Chapter 10 of 20 · 3232 words · ~16 min read

CAPITOLO X.

Tra sera e mattina.

Avrei più riveduto Adriana? Era in balìa del destino che la mia avventura amorosa avesse una continuazione, o restasse lì senza chiusa. Il destino, frattanto, non prometteva niente di buono ai superstiti compagni di Filippo Del Carretto; ma, per attutire i miei rimorsi di quel giorno, due cose erano assicurate: Adriana era viva; Adriana poteva risanare. Questo pensiero mi aveva recato un po’ di sollievo; e triste, come potete immaginarvi, ma abbastanza tranquillo, feci ritorno al mio posto.

I nostri uomini, la più parte, riposavano ancora sui trinceramenti, ma senza abbandonare le canne dei loro moschetti. Vigilavano qua e là ritte in piedi le scolte; la squadra che aveva consegnati i nostri feriti al nemico rientrava allora nel campo.

Il cavalier Corte sorrise malinconicamente, vedendomi apparire dal noto sentiero.

— E così? Sempre in giro, come un saccheggiatore, o come un innamorato? — mi disse. —

Io gli raccontai sinceramente ogni cosa, ed egli mi lodò con affettuose parole. Era così nobile, il mio capitano, ed aveva un cuore così ben fatto!

— Riposati, ora; — soggiunse. — Non credo che i francesi vogliano riattaccarci questa sera; ma certamente dobbiamo aspettarci sul fare del giorno tutte le loro forze riunite.

— Saranno un po’ troppe, signor capitano. E che cosa faremo noi altri? — domandai.

— Mio Dio, quello che si potrà; — rispose il capitano, stringendosi nelle spalle. — Veramente, io dubito che saremo soverchiati, non avendo altre armi che i sassi, con cui si lavora a poca distanza, pur troppo! Ma non importa; guarderemo quella pietra grigia, là in mezzo, dov’egli è morto da eroe, e sentiremo la forza di fare il nostro dovere fino all’ultimo. —

«Egli,» come avrete capito, era il nostro colonnello. Non occorreva nominarlo: era presente a tutti i nostri discorsi.

Il capitano Corte si avviluppò nel suo mantello e si pose a sedere sul colmo dell’abbattuta, guardando ai quieti lumi della sera le ultime squadre francesi che si allontanavano dal prato. Le due ore di tregua non erano bastate a trasportare tutti i feriti e tutti i morti, assai più numerosi che il nemico non avesse giudicato in principio. Per tacito accordo, la sospensione d’armi era stata prolungata. Noi, d’altra parte, privi affatto di munizioni da fuoco, non avremmo potato denunziarla per i primi.

Proseguendo la conversazione malinconica, mi ero seduto ad una rispettosa distanza dal mio capitano. Neanch’io sentivo il bisogno di dormire; mi ardeva la fronte, e l’aria fresca della notte mi era più grata del sonno. Il cavalier Corte non guardava più verso la strada; aveva levati gli occhi in alto, e contemplava il cupo sereno del cielo.

La vista del firmamento stellato è un gran conforto a chi soffre. Ci hanno detto tante volte che lassù è la nostra patria futura, e quella patria è così vasta, così luminosa, che noi possiamo figurarcela a gran pezza migliore e più lieta della patria presente. Lo spirito dell’uomo, irrequieto per sua natura, o turbato dalle miserie che d’ogni parte lo incalzano, si allontana volentieri dalla terra, acquista, in quelle volate per lo spazio azzurro, la piena coscienza della sua libertà, si avvia fiducioso, trascorre, si sprofonda e dimentica. Il cavalier Corte, dei conti di Bonvicino, era poeta alle sue ore, come tutti i soldati. Quella sera incominciò a indicarmi le costellazioni più chiare: l’Orsa maggiore, e la minore, rassomiglianti a due carri, Cassiopea, che raffigura una M, trapunta di stelle, ed Orione, partito in due triangoli di vivissima luce, col suo cinto di tre diamanti nel mezzo. Tutto ad un tratto, interrompendo la rassegna, il mio capitano esclamò:

— Dove sarà egli, in quest’ora? —

Intesi la domanda, perchè il mio animo era in piena consonanza di pensieri e di affetti col suo. Filippo Del Carretto era una di quelle figure soavi e nobilissime, che fanno pensar volentieri e credere alla immortalità dello spirito, tanto esse, in qualunque condizione le abbia poste il destino, appariscono elevate, assai lungi dalle sciocche consuetudini e dalle volgarità della vita. Sì, era ben lecito, era anzi necessario domandarlo: — dove sarà Filippo Del Carretto, in quest’ora?

— Sarà in quella stella laggiù; — risposi, accennandone una verso tramontana. — Veda, capitano, come scintilla più vivamente delle altre! Pare un lume che palpiti.

— Tu hai letto Dante; — mi disse egli allora. — Il nostro divino poeta colloca in altrettanti astri fiammeggianti gli spiriti più puri che abbiano mai onorata l’umanità. E Dante ha ragione; deve averla! — soggiunse il cavalier Corte, come parlando a sè stesso, per rispondere con quella frase di autorità ad un dubbio della sua mente.

Quel dialogo affettuoso e quella scena solenne mi avevano reso un altr’uomo. Anch’io, per un istante, ero librato a volo su questo mondo gramo, e assai più disposto ad escirne nobilmente. Quante volte, nelle ore lunghe di una guardia notturna, alla vigilia di una giornata campale, non mi sono io risollevato, confortato lo spirito con la domanda del cavalier Corte: — «Dove sarà egli a quest’ora?» — Là, rispondevo a me stesso, là, dove si dimenticano le ingiustizie, le infamie e le viltà del volgo umano, là dove si pensa, si contempla e si ama. Son là i veri vivi, quelli che hanno meritato di non morire mai più; agli altri il fango che hanno voluto, le tenebre eterne che hanno sognate per tutti.

Ah, Filippo Del Carretto, anima gloriosa e felice, come si disprezza bene, in quei momenti supremi, tutti coloro che ci hanno lasciati soli alle fatiche, ai dolori, ai pericoli! tutta quella moltitudine di codardi, che sa gridar tanto, e non ha fatto mai nulla e trema così spesso di tutto, come se la sua vita valesse qualche cosa davvero! E di quei codardi, nel nostro povero paese, ce n’erano molti anche allora. Napoleone Buonaparte, l’ho udito raccontare più tardi, marciando nella notte sopra il 13 aprile del 1796 da Carcare a Plodio (la stessa notte che noi scendevamo da Montezemolo, per andare a Cosseria) diceva a un carcarese, al cittadino Viglione, che aveva preso per guida: — «Ci sono in Italia duecentomila poltroni; ma io li _impiegherò_.» Se parlava per quelli che ha veramente impiegati, il grand’uomo aveva torto, perchè quelli non erano poltroni, neanche prima d’imbattersi in lui, che potè farne, senza sforzo, un’ottima carne da cannone. Ma neanch’egli, onnipotente com’era, è mai venuto a capo di far muovere i poltroni veri ed autentici. Scusate la digressione, ma io son vecchio, e prima di morire intendo di vuotare il gozzo, di dire liberamente tutto quello che penso.

Le nostre meditazioni furono interrotte dal capitano Tibaldè, che, come uffiziale anziano, aveva il comando del battaglione. Anch’egli immaginava che il nemico, sopravvenuta la notte, non sarebbe ritornato all’attacco; ma non sapeva egualmente che cosa significassero certi rumori, che salivano a lui dalle falde del colle.

Il cavalier Corte si volse allora a me, che mi ero tirato rispettosamente in disparte e mi disse:

— Vuoi andar tu in esplorazione? Tu conosci la scorciatoia meglio di qualunque altro.

— Vado subito, capitano.

— Ma bada, non troppo avanti, appena quanto basta per farti un’idea di ciò che avviene laggiù. —

Volsi un’occhiata all’astro di Filippo Del Carretto, come per prender gli auspici da quello, e mi mossi. In quella scorciatoia, lo sapete, avrei potuto andarci ad occhi chiusi; ma li apersi due volte tanto, per corrispondere degnamente alla fiducia dei miei superiori. Disceso molto più giù del luogo in cui avevo poc’anzi prestate le mie cure a madamigella Adriana, sentii distintamente le voci dei soldati francesi, che si affollavano tra la cascina dei Calleri e il piede della salita. Insieme con le voci si udiva un cigolìo di ruote, ed io a tutta prima pensai che si avviassero gli ultimi feriti sui carri, non bastando più le barelle a trasportarli verso il Marghero e la strada di Plodio. Ma allora, perchè affollarsi verso le falde del monte? E che venivano a fare quei carri, lungo la salita? Non potevano esser pezzi di artiglieria e carri di munizioni? Il mio secondo pensiero fu quello di un assalto notturno, che si stesse preparando. Lo avevamo creduto impossibile, ed era in quella vece imminente? Io, per averne l’intiero, per non dover ritornare dal mio capitano con una mezza certezza, mi ficcai tra i cespugli a sinistra della viottola, donde mi appariva l’altipiano intieramente scoperto, ed ebbi modo di convincermi, che si portavano avanti dei letti di cannoni. Dei letti, dico, perchè veramente non si distinguevano i pezzi, e la leggerezza con cui si movevano le ruote faceva supporre che i cannoni fossero stati smontati.

— Non vorranno certamente collocare una batteria alle falde del monte! — pensai. — Questa roba deve andare a rinforzo della batteria che ha lavorato senza frutto quest’oggi. —

Fatto questo ragionamento, proseguii la mia esplorazione a sinistra, salendo gradatamente verso il colmo del contrafforte. Di laggiù, senza fallo, avrei veduto passare l’artiglieria, se proprio si fosse trattato di portare altri cannoni in sostegno. Ma qui, un altro pensiero mi passò per la mente. Se il nemico aveva disegnato di rinforzare l’artiglieria, di certo lavorava a fabbricare un nuovo parapetto, e un parapetto, perdinci, collocato in posizione migliore che non fosse quella del primo. Lassù, dunque, bisognava inerpicarsi, per avere un’idea giusta e precisa delle intenzioni del nemico.

Anche di lassù mi giungeva all’orecchio un suono confuso di voci. Parendomi di esser tuttavia molto lontano, mi cacciai sotto, di cespuglio in cespuglio, e corsi risico di esser preso, perchè ad un certo punto mi ritrovai sul rialto della strada, a forse quindici passi dagli artiglieri francesi. Ero ai primi posti, perbacco, e qualche cosa dovevo sentire, dei loro discorsi, qualche cosa capire, delle loro intenzioni.

— Se non portano legna abbastanza, bisogna abbattere qualche castagno; — diceva un uffiziale, che dirigeva i lavori. — L’abbattuta deve andare di qua fino al basso, per raggiungere il sentiero di destra. —

Capii allora che cosa si stesse architettando contro di noi. Il nemico sospettava che noi, approfittando delle tenebre, volessimo aprirci un varco e fuggire; perciò asserragliava le strade. E quello che si faceva da quella parte là, doveva farsi egualmente dalle altre.

Parendomi di saperne abbastanza, mi tirai indietro con molta precauzione, per ritornare verso la viottola. E la cosa mi andò bene per una diecina di passi, che furono fatti, si può dire, sotto gli occhi del nemico. Ma ad un certo punto, o fosse che io incominciassi ad affrettarmi troppo, o che battessi del piede in una pietra mal ferma, ruzzolai, trascinando la pietra smossa con me. L’attenzione del nemico fu prontamente svegliata, e parecchi artiglieri si fecero avanti da quella parte.

— Chi va là? — mi gridarono.

Io, non che rispondere, trattenni anche il respiro. Mi ero aggrappato con le dita a un ramo di ginepro, e stavo là, reggendomi appena, non senza temere che da un momento all’altro mi restasse in mano quel fragile appoggio di spine.

— Niente; — disse uno degli artiglieri. — Sarà stata una lepre.

— O un ramarro; — soggiunse un altro. — Il ramarro è l’amico dell’uomo.

— Che! — disse un terzo. — Non è stagione di ramarri, nè di lepri. Qui sotto c’è un esploratore piemontese.

— Diavolo! — pensai. — Ci voleva proprio il naturalista, per darmi noia!

— Avanti, e prendiamolo! — ripigliò il naturalista, cacciandosi in mezzo ai cespugli.

Io non durai fatica ad intendere che era tempo di andarmene, anche a rischio di far rumore, e mi lasciai sdrucciolare giù per la balza. Gli artiglieri erano entrati bensì nella macchia, ma dovevano andare guardinghi, non conoscendo il declivio del terreno, nè il numero dei nemici a cui davano la caccia, ed io potei mettere ben presto fra essi e me una considerevole distanza.

Così, sdrucciolando da prima, poi saltando alla libera, giunsi al piede della scorciatoia a me nota, mentre i miei persecutori stavano ancora impigliati tra i cespugli della discesa. Ero in salvo, laggiù; ma, per aver tempo e modo di vedere qualche cosa ancora, traversai il sentiero e mi arrampicai dall’altra parte, nella palina dei castagni. Gli uomini che avevo veduto muovere verso di noi dalla cascina dei Calleri, si erano fermati a mezza strada, e lavoravano anch’essi a chiudere il passo con una abbattuta di legna e di carri rovesciati. Non c’era più dubbio, intorno alle loro intenzioni, ed io non avevo più altro da osservare; perciò ritornai speditamente alla posizione, per riferire ogni cosa al capitano Corte, che stava in grande ansietà, aspettando l’esito della mia esplorazione.

— Ahimè! — esclamò il bravo cavaliere, quando io ebbi finito. — Si sarebbe potuto tentarlo, un passaggio a mano armata, se egli fosse vissuto, per condurci attraverso le linee nemiche. Ed anche sarebbero giovate poco, tutte quelle precauzioni, a trattenerci per via! Ma ora, e senza lui, che si farà? Basta, andiamo al consiglio di guerra, dove io porterò le tue preziose notizie. —

Mentre io ero occupato in quella esplorazione, il generale Provera aveva chiamato gli uffiziali a consiglio, per ragionare intorno alle condizioni tristissime della difesa, e prendere, se pur si fosse potuto, una risoluzione per il giorno seguente. Di aprirsi subito una via tra le linee nemiche non era più il caso, e ne convennero tutti, dopo avermi fatto narrare partitamente tutto ciò che avevo veduto. Resistere ad ogni costo? Era l’idea del maggior numero; ma si domandava con ragione dove fossero le munizioni da fuoco, per ripetere le prodezze del giorno innanzi, dove fossero il pane e l’acqua per ristorare tanti poveri stomachi illanguiditi. Arrenderci? Ne parlarono alcuni, anche riconoscendo che di ciò si poteva discorrer meglio la mattina vegnente; ma fin d’allora si vedeva il lato brutto, anzi i parecchi lati brutti di quella debolezza, mentre forse era vicino un aiuto, e dalla nostra resistenza, dal nostro sacrifizio, dipendeva la salvezza di tutto l’esercito.

— Perchè, — diceva a questo proposito il capitano Tibaldè, — io faccio un dilemma: o il generale Colli è in ritirata su Ceva, o sta facendo uno spiegamento di forze, per dar la mano al generale Beaulieu. Se è in ritirata (e domando perdono di questa supposizione offensiva, che io faccio soltanto per modo di ragionamento) dobbiamo dargli il tempo di sottrarsi davanti ai vincitori di Montenotte.... che pure han dovuto rodersi le unghie sotto le rovine di Cosseria. Se è in atto di spiegarsi, come io voglio sperare, dobbiamo dargli il tempo di giungere in linea, mentre Cosseria, o sulla sua destra, o sulla sua sinistra, ha forse da essere il perno delle sue operazioni.

— Assai lente, quelle operazioni! — scappò detto al cavalier Corte.

L’osservazione, che feriva un generale di S. M. Apostolica, non poteva piacere al vecchio Provera.

— Pensi, signor capitano, — diss’egli con molta gravità, — che il general Colli non ha una compagnia da muovere, ma un esercito intiero. Egli è prudente quanto valoroso ed esperto. —

Il cavalier Corte non rispose parola; ma io, che gli ero alle spalle, notai una scrollatina di testa che significava chiaramente ciò ch’egli pensasse di tante belle qualità messe in riga.

— Lasciamo questi discorsi; — ripigliò il capitano Tibaldè. — Tutti i ragionamenti che noi potremmo fare intorno ai disegni e alle operazioni del generale in capo si restringono nel mio dilemma di poc’anzi. Io dunque propongo tre cose: rimandare a domani ogni deliberazione di resa; vegliare attentamente questa notte contro ogni possibile sorpresa del nemico; mandare un messaggero al general Colli, per significargli lo stato nostro, che è certamente cattivo, se non addirittura disperato, e chiedergli un pronto soccorso, o un’utile diversione, secondo che a lui potrà sembrare più acconcio. —

Quello del capitano Tibaldè era il consiglio più assennato, e rispondente in pari tempo alle necessità del momento. Il generale Provera lo approvò senza indugio.

Certamente, non era facile di passare inosservati attraverso la linea d’investimento, specie dopo i lavori che aveva fatti il nemico per asserragliare intorno a noi tutte le strade. Ma, osservando attentamente la posizione, si doveva ammettere che una strada fosse ancor libera, cioè da quella parte dove non erano strade. Un uomo ardito non poteva calarsi fino a mezza costa, di là, dove la balza scendeva più ripida? E da quel punto, piegando verso ponente, fino al bosco della Guardia, non poteva sfuggire alla vigilanza del nemico, o ingannarlo con qualche stratagemma?

I soldati udivano i discorsi dei loro ufficiali, poichè il consiglio si teneva a piè del muro. Uno di essi, un caporale dei granatieri di Susa, si offerse volonteroso per tentare l’impresa. Era un giovane montanaro, dall’occhio accorto e dal garretto d’acciaio. Per esser pronto agli stratagemmi, il bravo caporale indossò l’uniforme d’un soldato francese, che era venuto a morire nel nostro trinceramento e che nessuno aveva pensato a toglier di là. Inoltre, sapeva il francese e lo parlucchiava abbastanza, come ogni buon piemontese nato alle falde del Cenisio. Se lo fermavano nell’atto di traversare il sentiero che da quella parte metteva alla ròcca, tra l’uniforme e la parlata poteva destreggiarsi ancora e passarla liscia. Di notte, poi, non è mica facile distinguere tra lupo e can bigio!

Il giovinotto ardito si calò dalla balza, davanti alla porta castellana della ròcca, aggrappandosi ai cespugli che vestivano l’erta. Noi lo seguimmo a lungo con gli occhi, e lo vedemmo finalmente traversare leggiero la linea bianchiccia che c’indicava il passo pericoloso della strada battuta. Tendemmo l’orecchio, dopo che l’amico era sparito nell’ombra, e non ci venne udito nè un grido di scolte, nè un colpo di moschetto, nè altro che potesse far sospettare di un cattivo incontro per lui.

— Se Dio vuole, — conchiuse il capitano Tibaldé, che stava con gli altri in ascolto, — ecco un uomo avviato. Ed ora, giovinotti, alla guardia! —

Il resto della notte passò malamente, tra le ansie di una vigilanza continua e i tormenti di un digiuno prolungato, a cui non sorridevano le speranze del domani. Si stava con l’animo in soprassalto, udendo i rumori del campo francese e temendo ad ogni istante una sorpresa, a cui non avremmo potuto rispondere con una buona scarica a tiro di pistola, come quelle che ci avevano fatto così buon giuoco per tre volte di seguito. E si cascava dal sonno, e gli stimoli della fame non ci consentivano di chiuder gli occhi. Frattanto, i vapori che salivano dal fondo della valle assumevano davanti a noi forme fantastiche di combattenti, assiepati, incalzanti d’ogni parte fino al colmo del monte. Ma quelle ombre paurose si dileguavano nell’atto di avvilupparci, e il nemico, che avrebbe potuto coglierci in quell’ora e soverchiare il nostro campo, non venne. Lo teneva lontano l’ombra di Filippo Del Carretto, che a me pareva di veder sempre là, in prima linea, con la spada levata a minaccia.

Povero colonnello! Noi gli avevamo scavata la fossa dall’altra parte della ròcca, a pochi passi da quella porta castellana, donde i suoi maggiori escivano a cacce o a gualdane, su cavalli riccamente bardati, con lieta comitiva di dame, e seguito numeroso di scudieri e di paggi. Dormiva là, più felice di noi, ravvolto nel suo mantello, come un guerriero che si corica sul campo e vuole esser pronto alla sveglia. Ma pur troppo la diana non lo avrebbe destato più, il nostro eroe prediletto, e una manata di terra, che ancora non avevamo ardito gettare su quella fossa, doveva nasconderci per sempre la sua cara sembianza.