siamo meritato la nostra indipendenza?_ Per dio! se non ce la siamo meritata noi, quale delle nazioni antiche e moderne mai se la meritò? quale delle nazioni prostrate già risorte o anco oppresse da schiavitù mai col sangue e con ogni maniera di sagrificii, di umiliazioni, d’angustie, di dolori, e di mali ha espiato le colpe sue antiche più della nostra? Sì riandate la storia, e ditemi se altra terra può sostenere il confronto anche da lungi colla nostra? se altro popolo ha più diritti per risorgere a grandezza, a libertà del nostro? Se altra nazione pel clima, pel suolo, per l’indole generosa del suo animo, per legge eterna di natura, e del cielo, per le sue passate glorie è chiamata più della nostra a tenere lo scettro di supremazia sulle altre, e se maggiore servitù, maggiore abbiezione, più lagrimevole stato del nostro mai si può dare? Non ha sofferto abbastanza l’Italia!!!... questa nazione che fino dalla caduta del colosso dell’impero romano, bersagliata dalla fortuna, restata in possesso dei barbari i quali si strappavano l’un l’altro, e si dividevano i brani del manto dei Cesari, quindi caduta in preda dei Saraceni fu sempre afflitta, combattuta, manomessa dagli assalitori, e dai difensori, dagli estranei e dai propri figli, gli uni contro degli altri aizzati sempre dai suoi nemici! quest’Italia che fu sempre in soqquadro ora per le agitazioni che la scotevano comunicandosi dall’una all’altra estremità come il terremoto, ora pelle ambizioni e pelle avidità degli invasori, ora per le crudeltà dei Brettoni e dei Franchi, ora per le ire interne che la tormentavano, per le guerre dei principi suoi che a palmo a palmo si contendevano il terreno, per la perfidia Arragonese che lungamente la tradì, insanguinò, e divise, poscia per la Ferocia spagnuola di cui rimase così vittima misera! Quest’Italia che in tante tempeste, in tante perturbazioni ha pur sempre dimostrato tanta costanza, tanta fortezza, tanto coraggio; che giammai mancò di guerrieri magnanimi, di valorosi principi ora caduti, ed ora risorti sulla propria terra come Antei sulla propria madre! Quest’Italia che dopo d’aver dato al trono di Francia il più grande Eroe che mai abbia esistito, si vide non solo frustrata nella più lieta delle sue speranze, ma anzi tradita e venduta e più schiava resa di prima! Perocchè tutto avrebbe potuto il grande Corso per la sua patria, se l’ambizione non avesse in lui scemato l’amor della sua nazione, non gli avesse fatto dimenticare le sue promesse, nè l’avesse indotto a stendere la sua destra nella bocca del Lione di S. Marco e a strapparne la lingua, ad ammorzare quella fiaccola, che invece doveva riaccendere del più vivace e bello splendore, e la quale per ciò appunto che era sul termine di sua vita meglio poteva rinfacciarci co’ pallidi suoi crepuscoli la nostra vergogna, la nostra dappocaggine e scuoterci dal letargo di morte a vivere novello. Non merita infine abbastanza questa Italia, che devesi vedere assiduamente spolpata, succhiata, e carca di catene dallo schifoso Tedesco, lupo alla cui rabbiosa fame in avvenire mal sarà per satisfare la lombarda e veneta contrada, se per noi non vien tosto rincacciato nella agghiacciata sua tana? Sì quest’Italia che un Papa Gregorio immiserì, insanguinò al punto di superare tutti i Tiranni dell’età passata nelle sue esecrande azioni e nella sua infame lega coi Tedeschi, e per convincersi come gli stia bene la sentenza d’Alfieri: _il Papa è Papa e Re_, sicchè _dessi abborrire per tre_: si rifletta che il numero durante il suo regno delle vittime a cui fece salire il patibolo ascende a OTTOCENTO e SETTANTADUE, oltre ai non pochi che segretamente si fecero trucidare in prigione senza processo, senza sentenza di Tribunale e per consiglio di quel famoso suo Segretario Lambruschini, che Iddio tenga lungamente in vita perchè possa sentire maggiormente il peso dell’universale disprezzo! Quest’Italia che nella parte sua più bella e deliziosa è tenuta peggio che schiava da un Ferdinando che non so se più abbia a nominare _buffone_ o _carnefice_ de’ suoi sudditi, giacchè sì nel rendersi ridicolo che odioso ed esecrando toccò l’ultimo segno a cui possa giungere non un principe, ma un barbaro! Quest’Italia che un Granduca di Toscana corona di viole e di papaveri, con una bugiarda mitezza di governo l’assonna e la snerva, col promovere l’ozio, i divertimenti, e colle Feste continue l’uccide, e colla speranza del lotto e delle tombole le fa vivere una vita simile all’agonia dell’etico, e giunse a renderla insensibile, fredda, indifferente alla vista di tanti monumenti che al forestiero che visita quella terra parlano sentimenti del più eroico valore, della più sublime virtù, e destano in core un vulcano d’affetti, il fanno fremere colla memoria del passato sulla fiacca, nulla, infelicissima nostra età! Quest’Italia infine (per tacere degli altri Signorotti) che un Carlo Alberto dopo averla vilmente tradita nel vent’uno, e barbaramente defraudata nel trentatre, tradisce continuamente e deride per soprappiù, trastullandosi della sua buona fede, con farsi credere a quando a quando disposto alla favorevole occasione di cancellarsi d’in sulla faccia il marchio della più esosa viltà! Vero insulto a chi generoso lo riconoscerebbe a fratello, a padre, vero adoperare di malvagia anima, d’anima infernale, che dimostra ben chiaramente, che la via dell’infamia per lui incominciata tutta vuole percorrerla fino alla fine e fare inorridire delle sue gesta nonchè le venerate ombre de’ suoi antenati _Carlo Emmanuele_, ed _Emmanuele Filiberto_, tutta l’umanità! Quando è dunque o Massimo, che noi a ragione possiamo raccontare un’illiade di maggiori guai? quando potremo noi dire di meritarci la nostra salvezza, se fin ora non l’abbiamo anche meritata? Sì quando verrà il giorno che dobbiamo valorosi intendere tutte le nostre forze alla grand’opra? il giorno che il nostro sagrificio potrà dirsi grande, bastante, e consumato? che infrante potremo vedersi cadere a piedi le nostre catene? quando ai nostri conati, ai nostri voti vedremo sorridere da lor sepolcro le anime di tanti giovani Eroi caduti sotto la scure dei nostri Tirannelli, martiri veri della patria, della libertà?

OSSERVAZIONE IV.

Una sommossa può essere sorgente d’immensi beni, come d’immensi mali; d’immensa gloria, come d’immensa infamia, la salute d’un popolo, o la sua totale rovina.

_Pag._ 26. MASSIMO D’AZEGLIO.

Finchè dite essere un fatto gravissimo quello d’intraprendere una rivoluzione, finchè dite essere anche il fatto più grave, a che possa il cittadino por mano, e che perciò vuole essere bene ponderato, ben preparato per essere bene condotto, io sono di pieno avviso con voi, e tutti quelli che per poco ragionano deggiono essere dalla nostra; ma quando asserite che questo fatto può condurre _ai più fatali errori, che può essere fonte d’immensa gloria, come d’immensa infamia_, scusatemi se vi osservo che date nel più grande strafalcione che si possa da uno scrittore pronunciare, se vi pruovo che vi siete lasciato scappare di bocca una grande bestialità, di cui in niun modo vi avrei potuto credere autore se per voi istesso non fosse ampiamente svolta ed espressa nel vostro libro. Come mai può dirsi infame un’azione suggerita dal più grande e nobile affetto, dal più sublime desiderio, dalla più eroica virtù? un’azione consacrata dal dolore, dal patimento, dal sacrificio de’ propri beni, delle cose più care, della vita? Un opera per essere cattiva, malvagia, od infame vuol essere fatta con fine cattivo, malvagio, od infame, del resto giammai potrassi dir tale senza sragionare, poichè l’opera che è buona per principio è sempre lodevole, anche quando lasciasse luogo a tristi conseguenze, le quali se possono qualche volta far compiangere chi ne è la causa innocente, se possono rendere men bello e glorioso il merito dell’autore, se possono convertirla in danno quando invece da essa si aspettava utile immenso, non è mai che possa autorizzare uno a biasimarla, a condannarla, ad incolparla d’infamia, o di _pazzia_. Infame e pazzo quegli piuttosto vorrebbesi dire, il quale osa profferire una tale bestemmia, il quale dissuade, scoraggia da simile impresa chi dovrebbe scaldare, incitare, ed illuminare perchè più facilmente se ne consegua l’intento. Predicate l’unione, l’amore come principio unificante delle popolazioni, delle masse, e delle famiglie, guardate che alla massima fra le generosità s’accoppi la massima prudenza, ma non togliete a scemare, a spegnere la più nobile fiamma che pur troppo non brucia più le anime nostre come bruciava quelle dei nostri padri, che dai loro sepolcri ci rinfacciano la nostra vergogna.

Voi proseguite che l’intraprendere di propria autorità, il porre mano a dar la mossa pel primo ad un tal fatto è atto tremendo per chi abbia in pregio la giustizia, la fama propria, e della nazione, la carità di patria, e l’amore degli uomini, e perciò altamente da biasimarsi; ma quando mai un uomo solo s’accinse da principio a siffatta impresa non solo negli ultimi casi di Romagna, ma sì pure nei primi? E quand’anche fosse che uno solo avesse l’ardire e la possanza d’incominciare l’opera da se perchè dovrà cotanto condannarsi dove è certo che il suo desiderio, il suo affetto, il suo pensiero è quello dei più, e che al primo grido della sua voce, al muovere del primo suo passo mille e mille bracci si uniranno immantinenti al suo, mille e mille anime concorreranno seco intrepide al cimento.

È pur d’uopo che qualcuno incominci le cose e questi non rimprovero e taccia di mentecatto, di temerario e d’infame, ma lode e gratitudine somma si merta dai suoi connazionali, meno nel caso che agisse ad insaputa di tutti, senza previo concerto, e senza tutta probabilità che la sua voce fosse per trovare un’eco nel cuore della maggior parte e che bastante sussidio gli sarebbe tosto apprestato da mandar ad effetto l’intrapresa; e chi fu mai il quale negli ultimi casi di Romagna si sia condotto talmente da spensierato? Voi Massimo mio gettate troppo spesso nel vostro scritto di false premesse, e da false premesse traete false conseguenze, locchè da tutt’altra persona che non da voi gli Italiani si sarebbero aspettato. Infatti dopo d’averci parlato come se la sommossa di Rimini abbia avuto origine da uno sconsigliato di tal guisa, soggiungete a pruovare meritato il forte biasimo da voi datogli, che _l’autore della sommossa si sarebbe fatto così ingiustamente arbitro delle volontà, dell’avere, della libertà, della vita d’un numero d’uomini che nè egli nè alcun altro se non Iddio può prevedere e calcolare, e se ne sarebbe fatto arbitro (quel che più monta) per usare i più preziosi beni, la più gelosa proprietà de’ suoi concittadini ad eseguire i propri giudizi, perchè senza il loro consenso, senza diritto, senza essere stato a ciò eletto da loro_. Ebbene supponendo anche per vera l’asserzione che l’ultimo caso di Romagna abbia avuto tal principio; favoritemi di dire in qual modo il promotore dell’opera ingiustamente si sarebbe reso arbitro di tali cose; a me pare, e così opino sia per parere a tutti, che niuno in tal occasione adoperando come i Romagnuoli; può farsi arbitro ingiustamente della sorte, della vita, dell’avere de’ suoi concittadini, e tanto meno col basso fine per voi toccato, senza costringerli per forza ad abbracciar il proprio partito, senza strappar loro un’assenso che nell’animo gli niegano, senza insomma una forte prepotenza. Or come questa forza può essere stata esercitata imperiosamente sugli animi altrui dall’eccitatore della sommossa di Rimini, se tutti che vi presero parte o col braccio o col consiglio, o coll’ajuto d’armi e di danaro, tutti operarono più che di loro spontanea volontà sto per dire con gioja, con furore, con entusiasmo? Come uno puossi far arbitro di tutto l’altrui contro l’assenso universale, se il pensiero di promuovere la nazionale nostra indipendenza è universale, se da una estremità all’altra della penisola secondo voi, uno è il desiderio, uno il volere? Il capo d’una rivolta a cui volontariamente, e certi di quel che intraprendono tutti parteggiano, non può dirsi arbitro delle altrui libertà, delle altrui sostanze, delle altrui vite, e delli altrui diritti, ma solo la guida degli altri perchè per ingegno, coraggio, e perizia militare, o politica scienza a tutti loro forse superiore. Del resto egli appigliandosi volontariamente all’opra, resta arbitro di tutto il suo, se gli basta l’animo di sagrificarlo alla patria, siccome degli altri che a lui si affidano spontaneamente ciascuno rimane pure arbitro di tutto il suo proprio, il perchè se non avesse voluto cooperare niuno avrebbelo a ciò spinto e costretto. E poi qui la cosa era concertata; meditata da tempo, ed incominciata non per opera d’uno, ma sì di molti, e ciò merita attenzione, di molti e non del vulgo, ma persone d’educazione di non umile famiglia, sicchè non devesi muovere dubbio ei non sapessero d’essere o no corrisposti nella loro impresa dai connazionali; onde anche l’esito infelice dei loro tentativi avesse peggiorato lo stato nostro, che peggiorare da quel che è, più non può assolutamente, io non veggo e niuno può vedere la ragione per cui con diritto sarebbero stati maledetti, siccome sarebbero stati benedetti in contrario se avessero guadagnato l’intento loro. Giacchè conchiude all’opposto affatto l’argomento, che Voi ponete innanzi dicendo: che solamente quegli il quale sia messo da un altro in un ufficio può giustamente scusarsi della mala riuscita con addurre che le sue intenzioni erano buone; e non coloro che nell’ufficio si pongono da sè, imperciocchè questi anzi unicamente meritano una tale scusa (sempre nelle precennate condizioni) agendo essi solo a loro talento, quando chè chi opera per un altro deve mettere in esecuzione non li proprii ma li altrui divisamenti.

Ma lasciando da banda queste sottigliezze, permettetemi che vi dimostri essere in vera contraddizione con voi stesso: non avete detto in sul principio del vostro libro che noi non avevamo sofferto abbastanza? che i nostri mali non erano ancora sì gravi da meritarci la nostra indipendenza? Ora adunque perchè dimenticare le vostre parole sì presto, e lanciare sì brusche, sì amare, sì severe rampogne contro gli autori della rivoluzione e farli meritevoli d’infamia e di maledizione se il loro tentativo accresceva le nostre sciagure, quandochè ciò giusta la vostra opinione potrebbe renderci degni di risorgere, di riavere l’antica nostra libertà? Avreste fatto assai meglio qualora aveste detto che essi hanno meritato l’universale lode, ammirazione, e gratitudine anche nell’esito avverso, perchè il solo concetto non che il coraggio di porlo in esecuzione procaccia venerazione a chiunque lo ravvolga nella sua mente, e cerchi di stamparlo profondamente negli animi altrui; sì, avreste fatto meglio assai di dire loro che l’esperienza di tal fatto dovrebbe ammaestrarli per l’avvenire ad essere più prudenti, ad apparecchiar con maggior maestria la cosa un’altra volta, di svelare i loro falli cogli opportuni consigli per scansarli in avvenire, e ciò non potendo, di tacervi. Però chè non essi devono avere crudeli rimorsi di tanto avere osato, _come voi dite_, ma sibbene gli altri che non sorsero all’opra, coloro, che non li ajutarono, furono freddi vergognosamente a quella voce che secondata tutto poteva restituirci, perchè tutto fuorchè il nome abbiamo perduto.

OSSERVAZIONE V.

Gli Italiani hanno avuto quello che meritavano pel loro Egoismo, e per la miseria dei loro disegni.

_Pag._ 10. MASSIMO D’AZEGLIO.

Se la taccia d’egoisti fosse rivolta a noi da uno straniero, ci venisse d’oltralpe a d’oltre mare, poca o niuna meraviglia noi senza dubbio faremmo, usi come siamo da lunga pezza a sentire cotesti predicatori, che visitando da un capo all’altro la nostra penisola colla velocità d’un corriere postale, sorgono profeti del passato a declamare sulle rovine; bensì e stupore e rammarico quella ci desta quando a noi perviene da coloro, cui serra il baluardo delle stesse montagne, e ’l vallo dei medesimi mari, e tanto più da un Massimo d’Azeglio, da un uomo nel cui seno arde forse al pari che nel nostro la fiamma della patria carità.

Perchè Azeglio riprendere i vostri concittadini d’Egoismo, e perchè rimproverar loro la miseria dei disegni? invece di sollevar la vostra mente a maggiori intendimenti, a fortificare col consiglio e col parteggiare più ampie idee, quei generosi che tutto posero in non cale per la redenzione della lor patria, e a cui forse nulla mancò per condurre a termine l’impresa che una saggia ed esperta guida. Una rampogna ingiusta, sappiate, scoraggisce, e paralizza quelle forze dell’animo, che bastarono a durare vittoriose contro tutti i macchinamenti, contra tutte le oppressioni della tirannide, ed ingiusta è la vostra rampogna verso i Romagnoli, prima perchè essi, sebbene il loro movimento fosse _provinciale_ come voi osservate, avevano uno scopo grande e nazionale, e pruova ne è il correre a prendervi parte i Toscani, ed il prepararsi a ciò pure i Napoletani; secondariamente perchè da un moto parziale si può progredire ad un movimento generale della Penisola coll’istessa facilità, che una piccola scintilla eccita secondata un grandissimo incendio. Di fatto chi vi assicura che la bandiera bianca per essi inalberata non fosse un saggio trovato per mettere meno sull’allarme il governo, e farsi ad un tempo più leggiermente un forte numero di fautori, piuttosto che la manifestazione vera dei loro desiderii? Credete voi possibile che i Romagnoli portassero fiducia d’indurre l’ostinatissimo loro Gregorio a dar loro le chieste riformagioni con una sommossa, mentre nella rivoluzione del 31. videro ad istanza della Francia, della Gran Brettagna, della Prussia, dell’Austria e della Russia promettersi dal Papa tutte quelle instituzioni da cui dipende la prosperità e la quiete d’un popolo, e quindi non solo non ottennero ciò che avevano dimandato, e loro era stato accordato, ma fra breve si trovarono in peggiori situazioni che non erano prima? Io per me anche non mi costasse di certa scienza che ben altri erano i loro divisamenti, pure mai potrei indurmi a ciò credere, a far un così grave torto alla nobile indole dei nostri fratelli. In quanto poi all’esito, fintantochè dite che i Romagnoli hanno toccato le male conseguenze delle non ben ponderate misure della loro inesperienza, non vi si può che dare piena ragione, ma quando insistete che essi hanno ottenuto ciò che meritavano solo d’ottenere, tutti veggono in voi più un maligno ed imprudente censore, che non un provvido e schietto consigliere, la severità per riprovare e condannare, più che la volontà e la saviezza per migliorare. Sta bene che voi raccomandiate a mettere _in prima fila_ la causa della nazione, ma non potete perciò rimproverare chi non negligentandola menomamente, comincia col tentarne un’altra forse per mettersi in grado da poter meglio operare per la prima, unico motivo che a questi giorni può spingere non dico i Romagnoli, ma qualsiasi degli altri popoli della nostra Penisola al partito delle sommosse _parziali_. Del resto comunque siansi condotti gli insorti della Romagna, è certo che la vostra asserzione in contrario senza pruove di sorta è nulla, anzi vergognosa, il perchè anche, supponendo, voi abbiate avuto qualche motivo a ciò profferire, avreste dovuto anzi di riprenderli procurare di emendarli e disporli meglio per l’avvenire fingere d’ignorare la colpa che a quelle vittime generose potessero venire in qualche modo a diritto imputate. Così la vostra parola non sarebbe tornata nè svantaggiosa nè offensiva; siccome tornò ridicola allor quando si fece a consigliarli di ricorrere ai giornali esteri e a farvi sovra proteste contro il loro governo per quelle innovazioni e quei miglioramenti che hanno diritto di domandare e sperare; come se un Gregorio si mostrasse di tempra più facile ad essere impressionato degli altri nostri Tirannelli, i quali pur troppo sanno meglio che noi far orecchio da mercanti a ciò che loro non conviene ascoltare. Se volessero rispettare i giornali non comincierebbero essi a rispettare un pò più l’opinione pubblica, l’opinione universale? E poi a quali rischi uno non s’esporrebbe? voi sapete, o almeno non dovete ignorare quali imbrogli, quali esosi maneggi abbiano luogo nella posta, nulla anche di turpissimo può oggi maravigliarci nel nostro paese a tal riguardo, quando nemmeno la libera Bretagna ebbe vergogna d’insozzarsi in tale viltà, in tale frode.[2]

Per la qual cosa non solo non vuolsi considerare come egoismo lo spingersi per la via delle sommosse parziali per ascendere per via di queste ad una generale, ma anzi merita lode somma chi sta attento per cogliere l’occasione più propizia per dar fuoco alla mina; il che se difficile è a conseguire, lo è immensamente di più il far scoppiare, dirigere, e mandare a termine una generale; onde avreste voi bene meritato dalla patria e da tutti qualora descritta ed appianata ci aveste la via da tenersi in una grande intrapresa, che non accennarcela solamente, e dirci che _per non esservi entrati francamente e generosamente_, noi Italiani siamo stati, e siamo tuttavia più che _compianti_, derisi. Lasciate pure che le altre nazioni anzichè compatirci ci deridano, purchè non discendiamo noi a deriderci a vicenda, poco importa, verrà il giorno o tardi o tosto che inarcheranno dalla maraviglia i loro occhi, e riconosceranno in noi i veri figli, i veri discendenti di quei grandi che fur per due volte maestri in tutto al mondo intero, ed allora saremo ampiamente vendicati delle loro derisioni.