Part 3
Che poi ogni ambizione municipale sia cessata nelle nostre provincie, ne è prova la rivoluzione del vent’uno a cui si pose esca e fuoco da ogni parte col medesimo scopo, collo istesso desiderio, dir voglio dell’universale indipendenza della bella penisola, ma più di tutto ne è pruova l’entusiasmo con cui tutti i popoli italiani si mostrarono pronti a gridare loro re ora _Carlo Alberto_, ora _Ferdinando di Napoli_, ora il _Duca di Modena_, che pareva dovesse fortunatamente diventare il rovescio della Medaglia, di cui il suo padre era il diritto, alle più piccole apparenze di moderazione, di valore, o di ravvedimento che venisse loro dato di ravvisare nei nostri Tiranni; ne è pruova finalmente la differenza insorta ultimamente tra il Piemonte e l’Austria per le dogane dei vini, in cui Carlo Alberto volendo sostenere i suoi diritti fece concepire su di se le più belle speranze, talmente che mille chiacchiere si sparsero, mille progetti, tutti si preparavano a proclamarlo Re d’Italia mentre egli vuol continuare ad essere principe dei vigliacchi, re dei Giuda. Interrogate pure gl’Italiani delle nostre più illustri città e vedrete che niuno v’incontrerà di rinvenire il quale desideri la libertà d’Italia a patto che il suo paese riacquisti il suo principe, il suo doge, la sua antica signoria, l’esperienza del passato ha dottrinato non dico le masse colte, ma per fino gli abitanti dell’abituro, e del campo. Il Genovese pure che fu tenuto sempre pel popolo il più ambizioso, il più superbo, il più fiero della gloria sua municipale non già meramente in Italia, ma quasi sto per dire nel mondo, ebbene il genovese è forse quello che più di qual si voglia, altro vi fa maravigliare de’ suoi sentimenti italiani se togliete ad interrogarlo anche nel ceto più basso. Mi ricorderò sempre, che un rozzo barcaiuolo da me interpellato se era contento del governo sardo, se si sarebbe rivolto alla proposta di un governo libero, italiano, e nazionale, mi rispose queste semplici ma energiche parole: _non amo trattenermi in questi discorsi, perchè troppi me ne furono inutilmente fatti fin’ora, ma quando si trattasse davvero d’un altro governo anche non libero anche non nazionale, ma solo migliore dell’attuale, non solo io, non solo tutti gli uomini capaci di consacrare il loro braccio alla patria, ma perfino i bimbi che anco si nascondono nel ventre delle loro madri si rivolterebbero al dispotico governo, che ci schiaccia l’esistenza_. E simili risposte sebbene non sempre in sì energico modo mi vennero fatte dal basso popolo nelle varie parti della nostra penisola, sicchè vedete quando io vi dico che il municipalismo è caduto, universale è il pensiero della nostra nazionalità, il pensiero di risorgere in uno solo intendimento, ve lo dico per propria mia scienza, perchè son cose che ho toccato con mano, che ho veduto co’ miei occhi in alcuni miei viaggi.
Volete sapere qual cosa manchi agli Italiani? un capo, uno che li guidi, che inspiri fiducia nelle pur troppo scoraggiate masse; fate che lo trovino e l’esito dell’impresa sarà strepitoso, terribile, grande e felice. Del resto procuriamo di estendere se più anche si può, la conoscenza della propria abiezione, di insinuare ogni maniera di liberi e generosi sentimenti negli animi della moltitudine, ma non con ispensierata anzi sfacciata maniera a cui voi consigliate, ma sì prudentemente, e sotto l’anonimo non avendo bisogno la verità ad essere compresa ed avuta in pregio dell’autorità d’un nome più o meno illustre, più o meno degno di fede in apparenza, siccome ne ha di mestieri la calunnia, e la menzogna per ottenere credenza. Sì, rinfreschiamo le glorie nostre passate nella morte del popolo; chè niuna cosa più giova a convincerci della propria forza che ciascuno abbiamo nel braccio e che è atta centuplicarsi mille volte in energia e vigore colla unione, quanto il ricordare l’Italia del 1154, fino al 1177, dir voglio al tempo della quasi incredibile Lega Lombarda, ovvero i Parmigiani che fugano Federico 2.º con tutto il suo esercito nel 1248, la Sicilia che stermina i Francesi nel 1282, la cacciata del Duca d’Atene nel 1345, l’opra di Cola da Rienzo nel 1347, Stefano Porcari a Roma nel 1453, Girolamo Olgiati a Milano nel 1478, Niccolò Capponi a Firenze nel 1494, quindi Francesco Ferrucci nel 1530 nell’assedio di Firenze, la congiura di Burlamachi a Lucca nel 1546, la sollevazione di Napoli contro il Toledo nel 1547 a cagione del sant’Ufficio, la cacciata degli Spagnoli da Siena seguita poco dopo della caduta di quella forte Repubblica cioè nei 1552-55, e nel 1647 le due rivolte condotte da Giuseppe d’Alessio, e da Masaniello, a Palermo ed a Napoli, i quali se avessero ottenuto il favore de’ nobili sarebbero giunti oltre alle lor patrie a liberare tutta l’Italia dalla servitù di Spagna, il nome d’un Pietro Micca che all’assedio di Torino nel 1706 espone sua vita a certa morte e salva la patria dai Francesi, la gloria di Genova che nel 1746 scacciò gli Austriaci, la resistenza dei Corsi contro la Francia nel 1769, e quella della plebe Napoletana nel 1799 contro le schiere di Championnet, resistenza la più valorosa che mai siasi vista, e che da se sola fa grande elogio a quel popolo.
Sì, questi e tanti altri illustri fatti che le storie straniere con ragione hanno da invidiare alla nostra, noi dobbiam continuamente occuparci per rendere popolari, perchè possano aumentare quella fiducia che ciascuno di noi prima nelle proprie forze, poscia in quelle de’ nostri fratelli, e giammai negli stranieri abbiamo a riporre, se non vogliamo aggiungere pentimento a pentimento, onta ad onta, sciagura a sciagura.
OSSERVAZIONE VI.
La verità è una sola, e se l’applichiamo ai principi, dobbiamo egualmente applicarla a chi fa ciò che essi fanno, benchè con modi e fini diversi.
_Pag._ 28. MASSIMO D’AZEGLIO.
Mettendo a paragone il popolo italiano coi principi che stendono la tirannica destra su desso, voi dapprima vi palesate in dubbio a quale delle parti abbiate a dare la preferenza circa al modo loro di comportarsi, il quale sia meno nocivo alla causa nostra, meno aggravante li lunghi nostri mali, poscia venendo fuori colla sentenza di certo inconcussa, che la verità è una, e deve applicarsi ai principi medesimamente che ai loro sudditi, non temete più di non andare errato pronunciando qual sia la vostra mente a tal proposito, e con chiare note dite dopo un’attenta considerazione che «_l’arbitrio dei principi genera di rado le conseguenze calamitose che quasi sempre genera l’arbitrio dei capi di sommossa_», adducendo per argomento a fiancheggiare l’opinione vostra; _avere i principi una posizione data, e che non si son scelta di propria elezione_. Io non so se assurda più che ridicola, ed ingiuriosa si debba dire la vostra asserzione, ma quel che è certo mi empie di maraviglia allorchè penso aver ciò voi detto per far apparire sempre più condannabile la sommossa dei Riminesi. Perocchè qual cosa essi hanno operato cotanto riprovevole? forse stragi, incendii, incesti, ladroneggi, saccheggi, ed assassinii? Eppure siffatte cose dovrebbero avere avuto luogo nella loro impresa perchè potessero essere con ragione messi a paraggio coi nostri Principi, perchè le loro azioni valessero a superare in danno, o controbilanciassero le costoro prepotenze, le costoro ingiustizie, e barbare azioni d’ogni maniera. E posto anche che tale si fosse stata la condotta degli insorti Romagnuoli o per cieco furore o per accanito proposto di giusta vendetta, ed avessero proprio accresciuto le pubbliche calamità piuttosto di sminuirle, a chi se ne dovria imputare la colpa maggiore? agli insorti, o a chi è la causa della lor insurrezione? agli schiavi che per crollare un giogo se ne trassero un altro peggio sul collo? ovvero ai tiranni, a que’ mostri di natura che dopo mille rischi aver corso di pagare il fio di tutte le loro nefandità, sfidano il destino, il consenso universale, coll’incrudelire, coll’ostinarsi non solamente a rimanere nel fango, ma coll’arrovellarsi il cervello per rendersi più uggiosi, più maladetti, e più sprezzati? Il Popolo, ed i Principi, possono essere paragonati non nel caso, l’uno della più alta schiavitù, li altri del più terribile dispotismo, ma sì in quello che Iddio, Natura, i tempi, e l’incivilimento imperiosamente dimostrano dover essere lo stato dell’uomo tanto destinato ad obbedire, quanto a governare, dell’uomo che la patria e la società vogliono vedere che compia prima i suoi doveri verso di loro, perchè a diritto si possa un dì lagnare, dove vengano offesi i diritti di lui. In tutte le cose mio caro, ma principalmente in quelle di politica prima di conseguitare giudicii sul bene e sul male, sul merito e sul demerito, sulla colpabilità e sull’incolpabilità è di mestieri dagli effetti montare alle cause, e dalle cause discendere agli effetti, è d’uopo tener conto di tutto che possa dannare o scusare un’azione, si deve aver l’occhio a ciò che risguarda al fine impostogli dall’autore, ed a ciò che all’esecuzione materiale del suo divisamento tanto si riferisce, altrimenti senza avvedersi uno viene al punto che gli sfuggono di bocca solenni strafalcioni pari al vostro di attribuire al popolo italiano tutte quelle calamità che gravangli sul capo, le quali invece non si devono riputare altro che conseguenza diretta o indiretta della barbarie di chi lo governa. Se voi o Massimo vi vedeste vibrato un colpo all’improvviso e per iscansarlo vi precipitaste inavvertentemente all’indietro in un precipizio, che rispondereste di grazia ad uno che visitandovi al letto della vostra agonìa vi dicesse, era meglio schivare il colpo con piegar la persona o da l’uno o dall’altro fianco, chinarsi ed aggredire l’avversario, osservare il rischio che correvate per fuggirne un’altro, e poscia vi desse dello spensierato, del pazzo? Pressochè uguale alla risposta che darestegli voi in simile caso, è quella che nel loro animo vi darebbero i Romagnuoli: e se non ve la danno è per predicarvi coll’esempio, ciò che voi avreste dovuto fare con loro, cioè che convien tenere conto delle buone intenzioni, si deve guardar più ai principii che guidano all’opra, che non ai mezzi con cui uno si accinge ad operare. Non seppero sopportare la loro sventura i Romagnuoli nell’insorgere tante volte come hanno fatto intempestivamente, voi replicate, incitandoli alla virtù di soffrire con rassegnazione, ad imitare gli abitanti della generosa, e misera Polonia, ma pochi giorni dopo la pubblicazione del vostro libro cadde lo specchio infranto che voi ponevate innanzi agli occhi degli Italiani, perocchè i Polacchi come i Romagnoli di tempra non più che umana, non potendo soffrire più a lungo li tanti mali che li travagliavano, imitarono quei di Rimini e toccarono più lagrimevole più straziante esito dei loro tentativi, che non è incontrato a questi. Dal chè chiaro apparisce potersi giungere fino a un grado di rassegnazione, dove poi è giuocoforza gridare, non puossi più tenere in istrozza il profondo sospiro, è bisogno, necessità alzarsi furenti contro i nostri nemici, ritentare gli antichi conati con più calore, appigliandosi novellamente alle mal sortite imprese. Morto è quel Leone che nel più acuto del dolore, nel maggior martoro della febbre non manda a quando a quando un suo ruggito, uno spaventevole lamento. Il dolore vuol essere sofferto nel segreto dell’operosa meditazione, finchè un generoso fremito non abbia eccitato nel nostro animo, di poi conviene dargli uno isfogo, bisogna irrumpere con tutta l’energia possibile, del resto quella fiamma che dovea condurci a vittoria, a vendetta, a libertà, venendo entro noi sconsigliatamente compressa, paralizza ed annichila le ultime nostre forze, ci strugge, e ci uccide in meno tempo che non può il ferro del Tiranno. Preparate le fila della trama affinchè meglio sia ordita, segnate il cammino che dobbiamo presto calcare per venire a salvezza, ma non venite più a predicare scoraggiamento e rassegnazione, la vostra missione sarebbe falsa, chè la maggiore nostra colpa ormai fatta antica è l’aver sofferto di troppo. Di qui si parte la derisione con che gli stranieri tentano d’oscurare la nostra gloria passata, non già dai generosi tentativi, che fatalmente fino al giorno d’oggi non giovarono che ad accrescere il numero dei martiri.
OSSERVAZIONE VII.
Al Governo Papale dimanderò cosa che non parrà indiscreta, gli chiederò pe’ suoi sudditi la grazia d’essere un pò più assoluto, un pò più dispotico di quello che è.
_Pag._ 38. MASSIMO D’AZEGLIO.
Che voi abbiate dimostrato che le male conseguenze, i funesti seguiti della reggenza del governo Papale superano a pezza tutti gli inconvenienti di qualsiasi governo assoluto e dispotico, tutti vi commendano, e ciò era veramente quello che dovevate fare per indurre ad aprire gli occhi chi si incapponisce a tenerli chiusi; che abbiate anche pruovato il governo papale non essere veramente assoluto e dispotico mentre si crede d’esserlo, ognuno non può a meno di approvare, perchè anche da questo vien manifesta sempre più l’ingiustizia, e la tirannia di quel governo, e la ragione perciò che hanno sudditi d’invocare le dovute riforme, e di ricorrere all’armi vedendo di non essere affatto ascoltati diversamente; ma che voi veniate al vostro assunto, e dimandiate per il bene dei Romagnoli la grazia al governo Papale d’essere un pò più assoluto, un pò più dispotico, i vostri lettori non solamente non convengono, ma riprendono, e biasimano fortemente il vostro avviso, e con ragione. Da chi siete voi messo a trattare la loro causa? Chi vi disse che essi a ciò si contentino, che reputino una grazia una tal concessione, una tal riforma? Governi assoluti e dispotici sono tutti gli altri dei varii stati d’Italia, e se i Piemontesi, i Lombardi, i Napoletani, i Toscani, i Lucchesi, i Modanesi, i Parmigiani non solo non sono contenti dei loro governi, ma anzi si struggono dal desiderio di crollarne il giogo, come volete che i Romagnuoli possano essere intieramente soddisfatti nelle loro mire qualora il Governo Papale su quelli si modellasse? come potete esservi condotto a credere che anzi essi avrebbero avuto a grazia un siffatto mutamento? Veramente v’ha una grande differenza tra quelli e questo! negli altri stati Italiani è un solo che figura d’incatenarci per via dell’opera de’ suoi ministri, i quali non hanno autorità, quando non se la prendono, e sono stretti esecutori degli ordini del re, quando vogliono; nello stato del Papa non è uno, ma sono più che hanno, voi dite, il privilegio di disporre dei ceppi, e della scure, e che per ciò? se gli Italiani tanto di questo che di quelli stati si trovano tutti pressochè alle stesse, se tanto qui che altrove l’amore pei sudditi è lo stesso, lo stesso il favore all’incivilimento, la stessa la provvidenza delle leggi, lo stesso il riguardo ai diritti pubblici e privati del cittadino! Io entro in avviso che abbiate ciò detto per ischerzare, non altrimenti che quando parlando della saggia e generosa condotta serbata dal Gran-Duca allorchè dal Nuncio Apostolico T. Sacconi gli era stata dimandata la resa di Renzi, uno dei principali del moto di Rimini, uscite in queste parole: _aver egli destato con tal atto invidia in qualche principe italiano_. L’Italia presentemente non ha più quei principi di cui si poteva a diritto vantare un giorno; oggi li suoi principi sono figli snaturati, e non sono capaci che di azioni vituperevoli, di passioni abiette e vili; veri animali immondi, che più si sprofondano nella fanga, quanto più tengono della lor indole, non possono che invidiare il male. Ma l’invidia ad una nobile azione può aver luogo solo in un’anima generosa, in un’anima che si strugga di non potere afferrar un’occasione per ispiegare quella forza, che nell’intimo le agita tutte le fibre. Qual è di grazia quegli che alle sollecitazioni dell’Austria, alle calde istanze del Governo Pontificio avria non dico dimostra tanta fermezza di carattere da non mutar determinazione, come poi timidamente fece il Granduca, ma che avrebbe solo esitato un’istante dall’aderire alle loro ingiuste dimande? qual dei nostri Principi anzi non avria, anticipatamente alla manifestazione de’ loro desiderii, rinchiuso il Renzi nelle sue prigioni, e quasi direi inalberatagli la forca piuttosto d’approvare, anzichè d’invidiare l’atto giusto e lodevole di generosità del Granduca di Toscana? Carlo Alberto? quell’infame, che dopo d’avere spinto i suoi soldati, i suoi compagni, i suoi congiunti, li suoi amici sulla via della rivolta, non ebbe vergogna di mancare al suo giuramento, di tradirli, e di spargerne il sangue, pronunciando, dopo avere soscritto più sentenze di morte, queste rabbiose parole: _muojano! muojano tutti! che la voglio tutta schiacciata questa maledetta genia di liberali_. Carlo Alberto cui non bastò l’animo mai di richiamare dall’esiglio quei tali nemmeno, di che egli stesso s’era fatto guida nel Ventuno? Avete veduto ultimamente come infatti si regoli il governo Sardo verso i liberali, e chi sospetta per tali: Il Conte Annibale Montevecchio, ed il Sig. Filippo De-boni per vostro consiglio si erano recati ambidue a Torino sulla fiducia di trovarsi in maggior libertà, e più sicuri dalle molestie della polizia, da cui qui appena qualche motivo avevano a temere. Essi non potevano dirsi compromessi col loro governo come il Renzi, nè tampoco appariva fossero perseguitati, e se si erano dilungati da esso ciò avevano solo fatto l’uno per timore, l’altro per isperanza d’un meglio altrove e più vantaggioso soggiorno, eppure passarono essi un giorno solo di vera quiete, di vera tranquillità d’animo in Torino? obbligati a consegnarsi mane e sera all’ufficio della polizia, espiati nei loro passeggi, osservati ed ascoltati nei loro discorsi dopo il volgere di pochi giorni da mille disinganni amareggiati, si videro intimata la partenza, e non vi fu nè la vostra nè la protezione del vostro fratello, e di molti altri grandi della corte e dello stato, la quale sia stata valida a far sospendere un tal ordine, e a procurare loro anche un solo prolungo di dimora.
E dopo un cosiffatto procedere del suo governo volete voi che un Carlo Alberto potesse sentire invidia della fermezza del Gran Duca di Toscana nel niegare all’Austria, ed al Papa il Renzi, uno dei capi della sommossa? Oh scusatemi! ma voi o non parlate di buon conto, o Balbo vi mise le traveggole agli occhi, e sia che vi troviate nel primo, sia che vi troviate nel secondo caso, è sempre uno stato indegno di voi, d’uno che gli altri dovrebbe guidare, e non lasciare che gli altri conducano lui pel naso. Non abbiate fiducia in chi nei fatti non si mostra consentaneo alle sue parole, non nel Balbo e ne’ suoi seguaci che sotto il manto di moderazione, e meglio del Gesuitismo predicano la riforma finchè può migliorare le loro condizioni, può favorire il trionfo della loro casta, dell’aristocrazia; ma alla voce d’indipendenza, di libertà, di rivoluzione, si spaventano, si crucciano, tremano a verga a verga, vuoi per la coscienza dei loro demeriti, vuoi per lo timore di cadere dal loro potere, di dover lasciare la maschera di moderato liberalismo, di occulata prudenza con cui tentano, a detta di Tacito, di corrompere il popolo colle mentite speranze, di consolidare il loro regno allontanando gli animi delle ardite imprese, sostituendo al coraggio la disperazione. Anime che si potrebbero paragonare a quelle piante parasite che per tenersi in piedi hanno bisogno che altre loro servano d’appoggio; demoni d’inferno che incapaci ad operare nulla di bene, di grande, non solo non vogliono riconoscere il merto di chi immensamente li avanza, ma vorrebbero spegnere quanto può essere di nobile, di sublime per desiderio, volontà, intendimento ed intrapresa in altrui.
OSSERVAZIONE VIII.
È utile all’Italia, ed atto facile ad imitarsi, il protestare a viso aperto contro le ingiustizie che da noi si soffrono, qualunque siano, e da chiunque ci vengano.
_Pag._ 110. MASSIMO D’AZEGLIO.