Part 4
Si vede chiaramente che voi non avete sofferto mai nulla, e per conseguenza giammai avete dovuto alzar su la vostra voce contro qualche atto d’ingiustizia e di prepotenza usatovi o dal vostro o da altro governo, che altrimenti non avreste dato il ridicolo consiglio agli Italiani di protestare a viso aperto contro tutto quanto loro dai governi fassi soffrire, piuttosto e con maggior frutto loro avreste dato un avvertimento affatto opposto perchè inutilmente non avessero la spensieratezza di affrontare i tanti rischi d’ogni maniera a cui necessariamente quegli va incontro, il quale osasse non diciamo far una solenne protesta, ma solo una rimostranza ai nostri Tiranni, i quali volendo essere infallibili, sono incapaci di ricredersi, ed indietreggiano nel peggio piuttosto di valersi dell’altrui consiglio per procedere al meglio, simili a quei ronzini che se li battete retrocedono e scaraventano de’ calci, se li accarezzate si piantan fermi nella via, ed un buon argano ci vorrebbe per farli muovere. Un fatto solo può servirvi di pruova mentre ne potrei citare moltissimi da cui si rileverebbe il più felice esito a sperarsi da una protesta qualsiasi, essere per avventura l’indifferenza. Nel 1841, se non fallo trovavasi in questa capitale l’Areonauta Comaschi, il quale innalzatosi nel suo pallone ritentava una salita nel cielo che da qualche giorno il vento gl’impediva di mandare ad effetto, il viaggio dapprima riesce felice, rapido l’areostata tra gli applausi della affollata popolazione era asceso ad un’incredibile altezza, quando un soffio di vento di tramontana lo spinge quasi orizzontalmente sulle colline di Moncalieri. Il Comaschi vedendosi contrastato dai venti, anzichè venire a lotta con loro, decide di discendere per mezzo del _paracadute_. Il suo Pallone piombato al suolo in poca distanza da lui venne preso da alcuni soldati del reggimento di Savoja Infanteria che staccati dal corpo che si ritirava dalla così detta _passeggiata militare_. Egli presentatosi loro, chiama il suo pallone, essi dapprima ridono poscia sguainata la spada si fanno attorno a tagliuzzarlo niente meno che avessero avuto da menar strage sul nemico del loro paese. Il Comaschi non la potendo dire nè in parole nè in fatti si ritira, e si reca a Torino dove raccontata la cosa a qualche amico trovò una persona che s’incaricò di farci avere una compiuta soddisfazione. Infatti pochi giorni dopo Carlo Alberto gli faceva pagare il pallone colla cassa del reggimento a cui appartenevano que’ soldati, mandò alla _catena militare_ quelli che erano apparsi più colpevoli, degradò e congedò dal servizio gli ufficiali superiori che in quella sera accompagnavano il _corpo_. Alcuni di questi ricorsero al Re per far valere le loro ragioni e pruovare che in verun modo non potevano essere colpevoli, il Re letta la supplica si rivolge al suo primogenito il Duca di Savoja, e gli chiede il suo parere, essendo questi allora il colonnello di quel Reggimento. Volete sapere la risposta, il resultato? Ebbene l’erede del trono Sabaudo volto al padre soggiunse con disdegno: _se fossi nel posto di V. Maestà non solo non mi ritratterrei dalla presa determinazione, ma farei tutta fucilare cotesta canaglia_. Il consiglio del figlio Augusto, le cui parole ce lo dovrebbero caratterizzare, non venne è vero dal padre accettato, ma è vero altresì che quella rigorosissima sentenza fu eseguita senza modificazione di sorta, e per alcuni ingiustamente; ma di simili fatti ne vedrete addotti altri molti in questo opuscolo, e tutti tratti dalla storia attuale del nostro paese, sicchè potete col massimo agio accertarvi della verità. Onde vedete o Massimo per ora inutile il consiglio di far proteste ai nostri signorotti, come quando mi abbiate letto fino alla fine iscorgerete di più essere molto rischioso. Trasportatevi solo a qualche anno addietro nella nostra storia, cioè al 1815, e vedrete come Ferdinando di Napoli mandasse proclami a’ suoi sudditi, in cui prometteva, riforme, leggi provvide, libertà, ed ogni maniera di civile guarentigia, ma non mantenendo mai alle sue promesse, gli abitanti delle due Sicilie si levarono a tumulto nel 1820, in un solo pensiero e proclamarono una costituzione, la quale fu accettata con sacramento dal Re e da tutta la reale famiglia. Ma calpesto il giuramento corse il Re a Lay-bach per avere l’assistenza dell’Austria, alla quale parve non vero mettere in esercizio le sue bajonette, e perciò venne nel regno con numerose falangi, ed obbligò il popolo a rinunciare affatto li suoi diritti. E chè non fu fatta nel tempo istesso di quella invasione, cioè nel 19. Marzo del 1821. una solenne protesta? il deputato e Generale Poerio facea dal parlamento approvare una dichiarazione, la quale veniva a terminare in queste parole ec. _noi protestiamo contro una siffatta rivoluzione del diritto delle genti, risoluti di serbare intatti i diritti della nazione e del Re ed appellandone alla saviezza di S. R. M. e dell’augusta A. R. suo figlio, rimettiamo la causa del trono e della nazionale nostra indipendenza nelle mani di quel Dio, che regge i destini dei Sovrani e de’ popoli, e che agli uni e agli altri a tempo debito sa fare iscontar le sue colpe_. Da ciò che ottennero mai? mali più gravi che prima anche non conoscevano, e per citarne uno, l’abolizione del parlamento siciliano instituito perfino dall’unione dell’isola alla terraferma. Ma veniamo allo stato Pontificio: non erano più forti, più meritevoli d’attenzione le rimostranze fattegli dai rappresentanti delle maggiori potenze, Francia, Inghilterra, Austria, Russia e Prussia, nel 31. Maggio del 1835. presentando al _Bernetti_ prosegretario di stato, il seguente _memorandum_.
«Il governo Pontificio deve essere posto su di una base solida, per via dei miglioramenti stati già indicati ed annunciati dalla Santa Sede istessa. Questi miglioramenti poi, che a tenore dell’editto dell’eminentissimo cardinal Bernetti, fonderanno un’era nuova per li sudditi di S. S. si collegano con una intera garanzia, sicura dai pericoli e conforme all’indole di qualsiasi governo elettivo. Per raggiungere codesto scopo salutare, il quale a ragione della situazione geografica e sociale dello stato della S. Chiesa interessa tutta Europa, fa d’uopo che l’ordinamento sistematico dello stato medesimo si appoggi ai due principii citati: 1.º alla introduzione dei miglioramenti, di che si tratta, non solo nella provincia insorte, ma in quelle ancora, che se ne stettero tranquille, e nella capitale medesima; 2.º _all’ammissione generale dei laici agli affidi amministrativi e giudiziari_. E queste miglioranze dovrebbero comprendere il sistema giudiziario e quello delle amministrazioni municipali e provinciali. In quanto all’ordine giudiziario l’esecuzione interna e lo sviluppo delle premesse e dei principii del _motuproprio_ dell’anno 1816. offrono mezzi più certi ed efficaci per riparare alle universali doglianze in proposito di questa parte importantissima dell’organizzazione sociale. L’amministrazione generale delle municipalità elette dalle popolazioni e lo stabilimento di municipali franchigie, che ne determinino l’azione entro la sfera degl’interessi locali dei comuni, devono costituire necessariamente le basi di ogni miglioramento. L’organizzazione poi di consigli provinciali, come consigli permanenti destinati a prender parte al governo di ciascuna provincia nell’adempimento del loro ufficio, e con attribuzioni convenevoli ed una più numerosa adunanza, specialmente riguardo ai maggiori interessi della provincia, sembra attissima ad introdurre nell’amministrazione miglioramenti e semplicità, sicchè valga a sorvegliare l’amministrazione annuale, ripartire le imposte e fare al governo conoscere i veri bisogni delle provincie. La gravissima importanza, in ogni stato bene ordinato, delle finanze e di una amministrazione del debito pubblico atta ad aggiungere al credito finanziario del governo le più desiderate garanzie, ad accrescerne i mezzi e ad assicurarne l’indipendenza, pare che renda necessaria la creazione di uno _stabilimento centrale a Roma_, a cui come a corte suprema, vengano commessi tutti i rami dell’amministrazione civile e militare, e la sovra intendenza del debito pubblico con attributi adeguati allo scopo salutare ed importantissimo a cui si mira. Quanto più cotale istituzione farà pruova della propria indipendenza e dell’unione del governo collo stato, tanto più corrisponderà alle benefiche intenzioni del sovrano ed alle aspettazioni del pubblico. Ma per giungere a questo punto bisogna eleggere dinfra i consiglieri provinciali uomini atti a costituire una _Giunta dei Consiglieri di governo, o un consiglio amministrativo generale. Tale Giunta sarebbe parte d’un Consiglio di stato_, i membri del quale verrebbero scelti dal sovrano d’infra gli uomini più ragguardevoli per natali, ricchezze e talenti. Senza uno o più stabilimenti centrali di questa sorta intimamente collegati colle persone più notabili d’uno stato doviziosissimo, come questo è, di elementi aristocratici e conservatori, è manifesto, che la natura d’un governo elettivo priverà inevitabilmente le miglioranze, che faranno la gloria immortale del regnante Pontefice, di quella stabilità, che è tanto instantemente domandata dal popolo, stabilità, la quale sarebbe tanto più ferma, quanto più i beneficii largiti dal Sommo Pontefice fossero pregevoli e grandi.»
Il Papa rigettò apertamente questo memorandum, malgrado che il cardinale Bernetti avesse già nell’aprile del 1831. assicurato i sudditi Pontificii, che un’era nuova nello stato di S. S. avrebbe incominciato, da cui ogni possibile prosperità si avrebbe a diritto aspettata il popolo. Ma un esito simile ottenne la protesta fatta dalla Francia alla S. Sede nel 1832. quando mandò un’armata in Ancona per ecclissare l’influenza Austriaca, e per costringere il Papa, _secondo disse Perrier stesso nella seduta della Camera il 7. Marzo 1832, ad introdurre nell’amministrazione del regno miglioramenti reali e certi, cioè tali che costituissero la sicurezza della santa Sede sopra basi più salde, che quelle d’una continua repressione, ed attutassero permanentemente la tranquillità delle popolazioni, soddisfacendo ai loro legittimi bisogni ed ai giusti desiderii_. Bologna, Ancona, Perugia, e la Romagna in seguito del niun movimento che il Governo si dava per compiere le sue promesse, avanzarono altre proteste coll’appoggio or dell’Inghilterra, or della Francia, ma sempre trovarono sorda alle loro dimande moderatissime l’ostinata Roma, dir voglio il Papa, il quale quando diè a conoscere d’aver inteso la loro voce, ristrinse e ritirò con più forza le redini del governo, anzi di rallentarle; e voi potete speranza commettere nella virtù delle proteste? Oh scusatemi vi mostrate troppo nuovo della storia nostra moderna, che a mille ve le porge sottocchio e sempre mal riuscite.
D’altronde come mai potete trarvi a credere che da piccolissime riforme le quali s’ottenessero a forza di proteste, si possa giungere a quelle grandi mutazioni di cose che fanno di mestieri per ottenere la nostra libertà? Niuno vi niega che tali mutazioni non possono effettuarsi in un momento, ma tutti convengono altresì che con una ben preparata e ben condotta sommossa solamente ciò possiamo conseguire. Nè bisogna credere che una sommossa sia opera come voi osservate d’un momento, opera d’un momento è lo scoppio, ma il concepimento d’essa, il disporvi gli animi delle masse, l’orditura della tela, l’apparecchio morale e materiale dei mezzi, son cose che esigono tempo, e se si fanno in segreto non pertanto noi possiamo considerarle come frutto di pochi pensieri. E tanto nell’ultima sommossa di Rimini come in tutte le altre che la precederono ebbe luogo questa lunga opera di preparazione; solo convien dire che i capi o per imprudenza o per inesperienza non valsero a coronare le loro fatiche colla gloria. Però tutte queste fallite sommosse, tutti questi sagrifici, tutti questi tentativi, che non produssero che male in apparenza, credetelo a me ed ai più che senza offendervi in tali cose vedono più addentro assai di voi, sì tutti quei miseri fatti che accrebbero le nostre sciagure sul momento, hanno giovato mirabilmente a disporre la moltitudine, a rendere più sentita l’onta della nostra bassissima servitù, a fare più caro, più vagheggiato, più operoso e più esteso il pensiero della rivolta, della indipendenza.
Cosicchè è una vera follia, per non dire sciocchezza madornale, l’insistere vostro a persuadere gli italiani, che essi hanno il _coraggio fisico e manesco_, e non il _coraggio morale_, il _coraggio civile_: date loro vi ripeto un capo, ed essi vi insegneranno col fatto che l’unica via a battersi per rigenerare il loro paese è la sommossa, che sono gesuitici i vostri consigli, che le vostre parole sono specchi fedeli non dei vostri pensieri, dei vostri affetti, ma sì di quelli del Balbo e della privilegiata sua setta, che insomma sono utopie la via delle proteste, la via di _rassegnarsi_, di _saper soffrire_[3], e di _sapersi sottomettere ai nostri governi_, le quali voi preponete; per non chiamarle vere ingiurie al senno dei vostri Italiani, giacchè con ciò li si suppongono tali da appigliarsi ad un partito che invece di condurre a vita novella, li menerebbe alla disperazione, a totale ruina, a morte. Perocchè ogni passo che voi credete di fare innanzi coll’ottenimento di qualche piccola riforma, ammettendo che i nostri governi siano abili un giorno a darne qualcuna, sarebbe mosso indietro, sarebbe un puntello di più a consolidare e folcere il trono della tirannia, un ostacolo che essi stessi gl’italiani si metterebbero avanti al loro cammino, verso cui avviati come sono, dicerto non s’arrenderanno giammai al vostro avviso d’imitare gli abitanti della Russia, e della Germania, locchè suona agli orecchi di chi ha una dramma di buon senso, egualmente che le seguenti parole: _aspettate Italiani, non operare, Iddio tutto vi manderà quello che bramate_,[4] affè che i Russi e Germani sono felici!!!
Siate adunque persuaso che gl’italiani hanno più il coraggio _morale_ che non il _manesco_, il quale ultimo se avessero avuto in maggior grado non sarebbero stati sì moderati in tutti li loro movimenti, e forse forse ci troveremmo meglio assai: ponderate tutti i casi rivoluzionarii della penisola antichi e moderni e poi vi sfido a durare nella vostra sentenza, ma soprattutto meditate quelli del ventuno, del trentuno, e del trentatre andati a male per la stessa loro generosa natura, chi può niegare in questi moti il coraggio civile agli Italiani? chi può niegare che i Napoletani per esempio se fossero stati nel trentuno meno moderati, non generosi, a quest’ora avrebbero colla certa loro salvezza riacquistata eziandio quella dei loro fratelli? ma essi vollero mostrarsi grandi fuori di tempo, abborrirono dal versare il sangue Borbonico, ed un tal risparmio ebbero a pagare col sangue di mille martiri, col prezzo della libertà della lor patria, della intiera nazione, perchè dalla loro indipendenza nasceva quella indubitatamente di tutti gli altri paesi della penisola,[5] i quali eran tutt’occhio ed orecchio in attendere l’esito della loro sollevazione.
Voi adopraste Massimo nel vostro libro sicome fanno i poeti nei loro carmi, ed anche tra essi i sommi, i quali portati dalla fantasia, abbarbagliati spesse volte dalla prima immagine, vinti dalla prima impressione, sagrificano all’immaginario il vero reale; il perchè da un sol lato guardano i poligoni delle cose, e larveggiano la storia col velo della favola, nell’istessa guisa che alcun metafisico annebbia la politica coll’utopia. Ma di tutti gli errori della vostra scrittura, che io ho toccato, e potrei ancora toccare non è minore quest’altro che per la sua importanza non voglio tacere, e con cui do termine alle osservazioni in che vi volli trattenere.
Secondo voi noi dovremmo taciti aspettare l’occasione propizia per operare, e non far altro che gridare in ogni modo, in ogni tempo contro l’usurpazione straniera del dominio sulle lombarde e venete contrade:[6] le quali parole chiudono in se due pensieri, il primo di stare in attenzione come gli Israeliti presso a poco del loro Messia, il secondo di fare una cosa impossibile, ed impossibile è certo non dico lo scrivere, ed il parlare dell’attuale prepotenza dei Tedeschi sugli Italiani, ma nemmanco si può parlare in loro risguardo dei più noti fatti della storia antica, essendo pei nostri governi il toccare il Tedesco la medesima cosa, che noi toccassimo e ferissimo il loro cuore, tutto sperando il loro sostegno ad ogni rischio nelle cento migliaja di baionette, con che dicono, possa, visto non visto, amorevolmente visitarci. In quanto all’opportunità dell’occasione anche Livio parmi avere scritto, _che le cose sogliono consigliare agli uomini, e non gli uomini alle cose_, ma questo detto non vuole essere litteralmente interpretato; perchè del resto andremmo contro al nostro passato che ci prova con mille fatti, ciò essere vero, e verissimo se si parla di mediocri ingegni, falso e falsissimo all’opposto dove si tratti di ingegni sublimi. Chè gli uomini d’alto intendimento sanno preparare le circostanze, ed avvicinarle quando sono discoste, creare dal nulla i mezzi, spiare, provvedere, e dominare il futuro. Ciò posto chi non vede quanto più giusto, più opportuno non sarebbe questo consiglio di pensare, meditare, progettare tutti assiduamente giorno e notte, al come meglio si possa mettere ad effetto la determinazione di crollare il giogo ormai troppo per noi vergognoso? il dubitare un solo istante che fra venticinque millioni di Italiani non si trovi un ingegno da tanto da condurci tosto all’impresa, da imitare tanti altri eroi dei nostri maggiori, da fare altrettanto di quanto fece Alberico da Barbiano, riformatore della milizia Italiana nel medio Evo, allorchè indispettito delle stragi, che i Brettoni guidati dal Cardinal di Ginevra menarono sui Cesennati, e su varii altri popoli d’Italia, gridò che _il sangue italiano voleva essere vendicato col sangue Brettone_, e detto fatto, compiè il suo proposto, onde il suo nome splendè non come una meteora, che veduta dispare, ma come un astro la cui luce si mostra continua sul nostro orizzonte. In lui ispirandosi ogni cittadino, i nostri uomini d’armi, e a emulare prendendolo il capitano che li dirigerà nelle marcie, non potremo tardare di vedere il sangue dei martiri Piemontesi, Toscani, Napoletani, Parmigiani, Lucchesi, Modenesi, Romagnoli, Veneti e Lombardi, appieno vendicato col sangue dei loro oppressori, e spiumata la feroce aquila Tedesca furente fermare il suo volo, e rivolgere per rabbia contro di se i predatori suoi rostri, li voraci suoi artigli.
Altre cose, come dissi sopra, mi resterebbero tutta volta ad osservarvi sul vostro libro, ma qui fo punto ossia per amore in brevità, ossia per potervi entrare d’altre cose più presto. Dalle mie parole però vi sarete potuto addare, non esservi male apposto quando in chiudere il vostro opuscolo scrivevate: _il lettore giunto al termine del mio libro dirà di me, ciò che io dicevo a me stesso prima di scrivere: non avere io, studioso non di scienze, ma d’arti, sapere e mente che basti a trattare profittevolmente materie politiche ed economiche di tanta difficoltà_. Grande vero! anzi il solo contro cui nulla avrei a notarvi, peccato che non ne foste davvero prima convinto! avreste evitato a voi la pena infruttuosa di dettare quel libro, a me quella di rispondervi! Se nonchè forse il tutto sarà per lo meglio, giacchè mi avete porto con esso il destro di dire qualche verità, la quale certo non disutile è per tornare, avendo per mira il mostrare come male sia fondata e pericolosa ogni speranza che si ripone in Carlo Alberto a proposito della rigenerazione del nostro paese, come da sciocco, da ostinato, da imbecille ne sia il solo pensiero.
DELLE SPERANZE D’ITALIA RIPOSTE IN CARLO ALBERTO.
CAPITOLO UNICO.
L’Italia, simile ad un corpo che un altro ne move, e perde tanto di movimento, quanto ne acquista quello mosso per esso, venne meno tanto in vita, in gloria, in sapere quanto in ciò fece progredire le altre nazioni, le quali tuttochè ammaestrate, incivilite, e fatte forti e grandi dalla sua storia, dalla sua luce, e dalla sua virtù, pure sconoscenti anzichè stenderle il braccio a sollevarla dal fango, tutte le congiurano contro, e dopo averla immiserita, insanguinata, e ridotta fra i più terribili ceppi, torre perfino le vorrebbero il nome. Ma per fortuna questa illustre donna, questa illustre maestà, sebbene lacera il manto, scarmigliata le chiome, carca di catene, spolpata e succhiata dall’arpia Tedesca, ha per anco tanto di forza sparsa per le illividite e rotte sue membra, che raccogliendola e concentrandola al cuore ad un possente grido che la scuota dal sonno e la chiami a virtù, è tuttora capace di far tremare l’universo, di farsi rivedere madre d’ogni bella e grande opra, reina su li suoi tiranni, e sulle sue rivali.
Onde se mai evvi una speranza, che noi figli di lei possa sorreggere nel cammino, in cui andiamo tentoni brancicando verso il venire; se mai evvi cosa che ci torni a conforto nella prostrazione in cui ci giaciamo; se mai una voce ci suona amica all’orecchio, ci scende nell’imo del core, ci commove, e ci sprona a virtù, è senza dubbio la parola della verità, che ogni giorno va acquistando valorosi banditori, è la tendenza che si palesa nelle giovani menti per tutto che sa di nobile, di grande, e di generoso, è il bisogno sentito di dar bando ai lamenti e di operare ormai universalmente fra il popolo; in cui solo deggiono appuntellarsi le nostre speranze, perchè in lui solo risiede la forza, solo in lui la sorgente si trova di sublimi, di eroiche virtù, in lui solo può essere lo istromento per risorgere a vita, a prosperità, a grandezza. Noi per lo passato doppio martirio avevamo a pruovare, l’uno è la vista che il numero dei martiri della patria carità a quando a quando s’andava crescendo per la ferina avidità del sangue dei nostri Tiranni, l’altro più atroce ancora, più straziante, e più tormentoso e terribile, vuolsi dire l’acuto e continuo dolore che un’anima generosa scote nel vedersi non solo mal corrisposta nelle sue mire, ma ne manco dagli altri tampoco compresa ne’ suoi disinteressati progetti, ne’ suoi santi sagrificii, e la dio mercè quest’ultimo più non dobbiamo sopportare checchè voi Azelio col vostro Balbo ne pensiate in contrario. Sì ci deve goder il cuore, che il popolo già abbia imparato la fonte salutare, già sia corso ad attingervi l’onda vitale, e dimostro abbia di non volersi sì presto saziare; che l’attenzione ai grandi movimenti destati dalla civiltà si cominci a manifestare anche nelle officine e negli abituri tanto in villa che nella campagna; che anche le masse più inerti ora si agitino, e che per rendere proficua quell’agitazione nient’altro abbisogni fuorchè un impulso.
Ma quest’impulso vuolsi dare da noi, senza il concorso di principe italiano, senza lo sussidio dello straniero, gli uni e gli altri, se ci volgiamo un momento al passato, ci tradirono sempre.