Part 6
E che ciò sia vero, e che questi ed altri abusi corrano nel nostro Piemonte, potrete convincervi anche voi se mi terrete dietro ancora qualche poco. La nostra aristocratica nobiltà per esempio è al punto da nulla invidiare al feudalismo antico, prepotenze da una parte, prepotenze dall’altra, e sempre impunite, sempre invendicate, e guai a chi osa torcerle un pelo, anzi a farle rimostranze contro, anche moderatissime! Un conte di Robilant marito della prima Dama d’onore della Regina, colonnello delle Guardie uccide un suo servo col bastone, perchè restio al suo dovere; con una pistola un’altra volta manda le cervella in aria ad un altro, perchè osa rispondergli; dalla finestra fa saltare giù una cameriera che si rifiuta alle sue voglie, e per castigo di tutte queste barbare azioni indovinate Azeglio qual sentenza abbia avuto contro dal Re? otto giorni di reclusione ne’ suoi appartamenti, ed il consiglio di dare qualche sovvento ai danneggiati. Una marchesa di Bernessi ha ottocento mila franchi di debito, i creditori le fanno pressa, il Re mosso a compassione di lei con un motuproprio ossia _biglietto regio_ la dispensa di pagare chicchessia. Un marchese di Cavour muore, lascia un miglione e più di franchi di debito, il Re mosso a pietà della situazione del figlio, gli concede un biglietto regio di dispensa, ed i creditori restano belli e pagati senza squilibrio della sua famiglia: almeno di questo privilegio se ne fosse valso in condurre una vita lodevole il marchesino! ma invece si diede in braccio al vizio opposto di quello che dominava il suo padre, all’avarizia, per modochè mentre copre la causa di Gran Vicario di politica e polizia gode la fama di principe fra gli usurai, di vero boja del commercio nelle Piemontesi contrade. Un Marchese di Sommariva, che voi al vederlo lo direste il primo eroe, il primo guerriero del mondo per le mille croci che tutto gli coprono il petto, sappiate che è il più vigliacco ed il più prepotente, e schifoso nobile dei nostri stati; di viltà diede ampia testimonianza allorchè dopo d’avere insultato al segretario della Legazione Francese il sig. Neivs, rifiutò il duello a cui questi con ragione lo aveva invitato, e s’umiliò a chiedergli scusa quando poi l’ambasciatore di Francia alzò la voce. Di prepotenza, e schifosità mille sono le pruove date nel corso di sua vita ogni qualvolta alcuni osarono presentargli la nota di qualche debito arretrato, che quando meglio si comporta in tai casi è di strapazzare, minacciare, e far prendere a calci da’ suoi servi, i suoi creditori se non sono più che lesti al primo cenno che loro fa, d’infilare la porta ed uscire; e negli stupri, negli adulteri; e negli sverginamenti, nelle quali imprese è diventato sì famoso, che ora è vero timore delle ragazze, delle spose al paese, ove recasi a villeggiare. Eppure quegli non solo andò sempre impunito delle sue ribalderie, de’ suoi infami trionfi sul campo d’amore, ma gode sì fattamente la grazia di Carlo Alberto, che ultimamente lo elesse Generale; che potè anzi perfino il suo ruffiano Bojone far elevare poco per volta al grado di Colonnello d’armata, e di Segretario dell’ordine dei Cavalieri di S. Maurizio e Lazzaro! Un conte di S. Giorgio tenente nel reggimento di Piemonte Reale, spara una pistola nel volto ad una signora perchè non vuole accettare la sua dichiarazione d’amore, e gli rigetta una lettera, ed ha per punizione il consiglio di recarsi in permesso onde evitare il mal’umore e la vendetta dei congiunti di lei! Un ministro degli affari esteri, il conte Solaro della Margherita, dopo stare gran parte della mattina inginocchiato avanti gli altari nella chiesa dei frati della compagnia di Gesù, ingravida la superiora delle suore del Santissimo Sacramento, e per evitare lo scandalo l’induce a fuggire in compagnia del cappellano con settanta mila franchi che stavano in cassa del convento, li munisce di passaporto ministeriale, sparge la favola che ardenti di reciproco intenso amore se ne erano iti in Isvizzera, fa eleggere un’altra superiora, fa riempiere nuovamente la cassa dalla bonarietà della rimbambita Regina vedova Maria Cristina, ed ha complimenti di vera filantropia dal Re Carlo Alberto! Un avvocato Cunietti amoreggia con un’amabile figlia del ministro di Olanda, ne è corrisposto, e la ruba; il padre desolato reclama al trono di S. M. che gli sia usata giustizia, si frappongono i Gesuiti a cui ricorse il giovane, onde ottiene nulla; si ritira presso la sua nazione rigettando per viaggio la gran croce dei Cavalieri di S. Maurizio e Lazzaro, che il Re ebbe fronte d’inviargli in compenso de’ suoi servigi, quando la figlia vien messa nel ritiro del S. Cuore di Gesù, e quivi per forza convertita alla cattolica nostra Religione, e maritata quindi con un nobile signore, sdegnando essa d’unirsi in isposa al suo amante perchè conobbelo d’indole malvaggia; il quale per castigo è nominato vice console Sardo in Algeri! mentre tutti li suoi compagni senza demeriti e con molti meriti non hanno impieghi e cariche di sorta.
Un Sindaco d’un prefetto sulle fini del Canavese, in vicinanza delle lande di S. Maurizio, dove si sogliono tenere gli accampamenti militari per istruzione delle truppe sarde, ricorre egli in persona al R. Ministero verso l’autunno del 1842 per avere soddisfazione dell’assassinio commesso sulla persona dell’unica sua figlia da alcuni soldatacci, e vien rimandato con le seguenti parole: avete tutte le ragioni ad ottenere quello che dimandate, ma come si fa a conoscere i colpevoli? d’altronde al male più non puossi ovviare, e saria uno scandalo troppo grande il palesare il fatto; ascoltate il nostro avviso, abbiate pazienza, rassegnatevi alla Volontà di Dio, il quale ha permesso, forse per esercitare la vostra virtù, che la vostra figlia facesse quella miserabile fine; d’altronde procurereste un troppo grave dispiacere al vostro Sovrano, il quale tanto raccomanda la moralità nei Soldati. Si ritira il buon vecchio a sua casa, ammala, e muore anch’esso dal dolore della morte atroce della figlia, e dallo sdegno di non vederla giustamente vendicata. Ed il fatto è pure dei più gravi, e dei più imperdonabili che si possano da uomo commettere! Figuratevi! oltrepassavano il numero di dodici i soldati, erano ebbri dal vino ed accesi dalla libidine, veggono la avvenente ragazza sulla porta del giardino che faceva calza canterellando, si avvicinano in bel modo colla scusa di vedere il giardino, ed accorgendosi di non essere veduti da persona viva, l’assalgono, le mettono una pezzuola alla bocca bene stretta, la distendono in un solco, e l’uno dopo l’altro isfogano tutti su d’essa la loro brutale passione, mentre la candida ed innocente giovine rende l’anima al suo Creatore di mezzo alle due porche tra cui l’avevano quegli inumani lasciata.
Ma udite, ancora: voi sapete che il Duca di Lucca mandò il suo figlio a compiere la sua educazione in Piemonte: Carlo Alberto lo arruola nel reggimento di cavalleria _Novara_, ed il Principino Augusto esordì da bel principio con ogni sorta di indegne azioni a rendersi ridicolo e sprezzato, a dar saggio di quanto si possa sperare dal suo avvenire, ed il Re invece di correggerlo e punirlo lo premia, e se lo tien affezionato come una volta si teneva la contessa di Robilant, e gli paga tutti i debiti, che a quando, a quando ascendevano ad incredibili somme. Un giorno il Duchino si trovava in una città di provincia, e se non erro in Pinerolo, si reca egli in persona dall’impresario pei foraggi delle truppe, lo rampogna dapprima perchè non gli abbia inviato la provvisione di fieno per venti cavalli, come gli aveva mandato a chiedere, il signor Del-Pozzi che era l’impresario con bella maniera gli osserva esser egli solo autorizzato a suppeditargli la provvista per quattro cavalli dal ministero, e non aver egli inteso di fare un rifiuto a lui, ma sì tanto di scansare il giogo d’un obbligo ingiusto. A ciò l’Altezza Serenissima e Reale minaccia il Del-Pozzi il quale avendo osato ancora parlare, egli vibrogli allora un calcio nel basso ventre, per cui quegli stramazza a terra, ed in pochi giorni morì. Si sparge la cosa, ricorrono ai re i congiunti dell’infelice, ne parlano e romoreggiano i giornali di Francia, e Carlo Alberto regala il _gran collare dell’ordine supremo della SS.ma Annunciata_, al Prode Principe, lo innalza al grado di Colonnello, tuttochè non sapesse star a cavallo, e non s’intendesse nulla, affatto nella milizia, giacchè le sue occupazioni erano da mane a sera di far lo stordito, far all’amore, e far chiasso per lo paese. Vita che conducano quasi tutti i disperati Nobili, Spagnuoli, Portoghesi, Italiani, e Polacchi che rifuggiati in Piemonte ottennero gradi, pensioni, stipendii, onoranze, e tolleranza a tutte le loro vili e vergognose azioni.
Eppure se il nostro Re avesse un pò di sale in zucca, torrebbe ben di mezzo un tale scandalo! un tal disordine, che in niun modo gli può convenire!...
Ma oltre a cotesti fatti, a cui niuno può muovere un tal qual dubbio, ed a cui potrei aggiungerne mille, ascoltate questo eziandio di recentissima data: un Romano, il sig. T. P. impiegato da dieci anni al servizio del nostro Re, il quale in tutto il volgere di questo tempo mai diede motivo alla più piccola lagnanza sul suo conto, bene visto da tutta la subalpina gioventù, accolto con amorevolezza nelle più distinte case, giovane gentile, onesto, e del bel mondo, un giorno riceve per mezzo d’una guardia di polizia un biglietto col quale il Commissario Tosi ispettore della bassa polizia lo invitava a passare da lui un momento nella giornata. Egli colla massima premura, di nulla sospettoso, perchè di nulla si conosceva colpabile, aderisce all’invito e si reca al palazzo del comando, dove chiesto del suddetto commissario, che si fa dare dell’avvocato mentre non sa pure iscrivere due parole in ortografia corretta, viene tosto da due birri introdotto in un gabinetto dove un uomo alto della persona, di occhi grifagni, di nera e folte sopracciglia, con calzoni neri, abito bleu, giustapetto grigio di _piquet_ e cravatta bianca ed altissima, sedeva ad una scrivanìa. Questi subito s’alzò al vedere il nostro Giovinotto entrare e presentarsigli umilmente, indi coi più duri modi, colle più aspre villanie, e col più infernale sarcasmo tolse a canzonarlo, a deriderlo più che non a riprenderlo; del qual trattamento chiedendo la cagione commosso, ed indispettito non che maravigliato il nostro signore ebbe delle minaccie in risposta se anco avesse osato dire una parola. Pochi istanti dopo il Commissario si taceva, ed egli credeva, che essendosi isfogato così, l’avria lasciato andare in libertà, epperciò già macchinava in mente di farsi dare, con uno schiarimento, una soddisfazione di simile condotta tenuta contro di lui, nel giorno seguente; poichè più pensava, ed esaminava la sua coscienza e meno si trovava meritevole di rimprovero, non che di tali cattivi tratti appena, appena da potersi usare con un malfattore. Ma s’ingannava affatto nel suo supposto perocchè il Commissario data una scampanellata chiama due birri e loro ordina d’andare per una vettura; allora ei cadde in pensiero d’essere stato scambiato per un altro, e dimanda con supplichevole voce a quell’inumano la causa di siffatta riprensione; oh bella! guardate l’innocentino! risposegli tosto il Commissario, non sa d’aver fatto cosa biasimevole! quindi cangiando tuono di voce continuò: _andate con questi uomini, ed imparate a condurvi meglio per l’avvenire_. Il sig. T. P. si rivolse e vede i due birri, che erano stati mandati a prendere una vettura, fermi sul limitare della porta, due lacrime gli annebbiano gli occhi, un sudore di ghiaccio le investe per tutte le membra, un moto convulso che tutta gli agitava l’anima si palesa in compassionevole modo sulla sua sembianza; pregava col gesto, colle parole, e coll’espressione della persona il Tosi a dargli una qualche spiegazione, a dirgli in che si credeva egli avesse mancato; ma nulla gli vien risposto che più gravi ed amari accenti, poscia con un urtone spinto fra le braccia dei due arcieri, i quali l’accompagnano fino fuori dell’ufficio, lo fanno salire in carrozza e si mettono ancor essi l’uno per parte, e fanno segno al vetturino di inviarsi al _Correzionello_, luogo di prigione, dove sono rinchiusi ordinariamente i più gravi malfattori finchè non si è pronunciata ancora sul loro venire la sentenza dai pubblici tribunali. Quivi giunto quasi fuori di se, messo in un ampio camerone con la feccia del canagliume il più pestifero della società, stette molto, prima di riaversi, ed appena presero una tal calma li suoi sensi, e si riconobbe tra quella gentaglia, ripensava alla scena avuta col commissario Tosi e gli pareva di trasognare, che nulla dell’accaduto fosse vero; se non che un sergente di infanteria, (il quale trovavasi tra quella marmaglia, ed aspettava d’uno in un altro giorno, per decisione de’ suoi giudici d’essere tradotto o alla _catena militare_, o al _corpo franco_ nell’isola di Sardegna, quantunque nulla fosse risultato in suo danno dall’esame, e dalla perquisizione domiciliare che gli avevano fatto per averlo creduto divulgatore di libri proibiti) gli si accostò per vedere di sollevarlo, e con amorevolezza rarissima a rinvenirsi in que’ luoghi prendendo a ragionare con lui, gli suggerì, appena udito il racconto dell’accadutogli, di scrivere a qualche persona di sua conoscenza perchè si interponessero, e gli facessero rendere giustizia, ed alla peggio dimandasse che lo sottomettessero al giudizio d’un tribunale.
Egli abbracciò questo partito, come un marinajo afferra l’ancora qual unica via gli rimanga a salvezza; scrive una lettera ad un conoscente suo, il quale credeva più d’ogni altro potesse giovargli in tale bisogno; dà una fortissima mancia al custode, perchè la sia ricapitata senza fallo ed indugio al suo indirizzo; aspetta la risposta un giorno, non la riceve; ne scrive un’altra, la consegna ad un birro e gli promette una considerevole mancia se gli fa tenere pure la risposta, questo chiama, ed ha la mancia anticipata, e non consegna la lettera a chi dovea, siccome aveva fatto il giorno avanti il custode; scrive altre lettere ad altri, opinando che quelli a cui già s’era raccomandato o non potessero, o non volessero interessarsi per lui, ma si trova sempre alle stesse, i birri si beccavano i danari di sua cortesia, e giammai mandavano ad effetto le loro promesse; sicchè disperato non sapea a qual consiglio appigliarsi, ma poi rassegnatosi al destino aspettava una provvidenza nella procedura delli stessi suoi nemici. Intanto sentendo il bisogno di mutarsi i panni e gli abiti, e di farsi recare di casa del danaro, novellamente fassi a pregare il custode del carcere, perchè volesse egli mettersi di mezzo in tal cosa, ed appagare il più che giusto e più che discreto suo desiderio, ne ha mille promesse, ma nulla ottiene di felice risposta. Passano i tre, i quattro, i cinque, i sei, i sette, li otto, li nove, li dieci giorni, e la cosa pel nostro signore carcerato nè meglio nè peggio si sviluppa; se non che sul dodicesimo giorno riceve un baule entro cui non solo non poteva esservi nè tutto nè mezzo il suo equipaggio, ma nemmeno la decima parte, e colla consegna di questo ha l’avviso che fra pochi minuti sarebbe partito per alla volta di Genova in compagnia di due carabinieri. Di fatto di lì a poco una carrozza si fermava innanzi alla porta della prigione, e montatovi esso in compagnia di due carabinieri vestiti in tutta pompa della lor reale uniforme, si avviava giù per di Doragrossa. Si fosse la voce sparsa del suo arresto dalla padrona di casa da cui egli appigionava un quartiere ammobigliato, si fosse che alcuni di sua conoscenza lo avessero ravvisato nel vederlo attraversare di pien giorno la città nella nominata compagnia, non saprei ben dire, ma fatto è che mentre egli camminava sulla via della Liguria, alla sera al teatro Regio sotto ad un palco della prima fila affollata era la gioventù torinese, e chi col guardo, e chi colla parola, e chi cogli atti vedevasi minacciare ad una signora grassoccia, paffutella, e brunotta di carnagione. Essa cogli occhi fissi sul palco scenico faceva le finte di non addarsi del movimento sottostante; per il che istizziti ed agitatisi maggiormente quegli animi giovanili, che in ogni atto pareva intendessero a far arrossire quella donna di qualche sua colpa, fecero di tanto che tutti gli occhi si rivolsero ad un tratto verso il palco di lei: e queste parole correvano per le labbra di tutti: _vedi in quei palco la signora Garbiglietti-Pavarini, la è la causa dell’arresto di T. P. fuori del palco quella puttana, fuori, fuori la signora Garbiglietti-Pavarini, fuori quella puttana_; sicchè tra pel vedersi fatto segno al guardo, ed allo sdegno di tutto il teatro, tra pel sentire coteste voci, le quali venivano sempre pronunciate ogni qual volta sentivansi applauditi i cantanti, tra perchè tutta la gente stava rivolta continuamente a lei, le fu giuocoforza di uscirsene dal teatro tra le risa e li fischi dell’universale. Era costei moglie del medico Garbiglietti, e da un mese o poco più era in relazione col commissario Tosi, il quale accortosi che il sig. T. P. faceva egli all’amore colla sua Bella, dopo d’essere riuscito ad indurre lei a non più riceverlo presso di se, essendo pervenuto a notizia che ella lo andava a trovare in casa sua, prese un giorno il marito a parte, ed informatolo della cosa l’aveva esortato a fare un ricorso alla polizia contro del giovane signore, assicurandolo che egli avrebbe dato la massima attività all’affare, ed avrebbe troncato immancabilmente ogni relazione, ed ogni scandalo ad un tempo evitato. Il medico gran buon’omaccio non penetrò a fondo nell’indole del commissario, e per conseguenza non accorgendosi che il consiglio di lui era più che una generosità d’amico, una vendetta sua particolare, tenne il partito offertogli, fece il ricorso, e tra lui, ed il Commissario indussero la moglie a soscriverlo, la quale pel pensiero di mutare stallone aderì non solo, ma di più seguiti i loro consigli, accusò il giovane come uno che la perseguitasse dappertutto, e l’avesse minacciata qualora non avesse condisceso al suo amore, d’infamarla presso il pubblico. Che è mai amor di donna? due giorni prima fu vista inginocchiata da me sul viale del Valentino innanzi al giovane, e raccomandarglisi perchè non l’abbandonasse!!! Lo stesso giorno dell’arresto per coprire la trama essa era stata pure a trovarlo in camera per più d’un’ora...! così il Tosi potè completamente disfogare la sua bile, il suo odio, la sua gelosia in quel modo che dicemmo contro l’impiegato di S. M. il quale dopo d’essere stato cacciato barbaramente in prigione, malmenato, come abbiamo veduto sopra, e cacciato dallo stato qual uomo di pessima condotta, venne tradotto a Genova dove smontato alle carceri, quivi fermossi dieci giorni senza che sapesse nulla ancora sulla determinazione presa in suo riguardo. Quand’ecco venuto l’aurora dell’undecimo dì coll’annunzio che sarebbe stato portato su di un vapore Sardo fino a Civitavecchia, e dopo accompagnato fino a Roma sua patria, fu lasciato libero, gli fu eziandio svelata la sua colpa che fin’allora eragli stato un vero arcano. Non è a dire quanto egli siane rimasto maravigliato, ma non vedendo più omai appiglio convenevole da attaccarsi, lasciò che la sentenza del Tosi fosse affatto messa in esecuzione. Giunto a Roma gli parve d’essere rinato vedendosi in libertà, e passati alcuni giorni non vedendo le sue convenienze di quivi fermare la sua dimora decise di partire; e va pel passaporto; per cui dopo averlo fatto correre più volte adducendo or una, or un’altra scusa, finalmente un segretario dell’ufficio del buon governo si fece ad interpellarlo sulle ragioni che aveva lasciato Torino, e ben bene ponderate le risposte gli disse: se gli abbiamo fatto aspettare il suo passaporto non è per altro che per informarci esattamente della sua condotta prima che andasse in Piemonte, di quella che quivi tenne in tutto il tempo della sua dimora, e dell’attuale, presentemente non abbiamo difficoltà di rilasciarglielo, però la consiglieremmo a mutarlo in un nuovo, giacchè qualche segno che gli fecero sopra potrebbero incagliarlo non poco nel viaggio che intende intraprendere. L’infame commissario dopo averlo privato d’impiego, dell’amante, e sul momento, dell’onore eziandio, s’era ingegnato di attraversargli di più l’avvenire, di ruinarlo del tutto, di togliergli perfino il mezzo di sussistenza; ed ottenuto avrebbe il perfido il suo intento se gli amici non avessero fatto tenere all’infelice importanti somme in sussidio, e l’officiale della Polizia Romana non fosse stato assai più che non esso di coscienza nel prendere misure di rigore verso del meschino... Ma dopo questo accaddero già molti altri fatti, ed uno appunto per la sua singolarità non vuolsi assolutamente passare sotto silenzio: tutti sanno che il _bigottismo_ regna in Piemonte, che ad un impiegato convien’essere o fingersi _bacchettone_ se vuole conservarsi in grazia de’ superiori; ma niuno sarebbesi mai immaginato che per leggere e ritenere _le Juif Errant par Eugène Sue_ si sarebbe corso il rischio di perdere l’impiego: eppure ciò incontrò or fa pochi giorni al sig. N. N. uomo assai benemerito pe’ suoi servigi prestati da molti anni al Governo, il qual avendo lasciato un giorno sul suo cancello d’ufficio un volume del detto romanzo inavvertentemente, diede ragioni al ministro abbastanza sode con ciò d’essere creduto malvagio, indegno dell’impiego, e che so io. Perocchè il volume citato venne raccolto, e si dice bruciato poco dopo in presenza del Conte Solaro della Margherita, e sostituitevi invece le dimissioni sue, entro cui niun’altro rimprovero veniva fatto all’impiegato da quello in fuori d’avere osato tenere presso di se _sì diabolico libro_, e fare sì _scandalose_ letture. Non vorrei che voi Azeglio od alcuno in leggere questi fatti s’inducesse a credere avere io raggranellato quanto di più biasimevole possa essere accaduto nel nostro stato, od aver detto cose dubbie e false, perocchè protesto novellamente che mille e mille potrei citare di simili casi di prepotenza, e che sonomi attenuto solo a questi, sia perchè più conosciuti e perciò più difficili ad essere impignati, sia perchè non volea parere troppo più lungo che non comportasse l’argomento. Ma non vorrei soprattutto che voi, od altri pensasse esigere io in uno stato tutto ordine, tutto bene, tutto perfezione. Quando fu mai che le umane cose e le divine pure com’elle passarono per le mani degli uomini, immacolate e perfette si mantenessero? Certo saria da mentecatti il volere negli altri quella colma misura di buono, che noi stessi non possediamo, ma non perciò dobbiamo astenerci dall’alzare alta la voce, e rimproverare con acre parole chi o direttamente o indirettamente può essere autore, promotore, o causa anche secondaria di simili abusi che sono il vero cancro dei buoni costumi, la vera peste dei governi e dei popoli, la vera ruina della società.