CAPITOLO XII.
Presentate le armi.
Partito il generale Augereau, ci trovammo soli soli, nella condizione più strana che si potesse immaginare per una soldatesca in campagna. Eravamo davanti al nemico, circondati da tutte le parti, e nessuno aveva l’aria di occuparsi dei fatti nostri; stavamo armati a custodia di una posizione che nessuno pensava a contenderci, e sulla quale regnavano con noi, rigorose compagne, la fame e la sete. Perchè non c’era neanche più da sperare nella facile bontà dei soldati francesi, che venissero a portarci qualche po’ di biscotto e di castagne, o qualche bottiglia d’acqua, come avevano fatto il giorno innanzi, nei momenti di tregua, quando essi, dovendo ad ogni istante riprender l’attacco, si trovavano più vicini a noi. Fatta la convenzione col generale Augereau, la consegna dei francesi era diventata molto severa; essi avevano dovuto ritirarsi tutti dietro la linea delle loro abbattute; dovevano rispettare la nostra solitudine, le nostre meditazioni, come se fossimo altrettanti anacoreti sul monte.
E da anacoreti si visse, per tutta quella lunga mattinata. Ricordammo (che cosa non si ricorda in certi momenti?) ricordammo di aver sentito parlare delle proprietà nutritive di alcune radici; e avremmo volentieri sperimentata la cosa. Ma la primavera su quei monti era appena incominciata, e le erbe mostravano solamente i primi germogli; non si poteva fare assegnamento sui raperonzoli, sui terracrepoli e sulle cicerbite; unica pianta che offrisse un pascolo, anche perchè si vedeva correre in bianchi steli nodosi sul prato, era la codalina, la più comune e la più dura di tutte le gramigne. A quella ci attaccammo, lavorando con ogni cura a sradicarne le barbe serpeggianti; masticando le sue fibre legnose ma fresche, ingannavamo ad un tempo la sete e la fame. Il consiglio del capitano Tibaldè era stato nobile, la sua risoluzione eroica senz’altro; ma quell’ultimo articolo della nostra capitolazione mi ha fatto provare le sensazioni più angosciose della mia vita. Enrico IV, ricordavo allora, aveva fatto passare dei carri di viveri nella città di Parigi che egli stringeva l’assedio; perchè il generale Augereau, parigino schietto, non pensava di far distribuire a noi il rancio mattutino, come lo faceva distribuire alla sua divisione?
Il generale Provera e il capitano Tibaldè non sentivano certamente gli stimoli acerbi che sentivamo noi altri. Essi erano andati sul colmo della ròcca, per vedere tutto intorno, nel fondo delle valli e sulla cima dei monti. Il mastio, nella distruzione del castello, ordinata ed eseguita dugent’anni addietro, si era rovesciato e rotto in tre pezzi, come mi pare di avervi già raccontato. Sul più voluminoso di quei ruderi erano andati ad arrampicarsi i nostri due comandanti, e da quel luogo eminente stavano osservando l’orizzonte lontano, verso il Cengio, Montezemolo e Mombarcaro. Di là ci dovevano venire gli aiuti, di là si aspettava la comparsa del Colli. Ma il cielo era coperto, e Mombarcaro manteneva la sua vecchia riputazione, consacrata da quel proverbio, popolare nelle Langhe:
_Mombarcaro, Mombarcaro_, _Senza nebbia è un caso raro_. _Senza pane può stare e senza vino_, _Ma non senza la nebbia ogni mattino._
Se almeno il general Colli avesse pensato ad annunziare la sua presenza con qualche fucilata! Si sarebbe veduto il lampo perdiana! Ma niente, attraverso quel velo di nebbia che circondava le alture, e noi non avemmo neanche la consolazione di sapere se il general Colli fosse là, spettatore del nostro sacrifizio. Pensava ad altro, il generale in capo; aveva mandati due reggimenti, quello di Monferrato e quello della Marina, ma non verso Cosseria, per sostenere i granatieri che portavano il loro nome, bensì verso Dego, a sostenere l’esercito del Beaulieu, che la fuga dell’Argentau da Montenotte aveva messo in angustie; ed egli, poi, spaventato da una lieve dimostrazione di forze, si era ripiegato su Ceva, e Mondovì, donde aveva a ritirarsi anche su Cuneo e Fossano, dimenticando nella fretta due intieri reggimenti, quello delle Guardie e quello di Stettler, che, insieme con altri corpi rimasti a Mondovì, furono fatti prigionieri di guerra. Per quel grande capitano, regalatoci dall’Austria, ci eravamo sacrificati noi a Cosseria! Per aspettar lui, avevamo rimandato a mezzogiorno del 14 aprile la speranza di un sorso d’acqua e di un tozzo di pane! Povera fede e povera costanza del capitano Tibaldè!
I francesi, sotto alla nostra posizione, si erano molto diradati. Sicuramente, il grosso della divisione Augereau era stato avviato su Montezemolo. Il generale nemico si era mostrato quella mattina abbastanza cortese con noi, accettando l’ultimo articolo della convenzione. Ma certe cortesie hanno anche la loro ragione nel tornaconto di chi le fa. Nessuno mi leverà dal capo che i francesi a Fontenoy, quando dissero la frase memoranda: «_Messieurs les Anglais, tirez les premiers_» ci avessero il loro bravo perchè. Essi dovevano avere, se non altro, la speranza che il nemico tirasse male, un po’ per la fretta, e più per il timore di una scarica generale, fatta con maggior calma e con maggior sicurezza. Certo, quella mattina, a Cosseria, un nuovo assalto avrebbe richieste le forze di tutta la divisione, e sarebbe anche riuscito ad una perdita di gente. Sei ore d’indugio, senza liberar noi, lasciavano più libero il generale Augereau.
E si soffriva intanto, si soffriva tacendo, seduti sulla falda di quel prato, che Germinale incominciava a far muovere, ma che Floreale aveva ancora da rivestire.
— Addio monti! E addio Colli! — esclamò ad un certo punto il sergente Achino, mio compagno di servizio nella seconda Monferrato. — Questa sera si parte per la Francia, muniti d’_indegnità_ di via. —
Il soldato piemontese ha sempre celiato sulla indennità, chiamandola _indegnità_.
— Preferisco la fame e la sete a Cosseria; — risposi.
— Tu andrai a casa tua, fortunato!
— Che ne sai tu?
— Si capisce. Un sott’ufficiale per ogni compagnia se ne va liberamente per i fatti suoi. A quale, della seconda Monferrato, può toccare questa fortuna, se non a te, che hai scritta la capitolazione? Tu sei nato vestito, mio caro. Io non ti domando che un piacere: di andare a Ceva, dai miei, per dir loro che son vivo e sano e li saluto tanto.
— Aspetta ancora un pochino a darmi i tuoi riveriti comandi; — risposi. — Vedrai che saremo soccorsi e ci batteremo ancora, prima di mezzogiorno. —
Erano le dieci e mezzo, e il capitano Tibaldè chiamava a rapporto gli ufficiali del battaglione. In attesa del mezzogiorno, ma non più dei soccorsi sperati, si dovevano fare i preparativi di partenza. Io, diplomatico della seconda Monferrato, ebbi poco stante l’incarico di scrivere in altrettanti pezzetti di carta i nomi di tutti i sott’ufficiali del battaglione. Ogni compagnia doveva estrarre a sorte il suo uomo, il fortunato, a cui era permesso di serbare le armi, e di andarsene libero a casa.
— Ecco a che serve avere una bella mano di scritto; — dissi allora ridendo, ma non senza un po’ di stizza in corpo, al mio collega Achino. — È la sorte che decide.
— Hanno ragione a far così per tutte le altre compagnie; — rispose egli; — ma hanno torto per la nostra. La fortuna di andare con gli ufficiali spettava a te. Ma vedrai che essa ti favorirà ad ogni modo. —
La fortuna non mi favorì; toccò invece a lui, proprio a lui, di essere estratto. Quel povero diavolo era felice, ma non ardiva manifestare la sua allegrezza.
— Tu hai buon cuore, — gli dissi, — e ti sei meritato il favore della cieca dea. Non ti domando che un piacere: di andare a Mondovì Piazza, dai miei, per dir loro che son vivo e sano, e li saluto tanto. —
Ma non ci fu bisogno di un messaggero, che andasse dai miei. Appena fatta l’estrazione, il capitano Tibaldè prese dalle mie mani il foglio su cui erano scritti gli otto nomi, sei di piemontesi e due di austriaci, allora sorteggiati, e soggiunse:
— Scrivi anche il tuo nome; hai lavorato come sott’ufficiale addetto allo stato maggiore, ed è giusto che tu venga con gli altri. —
Immaginate la mia contentezza. Ero libero anch’io, e si andava a Carcare, dove la sera innanzi avevano trasportata Adriana.
— Dunque, — mi arrisicai di domandargli, — signor comandante, si parte?
— Sono già passate le undici; — rispose il capitano malinconico. — Nessuno è venuto, nè accenna a venire in soccorso. Cederemo alla dura necessità. —
Mezz’ora dopo, le compagnie erano disposte in ordinanza. Si fecero i fasci d’arme e ci fu concesso di andare divisi per isquadre, a salutare la tomba del nostro colonnello. Ricorderete che per entrar nelle rovine bisognava passare sopra un monte di macerie, attraverso una breccia del muro di cinta, poichè la porta castellana, presso cui Filippo Del Carretto era stato seppellito, si apriva dall’altro lato della ròcca.
La capitolazione ci dava il diritto di trasportare la salma dell’eroe; ma il capitano Tibaldè aveva pensato che fosse meglio, nella incertezza della strada che si sarebbe dovuto prendere, e più nelle tristi condizioni in cui era tutto intorno il paese, di lasciare per qualche giorno il sacro deposito tra le rovine di Cosseria, donde egli avrebbe potuto levarlo poi, d’accordo con la famiglia dell’estinto. Perciò si era venuti nella deliberazione di dargli sepoltura, coprendo anche il terreno con un cumulo di sassi. I nostri commilitoni, con uno di quei delicati pensieri che nelle circostanze solenni vengono così naturalmente ai soldati, erano corsi a sbarbicare alcuni cespugli di rose salvatiche, di cui si vedevano ricoperte e inverdite le macerie della seconda cinta, e li avevano trapiantati intorno a quel cumulo di pietre. Si piangeva come fanciulli, davanti alla tomba del prode.
— Orsù! — disse il capitano Tibaldé, frenandosi a stento. — L’ora è venuta. Povero Filippo! Povera Cosseria! Dobbiamo lasciarvi, obbedire al destino! —
Ritornati ai fasci d’arme, ci disponemmo su due file e prendemmo i nostri fucili; a mezzogiorno in punto il capitano Tibaldè fece dar nei tamburi, comandò per fianco sinistro e avanti. Si escì dai trinceramenti al passo ordinario, prendendo il colmo dello sprone a sinistra, dove un largo sentiero andava per forse duecento passi verso il monte della Guardia, e quindi, piegando sotto il fianco occidentale della rocca, scendeva tra motte biancastre di tufo, qua e là macchiate da scarni ginepri e cespugli di timo disseccato, fino al passo di Montecàla.
Presso la prima svolta, su in alto, era un posto di sentinelle francesi. Un ufficiale, accorso alla loro chiamata, era venuto a far rimuovere l’abbattuta che chiudeva il passaggio. A Montecàla, lungo la strada che metteva alla gola di Plodio, un reggimento aveva preso le armi e si era posto in ordinanza. I tamburi suonavano; la bandiera tricolore sventolava sulla fronte del reggimento; i soldati francesi, al comando dato da un generale, e tosto ripetuto con voce tonante dal colonnello e da tutti gli ufficiali delle compagnie, presentarono le armi.
Fu un momento assai triste per noi, ma solenne, quando ci toccò di traversare la fronte dell’esercito francese, schierato lungo la via da Montecàla al Marghero. Procedevano in capo alla colonna il vecchio generale Provera e il capitano Tibaldè; seguivano le compagnie di Monferrato, della Marina e di Susa; venivano ultimi i Croati, povera gente, che il capriccio di un imperatore mandava così lontani da casa, a combattere in una guerra di cui non intendevano le ragioni e non potevano sentire gli entusiasmi, ma in cui, nondimeno, facevano prova di rara intrepidezza e di costanza ammirabile.
Noi tutti, saldi e impettiti, come se avessimo voluto irrigidirci contro i colpi del destino, passavamo coi fucili diritti, a grinta dura, guardando i nostri nemici in quel modo che sapete. E loro, i vecchi soldati di Loano e di Montenotte, coi fucili sporgenti, che parevano formare davanti a noi una siepe d’acciaio, ci guardavano fissamente, tra curiosi e commossi. Molti avevano i luccioloni sugli occhi; quasi tutti, da principio a voce bassa, poi a mano a mano più arditi, ci salutavano con parole amichevoli.
— _Vous êtes des braves, piémontais, vous êtes des braves! Allez, vous nous avez donné du fil à retordre._ —
Capisco che era una consolazione per il nostro amor proprio, essere accolti così. Ma, perdio, anche l’esser soccorsi e il poterci aprire la via con le baionette spianate, ci avrebbero dato un gusto matto!
Noi pensavamo in quel punto, e con un profondo rammarico, alle nostre povere compagnie, che avevano fatto così eroicamente il loro dovere, e frattanto, per colpa del general Colli, dovevano andar prigioniere di guerra. Sta bene che l’Augereau ci aveva detto quella mattina: «vincano i vostri capi una battaglia, facciano dei prigionieri, e i difensori di Cosseria saranno cambiati con altrettanti dei nostri». Ma a giudicarne dal modo in cui procedevano le cose, altro che fare dei prigionieri! Noi già vedevamo l’esercito francese sulla via di Torino.
È stato detto e consegnato in qualche storia che i difensori di Cosseria furono traditi dal comando dell’esercito nemico e mandati prigioni in Francia, ad onta delle fatte convenzioni. Tutto ciò è stato ripetuto in buona fede da chi non aveva letto il documento e solamente sapeva che ai nostri granatieri fu concesso l’onore delle armi. I francesi non hanno tradito nessuno; essi quel che promisero mantennero. Non è colpa della Francia se i generali austriaci regalati al Piemonte non seppero ottenerci un sorriso della fortuna e neppur tanti prigionieri da fare il cambio coi nostri valorosi compagni.
Giunti al Marghero, davanti alla stretta di Plodio, fummo condotti in un campo, dove i soldati deposero le armi, che non dovevano più toccare. Erano armi onorate, e le abbandonammo con le lagrime agli occhi. Alla presenza del generale Augereau, furono letti i nomi dei sott’ufficiali sorteggiati, i quali uscirono tosto dalle ordinanze. Eravamo in nove, come vi ho detto; ma il francese fu generoso, e concesse le armi e la libertà ad altri cinque sott’ufficiali croati, affinchè le due compagnie austriache, il cui effettivo era pari a quello delle sei piemontesi, avessero anche un numero pari di liberati.
Abbracciammo i nostri sventurati commilitoni che restavano prigionieri di guerra, e che frattanto, più felici di noi, odoravano già il fumo delle pentole, poste al fuoco in onor loro nel vicino fossato; quindi ci avviammo verso Plodio, dove il generale Augereau ci diede una compagnia di scorta, per condurci al borgo di Carcare.
Era laggiù, come vi ho detto, il quartier generale del comandante in capo, del vincitore di Montenotte, che soltanto da due giorni aveva un nome nel mondo. Ricorderete la sua frase, orgogliosa ma giusta: «la mia dinastia incomincia da Montenotte». Noi dunque dovevamo veder l’uomo al principio della sua gloria.
Carcare, antico borgo aleramico, che è come dire dei marchesi Del Carretto, era passato insieme col Finale in balìa degli Spagnuoli, e poscia dei Genovesi. Piantato sulle due rive della Bormida, in luogo aperto e ridente, a cui dà luce ed aria la depressione del vicino colle di Cadibona, ha un aspetto singolare, mezzo ligure e mezzo piemontese, ligure per la forma e l’intonaco delle case, la più parte colorite ed ornate; piemontese per i tetti ricoperti di tegole. Luogo di passaggio, per il commercio che si fa continuamente tra la spiaggia del mare e le Langhe, possedeva già allora un gran numero di osterie, che noi per altro non avemmo tempo nè voglia di visitare. Cosicchè io, uno dei difensori di Cosseria, me ne andrò nel mondo di là senza aver bevuto, nè in quel paesello montuoso, nè a Carcare, un bicchiere del vino di Cosseria, che tutti, in quelle convalli del nostro Appennino, decantano per molto gustoso, quantunque aspretto, e passante a quel dio.
Amici, beviamo questo, che è di Gattinara, se la scritta non mente. Ricordo, per averlo letto in seconda retorica, che Teucro, fuggendo da Salamina, prendesse terra alla prima spiaggia, per metter mano all’anfora amica, e fare suppergiù un discorsetto ai compagni. — «O forti, che avete sofferto tanti travagli con me, posiamo un istante e affoghiamo i tristi pensieri in un bicchiere di vino; riprenderemo il largo, domani.»
Noi, non domani, ma oggi, dobbiamo andare alla presenza di Napoleone, cioè, non facciamo anacronismi, del «cittadino generale Buonaparte.» Il nome di battesimo escì fuori nel 1802 quando nella Consulta di Lione gli fu conferito il titolo di presidente della Repubblica italiana, e sei mesi dopo, a Parigi, quello di primo console a vita della Repubblica francese.
Avanti, dunque; dalla valletta di Plodio si sbocca in quella più vasta della Bormida. Carcare è laggiù, alla svolta del fiume, co’ suoi tetti rossastri. Si passa rasente al collegio degli Scolopii e si entra in una piazzetta triangolare, che ha un pozzo nel mezzo. Di fronte, il lato maggiore del triangolo è formato da una casa signorile a due piani, dipinta di giallo, con quadrature e fregi barocchi che imitano il marmo. È la casa del signor Ferreri, e la bandiera tricolore, che sventola sull’arco del portone, indica il quartier generale dell’esercito repubblicano.