Part 8
Ricordatevi quel detto che a proposito di Carlo Alberto è fama a quando a quando pronunciasse la sua madre: _il mio figlio non ha nè testa nè cuore_. Che non abbia cuore tutti si convengono, ma che non abbia mente, è ciò che molti vorrebbero diniegare. Come mai se avesse un pò di cervello potrebbe permettere tanti abusi ne’ suoi stati ora con consenso, ora con fingerne ignoranza? come mai sarebbe caduto in tante imbecillaggini che lo fanno deridere anzichè odiare? e come non avria posto mente a tante voci che da ogni parte della Penisola il chiamavano alla gloria? Come non saria stato animoso a cingersi di quella corona immortale che il Genio d’Italia tante volte le offerì? Come si sarebbe mostrato sì timido, sì debole, sì vigliacco, e sì pauroso in ogni cosa? Valga il seguente fatto a provare in mirabil modo la fermezza eroica del suo animo! Il Colonnello J.... nobile piemontese, dopo aver reso molti servigi al Piemonte recavasi a servire la Spagna, dove onori pel suo valore d’ogni maniera gli venivano conferti; venuto in avanzata età, ed amando di rivedere il suo paese natio, si porta a Torino; dove pervenuto agli orecchi del Re Carlo Alberto il suo arrivo, il mandò a chiamare ed accoltolo amorevolmente, in attestato di estimazione de’ suoi meriti gli dà la croce di Cav. di S. Maurizio e Lazzaro, lo conferma nel grado di Generale a cui era stato in Ispagna innalzato, dicendogli che sperava si saria fermato in patria ed avrebbe il suo ferro consacrato alla medesima. A tali dimostrazioni il Colonnello J.... l’assicura che alla manifestazione di simile desiderio si conosceva assai onorato, e non poteva a meno perciò di aderirvi. Il Re lieto della risposta il fa soffermare in quel giorno in corte pel pranzo attestandogli continuamente di averlo in grazia ed in pregio altissimo. Ebbene dopo due giorni fu mandato a richiamare il Cav. J.... amorevolmente gli fassi incontro Carlo Alberto appena lo vede a comparire ne’ suoi appartamenti, _e mio caro_, gli dice, io deggio disdirmi dell’invito che l’altro jeri vi ho fatto, il ministro mio Villamarina con cui ho parlato lungamente di Voi, mi fece vedere che la vostra dimora _permanente in Piemonte poteva dar luogo a rumori, essere pericolosa, mentre io la credeva utile, onde m’obblighereste se fra tre giorni procuraste d’allontanarvi; che mai volete? son cose a cui dobbiamo rassegnarci. Però potete conservare in mia memoria e ’l grado e l’onorificenza che vi conferii_. A tai detti sorpreso l’antico militare dignitosamente rispose queste due parole: _grazie alla vostra maestà, quale son venuto, tale me ne andrò, e fra un’ora sarò fuori di già dalle mura della capitale_. La cosa si sparse per tutta la città, tutti ne ridevano, meno il ministro che godeva d’aver allontanato un suo nemico. Carlo Alberto si credeva d’aver dato saggio di una gran forza d’animo, d’una gran virtù, d’aver vinto il nemico più difficile ad essere soggiogato, secondo gli dicea il confessore suo, cioè d’aver vinto se stesso! E voi Azeglio volete farci credere in un tal uomo? in un uomo che se fosse vera l’opinione che le anime dei malvagi dopo aver vagato nello spazio vadano ad informare i corpi d’altre più basse persone, non potrebbe aver ereditato altra anima che quella di Giuda? in un uomo che dopo aver logorato la sua vita nei vizi, ora stanca da mane a sera gli inginocchiatoi, e gli altari? in un uomo che anche togliendogli la tristezza dell’animo, non sarà mai capace d’intraprendere la più piccola opera, nonchè quella della nostra rigenerazione? in un uomo, il quale non solo brama soffocato e spento lo spirito di indipendenza e nazionalità, ma di più tenta in ogni modo di far nascere ne’ suoi sudditi lo spirito contrario? in un uomo, il quale proibisce una società, che aveva per iscopo di diffondere lo studio della lingua italiana nel Piemonte, e togliere di mezzo a poco a poco il deforme dialetto che si va cinguettando da noi? la qual cosa ci dovrebbe assai bene convincere delle disposizioni di Lui, rispetto all’Italia, giacchè niuna cosa si mostrava più innocua al suo governo, che un’associazione, in cui i Piemontesi dietro lo stimolo del Cav. Panzoja tutti si proponevano di parlare costantemente l’italiano, e si sottomettevano ad un’imposta da passarsi ai poveri, ogni qual volta fossero colti in fallo, cioè a parlare il nostro dialetto, od altra lingua fuori di stretto bisogno. Tanto più che lo scopo era più letterario, che politico, e d’altronde il legame della lingua alla nazionalità non ha una forza sì energica, sì subitanea da spaventare chicchessia. E poi ignorate voi l’influenza del primo ministro, il Marchese Solaro della Margherita, il qualche oltre ad essere _gesuitissimo_ come sopra toccai, è ligio affatto all’Austria, e tanto che non lo si farà saltare dalla sua carica, impossibile sarà ogni simile divisamento. Del resto ammesso ciò, che non puossi ammettere giammai, cioè che Carlo Alberto volesse coadiuvare la nostra causa, e marciare alla testa delle sue truppe, che da qui a poco si raduneranno nella landa di S. Maurizio per servire di trastullo ai nostri Duchi, e prendesse a fugare il predone Tedesco dalle lombarde e venete terre, credete che l’italo paese guadagnerebbe sotto il governo Sardo? Sotto il giogo d’un dispotismo il più barbaro, sebbene mascherato dalla più artata apparenza? Sotto il comando di un re che per voler conservare, a maggior lustro della sua corte, l’etichetta spagnuola, conservò nella nobiltà la boria intollerabile di quella nazione, la barbarie e l’ignoranza la più maligna e la più crassa? Starebbe poco a rinascere il feudalismo, è vero modificato per imperio e necessità dei tempi, ma pur sempre tremendo feudalismo; e noi avremmo a soffrire fra breve quanto non soffrimmo sotto qualsiasi invasione, e quanto non soffriamo tuttora. Però che per quanto soggetti alli stranieri, bolversati, tiranneggiati, ed oppressi siano gli altri paesi d’Italia da’ suoi Principi, e dai suoi governi, sono sempre in istato meno passivo ed irritante di quello in cui si trovano i Piemontesi. Interrogate le persone colte ovvero quelle che intendono i loro diritti e non anco hanno rinunciato alla quistione dell’indipendenza italiana; chi di loro non s’espatrierebbe dal Piemonte, se vincoli d’impieghi, di parentado, dei loro interessi non li tenessero stretti ed inceppati? neppur uno per quanto possa essere caro il luogo dove s’abbia spirato le prime aure della vita, dove si sia visto per la prima volta la luce del giorno. Nè sarebbe inutile l’osservare che in numero grande si contano i Piemontesi, che continuamente s’espatriano volontariamente, e si recano ad abitare altri paesi aspettando un meglio avvenire per poi fare ritorno.
Ma siccome non dobbiamo porre fiducia di sorta in Carlo Alberto, non dobbiamo neppure confidare nell’ajuto e nel concorso di verun’altro nostro principe, o degli stranieri; Siamo noi che di per noi stessi dobbiamo riedificare l’edificio della nostra nazionalità, e per niun’altra via potremo guadagnare il nostro intento, che per una generale sommossa, che per lo esterminio dei principi, e dei troni. La Francia come ridivenne nazione? come sorse ad incivilimento? a grandezza? se non collo spargere fiumane di sangue, se non colla sua lunga e terribile rivoluzione. Così dobbiam noi fare, così operare; ciò voi dovete o Azeglio predicare giorno e notte, tra i grandi e tra il popolo, se volete giovare all’Italia; a quest’opera dovete cercarvi collaboratori in continuo, perchè al primo manifestarsi del movimento tutti sorgano col braccio armato quegl’italiani, i quali non sono sordi alla voce dell’amore di patria, non sono anche del tutto imbastarditi dall’astuta tirannia dei nostri Signori, nè sì sviati dietro il male esempio da desiderare di essere piuttosto ingentiliti e corrotti, che resi saggi e virtuosi.
È senza dubbio allora che potrete meritarvi la pubblica fiducia, la gratitudine dei vostri fratelli, la benedizione di tutti i buoni, che non avete di certo ora, che siete associato a Balbo, e d’un imbecille e malvagio volete far Carlo Alberto un Eroe.
Questo per ora è quanto aveva in mente di scrivervi; di moltissime cose, che presentemente non ho stretto obbligo di palesarvi, altra fiata torrò a discorrervi; cioè quando mi si porga il destro, e possa crederle d’utile pubblico. Io vo’ sperare che rientrerete in voi, od almeno vi cesserete dal dare consigli ai vostri fratelli, i quali non solo non sono vantaggiosi, ma anzi tornano loro di danno immenso; seppure non volete ricredervi ed abbracciare il partito del vero Italiano, che dovrà sempre sdegnare ogni moderazione dove gli stia a cuore l’ottenimento della salvezza patria. Non vi faccia maraviglia, se io serbo l’anonimo, il vostro esempio mi ha istrutto se prima non lo fossi stato, e da qui ad un mese alla più tardi, rilasciando ancor io il beatissimo Piemonte, vi renderò avvertito con altra mia scrittura del mio nome, e vi proverò in effetto la mia stima, e se volete la mia affezione, tuttochè mi abbiate veduto in tante cose così discorde da Voi, da lanciarvi contro una amara, ma giusta rampogna.
_Di Torino 7. Giugno 1846._
N. N.
INDICE DELLE MATERIE
_Alcune righe, a mo’ di lettera, che servono di prefazione al libro_ Pag. 3 _Osservazione prima sui governi d’Italia_ » 5 _Osservazione seconda sulla libertà di scrivere, di parlare e di manifestare la propria opinione sulla sorte futura d’Italia_ » 9 _Osservazione terza sul merito, che hanno gli Italiani per un meglio avvenire_ » 22 _Osservazione quarta sul bene, e sul male delle sommosse_ » 27 _Osservazione quinta sull’egoismo imputato agli Italiani pei disegni che fin’ora essi manifestarono_ » 34 _Osservazione sesta sulla condotta dei popoli Italiani e dei Principi, che li governano_ » 44 _Osservazione settima sulla ridicolezza d’una domanda al governo Papale di essere pe’ suoi sudditi più assoluto, e più dispotico_ » 49 _Osservazione ottava sull’inutilità delle proteste per migliorare la condizione degli Italiani_ » 55 _Capitolo unico sulle speranze d’Italia riposte in Carlo Alberto_ » 71
NOTE:
[1] Lo scrittore della presente non andò errato nel suo pronostico, perocchè ci pervenne a notizia trovarsi già egli in Viareggio dopo d’essersi fermato alcuni giorni a Lucca dove per certi scrupoli non fu tollerato.
[2] Vedi Mazzini nel suo ragguaglio sulla morte dei fratelli Bandiera.
[3] V. _Pag._ 12.
[4] Vedi pag. 114. dell’Azeglio.
[5] Vedi Ricciardi nel suo libro _Gloria e Sventura_, Parigi coi tipi della signora _La Combe_.
[6] Vedi pag. 115. fino al fine.
[7] È vero che gl’Italiani in Inghilterra sono trattati ben altrimenti, e di Malta, lo posso accertare io, vengano essi consigliati a traslocarsi là, ed anche a spese del governo generosamente più che gratis condotti.
[8] Vedi Ricciardi libro sulle _Speranze d’Italia_ Parigi 1846.
[9] Quegli furono un certo Rossaroli ed un certo Ancillotti che preser parte nella congiura così detta del monaco, perchè ordita da un frate; i loro compagni conosciuti veri congiurati andarono tutti a morte, gli altri come sospetti in prigione a vita come loro.
[10] Del Codice Sardo colle postille del Barbaroux, se ne è fatto un’edizione, che io stesso ebbi tra mano, e potei convincermi della cosa. Prati con un bel carme si fece interprete del dolore dei Piemontesi per l’improvvisa morte del Barbaroux, ma la revisione tutto glielo falcidiò.
[11] _Via economica_ è un modo di far giustizia, in grazia di cui una persona di qualche credito incolpando un’altra, può aver la soddisfazione di vederla subito arrestata, castigata, senza che ella prima del termine del suo castigo possa sapere il motivo del suo arresto, far ricorsi di sorta per purgarsi dall’accusa, e far valere le sue ragioni, locchè qualche volta avendo protezioni vienle poi concesso dopo siccome un gran favore.
Nota del Trascrittore
Ortografia e punteggiatura originali sono state mantenute, correggendo senza annotazione minimi errori tipografici.